16 lettere di Libanio a Giuliano
Riportiamo alcune delle lettere indirizzate a Giuliano dal retore antiocheno Libanio.
Spesso sono molto brevi (la brevità era considerata canonica del genere epistolare), al punto da diventare talvolta enigmatiche per essere troppo concise; rivelano comunque la personalità di Libanio, che si occupa di amici e concittadini, dà consigli, fa raccomandazioni, distribuisce elogi con una capacità di accomodamento notevole e, soprattutto, forniscono un quadro vario e brillante della società contemporanea con le sue luci e le sue ombre.
Libanio, col suo interlocutore, si trova in una situazione particolarissima, paragonabile a quella che avrà un secolo più tardi Sidonio Apollinare con l’imperatore Avito: è a un tempo maestro e confidente, amico e suddito, e il merito principale è quello di riuscire a non cadere mai nella lode smaccata o nella vuota adulazione cortigiana.
Un difetto che però si evidenzia è che talora perde di vista il suo corrispondente per pensare al pubblico dei lettori che vuole dilettare con la ricercata eleganza e con il purismo impeccabile: l’epistolografia è per lui un genere letterario in cui cerca in tutti i modi di farsi luce.
Dal punto di vista stilistico la sua grande conoscenza di classici, di poeti, di storici, persino di commediografi, e soprattutto di Demostene e degli oratori attici, dà alla sua lingua una ricchezza e una varietà che destano l’ammirazione dei contemporanei e dei posteri. Specialmente la purezza dell’eloquio attico lo impose come modello per tutto il millennio bizantino e oltre.
1. Epistola 33 (358 d.C.)1
Possano l’attuale salute e forza che dici di possedere accompagnarti costantemente! Che il Dio possa venire in soccorso dei tuoi dolori con un rimedio! O è piuttosto meglio dire che il tuo dolore richiede solo in parte l’assistenza del Dio, dato che in parte puoi alleviarlo da te medesimo. Sei perfettamente in grado – se così vuoi – di ricostruire una città2, ma per quel che ti concerne riguardo alla morte, possa il Cielo offrirti consolazione. Giudico Nicomedia più felice, seppure devastata com’è ora: sarebbe stata infatti più desiderabile la sua salvezza, ma anche così essa è onorata dalle tue lacrime; esse non sono affatto alle lamentazioni che si dice abbiano rivolto le Muse ad Achille3, o alle gocce di sangue che Zeus, in onore del figlio più caro, versò all’approssimarsi della morte di Sarpedonte4. Essa – che fino a poco tempo fa esisteva come città – potrà nuovamente risorgere grazie alla tua sollecitudine. Elpidio5, un uomo di sempre distinta onestà, ha sorprendentemente dato prova di essersi migliorato ancora di più. Dunque non solo è vero quanto dice Sofocle, cioè che
I sovrani saggi sono migliorati dalla conversazione con gli uomini saggi6
ma anche che la saggezza di un monarca spinge i suoi amici verso la virtù. Sei stato così servizievole nei confronti di Elpidio da renderlo non solo più ricco ma anche migliore. Sebbene più giovane di lui gli sei stato maestro in queste lodevoli gare, cioè nell’equità, nello zelante desiderio di assistere i propri amici, nel rapportarsi con coraggio alle persone che non conosceva, e da farsi trattare allo stesso modo da loro, ottenendo sempre la loro stima. Tutti quelli che si sono accostati a lui e gli hanno parlato, lo hanno dapprima ammirato e poi subito amato, o piuttosto hanno scoperto le tue idee in tutti coloro ai quali le hai affidate. Ho spesso parlato con lui, e ogni nostro discorso verteva su di te, sulla capacità di comprensione che possiedi, e sulle importanti occupazioni in cui sei impegnato. Abbiamo saggiamente discusso sul modo in cui le porterai a termine, e di come ti guarderai dai pericoli; ci sembrava, in quelle circostanze di conversare anche con te. Ho ricevuto con piacere la notizia della tua vittoria sui barbari7, e che hai affidato le tue memorie ad un Commentario8, dimostrandoti ad un tempo oratore e generale. Achille ha avuto bisogno di un Omero, ed Alessandro di molti storici, mai i tuoi trionfi – trasmessi dalla tua stessa voce – saranno consegnati ai posteri. Superi dunque di gran lunga i sofisti, offrendo loro non soltanto delle azione, perché siano celebrate, ma anche delle orazione – da te composte intorno alle tue stesse imprese – affinché possano emularle.
A questi tuoi trofei spero che tu possa aggiungere quello di aver reintegrato Pompeiano9 nei suoi diritti. E non pensare che questo sia un affare di poco conto, dato che costui è l’uomo che tempo addietro vedesti con piacere in Bitinia, quand’era ambasciatore da queste parti, e riguardo al quale ti informasti su come le sue speranze di rientrare in possesso di quanto era di sua proprietà fossero state defraudate. Di quanto promessogli, o Principe10, ti prego di ricordarti.
Di lui circolano circa duemila lettere, dato che nel corso della sua esistenza dice di averne scritte una quantità incalcolabile.
