L’assedio di Costantinopoli -Eroismi,valore d’arme scoramento e paure nell’ultima ora di Bisanzio

Il seguente articolo di Massimo Romiti è tratto dal numero 7/8 Luglio/Agosto 1996 ,pag 11- 1
Un rumore cupo,sordo seguito da una nuvola bianca di polvere annunciò il 4 aprile del 1453 l’arrivo di Mehemet II davanti Costantinopoli.
Già da tempo la città si era preparata alla difesa,tutti i settori delle mura erano stati rafforzati e a ciascuno era stato assegnato un capitano:ora la nuova Roma,la capitale dell’impero d’Oriente,giaceva sulle rive del Bosforo immobile e silenziosa davanti a duecentocinquantamila uomini del giovane sultano.
Mentre le varie unità affluivano nella pianura antistante le mura terrestri,gli ufficiali dei genieri indicavano a ciascuno il luogo dove accamparsi.
Sotto l’insegna della mezzaluna bianca in campo rosso ,l’enorme fermento sembrava contorcersi,rigirarsi su se stesso per poi rifluire lungo tutta la zona davanti le difese,ogni corpo nel settore assegnato.
Si distinguevano le tende bianche dei giannizzeri,l’immensa massa dell’accampamento degli asapi,poi i fanti della rumelia,del Caucaso,le truppe volontarie i soldati inviati dalle provincie tributarie,serbi,bosniaci croati,bulgari,romeni,ungheresi,albanesi
E anche greci,i corpi speciali dei genieri,artiglieri,balestrieri,i cavalli ulufedji,garib-yigiltler,i battaglioni dei dalkicci,poi cammelli,cavalli ,carriaggi.
Tutto si disponeva intorno alla triplice fila di mura come una gigantesca multicolore,chiassosa ma micidiale tenaglia.
Lungo le mura e sulle torri osservavano inquieti il dispiegarsi del turco i diciasettemila difensori aggrappandosi con la speranza alle imponenti difese. Bellissime con i loro mattoni di pietra bianca alternati a file di laterizio rossi,le mura di Costantinopoli furono costruite da Teodosio II nel 430 d.c. e per secoli salvarono la città dai numerosi assedianti.
“Ma le forze dell’imperatore erano esigue ,così come esigue erano le sue finanze.”
Frettolosamente gli ultimi due imperatori avevano cercato di riparare nel modo migliore la triplice cerchie di mura ormai in disuso e quasi in rovina per l’incuria.
Tutto lo sforzo della difesa si concentrò nel primo contrafforte e nel fossato antistante mentre incautamente vennero trascurati i bastioni più alti che avrebbero potuto garantire una maggiore protezione ai difensori.
Ma le forze dell’imperatore erano esigue ,così come esigue erano le sue finanze ,la popolazione stessa nonostante le accurate suppliche dell’autokrator e il pericolo imminente,partecipò controvoglia all’onere della difesa e più volte rifiutò il contributo straordinario richiesto per provvedere all’equipaggiamento e al soldo dei difensori
Dalla Porta di San Romano il capitano delle guardie bizantine rompeva il cupo silenzio indicando con voce monocorde ,appena le riconosceva le varie formazioni nemiche ,al fianco stava silenzioso l’imperatore Costantino XI Paleologo figlio di Manuele II e Elena Dragas,accanto a lui il Megaduca Giovanni Notaras e il protostrator comandante generale della difesa Giovanni Giustiniani Longo,(un capitano di ventura genovese giunto nella città il 26 gennaio con quattrocento mercenari chioti). Gli altri capitani erano poi bizantini,genovesi,un tedesco,un vicentino e soprattutto veneziani perché di Venezia era lo sforzo principale nella difesa della città.
Intanto nel Corno d’Oro era stata tesa la lunga catena di ferro che ne bloccava l’accesso,un lato poggiava alla torre del Kentanarion l‘altro capo alle mura della fortezza Galata.
Dietro,a vigilare sullo sbarramento cinque trireme veneziane,poi navi anconetane ,genovesi,bizantine e veneto-cretesi.Sopra ogni altra cosa inquietarono i difensori le artiglierie dei turchi ,ma soprattutto l’enorme bombarda di Mehemet.Ne avevano sentito parlare a lungo di questo spaventoso ordigno costruito dall’ungherese Urban,il cannone che il mondo avesse mai conosciuto,quasi quarantotto tonnellate di peso,una canna di 3,50 metri e un calibro di quasi 90 centimetri.
