Sentinelle di pietra
Per la natura stessa del territorio, stretto tra i monti e il mare, il piccolo e prospero Ducato di Amalfi doveva guardarsi da più parti. E presidiare ogni via di accesso, mediante una fitta rete di opere fortificate.
Come Venezia, Amalfi fu fondata nel VI secolo da popolazioni in fuga da guerre e invasioni del retroterra e, come Venezia ancora, fu costretta dalle scarsità delle risorse naturali a cercare fortuna sul mare, diventando nel giro di pochi secoli una delle principali potenze marittime del Mediterraneo. Innalzata a sede arcivescovile nel 957, la città era allora a capo di un piccolo territorio che andava da Positano a Maiori e costituiva un Ducato autonomo, anche se formalmente sottoposto all'autorità dell'imperatore bizantino. Fu per Amalfi il periodo di massimo splendore.
REGINA DEGLI SCAMBI
La città rappresentava il fulcro di una struttura urbana policentrica ( Strani, Minori, Maiori, Ravello, Scala e Positano, per ricordare i centri maggiori), senza dubbio favorita dalla posizione geomorfologia che ne ha determinato l'isolamento. La potenza marittima di Amalfi risultò fondamentale per la difesa delle coste dai Mussulmani, con i quali la città intratteneva sia rapporti commerciali sia alleanze, allo scopo di mantenere la sicurezza delle proprie vie di comunicazione con l'Oriente. Svolgendo un'abile opera di diplomazia come intermediaria tra il papa e gli Arabi di Sicilia, sostituendosi a Siriaci ed Ebrei nella loro funzione di mediatori tra il mondo occidentale e quello orientale, Amalfi arrivò a detenere, insieme a Venezia, il monopolio dei commerci marittimi. Colonie amalfitane erano presenti in numerose città italiane del mezzogiorno (le più famose a Napoli, Messina, Palermo e nei centri pugliesi ); altre si costituirono poi, soprattutto nell'XI secolo, a Durazzo, Tunisi, Tripoli, Alessandria, Acri, Antiochia e – la maggiore – a Costantinopoli.
IL TRIANGOLO DELLA RICHEZZA
La prosperità accumulata da Amalfi col cosiddetto “ciclo triangolare” – ovvero mediante lo scambio con gli Arabi di grossi quantitativi di legna provenienti dai boschi del Ducato o di altre regioni del Mediterraneo con oro, spezie, pietre preziose, tessuti pregiati, oggetti di oreficeria da Bisanzio, tutte merci poi distribuite nelle città italiane – si riflesse in seguito in fatti istituzionali e culturali. La ricchezza delle consuetudini marittime contribuì, infatti, alla costituzione di una delle più antiche codificazioni con la Tabula Amalphitana, e alla divulgazione tra i navigatori occidentali della bussola nautica che gli Amalfitane avevano conosciuto dagli Arabi. Del resto, l'esigenza di coniare per primi una moneta aurea, il tarì, attesta l'entità e l'importanza degli scambi amalfitane. La potenza marittima raggiunta è confermata, inoltre, dalla comprovata perizia tecnica nel costruire navi- sia per il trasporto delle merci (la cocca) sia da guerra (dalla liburna, più agile e veloce, alla galera) – anche per committenze esterne, ad esempio Bisanzio. Ecco come Ibn Hawqal descrive Amalfi nel 977: “E' la città più prospera di quelle abitate dai Longobardi, la più nobile, la più illustre per condizioni, la più ricca, la più opulenta. Il territorio di Amalfi è vicino a quello di Napoli, che è una bella città ma non importante come Amalfi”.
QUATTRO CASTELLI
La difesa del Ducato, confinante a nord con quella di Sorrento, a est col principato longobardo di Salerno, venne perseguita mediante fortificazioni sui monti e sul mare. Riconducibili alle prime sono i presidi che sbarravano le tre possibili vie d' accesso: la strada che, attraverso i monti Lattari, dalla piana di Sarno, consentiva di raggiungere il territorio amalfitane, la via di accesso da Agerola e il valico di Chiunzi. Il primo presidio era costituito da quattro castelli nei borghi di Pino, Pimonte, Gragnano e Lettere. Pino, il più antico (940), costituiva il baluardo più importante a settentrione: tale era la sua importanza strategica che fu tenuto in efficienza anche dopo la fine dell'autonomia del Ducato, e in età sveva fu inserito tra i castelli da riparare. Cessata poi la sua funzione nel viceregno, il presidio fu abbandonato e andò in rovina : ne resta oggi solo un breve tratto di cortina muraria nella quale s'innesta una torre pentagonale. E proprio da questa fortificazione nacque un borgo, distrutto poi dagli Aragonesi nel XV secolo. Il castello di Rimonte, di poco posteriore al primo, già nelle carte del XVI secolo non è più menzionato e non si conoscono gli eventi che determinarono la sua scomparsa. Le sole notizie ci vengono da documenti di epoca angioina da cui si evincono sia la consistenza della guarnigione sia i lavori di restauro allora eseguiti. Del X secolo è anche la fortificazione di Gragnano, dove oggi sorge la chiesa di S. Maria a Castello e della quale resta ben poco. Lettere, estremo limite del territorio verso la base di Sarno, fu anch'essa presidiata con la costruzione di un castello (sec.X) posto su una falda del monte verso la pianura. Del grande rudere, che conserva elementi dell'originaria costruzione degli Amalfitane, emerge il mastio, torrione cilindrico su un'alta base scarpata, secondo i canoni dell'architettura difensiva angioina, che fu abbandonata in età aragonese.