2. Epistola 224 (362 d.C.)
Ti sei dunque dimenticato di noi? Ma la Fenicia non perdona noi di esserci dimenticati di te, celebrandoti con la composizione di inni immortali. Dall’Asia1 ormai tua riverberano le fiamme delle tue imprese, accrescendo le nostre aspettative. Non avevamo mai udito nulla di così grande quanto le tue gesta, tanto da superare qualsiasi nostra speranza. Noi, tenendo conto della nostra parentela con gli Ioni2, ci rallegriamo, sperando che procederai per il giusto cammino, e che la tua autorità sopra entrambi (noi e loro) sia più saldamente confermata. Ma ciò avverrà secondo quanto stabilito dalla provvidenza divina.
Andragazio, a cui ho chiesto di consegnare questa missiva, era più simile ad una persona a cui avessi fatto un favore, piuttosto che a uno dal quale ne avessi richiesti. Per lui non c’è niente di più gratificante del piacere di vederti, dato che non posso recarmi personalmente da te. Noi, tenendo conto della nostra parentela con gli Ioni, ci rallegriamo, sperando che procederai per il giusto cammino, e che la tua autorità sopra entrambi (noi e loro) sia più saldamente confermata. Ma ciò avverrà secondo quanto stabilito dalla Provvidenza divina.
Andragazio, a cui ho chiesto di consegnare questa missiva, era più simile a una persona a cui avessi fatto un favore, piuttosto che a uno dal quale ne avessi richiesti. Per lui non c’è niente di più gratificante del piacere di vederti, dato che io non posso recarmi personalmente da te. Ti raccomando questo giovane per tre motivi: egli possiede un energico eloquio, che ha già dimostrato davanti ai prefetti; ha un comportamento gentile, con il quale sa accaparrarsi tutti coloro che conversano con lui; gode della mia più intima fiducia, cosa che me lo fa anteporre a tutti i miei amici, alla stregua di un figlio.
3. Epistola 372 (358 d.C.)1
Hai ottenuto una duplice vittoria2, una con le tue armi, l’altra con la tua eloquenza. Un trofeo è stato da te innalzato per i successi contro i barbari, l’altro ti è stato eretto da me, il tuo amico, ed è quest’ultimo un tipo di trofeo che può piacere di più anche ad un conquistatore. Tutti i genitori sperano di essere superati dai loro figli3, e tu – che da me sei stato istruito nelle lettere – hai in sorpassato questo campo il tuo maestro. Ma adesso, per la brevità della mia lettera, io, un oratore, mi devo complimentare con te, un generale, o meglio una persona tanto esperta nell’arte dell’oratoria quanto in quella della guerra. Dopo che l’Imperatore4 ti ha affidato una parte del governo, ho costretto me stesso a tenere a freno ciò che avrei voluto liberamente esprimere e a non indulgervi, come sono stato abituato, per non apparire un uomo esaltato. Dato che – come siamo soliti fare – sappiamo bene come rivolgerci a Pericle, a Cimone e a Milziade nelle nostre schermaglie oratorie, sarebbe stato vergognoso trascurare nella vita reale quelle medesime regole. E come tu stesso dici, dovendo le lettere con cui i generali raccontano le loro imprese essere brevi5, ciò mi induce ad abbreviare le mie missive: infatti, ad uno che è impedito dai propri affari a scrivere lunghe lettere, a maggior ragione dev’essere disturbato da qualcuno che gli spedisce interminabili epistole. Ma nonostante ciò, d’ora in poi, dato che mi ordini di scriverti più diffusamente, obbedirò. E per prima cosa mi congratulo con te perché tenere nelle tue mani la direzione dell’esercito non ha interrotto i tuoi esercizi di oratoria, ma al tempo stesso intraprendi azioni belliche come se la guerra fosse la tua unica preoccupazione e ti applichi ai libri come se tu fossi del tutto estraneo alle armi. In secondo luogo, colui che ti ha affidato un tale ruolo nell’Impero6, non ha alcun motivo di pentirsi di avertelo dato, poiché tu – considerandolo come tuo cugino, collega, signore e padrone – in tutto ciò che fai promuovi la sua gloria e fai esclamare ai tuoi nemici sconfitti: “Cosa ti avrebbe riservato il destino, se l’Imperatore fosse stato qui presente?”. Io applaudo tutto ciò, oltre al fatto che non hai mutato le tue abitudini come hai fatto con le vesti, e non hai perso, guadagnando il potere, il ricordo dei tuoi amici. Molte azioni benedette dal successo ti accompagnano, dimostrando che non fui un bugiardo quando celebrai le tue doti, o piuttosto per dimostrare che ero sì un bugiardo, ma per non aver predetto nulla di simile a quanto hai compiuto! Tutto ciò l’hai compiuto di tuo, senza ispirarti ad alcun modello. Sebbene alcuni, una volta saliti al potere, abbiano dimostrato attaccamento al denaro, inclinando verso desideri che prima gli erano estranei, e altri ancora si siano dedicati a ciò che già prima piaceva loro, tu solo, quando sei salito al trono, hai spartito la tua fortuna fra i tuoi amici, dando ad uno una casa, ad un altro degli schiavi, terreni a questo, denaro a quest’altro, cosicché eri più ricco quand’eri un semplice suddito, che non ora che sei diventato principe7. Non escludermi dal numero dei tuoi amici, sebbene io sia stato l’unico a non aver beneficiato dei tuoi favori. Posso comunque dare una spiegazione al fatto di essere stato il solo a non aver ricevuto nulla: così come rifornisci in abbondanza le città di ogni cosa che possa promuovere le loro felicità, allo stesso modo giudichi che non ci sia nulla di più essenziale dell’arte oratoria, senza la conoscenza della quale assomiglieremmo a dei barbari. Reputando quindi che se io avessi abbondato di ricchezze avrei trascurato la mia arte, hai ritenuto giusto che io rimanessi povero, cosicché, probabilmente, non sarei stato tentato di abbandonare il mio posto. Questa, infine, è la spiegazione che mi do. Non sei stato forse tu a dire: “Anfiarao e Capaneo sono pur qualcosa, ma quest’uomo non ha né un nome né una collocazione8”?. Tuttavia so che il tuo non avermi dato nulla è dovuto all’impegno che stai rivolgendo agli affari pubblici. Anche se scarseggiamo di denaro, siamo larghi di parole. Questo è l’incarico che ti è stato assegnato; da parte nostra non dobbiamo venire meno al ruolo che abbiamo ricevuto, come tu non devi disonorare la tua illustre stirpe!