Ci volle circa un mese per trasportare l’enorme fusto dalla capitale turca di Edirne (Adrianopoli) davanti Costantinopoli e con sgomento i difensori videro l’enorme bocca da fuoco schierata davanti la porta di San Romano l’11 di Aprile ;accanto i turchi collocarono altre due bocche da fuoco che con i loro tiri avrebbero aiutato ad aggiustare la traettoria della grossa bombarda.Questo per tutta la durata dell’assedio avrebbe sparato sette volte al giorno le sue enormi palle di basalto,e ogni mattina il primo tiro avrebbe indicato ai turchi e ai bizantini dove si sarebbe concentrato il bombardamento. La superiorità del turco era schiacciante,solo un aiuto dall’occidente avrebbe potuto salvare l’impero.
“Più si faceva critica la situazione ,più il popolo bizantino si attaccava tenacemente alle sue tradizioni e sentimenti religiosi”.
Già l’impero,quello che continuava a chiamarsi Impero d’Oriente era ormai ridotto al territorio della sola Costantinopoli,da più di un secolo la sua sopravvivenza era legata ai voleri del Sultano.Invano gli ultimi imperatori avevano cercato presso le corti europee aiuti.
Anche l’idea di fare un muro contro l’Infedele facendo della città l’ultimo baluardo della fede cristiana,trovò nella divisione delle due Chiese un ostacolo insormontabile.
Tuttavia per superare le barriere dottrinali si era arrivati nel 1452 alla riunione delle due Chiese separate dallo scisma del 951.Inferocita la popolazione aveva rifiutato la liturgia latina dichiarando di preferire il turco al rito romano, più si faceva critica la situazione ,più il popolo bizantino si attaccava tenacemente alle sue tradizioni e sentimenti religiosi.
All’inarrestabile declino militare ed economico si aggiunse la straordinaria espansione turca ,l’Impero incapace di riorganizzare le proprie strutture bloccato dalle dispute religiose perse drammaticamente potere e soprattutto terreno davanti alle armate turche.
L’occidente preso dalle sue lotte si disinteressò progressivamente a Costantinopoli,Alfonso d’Aragona il sovrano occidentale più potente che avrebbe potuto fornire aiuti,mirava in realtà a creare un nuovo impero latino d’Oriente e il Papa Nicolò V ,nonostante i proclami contro l’infedele,destinò le sue non sterminate risorse al re di Napoli per assecondare le sue mire espansionistiche,Venezia e Genova avevano trovato altre aree commerciali più redditizie oltre ad essere costantemente impegnate in estenuanti lotte per la supremazia navale e commerciale in oriente.
Bisanzio era da tempo una città-stato pedina nelle mani degli occidentali e del sultano ,protagonista di eventi che venivano decisi fuori dai suoi confini.Così quando la situazione precipitò con la formale dichiarazione di guerra del sultano all’Impero nel luglio del 1452 era troppo tardi.
Venezia si affrettò ad inviare ”quello che poteva” la perdita della città avrebbe significato perdita di privilegi commerciali,perdita di beni,ma soprattutto avrebbe significato sostenere tutta la spinta offensiva turca contro tutti i suoi possedimenti nel Mediterraneo.
Gli unici consistenti aiuti furono le due galee genovesi con quattrocento uomini al comando del capitano di ventura Giovanni Giustiniani e altri duecento uomini portati dal cardinale Isidoro di Kiev,la flotta della Serenissima comandata da Jacopo Loredan si arrestò invece ad Eubea e non raggiunse mai Costantinopoli.
In passato fu la superiorità militare bizantina a salvare la città,ora questa era in mano al nemico con un imponente schieramento di cannoni utilizzati in misura mai vista prima,nessuno aveva calcolato gli effetti distruttivi del massiccio impiego delle artiglierie e fino all’ultimo il mondo occidentale fidò nella triplice cerchia di mura .
Lentamente la città cominciò ad essere soffocata con un blocco navale e poi terrestre,nella speranza che le allarmanti notizie sollevassero le l’interesse degli occidentali ai bizantini non restò che prepararsi da soli alla difesa.
Il 12 di aprile arrivarono 300 navi turche al comando dell’ammiraglio Balta Oghlu attraccando nel porto del Diplokionon,il blocco della città fu così completato.
