Riunire ciò che fu diviso: la guerra gotica

Riunire ciò che fu diviso: la guerra gotica

L’Impero Romano, dopo la triste e infruttuosa esperienza della tetrarchia, fu definitivamente diviso durante il regno di Teodosio I (379-95). Dopo infruttuosi tentativi compiuti negli anni successivi, ci volle tutta la forza politica militare e specialmente finanziaria organizzata da Giustiniano I (527-65) per riunire quello che un tempo fu diviso. L’incredibile spedizione militare iniziò con la completa riconquista della provincia dell’Africa con capitale Cartagine che tornò in seno imperiale grazie alle prodezze belliche di Belisario (500-65). Fu grazie a questo importante risultato che l’Imperatore decise di dare al valido generale, vincitore sui Vandali, la guida delle truppe per riconquistare l’ambitissima provincia italica, ma la sua idea di guerra veloce e indolore, non solo non si concretò, ma si trasformò in una guerriglia che portò l’Impero a combattere le tribù ostrogote per quasi un ventennio, lasciando la penisola in condizioni disastrose e aprendo, di fatto, la porta alle future migrazioni di altri popoli. Giustiniano I, dopo aver pacificato gli annosi nemici a Oriente, si concentrò per la definitiva riconquista dell’Italia, provincia ambitissima per via delle reminiscenze della tradizione romana e soprattutto per le sue immense ricchezze. Decise così di agire e si creò quasi subito un casus belli per inviare le truppe imperiali in Italia. Nel 535 l’uccisione della regina Amalasunta, filo romana e da sempre alleata dell’Impero, gli permise di intervenire militarmente. Giustiniano I organizzò le spedizioni militare dividendo l’esercito in due tronconi. Il primo, e più corposo, fu assegnato a Belisario che poté partire da Cartagine in direzione Sicilia. Il secondo, guidato dal generale barbarico Mundo, marciò dall’Illiria (odierna Croazia) verso l’Istria, già territorio ostrogoto. Questo avrebbe permesso di aprire due teatri di guerra indebolendo il regno nemico e costringendolo così a combattere su due fronti. Il piano sembrò funzionare nel primo periodo. La Sicilia cadde quasi subito in mano bizantina e così fece la quasi totalità della Dalmazia, le antiche regioni romane accolsero gli imperiali come i liberatori. Gli Ostrogoti furono presi di sorpresa e dopo aver rifiutato un’umiliante offerta di pace da parte di Giustiniano passarono subito al contrattacco nel 536. Gran parte delle truppe erano stanziate nel nord della penisola[1] e queste si mossero contro Mundo che fu sconfitto e probabilmente ucciso. L’Imperatore lo sostituì con un nuovo generale e nuove truppe le quali furono subito in grado di vincere nuovamente gli Ostrogoti. Intanto, dal sud, l’immenso esercito di Belisario, quantificabile in circa 7000 soldati e 3000 cavalieri, marciava con una certa celerità verso nord arrivando fino a Napoli, città importantissima e per questo robustamente difesa. Dopo una breve trattativa, Belisario incitò i suoi uomini ma le mura possenti della città gli impedirono una rapida conquista. Decise così di affidarsi a un suo soldato di origine isaurica[2] che si introdusse in città, assieme ad un manipolo di suoi connazionali, grazie all’antico acquedotto caduto in disuso. Questo stratagemma permise all’esercito imperiale di entrare direttamente dalla porta principale e di saccheggiare rovinosamente l’opulenta città. Belisario non riuscì a fermare la foga dei suoi soldati animati dalla possibilità di ottenere un grande bottino e questo minò la fiducia della popolazione italica verso i nuovi arrivati. L’esercito imperiale, infatti, era formato in gran parte da uomini assoldati tra i diversi gruppi pan-germanici che erano migrati nelle antiche terre romane. La caduta di Napoli fu un grave colpo per il regno Ostrogoto che detronizzò il re Teodato, per altro uomo mite e dedito all’arte e alla letteratura, scegliendo al suo posto il decisionista Vitige. Il nuovo sovrano si recò subito a Roma per organizzare la difesa della città ma vedendo le cattive condizioni delle mura e la penuria delle truppe, optò per spostarsi nella più difendibile Ravenna e da lì preparare una valida risposta all’intemperanza bizantina. Lasciò comunque a Roma un contingente di 4000 uomini affinché riuscisse ad arginare lo strapotere imperiale[3]. Belisario arrivò presso l’Urbe e la resistenza fu pressoché nulla, visto pure quello che era accaduto nella città di Napoli e così, mentre il generale entrava trionfante dalla porta Asinaria, i Goti uscivano dalla Flaminia e ripiegavano verso Ravenna. Era il 9 dicembre del 536. Belisario entrò nell’antica capitale accolto dalla popolazione in festa. Si fece consegnare simbolicamente le chiavi della città dal capo ostrogoto e le inviò subito a Giustiniano per dimostrare l’avvenuta conquista, poi utilizzò il periodo invernale per rafforzare le vetuste mura romane e organizzò febbrilmente la difesa della città eterna. Intanto altre buone notizie giungevano al comando imperiale, le provincie di Apulia et Calabria (circa le odierne regioni di Puglia e Basilicata) si dichiaravano fedeli all’Impero estendendo così alla totalità dell’Italia meridionale il controllo bizantino. Inoltre Belisario inviò drappelli di soldati verso l’attuale Umbria conquistando così Narni, Spoleto e Perugia.