4. Epistola 5251
Ti invio una breve orazione su di un importante argomento. Puoi aggiungere qualcosa alla sua estensione, provvedendo a ciò che è essenziale per lo scopo che si prefigge. Se farai questo dimostrerai che pensi che io abbia un certo talento per gli encomi. Se non lo farai, sarò indotto a sospettare qualcos’altro.
5. Epistola 586
Senza dubbio, tu ben sai da quanto tempo io abbia stretto amicizia con l’ottimo Macedonio1, e per quali ragioni essa si sia da allora consolidata: difatti, sono stato io il primo a metterti a conoscenza di queste cose. Perciò, sapendo com’essa è nata, non ti stupirai di come io – volendo stornare qualsiasi pericolo dal capo dei miei amici – metta al servizio di Macedonio questa mia lettera. Egli ha insistito a lungo con me affinché ti chiedessi un favore, ma non pensare che abbia fatto ciò perché è dell’idea che tu sia uno che concede favori facilmente o che conceda tutto ciò che gli viene richiesto: sei tu, piuttosto, che conferisci di tua volontà ciò che ti sembra corrispondere al giusto. E in verità, chiunque non obblighi i suoi amici ad assumere un comportamento irreprensibile, si mette per giunta a biasimare la figlia di Giove2, che ha trattenuto presso il suo vestibolo tutte le grazie. Ma che tu favorisca chi non ti chiede nulla di irragionevole è cosa evidente a tutti. Giudica ora se la mia richiesta sia da respingere:
Macedonio si era preso in moglie un donna che aveva già avuto un figlio dal primo marito. Questo figlio, ora, è morto. Spererei dunque che fosse la madre ad ereditare i campi che erano appartenuti al figlio, piuttosto del nonno di quest’ultimo3. Mi piacerebbe che qualche riguardo dovuto al proprio onore potesse indurre il nonno a mettere da parte i suoi diritti legali e a preferire il ricevimento di una lode alla consegna di quanto gli spetterebbe a norma di legge. Rivolgi pertanto i tuoi sforzi a convincere costui che sarebbe per lui assai più encomiabile rinunciare ad esercitare i propri diritti, che non pretendere quanto è suo. Il tuo intervento sarà doppiamente persuasivo: prima di tutto perché padroneggi l’arte oratoria, e in secondo luogo perché sei detentore del potere supremo. Ho sentito inoltre che questo vecchio è smanioso di farsi una buona reputazione, e che nel corso della sua esistenza ha sempre preferito accumulare fama che ricchezze. Non tardare, quindi, a scrivergli e a comunicare con lui: compirai in tal modo un’azione più umana di qualsiasi legge. Non pensare neanche lontanamente che accetterò come scusa una frase come: “Questi non sono affari che ci competono”, o – vuota giustificazione – che non sei in grado di persuaderlo: essere lo strumento che consentirà alla madre del fanciullo morto di arricchirsi e al di lui padre putativo di accrescere la propria fama non sarà affatto motivo di disonore per te. Ogni parola pronunciata da te farà una forte impressione su chi ti ascolta.
6. Epistola 591
Le leggi – e io stesso – faranno in modo che anche il più irraggiungibile degli schiavi sia punito per ciò che ha detto e fatto. Ma tu, assieme all’Impero, mostra di possedere anche la stessa benevolenza che Prisciano1 dimostrò a Seleuco. Comportandoti in tal modo, indurrai i precettori di Arrabio – mi riferisco soprattutto a Calliopo2 – e suo padre a trattarlo con maggiore indulgenza. In fin dei conti Seleuco3 ha sposato la donna che è la figlia di uno e la sorella dell’altro. Oltre a ciò, ti prego, assisti quest’uomo, che nelle tue lettere hai così grandemente onorato, anche prove nei suoi progressi nel campo letterario.
7. Epistola 602
Vorresti farmi davvero credere che non prendi alcuna cura di quanto sta capitando ad Ulpiano e a Palladio1, che non consideri più nessuno di loro come amico, che non li stimi come oratori e che non rammenti più di come costoro ti abbiano in passato assistito con i loro amichevoli servizi? Queste voci, che non voglio stare a ripetere, circolano per bocca di diverse persone. Al contrario, io non credo a nessuna di esse, e a quanto si dice al tuo riguardo. Tuttavia, scrivi e confutale. Farai un favore a te stesso e a me.
