La guerra di Leone III alle immagini sacre
Le ragioni dell’iconoclastia
Non è chiaro quali siano state le ragioni che spinsero Leone III Isaurico a lanciare il suo attacco al culto delle immagini. Gli storici antichi dissero che lo aveva fatto sotto l’influenza degli Ebrei (che egli aveva però perseguitato costringendolo al battesimo), degli islamici (contro i quali però egli aveva combattuto il durissimo assedio di Costantinopoli) o dell’eruzione del vulcano di Santorini intesa come punizione divina contro l’idolatrico culto delle immagini. Storici moderni hanno sostenuto che Leone, attraverso questo provvedimento, cercasse in realtà un pretesto per confiscare le terre dei ricchissimi monasteri che se n’erano fatti propagandisti, per poter procedere, con queste nuove risorse, alle sue riforme sociali ed economiche. E’ però evidente che agirono su di lui motivazioni legate alla sua religiosità personale e alla sua formazione spirituale. Egli, infatti, non era solo ostile alle immagini, ma anche al culto delle reliquie e al ruolo mediatore dei santi, segno che tutta la sua concezione della religione cristiana, contrastava con quanto di materialistico e superstizioso poteva nascondersi nel culto delle immagini, soprattutto a livello popolare.
L’utilizzazione delle immagini era stata a lungo incoraggiata dalla chiesa, convinte che esse fossero lo strumento di maggiore efficacia per insegnare la religione agli ignoranti. Per questo nelle chiese si erano diffusi cicli pittorici con episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. E proprio questa convinzione aveva pian piano messo in secondo piano l’uso delle simbologie utilizzate dai primi cristiani, che ancora aderivano al divieto giudaico di rappresentare l’immagine divina.
Le controversie sulla natura di Cristo
Ma le controversie sulla natura del Cristo che si erano scatenate fin dal III secolo e che erano tutt’altro che spente ai tempi di Leone III, avevano reso l’utilizzazione delle immagini particolarmente delicata. Molti avevano negato che il Cristo, persona divina, avesse potuto patire sulla croce sofferenze umane; molti avevano separato la sua natura divina da quella umana; altri avevano addirittura negato la natura umana. Ancora una volta la chiesa aveva pensato di ricorrere all’immagine del Cristo per mostrarne tutta la corporeità.
Non a caso si dice che il primo attacco di Leone al culto delle immagini fosse un decreto contro il canone 82 del concilio del 692. Quel canone aveva raccomandato di rappresentare il Cristo non sotto la veste simbolica dell’agnello, ma sotto la sua “forma umana” per metterne in rilievo “la sua vita nella carne, la sua passione, la sua morte redentrice e il riscatto che essa ottenne per il mondo”. In conseguenza di quel canone c’era stata una diffusione incontrollata dell’immagine di Cristo, tanto che essa era finita sulle monete, ad esempio sul solido di Giustiniano II. Alle icone, che erano ritenute ritratti autentici del Cristo e della Vergine, furono attribuiti poteri miracolosi. Esse furono anche ritenute achiropite, fatte cioè non da mano umana ma divina. Furono dunque oggetto di una venerazione particolare, assai vicina all’idolatria: non erano l’immagine di cosa divina, ma cose divine esse stesse. Il culto delle immagini era tale da mettere in questione posizioni teologiche fondamentali per la fede, e il concilio del 692 lo aveva confermato pienamente. Il dibattito teologico aveva sempre appassionato Leone III e di fronte a certi atteggiamenti “idolatrici” egli non poteva che reagire proponendo la distruzione delle immagini. Egli era imperatore, ma come tutti gli imperatori bizantini si sentiva anche “sacerdote”, garante della purezza della fede: era suo dovere di imperatore e di sacerdote agire perché avessero il sopravvento le tesi più rispettose delle sacre scritture.
( Francesco Pitocco, Corso di Storia Antica 2)
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