Un bombandamento intenso e incessante
Intanto le artiglierie cominciarono la loro opera demolitrice ,i pesanti proiettili di pietra frantumavano le pietre calcaree e i laterizi aprendo ampie faglie nella linea delle mura,uno strato di polvere biancastra rimaneva permanentemente sospeso lungo le difese nascondendo dietro un nebuloso sipario il sole : sarebbe continuata così fino all’ultimo giorno ,un bombardamento intenso ed incessante che con le sue nuvole di polvere avrebbe dato l’idea di combattere in un continuo crepuscolo.
Il 18 di aprile alle due del mattino l’esercito di Mehmet II sferrò il primo e violentissimo attacco ;i cannoni tuonarono in sequenza e l’onda umana della fanteria anatolica si lanciò all’attacco,un movimento incessante di centinaia di scale che si agitavano sotto le mura ,i corpi dei genieri che cercavano di riempire il fossato davanti al primo muro ,i difensori che lanciavano tutto quello che potevano per spezzare la feroce volontà degli assedianti.
Alle prime luci dell’alba dopo un alternarsi di crolli di scale ,arretramenti improvvisi ,nuovi e furiosi attacchi al rumore assordante dei tamburi,i Turchi infine si ritirarono accusando pesantissime perdite.
Il 20 di aprile tre navi genovesi e una bizantina cariche di aiuti arrivarono davanti ai Dardanelli ma una improvvisa bonaccia li fece arrestare.
Stavano lì quasi immobili ,la flotta turca uscì dal porto del Dipliokonion per intercettarle,i genovesi manovrarono abilmente proteggendo la nave bizantina carica di grano,una salva di proiettili e palle incendiarie investì le prime navi turche che rompendo l’ordine di battaglia crearono lo scompiglio nella flotta.
La battaglia si accese furiosa con i genovesi che resistettero accanitamente;infine quando calò la sera e la flotta turca con l’ammiraglio Balta Oglhu gravemente ferito fu costretta a ritirarsi.
Allora Mehemet furioso si precipitò al porto e destituì l’ammiraglio e ne nominò un altro –Hamza Beg –mentre a notte fonda il veneziano Gabriele Trevisan uscì con tre galee riuscendo a rimorchiare nel Corno d’Oro le quattro navi bloccate dalla bonaccia.
Il 22 di aprile il sultano attuò uno stratagemma suggerito probabilmente da qualcuno che aveva assistito alla stessa manovra attuata dai veneziani sul lago di Garda. [1]
Fece trasportare via terra dal porto del Diplokionon sulla collina di Galata circa sessanta navi.Trascinate lungo i rulli di legno ingrassate e sospinte dalle loro vele spiegate ,le fuste furono fatte salire sulla cima della collina e poi fatte ridiscendere rapidamente tra lo sgomento dei difensori,in una insenatura del Corno d’Oro;lo sbarramento della catena di ferro era aggirato e i Turchi potevano ora bombardare la città anche dal mare.Dopo aver urgentemente convocato una riunione del consiglio di difesa in Santa Maria,veneziani e bizantini alcuni giorni dopo cercarono in una sortita notturna di incendiare le barche nemiche lanciandogli contro due piccole imbarcazioni imbottite di esplosivo.
I turchi a conoscenza del progetto,forse per delazione genovese,respinsero gli assalitori infliggendo loro pesanti perdite.
I bizantini diffidarono delle ambigue proposte turche
Verso la fine del mese il sultano propose probabilmente una resa ai bizantini che prevedeva la consegna della città,l’esodo degli abitanti e il pagamento di centomila solidi.
I bizantini diffidarono delle ambigue proposte turche e soprattutto non si fidarono della parola di Mehemet decidendo così di continuare la difesa. Intanto le artiglierie intensificarono i bombardamenti ,le gigantesche palle di pietra continuarono ad abbattersi sulle mura demolendo lentamente torri e camminamenti.
Il 7 maggio alle quattro del mattino un’ondata di trentamila uomini si lanciò nuovamente contro le difese terrestri,ancora una volta la massa della fanteria anatolica attaccò disperatamente i bastioni lottando per rimanere aggrappata alle difese,le scale afferravano le mura proiettando sulla sommità file di uomini che sembravano non esaurirsi mai.
La lotta intorno al palazzo imperiale fu spaventosa e gli assalitori riuscirono ad incendiarla ,ma rapidamente bizantini e veneziani riuscirono a ripararla chiudendola con un muro di fortuna.
Lo sforzo dei difensori riuscì ancora una volta a sopraffare la tenacia turca e dopo alcune ore l’onda umana si ritirò al suono di tamburi lasciando il campo e i fossati ricoperti di una moltitudine di cadaveri e feriti.