8. Epistola 670 (362 d.C.)
Ho assolto i miei obblighi nei confronti di Aristofane1, ma tu, di converso, mi hai dato tali prove di veemente affetto da soddisfare ampiamente uomini e dèi. Così, ora, mi sono visto librato in cielo, innalzato dalla tua lettera, che mi ha ispirato con simili speranze e che ha contribuito ad abbellire la mia orazione2 di tutto ciò che necessitava: la ricchezza di Mida, la bellezza di Nireo3, la rapidità di Crisone4, la forza di Polidama5, la spada di Peleo6, e tutto il resto appare piccolo ai miei occhi. Anche il nettare degli dèi, che ho agognato a lungo di assaporare, non è in grado di farmi provare l’immenso piacere che ora avverto, da quando il mio Principe – alla stregua di un antico seguace di Platone, che ne seguiva le dottrine pur non comprendendole appieno – ha lodato il modo in cui esprimo i miei sentimenti, ha ammirato la mia orazione e non ha soltanto promesso che mi farà dona di qualcosa ma – cosa assai più degna di onore – ha garantito che mi consulterà intorno alle decisioni che egli dovrà prendere. Coloro che osservano l’apparizione della costellazione della Capretta7 non sempre ottengono in cambio ciò che desiderano, ma io – anche se non mi aspettavo nulla di tutto ciò – sono stato ben più fortunato di costoro. E se io volessi ottenere un altro favore, l’Imperatore, imitando la Divinità, si dimostrerebbe sempre generoso. La tua lettera, pertanto, sarà apposta a mo’ di premessa alla mia orazione, per far così sapere a tutti gli Elleni che il mio dardo non è stato scagliato invano: difatti, grazie a ciò che ti ho scritto, Aristofane sarà colmato di onori, così come è stato per me grazie alla tua risposta. O meglio, entrambi saremo glorificati grazie a quanto è stato scritto e da quanto ci è stato da te concesso, ed ognuno di noi è onorato per aver ricevuto entrambe le cose.
Ma ora saresti quasi divertito nell’apprendere che Aristofane è stato terrorizzato. Uno dei tuoi soliti attendenti ci ha informati che – una volta giunto presso di te con le lettere – gli è stato proibito l’accesso alla tua persona, perché, gli è stato detto, eri impegnato a comporre un’orazione. Questo fatto generò immediatamente la preoccupazione che tu fossi determinato a controbattere negativamente alla mia orazione8 e che fossi intenzionato a confutare il tuo stesso maestro e ad annientare Aristofane alla stregua del Nilo9. Ci rivolgemmo pertanto con sollecitazione all’eccellente Elpidio, il quale, avendo appreso il motivo della nostra ansia, scoppiò a ridere. Rinfrancammo pertanto i nostri spiriti, e poco dopo ricevetti la tua elegante lettera.
9. Epistola 712 (361 d.C.)
Sebbene abbia più volte maledetto quel viaggio, faticoso com’era1, ho tuttavia maledetto assai di più me stesso, per aver fatto ritorno così presto, invece di recarmi nel luogo più appropriato, dove avrei potuto far indugiare i miei occhi sino al mattino successivo, quando il sole sarebbe sorto, ed avrei potuto godere di quel divino spettacolo. Ed è inoltre così sfortunata quella città che non può nemmeno offrirmi quest’estrema consolazione. La chiamo sfortunata non solo perché priva delle cose necessarie alla vita, ma perché è stata giudicata folle, invidiosa ed ingrata2 da colui la cui prudenza supera persino i suoi stessi dominî, pur estesi come essi sono. Mentre Alcimo3 si trovava al mio fianco, disponevo di una persona che ascoltava con pazienza i miei autorimproveri e le mie vanterie intorno ai segni di distinzione che tu avevi fatto mostra di accordarmi. Ma dopo la sua partenza, considerando il soffitto della stanza come il mio solo amico, mi sono messo a fissarlo mentre me ne stavo sdraiato a letto, e mi dicevo: “Ora l’Imperatore mi manderà a chiamare…ora farò il mio ingresso nella sala ove lui si trova e, non appena me l’avrà concesso, mi siederò…ora inizierò ad implorare il perdono per la città, e mi sarà permesso di intercedere davanti a lui in favore di coloro che lo hanno offeso…ma egli prevarrà sulle mie argomentazioni: è così forte e potente la sua eloquenza! E sebbene io mi opporrò, nulla potrà far venir meno il suo risentimento”. Partecipando, di recente, a questo banchetto nuziale, ho consolato me stesso ed ho implorato gli dèi affinché, innanzitutto, essi ti concedessero di superare i tuoi nemici e, secondariamente, e di farti tornare ben disposto nei nostri confronti come lo eri un tempo. Ho inoltre rivolto loro una terza richiesta, che essi hanno ascoltato ma che non menzionerò in questa sede. Non avrei dovuto nemmeno, ad essere sinceri, dire che non l’avrei menzionata. Difatti, tu sei sufficientemente acuto da immaginare che questa terza richiesta rivolta agli dèi concerne ciò che spero in questo momento. Ma, a dire il vero, apprendo ora che tu sceglierai altrimenti4.
Ora però pensa a oltrepassare i due fiumi; travolgi gli arcieri5 più impetuoso di un torrente; solo in seguito dì ciò che pensi. Ma non cessare di consolarmi, come puoi, per la tua assenza. Da parte mia ti invierò delle lettere e ti esorterò a rispondervi anche nel bel mezzo delle battaglie, poiché sono convinto che tu possegga un Genio che ti consenta, nel medesimo istante, di comandare un’armata, combattere un avversario e corrispondere con un amico. Mi sono informato moltissimo intorno alle tue gesta, sebbene sia obbligato, al momento, ad ascoltare solamente ciò che vorrei vedere di persona. Beato Seleuco, che può godere di questo glorioso spettacolo, e che ha saggiamente preferito l’onore di servire un tale Principe a quello derivato dal vivere una buona moglie e dall’avere un’amatissima figlia.