SULLA VIA DI AGEROLA
Per difendere la seconda via d'accesso, da Agerola, a mezza costa in una località che sovrasta Amalfi, nel XI secolo fu innalzato il castello di Pogerola che, con il piccolo borgo cintato da mura, rappresentava un sicuro rifugio per gli abitanti del capoluogo del Ducato. Di tale opera difensiva restano poche tracce delle mura perimetrali in stato di progressiva disgregazione. Scomparsa invece ogni traccia del castello di Motalto, identificato dagli storici nel Castrum Triventum Amalfiae, la fortezza che proteggeva l'accesso al territorio attraverso il valico di Chiunzi. Costruito nel X secolo dai Ravellesi, fu inserito, in età sveva, nel'elenco dei presidi da riparare, a spese dei cittadini, non solo di Tramonti, ma anche di Agerola e Maiori. Il manufatto andò completamente distrutto in seguito a una ribellione degli abitanti di Tramonti al potere regio, durante il regno di Ladislao di Durazzo.Sul valico, a completamento del sistema difensivo, fu edificata una torre di avvistamento, sostituita poi nel XV secolo. A diretto contatto col mare vi erano i presidi di Amalfi e Maiori. La rocca di San Felice, di cui resta solo la torre dello Ziro, modificata in età angioina e più volte restaurata, come attestano le numerose epigrafi, fu edificata in età ducale in una posizione dominante le valli di Amalfi e Strani, con la funzione di mero avvistamento, mentre, a sud, al fortilizio di Santa Sofia, sulle cui rovine nel XIII secolo fu costruito il convento di San Francesco –oggi Hotel Luna – veniva affidato il ruolo di estrema difesa.
LA TORRE DELLO ZIRO
Costruita nel IX secolo nel luogo di un precedente insediamento difensivo che era riuscito ad arrestare la prima invasione dei Longobardi ma era poi stato distrutto nell'839 dal principe salernitano Sicario, la fortezza di Sant'Angelo a Maiori rappresentava un importante baluardo sul lato orientale del territorio amalfitane. La fortezza fu ricostruita e potenziata, sfruttando le condizioni favorevoli dell'orografia del luogo; nel lato sudo-ccidentale vi era un torrione con base quadrangolare, a nord-est un campo trincerato, e sul lato del colle una torre circolare di avvistamento (torre dei Fronsti). Quando, nel XIII secolo, la chiesa di S.Maria a mare fu ampliata, il presidio venne parzialmente demolito fino alla sua completa cancellazione nel XVI secolo. Il torrione fu risparmiato e trasformato in campanile, sostituito da uno nuovo nel 1836. All'interno del Ducato, nel territorio ravellese, sulla collina della “Civita”, nell'XI secolo il castello di Suprammonte, sulla cui localizzazione non ci sono che mere ipotesi, serviva a dare ricetto agli abitanti di Trani da nord e di Ravello da sud. Così, le case-torri di Pontone proteggevano da nord-est Amalfi e da sud-est Scala. Il castello di Scala, che costituiva il più elevato sito fortificato del Ducato, e di cui restano solo pochi ruderi, viene considerato il primo stanziamento degli Amalfitane.
AVVISTAMENTO E FUGA
Questa fitta cortina difensiva, munita di torri e castelli, svolgeva soprattutto una funzione di avvistamento e trasmissione di notizie: una serie di avvisi luminosi, partendo dai castelli sovrastanti la piana del Sarno (Pino, Rimonte, Lettere e Gragnano), riusciva a essere raccolta sul versante orientale, attraverso Pogerola, direttamente alla rocca di San Felice. Del resto la procedura di fuga per i cittadini rappresentava l'unica via di scampo, peraltro non sempre perseguibile, poiché la sua validità era strettamente legata al margine del preallarme. Nonostante l'esistenza di un sistema di difesa così articolato, nel 1039 Guaimario IV di Salerno riuscì a conquistare Amalfi, che riacquistò l'indipendenza nel 1052 rafforzando i legami con Bisanzio, come testimoniano i battenti bronzei della cattedrale. Ma l'era dell'autonomia stava ormai per tramontare sotto la pressione dei vicini Normanni, prima in forma di protezione (1073) poi d'incondizionata soggezione (1153), con l'aiuto della flotta pisana.
(Articolo di Rosalba Miranda, da Medioevo Settembre 2000)
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