Il 9 maggio vista la situazione sempre più critica ,il consiglio veneziano decise di far scendere a terra i circa quattrocento uomini navi alla fonda per impiegarli nella difesa terrestre .
Un nuovo e più violento attacco turco fu sferrato alla mezzanotte del 12 maggio ,nuovamente la zona del Palazzo Imperiale subì ‘urto più duro.
I Turchi,protetti dall’oscurità,premevano per sfondare la porta già danneggiata nel precedente attacco,questa volta gli uomini del sultano riuscirono a raggiungere in numero considerevole le mura e la lotta si accese disperata sui merli,ma gli atti di valore dei difensori decimarono nuovamente le loro fila.
Nei giorni successivi mentre i bombardamenti continuavano incessanti e la flotta turca tentò per ben due volte,il 16 e 17 maggio,di spezzare la catena di sbarramento al Corno D’oro ma sempre le galere veneziane e latine riuscirono a respingere l’assalto.
Mentre davanti la catena infuriava lo scontro,venne scoperta nei pressi della porta Caligaria una galleria. L’obbiettivo era far crollare con una mina dalle fondamenta la porta .[ ]
La lotta sotterranea fu affidata a Giovanni Gant,un tedesco mastro minatore e aiutante di Giustiniani.Una lotta fatta di uno spasmodico continuo ascoltare le vibrazioni e i rumori del sottosuolo per intercettare la pericolosissima e oscura minaccia ,da una parte il tedesco dall’altra i genieri turchi aiutati dai mastri minatori serbi di Novo Brdo.
Per ben sei volte Gant intercettò il minaccioso artiglio sotterraneo che avanzava lentamente e inesorabilmente e per ben sei volte con delle contromine seppellì sotto tonnellate di terra gli assalitori davanti la porta Caligaria.[ ]
Il 19 maggio i turchi costruirono poi un ponte di legno nella parte settentrionale del Corno d’Oro realizzando in questo modo un più stretto collegamento tra le armate accampate al di qua e al di là dell’insenatura.
Il 26 di maggio Mehemet fece proclamare dai suoi araldi tre giorni di digiuno e dispose il piano dell’attacco finale:l’ammiraglio Hamza Beg con la flotta avrebbe circondato le mura marittime ,Saghanos Pasa avrebbe investito le mura marittime verso il Corno d’Oro ,Quaragia Beg, Ishaq Pasa ,Sarugia Pasa e il Sultano stesso le mura terrestri.
Nella città nel frattempo una folla silenziosa seguiva lungo l’arteria principale ,la Mese,l’icona della Madonna ,la Theotokos, protettrice della città e dell’impero. Un incidente capitò durante la processione e ciò fu accolto come un presagio funesto e la sensazione che la Vergine non avrebbe più protetto la sua città.
Mentre si svolgeva il rituale giro della città ,l’antica icona della Theotokos cadde dal baldacchino e a memoria d’uomo un simile evento non si era mai verificato.
Una improvvisa angoscia mista a terrore paralizzarono la folla enfatizzato da un improvviso e violento temporale di sapore divino che investì Costantinopoli.
Non poteva esserci presagio peggiore ,una cupa rassegnazione calò sugli abitanti.
Il 28 maggio i muezzin annunciarono che l’indomani si sarebbe svolto l’attacco finale. Il rullo dei tamburi e il lungo suono dei corni animarono l’accampamento ,intorno alle centinaia di falò cominciarono ad agitarsi senza sosta la moltitudine dei soldati, alcuni accompagnavano le sfrenate danze dei dervisci,altri ascoltavano le esortazioni dei veterani ,altri ancora gridavano versetti del Corano invocando il Sultano ed Allah mentre i monaci musulmani, gli zuhhad, percorrevano freneticamente l’accampamento promettendo a quanti sarebbero caduti in combattimento il paradiso degli eroi;era un agitarsi contorto che sembrava scuotere in ondate continue l’accampamento.
Alla testa di diecimila cavalieri contornato di decine di stendarti di seta Mehemet II si diresse verso il porto del Diplokionion per ispezionare la flotta ,intanto migliaia di punti luminosi tremolanti ondeggiavano sul mare d’inchiostro ,erano piccoli pezzi di legno ricoperti di resina cui i soldati turchi avevano dato fuoco gettandoli nel Bosforo .Poi verso la mezzanotte quando gli assalitori completarono lo schieramento d’attacco,il silenzio calò sul campo ,rimasero solo le migliaia di torce che rivelarono la sterminata macchina da guerra turca ,un’inquietante collana di infiniti e brillanti punti luminosi che strozzava la città assediata.