10. Epistola 622 (363 d.C.)
Questo Alessandro1, nominato per la prima volta in vita sua governatore, mi ha dato in un primo momento, lo confesso, parecchio sconcerto, e non solo a me, ma anche ai personaggi più importanti che vivono fra noi, e che ne sono rimasti assai insoddisfatti. L’avevo trovato una persona priva di onore, ingiuriosa e indegna di elevarsi ad una simile posizione di comando. Sembrava che il suo fine dichiarato fosse quello di indebolire piuttosto che di migliorare la nostra città. Ma adesso i buoni risultati di questa severità sono talmente evidenti che debbo ritrattare2. Quelli infatti che un tempo passavano il loro tempo alle terme ed andavano a dormire a mezzogiorno, ora – imitando i costumi degli Spartani – lavorano instancabilmente non solo durante il giorno, ma anche per una non piccola parte della notte, fissi ormai davanti all’ingresso della residenza di Alessandro. E quando, dall’interno dell’abitazione, egli urla un ordine, tutto si mette istantaneamente in moto. Da allora in poi non ci fu più bisogno di porre mano alla spada, poiché le sue minacce – da sole – ebbero il potere di rendere modesto lo sfrontato industrioso il pigro. Calliope fu poi onorevolmente celebrata – secondo quanto avevi ordinato – non solo con l’allestimento di corse di bighe, ma anche con esibizioni in teatro. Oltre a ciò, sono offerti dei sacrifici agli dèi all’interno dei teatri, senza che noi si debba fare il minimo cambiamento rispetto alle nostre abitudini. Si levano pertanto fragorosi applausi, e fra questi stessi applausi gli dèi vengono invocati. Il governatore mostra di essere deliziato da quest’applauso, e fa sì che esso cresca d’intensità. Tutto ciò dimostra, o Principe, che compiere delle divinazioni3 è affare della massima importanza e, come insegna questo caso, è il miglio modo per governare una famiglia, una città, una nazione ed un Impero.
11. Epistola 1035
Per tutta una serie di motivi ero felice di vedere Ablabio, ma soprattutto perché egli mi recava una tua lettera. Prima di mettermi a biasimare te, dovrei piuttosto detestare me stesso: difatti, hai avuto un’attenzione così grande nei miei confronti – pur nel bel mezzo di questa tediosa guerra – che nessuno tranne avrebbe potuto trovare il tempo di scrivermi, anche se, in questo caso, era per parlare a mio discredito. Tutta la faccenda sembra alquanto comica, e sono persino da perdonare coloro che, pur di adulare una persona (te) ne calunniano un’altra: d’altro canto, tu hai agito come a te è parso più opportuno. L’adulazione è il mestiere di costoro, necessario al loro sostentamento come remare è indispensabile ai marinai. Questo cosiddetto saggio che mi calunnia dinanzi a te – della cui esistenza Ablabio mi ha informato, pur non facendomi il suo nome (ma ho capito ugualmente chi sia) – non mi hai mai dato, in passato alcuna preoccupazione, di nessun conto. Posso perciò rimproverargli questa cosa solamente, ossia che egli, nel parlare di me, era colpevole di un solecismo: difatti io, sebbene non imputabile di alcuna offesa, sono stato da lui – a parole – relegato fra i barbari1. Informalo di questa sua mancanza, e raccomandagli, per il futuro, di evitare di incorrere in simili errori. Egli potrà poi, se la cosa gli fa piacere, parlare ancora male di me, ma almeno non lo fare in modo così privo di buon gusto. D’altronde temo che quest’uomo sia incorreggibile. Se comunque dovesse ancora offendere le tue orecchie con le sue calunnie e tu desiderassi punirlo, puoi ottenere facilmente lo scopo confinandolo in casa sua per un pomeriggio ed obbligandolo a rimanervi. E se, dopo questo trattamento, egli dovesse insuperbire ancora di più e dovesse – per così dire – sputare nella coppa di vino che tu stesso gli hai pagato, non devi fare altro che ripetere la punizione. Non puoi infliggergliene una peggiore: ciò terrà efficacemente a freno la sua lingua licenziosa. Ma, nel caso mi sia sbagliato intorno alla sua identità e qualunque sia il vero nome, fammelo sapere, cosicché, se un domani dovessi scrivergli un elogio, egli non resterà anonimo.
12. Epistola 1125 (358 d.C.)
Ahimè, ahimè! Quant’è insaziabile il tuo desiderio di apprendere sempre di più! Possiedi già la palma dell’eloquenza, strappata ad altri che ti si sono dimostrati inferiori, eppure
Insieme buon re e valoroso guerriero1
Altri sovrani hanno recitato un ruolo e noi lo abbiamo applaudito, ma tu eccelli veramente in entrambe queste qualità. Come sarebbe possibile parlare in modo più adeguato delle tue imprese usando parole migliori di quelle adoperate da te stesso nella precedente lettera che mi inviasti? Come immagino che farai, dopo aver soggiogato gli oratori di Fenicia, troverai altresì il tempo di amministrare la giustizia per i tuoi sudditi, gestire la guerra contro i barbari e superare di gran lunga l’usuale livello di coloro che compongono discorsi. Sebbene io non sia ansioso riguardo al futuro, sarà con estremo piacere che saluterò questa tua strage di barbari come una vittoria. Quando lo sconfitto ed il vincitore sono amici, lo sconfitto ha diritto ad una parte del trionfo, poiché – essendo amici – spartiranno ogni cosa2.