La risposta ostrogota non si fece attendere. Un grande esercito, pressoché intanto, marciò verso l’urbe e mise sotto assedio la città verso la fine di febbraio del 537. Secondo Procopio, lo storico più importante di quel periodo, gli Ostrogoti potevano contare sull’incredibile cifra di 300mila uomini! Ovviamente tale numero deve essere ridimensionato ma è comunque credibile che le truppe di Vitige potessero contare su all’incirca 30mila uomini contro i soli 5mila di Belisario. Giustiniano così inviò altri soldati che giunsero a Roma via mare. Le truppe fresche permisero così al generale bizantino di conquistare dei piccoli borghi del circondario laziale accerchiando così il nemico che da assalitore si trasformò in assediato[4]. L’epidemia successiva, dovuta alla mancanza d’igiene e di cibo, minò la fiducia dell’esercito ostrogoto che tentò una pace con Belisario. Il generale però rifiutò, vista pura la sua posizione vantaggiosa con la quale controllava la situazione, e grazie ai nuovi aiuti militari e ai nuovi rifornimenti di cibo giunti da Ostia, concesse una tregua di tre mesi, periodo che utilizzò per estendere ulteriormente il controllo imperiale a quasi tuta l’Italia centrale. Assieme ai nuovi arrivi giunse a Roma pure il generale Giovanni, al tempo molto famoso in patria e nipote di Vitaliano[5], che, oltre a portare con sé un discreto numero di armati, iniziò quel lento processo di erosione al potere di Belisario, minandone così la sua autorità e allo stesso tempo rovinando la facile e veloce conquista della penisola. Il primo atto d’insubordinazione si concretò quando Belisario ordinò a Giovanni di occupare tutti i centri fortificati dell’odierna Emilia Romagna. Il nuovo arrivato rifiutò e conquistò invece Rimini, cittadina di poca importanza strategica nel sistema difensivo ostrogoto, ma terribilmente vicina a Ravenna. Giovanni voleva incutere paura nell’avversario e mostrare le sue doti da combattente a Giustiniano portando la guerra vicino alla capitale nemica. Sebbene gli ordini di Belisario non furono eseguiti, il risultato fu incredibilmente favorevole al generale. I Goti, presi dal terrore che la loro più importante città fosse conquistata, lasciarono l’assedio di Roma nel marzo del 538 e ripiegarono a nord per contrastare le armate di Giovanni. Intanto Belisario che invece credeva in una guerra tattica composta di piccoli avanzamenti piuttosto che a grandi battaglie campali, uscì con il suo esercito da Roma e inseguì i Goti in fuga distruggendone la retroguardia e impartendo loro gravi danni. La sua tattica, del tutto simile a quello del “Temporeggiatore” di romana memoria, prevedeva appunto una lenta conquista di tutti i centri militari più importanti con successiva stabilizzazione delle loro difese per sopperire a eventuali contrattacchi. Questo stile di guerra fu seguito qualche secolo dopo dal grande Imperatore Basilio II (976-1025) che fu il primo e unico sovrano di Bisanzio a sottomettere definitivamente la Bulgaria e i suoi indomiti popoli.