Nel silenzio la guerra sembrò un attimo assopita come una gigantesca belva esausta e i difensori si immersero nell’ultima notte di Costantinopoli cristiana ed ultima reliquia dell’Impero Romano d’Oriente .
Riparte l'assedio
Alle due del mattino un boato spaventoso frantumò l’oscurità,l’esercito di Mehemet disposto su tre file di cinquantamila uomini ciascuna si stava muovendo all’assalto al grido di Làhilàha illallàh Muhammadum rasulùlàh (non c’è alcun Dio all’infuori di Allah:Maometto è il suo profeta).Davanti la fanteria e i giannizzeri,dietro arcieri poi balestrieri ed archibugieri.Debolmente illuminata dal chiarore della luna la prima ondata di asapi,la fanteria anatolica,raggiunse di corsa i barbacani del primo muro,sopra le loro teste passavano con un fruscio continuo nugoli di frecce scagliate per molestare i difensori.
A pochi metri le piccole bombarde bizantine fecero fuoco
Gli assalitori portavano scale ,graticci,testuggini,sbarre che emergevano dalla massa fluttuante come minacciosi uncini.
A pochi metri le piccole bombarde bizantine fecero fuoco,il rumore incessante dei tamburi e dei corni scomparve coperto dalle esplosioni.
La marea umana ondeggiò frantumandosi in infiniti gruppi,poi si appoggiarono allora alle mura i primi uomini incominciarono a salire.Dalle torri partivano intanto salve di proiettili e frecce,le parabole delle palle incendiarie,stracci impregnati di resina ,proiettili squarci di luce che rivelavano un torrente umano degli asapi lungo tutte le mura.Le palle infiammate lanciate dall’alto,quelle che bruciavano a terra,le esplosioni delle bombarde e degli archibugi, proiettarono i loro bagliori rossastri nell’oscurità rendendo ancora più terribile e inquietante la scena dominata da questo tumulto fumoso.
I tamburi tornarono a fare da sottofondo al clamore della battaglia,molte scale avevano preso fuoco e rovinavano sugli assalitori,le torri di legno sulla cui sommità gli arcieri turchi martoriavano i difensori,si avvicinavano lentamente.La massa si agitava ai piedi del primo muro spingendo sempre nuovi uomini sulla sommità dei barbacani,voci,urla,ordini si rincorrevano sopra e sotto i bastioni perdendosi nella violenza della lotta sopra tutto l’odore penetrante del petrolio e della pece che con i suoi miasmi avvolgeva difensori e assalitori.Col passare del tempo i vuoti nelle file degli asapi diventavano sempre più grande e il loro furore scemando spezzano dalla strenua resistenza ,così lasciando migliaia di uomini sul campo lentamente si ritirarono.
Il sultano fece allora avanzare la seconda ondata di truppe fresche:altri cinquantamila uomini si gettarono all’attacco.Di nuovo un ondeggiante torrente umano prese d’assalto le mura.Sugli spalti combatteva un furioso corpo a corpo con asce,lance e spade,si lanciavano pietre ,bottiglie incendiarie,frecce .Improvvisi getti di calce viva piombavano sugli assalitori che urlanti ricadevano inghiottiti dalla massa dei loro compagni.
Intorno alla porta di San Romano lo scontro era durissimo,qui lo scontro dove le difese erano state più danneggiate si concentrò lo sforzo principale del Turco.
Centinaia di scale si appoggiarono alle mura devastate dalle bombarde e riparate alla meglio,Giustiniani,dagli spalti comandava personalmente la difesa incitando bizantini,veneziani e i suoi mercenari chioti.con enorme sforzo fu respinta anche questa seconda ondata,l’area intorno alle mura e gli spalti erano ricoperti di cadaveri, feriti e corpi mutilati.
Poco prima del mattino Mehmet II ordinò alle truppe scelte di avanzare,i reggimenti dei giannizzeri,si misero in marcia con incedere grave seguiti dalle compagnie dei dalkicci e serdengestleri,intanto la grande bombarda tuonò nuovamente di nuovo la porta di San Romano.
Mentre le prime luci dell’alba cominciavano ad illuminare il massacro svoltosi nella notte,la terza ondata dapprima con incedere lento poi sempre più veloce si gettò contro le mura della porta di San Romano.