13. Epistola 1392 1
Gemello mi funge da tramite ed è mio amico: con i suoi costumi egli non porta affatto discredito alla propria famiglia. Se egli fosse stato in possesso di molto denaro e di un vasto patrimonio terriero, da lungo tempo egli avrebbe potuto trovare un impiego pubblico. Ma la sua disponibilità finanziaria è limitata, ragion per cui egli ha imboccato uno stile di vita che potrebbe preservarlo dalle lacrime e dalle sciagure, ricompensa inevitabile per coloro che le cariche pubbliche hanno ridotto in povertà.
Egli è lieto di espletare, sotto il tuo controllo, il presente incarico: difatti, uno come te non fallisce mai nel ripagare con la giusta moneta chi ha commesso un crimine, o nell’onorare chi si è comportato in modo giusto ed equo. Non pochi sono infatti coloro che guardano alla giustizia e all’onestà come a qualcosa di spregevole, e di conseguenza le disdegnano. Ma la tua condotta è assai diversa: pur essendo di nobili origini e ben istruito, nondimeno la tua gloria maggiore ti deriva dall’essere virtuoso nei confronti delle numerose nazioni che governi. Di ciò Gemello è testimone. E se fosse possibile che egli potesse ricevere qualche ricompensa in seguito a questa mia lettera, fa’ in modo, ti prego, che egli ne risulti obbligato nei tuoi confronti e non nei miei, che ho solo espresso un parere.
14. Epistola 1490
Abbiamo stretto un reciproco accordo, secondo cui io ti avrei scritto a vantaggio dei miei amici, e che – se le loro richieste fossero state ragionevoli – tu li avresti aiutati. Del tuo supporto è stato per primo Iperechio a raccogliere i frutti: egli era stato a lungo vessato ed oppresso da alcuni individui che si erano proposti di ottenere da lui un illecito guadagno. Costui era stato mio allievo ai vecchi tempi, in cui le cose mi andavano bene: così giudico infatti l’epoca in cui risiedevo a Nicomedia, e non perché in quella città godessi di una particolare salute, ma per gli eccellenti amici che il soggiorno in essa mi ha procurato, molti dei quali non sono più tra noi. Quest’uomo, le cui speranze sono ora affidate a te, viene da Ankara: nessuno lo supera in eloquenza, ed è ineguagliabile nei costumi. Provo nei suoi confronti un affetto simile a quello di un padre. Non posso vederlo sottoposto ad ingiurie senza prestargli la mia assistenza e pregare anche altri affinché lo soccorrano. E se, in questa circostanza, sei dell’idea che io abbia ben agito, dimostrami con le tue azioni che approvi la mia condotta.
15. Epistola 3 del libro II (363 d.C.)
Questo Panegirico, che contiene il racconto di alcune delle tue gloriose imprese, ti onora non solo tributandoti delle lodi, ma anche una sincera ammirazione. E come tu – elevato ad un così alto rango – non scordi ciò che hai imparato, anch’io ho cercato di darti ciò che neanche Demostene aveva scritto con più vigore, o Socrate aveva espresso più piacevolmente o Platone con più ricchezza. Tu affermi che ti ho attribuito, con i miei scritti, una gloria più grande di quella che ti proviene in effetti dalle tue fortunate imprese. La mia opinione è assai diversa. Ad essere sinceri, nonostante i miei numerosi studi e gli sforzi di creare qualcosa di elaborato, fatico ad esaltare adeguatamente il tuo nome, come se le mie forze non bastassero allo scopo. Ciò che ho compiuto, l’ho compiuto con grande piacere. Ma rifulgono così tanto le lodi che ti meriteresti, che persino l’ingegno più rustico compirebbe un’opera sufficientemente apprezzabile, e ciò per merito della dignità del soggetto da trattare. Ragion per cui, nonostante tutto, sono le tue imprese a costituire i più nobili ornamenti della mia orazione. E così, sebbene io abbia tentato di illustrare quelle tue azioni che per loro stessa natura rifulgono, in realtà non ho fatto altro che dare lustro a me stesso. Stando così le cose, non hai alcun motivo di ringraziarmi, o anche solo di pensare di essere in debito con me. Pensa piuttosto che sono stato io ad acquisire splendore dalle tue superbe imprese, con la speranza che i successi che ti attendono in futuro non mi saranno comunicati solo tramite una lettera.