Intanto a Bisanzio Giustiniano I, forse sobillato da voci, inviò in Italia un altro importante generale, l’eunuco Narsete, suo uomo di fiducia e grande conoscitore di tattiche militari. A differenza di Belisario, questo nuovo personaggio aveva un grande carisma, ottime doti decisioniste coadiuvate da un roccioso carattere. Appena giunto in Italia, com’era facile prevedere, si scontrò subito con Belisario che però deteneva ancora il titolo aulico di Generalissimo, ossia di capo supremo di tutte le truppe imperiali stanziate sul territorio di guerra. Narsete non ascoltò gli ordini del suo superiore e si recò in Emilia dove conquistò Imola, dopo aver fallito l’attacco di Cesena. Nello stesso periodo però cadde Milano, conquistata avidamente dagli imperiali senza però aver le basi necessarie per la sua difesa. Burgundi, inviati dal re merovingio Teodeberto, e Ostrogoti, la cinsero d’assedio e la distrussero. Per paura che il morale delle truppe ne risentisse e che una facile vittoria si trasformasse in una lunghissima battaglia, Giustiniano I richiamò a Costantinopoli Narsete nel 539, lasciando così libertà assoluta a Belisario. Il generalissimo allora marciò verso il settentrione della penisola conquistando tutti i centri sotto il fiume Po giungendo con un robusto esercito di 11mila uomini e cinse d’assedio la città di Osimo che era difesa da 4mila soldati nemici[6]. Nulla poté Belisario contro la nuova spedizione orchestrata da Teodeberto che saccheggiò tutti i centri della pianura padana compresa Genova. Il generale si limitò ad attendere e appena il nemico fece ritorno nel proprio paese, lanciò una grande offensiva contro Ravenna nel 539. La città fu posta sotto assedio e già nel maggio del 540 capitolò aprendo le porte finalmente alle truppe di Belisario che ne prese possesso in nome di Giustiniano. Il generalissimo era riuscito nella grande impresa di conquistare la quasi totalità della provincia italica ma non ebbe il tempo di organizzarla efficacemente perché fu richiamato in patria a combattere contro i Persiani che avevano infranto la pace perpetua. Belisario portò con sé il tesoro degli Ostrogoti e tutta la famiglia regnante, assieme a molti altri dell’entourage lasciando Ravenna senza un piano di difesa valido. Fu il più grande errore di Giustiniano.

Con la partenza del Generalissimo i Goti si organizzarono per una grande controffensiva.  Molte tribù stanziate nella parte Transpadana, ancora ufficialmente parte del loro regno, elessero un nuovo capo a Pavia nella persona di re Ildibado. Vitalio, generale bizantino che aveva in precedenza conquistato la Dalmazia, l’Istria e forse parte dell’odierno Friuli, decise di intervenire e si scontrò con l’esercito nemico presso Treviso nel 540. Gli esiti non si conoscono, ma verosimilmente i Goti furono sconfitti, Ildibado, infatti, fu ucciso e al suo posto fu scelto Badùilia che passò alla storia con il nome di Totila, l’Immortale.

A differenza dei suoi predecessori, Totila era più propenso a utilizzare la sua sagacia politica che rafforzava la sua già innata capacità tattico-militare. Il nuovo re dei Goti abbandonò l’idea di uno scontro campale contro gli imperiali, la quale avrebbe certamente portato a una ulteriore sconfitta, ma si dedicò alla lenta riconquista dei suoi antiche territori. Inoltre, ordinò la costruzione di una potente flotta affinché si lanciasse in azione piratesche attorno alla penisola italica, bloccando, di fatto, ogni possibile rinforzo inviato da Costantinopoli. Attuò quindi, utilizzando una terminologia attuale, un blocco navale. Una volta sistemato la difesa del mare, passò alla pacificazione sociale, promettendo alle popolazioni sotto l’Impero ampi sgravi fiscali e un migliore trattamento. Per rafforzare la sua immagine politica combatté a fondo il latifondismo, espropriando e indebolendo di molto le famiglie aristocratiche romane da sempre vicino a Costantinopoli[7]. Una volta che il suo potere fu saldo, lanciò una grande offensiva militare contro le città tornate in seno all’Impero. Nel 542 sconfisse duramente i Bizantini presso Faenza e poi nel Mugello, ottenendo una schiacciante vittoria. La sconfitta disorientò l’appena ricostruito assetto imperiale che sbandò paurosamente. Le truppe scappate alla mattanza gota si rifugiarono nei centri fortificati, mentre le truppe di Totila conquistavano Cesana, San Leo, Urbino e Petra Pertusa[8]. L’euforia dei Goti spinse loro fino a Benevento che capitolò nell’inverno del 542. Napoli cadde nelle loro mani subito dopo, arrendendosi per fame nella primavera del 543. L’anno successivo fu la volta dell’odierna Basilicata, Puglia e Calabria, e la marcia non si fermò, furono conquistati quasi tutti i centri dell’Italia centrale. Nel 544 la quasi totalità della provincia bizantina era tornata in mano ai Goti con l’esclusione di Roma e della Sicilia.

