Arte e identità in Bisanzio nel XIII secolo: Santa Sofia e l’impero di Trebisonda.
Di Antony Eastmond (Aldershot: Ashgate, 2004;pp. xxi + 208 . £50).
A cura di Emanuela Gatto
Questo è l’ultimo di una lunga serie di contributi al dibattito sull’identità bizantina iniziato da “Bisanzio e il Bizantinismo” (1963) di Romilly Jenkins. Il libro cambia notevolmente i termini del dibattito inserendo una nuovo categoria: quella dell’arte e dell’architettura - che l’autore aveva trattato precedentemente in “Santi locali, arte e identità regionale nel mondo ortodosso dopo la quarta crociata” (Speculum , 78(2003 ), 707 –749) - in esso si pone l’attenzione anche sull’Impero di Trebisonda, tema troppo spesso ignorato in questo contesto.
L’argomentazione principale prende la forma della chiesa di Santa Sofia che si trova circa un miglio a ovest della cittadella medievale di Trebisonda.
La chiesa era stata studiata e restaurata tra il 1957 e il 1962 da un team diretto dallo scomparso David Talbot Rice, che pubblicò i risultati in “La chiesa di Santa Sofia a Trebisonda” (Edimburgo, 1968). Da allora ben poco è stato fatto per approfondire le conoscenze sulla chiesa, scopo principale del presente studio.
La chiesa è considerata la rappresentazione dell’”identità bizantina”, come era percepita nella Trebisonda della metà del tredicesimo secolo.
Fondata da Manuele I Comneno (1238– 63 ) e inserita in un complesso monastico, era, come Antony Eastmond efficacemente argomenta, una cappella funeraria a somiglianza del Pantokrator fondato dall’imperatore Giovanni II Comneno (1118– 43) a Costantinopoli, tuttavia esiste una discrepanza tra l’interno e l’esterno di Santa Sofia che sta alla base dell’interpretazione dell’edificio data dall’autore. Questi sottolinea che la chiesa fu il frutto di un unico progetto sicché l’edificio fu concepito come un insieme coerente. A un occhio moderno, l’interno e le sue decorazioni risultano indiscutibilmente bizantine, mentre l’esterno è tutt’altro, caratterizzato da tre portici che non hanno uguali nell’architettura bizantina, ma acquistano significato nel contesto del Ponto.
I portici sono riccamente decorati a bassorilievo. Ancora una volta, è difficile trovare esempi bizantini per queste sculture ornamentali che sono , suggerisce l’autore, non propriamente in stile selgiuco ma piuttosto anatolico. Il portico sud è caratterizzato da un fregio narrativo che illustra la Cacciata dall’Eden. Si vuole così rappresentare l’esilio che era allora vissuto.
Il portico sud ospita l’entrata principale alla chiesa, al cui interno è rappresentato, tra le altre cose, il paradiso terrestre, da cui i Comneni di Trebisonda erano stati scacciati.
L’autore fa buon uso delle iscrizioni liturgiche delle decorazioni per insistere sul tema dell’esilio, tuttavia l’iscrizione sull’arco a est sotto la cupola - “la gloria di quest’ultimo tempio sarà più grande di quella del primo” (Aggeo 2.9) – suggerisce anche che l’esilio ha portato alla creazione di qualcosa di nuovo e di migliore, che è individuato nella chiesa.
Una data precisa sulla fondazione di Santa Sofia aiuterebbe ad approfondire queste considerazioni generali. Stando all’opinione corrente, è improbabile che Manuele ne avesse iniziato la costruzione prima della vittoria mongola sui Selgiuchi a Köse Dagˇ nel 1243, che aprì un periodo di relativa sicurezza per Trebisonda. Il suo imperatore si mise sotto la protezione dei mongoli, ma egli necessitava di un chiaro riconoscimento della sua autorità, nei confronti, tra gli altri, di quei poteri cristiani che a loro volta aspiravano al favore dei Mongoli. Basti solo ricordare le ingentissime somme che l’imperatore di Nicea (1254-58) spese per cercare di impressionare un’ambasciata mongola esibendo il fasto e la potenza della sua autorità. E’ probabile che avesse un occhio alle aspirazioni della sua controparte a Trebisonda. Fu allora che Teodoro II Lascario cominciò a esprimere la sua devozione per “nostra sacra madre Anatolia”, cui egli dedicò le sue vittorie nei Balcani.