La strage fu enorme
I Giannizzeri combattendo furiosamente ,riuscirono a superare il primo muro,ma Giustiniani e gli altri con sforzo supremo,li respinsero riuscendo ad intrappolarli nel fossato tra i barbacani ed il secondo muro.
La strage fu enorme ,ma intorno alle sei del mattino un altro colpo della grossa bombarda aprì una profonda breccia nella porta.
D’impeto vi si gettarono quasi trentamila assalitori la calca fu spaventosa contemporaneamente avvenne un’infiltrazione attraverso la Kerkoporta
e i turchi cominciarono ad entrare nella città .Nel momento maggiormente critico della lotta Giustiniani,mentre combatteva in un corpo a corpo,venne colpito gravemente sotto il braccio da un colpo di lancia,i suoi compagni facendo quadrato intorno al loro comandante dopo una lotta furibonda riuscirono a portare il corpo alle navi,morirà più tardi a Chio per il dolore procuratogli dalla ferita e dall’abbandono del campo di battaglia.
I difensori accortisi che il Giustiniani lasciava ferito il campo e che contemporaneamente erano stati accerchiati,vennero allora presi dal panico,gli squadroni della difesa si disgregarono,alcuni continuarono a lottare,altre raggiunsero la città per mettersi in salvo sulle navi o per difendere la propria casa e famiglia.
L’imperatore Romano D’Oriente, Costantino XII, che combatteva al fianco del prode Giustiniano,fu coinvolto con molti dei suoi dignitari nella ressa intorno alla porta di San Romano. Lui,ultimo degli imperatori Romani e di Bisanzio,decise di rimanere davanti la porta nella calca di chi cercava di uscire per mettersi in salvo nella città,chi resisteva ai giannizzeri che avanzavano nell’indescrivibile groviglio di uomini,lance ,corpi schiacciati contro quello che rimaneva della porta.Cadde una prima volta,poi si rialzò gridando”non c’è un cristiano che mi tagli la testa?” colpito al viso continuò a combattere quando vide i nemici penetrare nella città si gettò nel mischio della mischia ed infine cadde trafitto e non riconosciuto.
Solo quando la resistenza fu definitivamente spezzata il suo corpo fu individuato e la sua testa portata al Sultano.
Con Costantino I era nata e con Costantino XII moriva la città dei Romani e dell’oriente cristiano .Costantinopoli fu abbandonata al saccheggio di prassi e la popolazione ,subì violenze di ogni genere le navi latine e veneziane,con i difensori superstiti tagliarono la catena del Corno D’Oro e riuscirono a sfuggire raggiungendo la flotta veneziana di Jacopo Loredan a Eubea.
Sul lato opposto dello stretto la città di Pera e i suoi abitanti genovesi si arresero al sultano il 1 Maggio le mura del fondaco furono abbattute,mentre la città passava sotto il controllo dei turchi” Costantinopoli stava ora deserta ,giaceva come morta,nuda,silenziosa,spogliata di ogni sua bellezza e decoro….”
Con questa ultima parte termina il mitico,doloroso ed epico assedio della città di Costantinopoli e la sua storia millenaria di capitale dell’oriente romano e cristiano
A questo articolo sono aggiunte delle note,bibliografia e foto esplicative che l’autore ha omesso nella versione originale.
"Quale città abbiamo dato in mano al saccheggio e alla distruzione"
Sultano Maometto II Foto da:
http://www.museevirtuel.ca/Exhibitions/Annodomini/THEME_14/IT/theme-it-1...
Biblioteca essenziale di riferimento
Leonardo di Chio –da – “La caduta di Costantinopoli” ed. Fondazione Valla -
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 08 febbraio 2006)
Note: [1] (tra il 1426-1454, per portare aiuti a Brescia assediata, il Senato veneziano fece infatti trasportare una flotta, composta da due galee sottili, tre fuste e venticinque copani, attraverso il Po e quindi, risalito l'Adige, fino a Mori. Servendosi di tronchi e numerosissimi buoi, le navi furono trascinate fino al lago, ora prosciugato, di Loppio. Con lo stesso sistema i veneziani trasportarono la flotta a Nago, poi lungo il pendio fino a Torbole e quindi sul lago. La ciclopica impresa della Serenissima riuscì nel suo intento, tuttavia l'anno seguente la flotta veneziana venne distrutta.)
da http://www.archeosub.it/articoli/laghi/lazise.htm
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