La situazione era del tutto compromessa. Eppure Giustiniano credeva utopicamente nel suo progetto di riunione e richiamò dall’Oriente Belisario, il suo generale più valente, e lo inviò nuovamente in Italia assieme ad un esercito non troppo corposo. Sbarcò a Otranto ma non riuscì a lanciare una controffensiva per mancanza di mezzi, si spostò quindi a Ravenna con la speranza di ripartire dal nord, ma invano. Totila invece si concentrò su Roma e la mise sotto assedio nel 545. La città eterna era difesa da Bessa, un generale di Belisario, assieme ad un consistente numero di soldati quantificabili in circa tremila uomini. Le difese però erano labili e le mura logore da diversi assedi. Le forze gote, questa volta, erano molto più preparate e lanciarono un grande assalto il 17 dicembre del 546 conquistando la città grazie ad un tradimento bizantino[9]. Seppur il tentativo del generale Giovanni ottenne qualche buon risultato nel sud della penisola, Totila e le sue armate riuscirono a conquistare la quasi totalità della penisola tra il febbraio e marzo del 549. Rimanevano in mano bizantine solo la Sicilia, Ravenna, Rimini e Taranto, e qualche altra cittadina sulle coste.

Ormai la caduta della provincia d’Italia era quasi certa e a Costantinopoli, preoccupatissimi, richiamarono il generale Belisario che non era riuscito ad ottenere alcun risultato tangibile. La sua definitiva partenza fece naufragare completamente il morale delle truppe che si rinchiusero nelle ultime città fortificate ancora in mano agli imperiali lasciando campo libero all’astro nascente di Totila. Giustiniano, che tanto aveva investito per la riconquista dell’Italia, dopo aver saputo della caduta dell’amata Sicilia, decise nuovamente di intervenire pesantemente, armando un robusto e professionale esercito da inviare nuovamente nel teatro militare italico. Belisario fu lasciato a Costantinopoli, secondo la leggenda gli furono tolti beni e terreni lasciandolo mendicare per la città, mentre in Italia fu inviato il valente generale Narsete, già profondo conoscitore della logistica e soprattutto amatissimo dai suoi sottoposti e carico di charme.

La nuova spedizione partì da Salona, in Dalmazia, agli inizi del 552[10]. Il generalissimo poteva contare su di un contingente immenso per l’epoca, vale a dire circa 30mila effettivi, composti in gran parte da stirpi barbariche, dove spiccavano per numero i temutissimi longobardi, con un gruppo di circa 6000 uomini, inviati a Giustiniano dal loro re Audoino.  Vista l’impossibilità di contare su una robusta flotta in grado di fronteggiare la pirateria gota, Narsete guidò i suoi uomini via terra e giunto nella regione della Venetia et Histria (attuale Lombardia, Veneto, Friuli ed Istria), si fece verosimilmente aiutare dagli abitanti della laguna per arrivare a Ravenna, passando per i lidi, evitando così le poco sicure vie romane dell’entroterra[11].

