Il commercio nell'Impero bizantino


AlessioI - Posted on 01 febbraio 2009

Inquadratura generale delle rotte commerciali di Bisanzio, crocevia di tre continenti.

Per la sua posizione geografica, l'impero bizantino era destinato ad una grande prosperità commerciale. Situato al punto d'incontro tra Asia e Europa, intermediario naturale tra il mondo asiatico e quello occidentale, si trovava nel punto in cui venivano a terminare e a unirsi tutte le grandi vie di commercio allora frequentate e conosciute. Nella penisola balcanica l'impero trovava a Costantinopoli e a Tessalonica il punto di partenza delle strade che, seguendo il corso dei fiumi della Tracia e della Macedonia, raggiungevano la vallata del Danubio e i popoli che l'abitavano, e si prolungavano verso l'Ungheria e l'Europa centrale; era allo stesso modo padrone della grande via trasversale che, seguendo il tracciato dell'antica via Egnatia, traversava la penisola da ovest a est, da Durazzo a Costantinopoli, e riannodava l'Adriatico al Bosforo, magnifica strada aperta verso l'Italia e verso l'Occidente. Nel Mar Nero, mediante i porti di Crimea, l'impero aveva facile accesso alle strade fluviali del Dnieper e del Don che penetravano profondamente nella Russia meridionale; d'altra parte, all'estremo limite del Mar Nero, nel paese dei Lazi, l'antica Colchide, e più tardi a Trebisonda, era padrona delle vie che, per il Caucaso e le rive del Caspio, raggiungevano le oasi del Turchestan, Bucara, Samarcanda, l'Asia centrale, la lontana Cina. Alla Siria facevano capo le carovaniere che attraverso la Persia collegavano l'Estremo Oriente alla valle dell'Eufrate e al mondo bizantino; e per quelle che venivano dal Golfo Persico, affluivano i prodotti di Ceylon, dell'India, dell'Indocina, della Cina. Infine Alessandria e i porti del Mar Rosso erano il punto di partenza delle vie marittime che conducevano da una parte verso l'Etiopia, verso quel grande porto di Adoulis in cui le carovane di Axum riversavano tutti i prodotti dell'interno dell'Africa, e, dall'altro lato, percorrendo la costa d'Arabia verso Ceylon, ove venivano a riunirsi le ricchezze dell'India e dell'estremo oriente. Senza dubbio una gran parte di queste grandi vie di commercio era nelle mani dei Persiani e, più tardi, degli Arabi; per questo dunque Bisanzio, che molto di rado andava a cercare le merci esotiche nei paesi di produzione, si trovava a dipendere da intermediari che spesso erano nemici. E' perciò che, nel VI secolo, Bisanzio cercò di entrare in rapporto con i Turchi, che occupavano l'oasi di Turkestan, ma questi tentativi non ebbero buon esito. Malgrado questi ostacoli la prosperità dell'impero bizantino restava ineguagliabile. L'impero teneva in effetti tutte le coste alle quali approdavano le vie del grande commercio mondiale, e centralizzava così, per diffonderlo in seguito nel mondo mediterraneo, tutto quanto per queste vie si trasportava. […]
Quali erano i principali oggetti che formavano la materia di tale commercio?
Un libretto del X secolo, scoperto circa 25 anni fa, ci lascia abbastanza bene intravedere alcuni tratti caratteristici dell'Italia bizantina. Nell'elenco, d'altronde incompleto, che vi troviamo delle corporazioni industriali della capitale, un fatto è significativo: il posto essenziale tenuto dalle industrie di lusso. Accanto alle corporazioni di mestiere- macellai, panettieri, mercanti di pesce, pizzicagnoli, mercanti di vino, cui incombe il pesante compito di far vivere la capitale-; accanto alle industrie edilizie- falegnami, fabbri, pittori, marmisti- la cui importanza è comprensibile in una città in cui si costruiva sempre molto; a fianco dei banchieri, il cui numero attesta l'importanza che aveva il commercio del denaro, un altro gruppo di corporazioni, le più ricche, forse le più fiorenti, è costituito dai fabbricanti di quegli oggetti di lusso che affermavano nel mondo intero il prestigio di Bisanzio: orefici, che praticavano il commercio dell'oro, dell'argento e delle pietre preziose; produttori e importatori di seta, dei quali alcuni vendevano la seta grezza, o fabbricavano i tessuti di seta, mentre altri detenevano il monopolio della vendita delle stoffe bizantine, e altri ancora erano specializzati in seterie e vesti importate da Bagdad e dalla Siria; mercanti di lino, che venivano dallo Striamone, dal Ponto, da Cersaunte; profumieri che vendevano le spezie e gli aromi così cari alla società del Medioevo, e che giungevano nella capitale attraverso Trebisonda e la Caldea. E queste indicazioni riassumono efficacemente quanto Bisanzio offrisse all'esportazione: magnifiche stoffe di seta, tinte di porpora sgargiante, di cupo viola, nel colore del fiore di pesco, e tutte istoriate di ricami, di figure di animali, di soggetti sacri e profani, che erano il monopolio e la gloria dei laboratori bizantini Insieme a Costantinopoli anche Tessalonica, Tebe, Corinto, Patrasso erano famose per l'ingente sviluppo di quest'industria. Erano le meravigliose oreficerie, i monili scintillanti di pietre preziose e di perle, gli smalti alveolari che si addicevano altrettanto bene alla decorazione dei reliquiari e delle icone e al fulgore dell'abbigliamento, i bronzi niellati d'argento, tutte le arti della fonderia e del metallo di cui Tessalonica, dopo Costantinopoli, era la grande produttrice. Erano i pesanti broccati d'oro e le tele fini, le vetrerie, gli avori, le pelli di animali tinte di porpora, in breve tutto quanto il Medioevo ha conosciuto di prezioso e raffinato. L'impero bizantino importava d'altro canto, da tutte le regioni del mondo orientale, le merci preziose, che poi dai suoi mercati si diffondevano in Occidente, e le materie prime che i suoi artigiani trasformavano. Dall'Estremo Oriente, per il tramite degli Arabi, giungevano le sete della Cina, le pietre preziose e le perle dell'India, le spezie e gli aromi. Da Bagdad e dalla Siria le giungevano vesti di seta, vini pregiati, tappeti sontuosamente ricamati. Damasco, Aleppo, Antiochia erano i principali centri di questi scambi con il mondo arabo. Le carovaniere che attraversavano l'Asia centrale facevano capo d'altronde in Armenia, dove la grande città di Arzen aveva un'importante attività di frontiera e dove il porto di Trebisonda forniva alle mercanzie lo sbocco verso Costantinopoli. Dalle ricche regioni della Russia meridionale l'impero riceveva il grano, i pesci salati, il sale, il miele, la cera, il caviale, le pellicce ed i pellami del Nord, l'ambra e gli schiavi. Cherson era il grande magazzino di commercio e ancor più Costantinopoli, che i mercanti russi frequentavano in gran numero. Dagli Slavi dei Balcani giungevano, soprattutto a Tessalonica, il lino e il miele, il pesce salato e gli svariati prodotti dell'agricoltura serba e bulgara.

(da Ch. Diehl, La civiltà bizantina)

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