16. Epistola 14 del libro II
Riesco a stento a crederci, nonostante nulla possa essere più certo di ciò. Nel separarmi da te, in obbedienza ad un tuo ordine e per un motivo urgente, mi sono allontanato dalla tua presenza sia volontariamente che contro i miei desideri. A volte penso che potrei trascurare più tranquillamente le esigenze primarie della mia esistenza che non i tuoi ordini. Ogni mansione che mi ritrovo a compiere, per quanto importante, mi sembra una quisquilia; viceversa, per quanto irrilevante sia un ordine che ricevo da te, mi sono abituato a considerarlo più dolce dell’ambrosia. A causa di ciò, ogni volta che tu me lo comandi, io vorrei congedarmi non solo da te, ma anche da me stesso. Di conseguenza, poiché ti considero la mia personale divinità, senza di te niente mi sembra piacevole. Mi ritorni continuamente in mente: dovunque mi par di sentire risuonare la voce di Giuliano, e dovunque vedo riflessa l’immagine della mia venerabile divinità. E quando un dolce sonno viene a ristorare le mie stanche membra, tu mi appari nelle sembianze degli dèi immortali, e la mia mente – separata e lontana dal corpo – pare volare a te, abbracciarti, cingerti, in una parola venerarti. Se ciò è quello che mi attende nel momento in cui avrò terminato la mia vita, spero che questo possa essere il mio ultimo giorno. Suvvia, non far sì che io sia sottoposto ancora più a lungo ad un simile tormento: ti supplico di darmi il permesso di ritornare presso di te e – una volta al tuo cospetto – di poter adorare la tua divinità, che, sebbene assente, ho già ammirato e venerato. Se ciò non mi sarà permesso (ma so che la tua indulgenza mi esaudirà), preferirei di gran lunga essere bandito non solo dalla città che amo così tanto, ma anche dal mondo intero.
Note bibliografiche:
1 Questa lettera è una delle prime tre pubblicate dal FABRICIUS, unitamente ad una traduzione latina, nella sua Bibliotheca Graeca, vol. 7, p. 397. nell’edizione di WOLFIUS essa è la 33esima.
2 Nicomedia, capitale della Bitinia, era considerata, per la bellezza del proprio sito, per la magnificenza dei suoi edifici, la sua estensione e la ricchezza, la quinta città del mondo; fu distrutta da un terremoto il 24 agosto del 358 d.C., terremoto seguito da un incendio che durò per 5 giorni. Prendendola da Libanio, ho inserito nel II volume una monodia su questo evento. Giuliano era solo un Cesare quando visitò la città, ed ordinò pertanto di ricostruire la città durante il suo tragitto di trasferimento da Costantinopoli ad Antiochia, il 15 maggio del 362 d.C., dopo essere asceso al trono dell’Impero. Un altro terremoto – che colpì inoltre Costantinopoli e Nicea – si abbatté poi anche su Nicomedia, il 1° gennaio del 363 d.C.
3 OMERO, Odissea, 24.60.
4 OMERO, Iliade, 16.459.
5 Un filosofo a cui Giuliano aveva indirizzato la sua 57esima lettera. Libanio gli indirizzò inoltre una serie di lettere, menzionandolo in numerose altre.
6 WOLFIUS: “Non sono riuscito a rintracciare queste parole negli scritti di Sofocle”.
7 Probabilmente le sue vittorie sui Franchi Salii e sui Camariani. Cfr. GIULIANO, Lettera agli Ateniesi.
8 Oggi perduto.
9 Era stato prefetto di Bitinia. Libanio lo loda in numerose altre lettere, e in alcune altre, indirizzate proprio a lui.
10 Ὁ Βασιλευ. Sebbene Giuliano fosse all’epoca solo un Cesare, come appare da altre passaggi dell’epistola, sia Fabricius che Wolfius hanno tradotto questa parola col termine latino imperator. Ma Βασιλευς era un appellativo spesso adoperato per i Caesari.
1 Giuliano si trovava allora in Ionia, provincia dell’Asia.
2 Lo scoliasta ha annotato: “Anticamente gli Ioni presso Smirne dedussero una colonia ad Antiochia, e questa ristabilì più tardi con essi delle relazioni”.
1 Il manoscritto Barroci aggiunge al nome Ιουλιανος l’epiteto Καισαρος ("Cesare") ma il manoscritto Mediceo B., recita: Κάλαραλω ("esecrabile"). WOLFIUS.
2 Nella sua 3943sima lettera, Libanio scrive: “L’eccellente Anatolio ha riportato due vittorie su di noi”.
3 I Sofisti erano soliti chiamare i loro discepoli “figli”; cfr. EUNAPIO quando cita Giuliano.
4 Il cupo e sospettoso Costanzo II, che aveva mandato a morte tutti i suoi parenti maschi, ma che ora aveva bisogno in Gallia di un personaggio malleabile come Giuliano.
5 Giuliano amava le lettere lunghe, come appare dalla seconda epistole che egli indirizzò a Proeresio.
6 Costanzo II.
7 Nella sua Vita, LIBANIO scrive: “Libanio amava Giuliano per quello che era, ma altri lo amavano solo per le sue ricchezze”.
8 Si tratta di un proverbio. Anfiarao e Capaneo erano due dei sette condottieri che andarono contro Tebe. Capaneo era universalmente considerato, nell’antichità, simbolo dell’amicizia, poiché egli – dimostrando grande generosità, viveva in modo frugale e parsimonioso, assai attento ai bisogni dei suoi amici. La seconda parte del proverbio è invece un oracolo che Apollo rivolse agli abitanti di Egina, citato da uno scoliasta di Teocrito. Costoro avevano chiesto all’oracolo chi fosse il più coraggioso fra i Greci, in seguito ad una vittoria navale da essi riportata, ma l’oracolo diede loro una risposta minimizzante.
1 È ignoto a quale orazione si riferisca la presente lettera.
1 Figlio di Pelagio di Ciro, città della Siria, era un oratore ed un filosofo. Libanio lo loda in una nutrita serie di lettere, di cui tre inviate proprio a lui, una delle quali contiene delle felicitazioni per il suo matrimonio.