La minaccia mongola costrinse gli imperatori di Nicea a pensare in termini anatolici. Michele VIII Paleologo (1259 – 82) aveva una conoscenza di prima mano dei Mongoli, avendo comandato da giovane i mercenari franchi nelle armate Selgiuche. Non sorprende perciò che, divenuto imperatore, una delle sue prime iniziative fu di iniziare negoziati con Manuele I Comneno allo scopo ottenere il riconoscimento del suo ruolo di imperatore. Anche lo status della chiesa di Trebisonda fu modificato. Il patriarca di allora sospettava il suo vescovo di aspirare a uno status indipendente. Gli proibì nella maniera più assoluta di nominare metropoliti o arcivescovi. Le negoziazioni non ebbero buon esito, ma alimentarono intriganti congetture sul ritratto di Manuele I (conosciuto da una copia del diciannovesimo secolo) che si trovava davanti alla sua tomba dentro la chiesa.
E’anomalo che, benché a Manuele fosse attribuito il tradizionale titolo di imperatore bizantino, questi sia rappresentato senza corona né abiti imperiali. Il suo abbigliamento non somiglia ad altri conosciuti. Ma la cosa più notevole è il medaglione di Sant’Eugenio –il patrono di Trebisonda – sulla tunica, che fa pensare a un regnante locale piuttosto che a uno con aspirazioni di universalità. Questo confermerebbe il richiamo di George Bardane al Patriarca Germano II secondo il quale ciascuno “dovrebbe apprezzare la propria Sparta”, cioè che gli eventi del 1204 avevano eliminato l’esigenza di un solo potere imperiale Benché disposto a tollerare lo status indipendente della chiesa ortodossa in Serbia e Bulgaria, egli si rifiutò di accordarlo all’Epiro e presumibilmente anche a Trebisonda, dove sembra ci fossero state pressanti istanze per una maggiore indipendenza ecclesiastica.
Sebbene sull’Epiro si abbiano molte più notizie rispetto a Trebisonda, la situazione sembra essere stata la stessa: entrambi questi nuovi Stati cercarono di dare dignità ai loro governi provinciali svincolandosi dall’impero. Nicea, per contro, trovò molte più difficoltà a affrancarsi dalle pretese universalistiche a causa della presenza del patriarca ecumenico, sebbene ci fossero i seguaci del Blemmyda che accettavano l’autorità ecumenica del patriarca di Nicea mentre contestavano l’autorità universale rivendicata dal suo imperatore. Questo ci rammenta che le posizioni sull’autorità imperiale non erano così rigide come talvolta si pensa.
Ben più intransigenza ci fu nella riconquista di Costantinopoli ad opera di Michele VIII Paleologo nel 1261, per il quale l’esilio era nella migliore delle ipotesi un’aberrazione e nella peggiore un’umiliazione. La soluzione Trebisonda – un impero bizantino tascabile, come era stato etichettato – era una variante su una serie di possibilità emerse durante l’esilio.
Questo libro contribuisce significativamente al dibattito sull’identità bizantina dopo il 1204, che era stato finora più o meno indifferente all’apporto che l’arte e l’architettura potevano dare. Inoltre esso porta Trebisonda nel vivo della questione. Antony Eastmond dimostra come, nonostante il suo apparente isolamento, Trebisonda continuò a far parte del mondo bizantino. Un solo esempio: il ritratto funerario di Manuele I Comneno lo mostra mentre tiene un corno cerimoniale nella mano destra. L’autore deve aver ragione quando dice che ciò può essere spiegato solo facendo riferimento alla diatriba sul rito dell’unzione che divideva gli altri due pretendenti imperiali: il regnanti di Nicea e dell’Epiro. Una fondazione imperiale, come quella di Santa Sofia fornisce una valida conferma della componente imperiale dell’identità bizantina, piuttosto che dell’identità collettiva, che l’autore riconosce rappresentata dall’esterno della chiesa in stile pontico.
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