Narsete, a differenza di Belisario, prediligeva lo scontro aperto alla guerra strategica e di posizione. Era un generale all’antica, seguiva e leggeva i manuali romani dell’arte della guerra, e sapeva che avrebbe sconfitto Totila solo attraverso una grande battaglia campale. Marciò quindi direttamente su Roma, sperando che il re goto uscisse dalla città e accettasse lo scontro finale. L’eunuco era riuscito a solleticare l’orgoglio di Totila che lasciò la città eterna per andargli incontro confidando nella sua migliore preparazione militare e specialmente nella conoscenza del territorio. Lo scontro si concretò a Busta Gallorum, l’odierno Gualdo Tadino (Umbria). L’esercito di Narsete era composto principalmente da cavalleria pesante di stirpe germanica che garantiva una certa mobilità e una certa forza di scontro frontale. Narsete per paura che i suoi contingenti barbarici scappassero prima di combattere, promise loro grandi quantità di denaro e soprattutto fece scendere dai cavalli i Longobardi, conosciuti oltre che per la loro forza in battaglia, per la loro indole libertaria e poco incline a seguire gli ordini. Totila, invece, era carente di truppe a cavallo e inviò velocemente dispacci in tutta Italia affinché altri goti giungessero in tempo. I numeri non sono certi, è ipotizzabile che dalla parte imperiale ci fossero all’incirca 25-28mila uomini, contro i 20mila dei Goti. Narsete, una volta giunto nella vallata fece accampare il suo immenso esercito e così fece Totila dall’altra parte. Il generale imperiale intravide la soluzione dello scontro, ossia una piccola collina vicina al loro schieramento che avrebbe permesso di mantenere una posizione strategicamente rilevante allo scontro. Così, nottetempo, inviò un gruppetto di soldati per difenderla. All’indomani, sia Narsete sia Totila arringarono le loro truppe con discorsi audaci, e il re goto, in sfida alle truppe bizantine, fece l’ultima grande dimostrazione della sua abilità a cavallo, compiendo movimenti pericolosi e funambolici sulla sua cavalcatura, mentre indossava una lucentissima armatura d’oro. Intanto Narsete con il suo fido Giovanni guidava l’ala sinistra dello schieramento, il centro fu assegnato ai Longobardi e agli Eruli, mentre il lato destro era guidato da Valeriano. Sui due lati vennero schierati più di 8000 arcieri, pronti a fare fuoco sulle truppe nemiche. La strategia era sempre la stessa da secoli, ossia si basava sulla manovra a martello, unica conosciuta in quel periodo e anche in questo caso Narsete l’applicò, facendo piovere prima migliaia di frecce dai suoi arcieri siriaci, e poi lanciò l’attacco dalla falange centrale. La fanteria centrale, composta quindi da Longobardi e da Eruli, si mossero verso i Goti che avevano fatto avanzare la cavalleria. Le frecce bizantine fecero strage delle prime cariche gote, poi la fanteria imperiale irruppe nel cuore dello schieramento goto massacrando decine di soldati nemici. Narsete ordinò successivamente che i due lati si chiudessero sul centro, accerchiando il nemico che fu definitivamente battuto. Totila scappò a stento dalla mattanza ma fu raggiunto e ucciso da un gruppo di soldati bizantini che lo avevano rincorso per un discreto periodo. La vittoria imperiale fu totale, i Goti persero circa 6000 uomini, mentre da parte bizantina solo poche centinaia. La guerra non terminò, visto che l’indomiti goti elessero Teia che radunò il resto delle truppe scappate da Busta Gallorum. Narsete inseguì nuovamente il ricostruito esercito goto e lo distrusse definitivamente presso Napoli. Dopo quasi vent’anni, l’Italia fu definitivamente riconquistata e le due Roma tornarono ad essere parte nuovamente dello stesso Impero.

tratto da: N. BERGAMO, Esercito di Bisanzio in Italia 535-1017, Soldiershop Milano 2016.

immagine da: http://amelianvs.deviantart.com/

autore: NICOLA BERGAMO

[1] G. Ravegnani, Soldati e guerre a Bisanzio, Bologna 2012, p. 18.

[2] Isauria, possibile piccola nota su questa terra e sul suo arcigno popolo.

[3] G. Ravegnani, Esercito.. p. 19.

[4] Ibidem, p. 20.

[5] Ibidem.

[6] G. Ravegnani, Esercito, p. 22.

[7] G. Ravegnani, Esercito, p. 24.

[8] Ibidem.

[9] Ibiem.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem, p. 26.

Nicola

Author: Nicola

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