2 Cioè Δικε, dea della giustizia.
3 Per la legge romana, la madre non aveva alcun diritto di ereditare le proprietà dei figli.
1 Prisciano era un eccellente retore, e proprio per tale fama fu invitato da Giuliano a Costantinopoli. Libanio gli indirizzò una serie di lettere.
2 Dalle lettere che Libanio gli indirizzò, si evince che Calliopo era un retore.
3 Seleuco è indicato come un amico in numerose lettere di Libanio, e non poche di esse sono indirizzate a lui.
1 Due oratore frequentemente nominati da Libanio.
1 Quest’orazione per Aristofane figlio di Menandro, un Corinzio, era stata pronunciata contro la severa punizione inflittagli dal prefetto d’Egitto per aver consultato degli astrologi, ed è conservata fra le opere di LIBANIO, vol. II, p. 210 ssg., WOLFIUS. In essa si racconta che Aristofane era stato arrestato, fustigato e imprigionato.
2 La lettera di Giuliano, di cui questa costituisce la risposta, è la 68esima del suo epistolario.
3 OMERO, Iliade, 671.
4 Crisone, nativo di Imera, aveva ottenuto 3 vittorie ai Giochi Olimpici.
5 Un famoso lottatore della Tessaglia che aveva strangolato un leone sul monte Olimpo, domato un toro selvaggio e bloccato un carro trainato da focosi destrieri. Fu colpito a morte da una pietra sotto cui si era riparato da una tempesta, dopo essersi vantato che avrebbe potuto sostenere il peso della stessa roccia. Quest’ultima aveva iniziato a franare quando i suoi compagni se ne erano andati (cfr. MORERI). Libanio lo menziona nella sua 16esima orazione.
6 Peleo aveva ricevuto in dono da Vulcano una spada con la quale poteva difendersi da tutti gli attacchi, come apprendiamo da un’annotazione di uno scoliasta alla Quarta Nemea di PINDARO, verso 88. Cfr. WOLFIUS.
7 Un’espressione proverbiale per indicare coloro che – per oni cosa desiderata – riponevano le loro speranze nell’osservazione della Capretta (Amaltea, n.d.T.), un tempo nutrice di Giove ed ora mutata in Costellazione. Cfr. ERASMUS.
8 Quella a favore di Aristofane.
9 Con un’inondazione – s’intende – di eloquenza.
1 Il viaggio in questione è ignoto. Forse si trattava di un pellegrinaggio al monte Cassio (cf. GIULIANO, Misopogon, p. 282), dove sorgeva un tempio dedicato a Giove, a 15 miglia (una giornata di viaggio) da Antiochia, che Giuliano, tuttavia, compì numerose volte durante il suo soggiorno in città. “Da lì”, dice AMMIANO MARCELLINO, Storie, XXII, 14, “al secondo canto del gallo, già si vedono le prime aurore”.
2 S’intende Antiochia, che fu in seguito afflitta da una carestia ed esposta al risentimento dell’Imperatore per aver disprezzato il suo editto che avrebbe dovuto abbassare i prezzi dei beni di prima necessità e, come se non fosse abbastanza, riversando del sarcasmo su Giuliano stesso. Ciò apparì chiaro dall’ambasciata che il nostro Libanio inviò a Giuliano per parlare a favore degli Antiocheni, che figura come la seconda nel volume che contiene le sue opere, p. 151, oltre che dalla sua orazione De Imperatoris ira, che – rimasta fino a poco tempo fa inedita – è stata ora inserita dal sapiente FABRICIUS nella sua Bibliotheca Graeca, vol. 7, p 207. Cfr. WOLFIUS.
3 Un personaggio nativo di Nicomedia, come si apprende da una serie di lettere indirizzategli da Libanio.
4 Si riferisce alla conclusione di un matrimonio a cui Giuliano era avverso. WOLFIUS
5 I Persiani.
1 Costui è lo stesso Alessandro di cui AMMIANO MARCELLINO, Storie, XXIII, 2, dice: “Quando Giuliano stava per uscire da Antiochia, mise a capo dell’amministrazione della provincia di Siria un certo Alessandro di Eliopoli, persona turbolenta e crudele; e Giuliano andava dicendo che non era lui ad essersi meritato la carica, ma che un magistrato di quel tipo era adattissimo agli Antiocheni, avidi di guadagni e insolenti”. Come traspare chiaramente dalla lettera, Giuliano ha messo la città in mano ad un uomo che lui stesso giudicava inadatto, ma che gli abitanti cristiani della metropoli temevano li obbligasse – nel tentativo di restaurare il paganesimo – ad applaudire le cerimonie pagane sotto la minaccia della spada.
2 Proverbio desunto da Stesicoro.
3 Libanio sta qui adulando Giuliano, come se quest’ultimo avesse appreso tramite la divinazione che Alessandro era l’uomo adatto a governare la Siria e gli Antiocheni, WOLFIUS.
1 Libanio ridicolizza il suo detrattore, che si è reso simile ad un barbaro, parlando male di Libanio in modo “barbarico”.
1 OMERO, Iliade, III, 178.
2 Il proverbio è citato da EURIPIDE nel suo Oreste, con le stesse parole. Cfr. GREGORIO DI NAZIANZO, Lettera 64.
Traduzione a cura di Mirko Rizzotto, prefazione di Alessio Cittadini
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