La formazione dell'Impero Romano d'Oriente (1a Parte)

Angelo Busacca
La tarda antichità è la delimitazione di una parte della storia che rappresenta la transizione dall’ impero romano all’impero bizantino medievale.Essa vide la formazione in occidente di un certo numero di regni “ romano-barbarici” e il consolidamento e l’affermazione di un impero romano “d’oriente”.
Ciò avvenne quando si accertò l’esistenza di una parte geografico-politica orientale con un centro, una capitale imperiale, che possedeva un Imperatore cristiano e che era munita di una religione di stato, il cristianesimo.
Il mondo mediterraneo era straordinariamente antico e contrassegnato da continuità e mutamenti: era uno spazio geopolitico. La lingua, la cultura e la storia distinguono un Mediterraneo ellenistico (e quindi orientale) da quello punico-romano: Costantinopoli, la nuova città fondata da Costantino diverrà col passare del tempo punto di convergenza e di riferimento della prima parte.
Lo sfondo romano, politico e culturale, dell’ellenismo era allo stesso tempo una sintesi di fedeltà alla tradizione e capacità di rinnovamento. Convenzionalmente una data, il 395 d. C., anno della morte di Teodosio I , segnala l’affermazione del dualismo, che però non comincia affatto in quell’anno. Il dualismo evidenzia il distacco tra oriente e occidente come diretta conseguenza della “ rivoluzione” del III e IV secolo e la fondazione di vere e proprie dinastie permette di introdurre una distinzione netta tra un Impero d’Oriente e uno d’Occidente.
L’idea di un impero universale era vecchia e derivava dall’oriente “ anteroasiatico” che la realizzò in varie tappe nel corso dei secoli, dallo stato di Akkad all’impero Assiro-Babilonese all’impero Persiano distrutto da Alessandro e poi da quest’ultimo rivitalizzato all’interno di un nuovo impero ellenistico; da Alessandro, l’idea era approdata in occidente. L’impero romano, una specie di confederazione di antiche polis ( che erano le cellule vitali della compagine) era riuscito nell’impresa di conciliare l’idea antica della polis con l’altra idea, altrettanto grande e antica, dell’impero universale, al di sopra delle polis e delle varie “ nazioni”.
Questa unità politica “supernazionale” era il palcoscenico del dramma delle “nazioni”, che attraverso varie vicissitudini e convulsioni cominciavano a delinerasi mettendo così a repentaglio l’unità politica imperiale.
L’ etnos (nazione) implicava una lingua, ma non sino al punto di approdare all’idea di Stato-Nazione ( che è un concetto molto, molto più tardo): troppo forte era ancora il contrasto con le vecchie idee delle polis e dello “ stato supernazionale”.
Mediante una escalation mediterranea l’impero romano si era esteso sino a toccare territori che all’epoca della Repubblica e poi del Principato sembravano indispensabili per assicurare protezione e arricchimento a quel mondo ormai esistente da secoli sulle rive del Mediterraneo. Al centro esisteva una “ classe agiata”, circa il 10% della popolazione, che estraeva risorse e surplus dal restante 90% composto di contadini che spesso si arrangiavano in vari modi per non morire di fame. Roma estraeva risorse dall’Africa, una delle parti meglio romanizzate, come più tardi Costantinopoli le estrarrà dall’Egitto: erano vere regioni-granaio per l’approvvigionamento delle grandi città.
L’impero romano, infatti, era un “ impero di città”: Treviri, Londra, Parigi e Colonia ospitavano sino a ventimila abitanti, lontani echi nel nord della grande vita urbana del Mediterraneo con le sue metropoli, Antiochia, Alessandria, Roma e Costantinopoli; era anche un impero “ sottogovernato” se paragonato agli standard moderni: 1 a 10.000 era il rapporto tra i funzionari e la popolazione, un “ light system” amministrativo; l’amministrazione delle città era affidata all’Ordo curiale e ai Collegia cittadini che giocavano un ruolo essenziale agendo sia da strumenti di controllo sociale su una popolazione urbana volutamente sottogovernata sia da interlocutori del potere centrale.
Tra il I e il III secolo d. C. l’impero conobbe una “ fortunata sospensione” del suo sistema politico e amministrativo, ma fra il 238 e il 270 d. C. la bancarotta, la frammentazione territoriale e una lunga serie di sconfitte misero di colpo in luce l’orgogliosa “ nonchalance” su cui poggiava il governo.
Non fu quindi un paradosso che l’impero restaurato da Diocleziano risultasse alla fine un impero nel vero senso della parola.
Intanto, ci imbattiamo in una prima dicotomia geopolitica, quella Nomadi/Sedentari. Ai margini del mondo mediterraneo non si trovava nessuna di quelle cose che randevano attraente la vita stanziale delle città. L’impero Romano e il suo rivale orientale, l’Impero Persiano, controllavano la quasi totalità del territorio urbanizzato ( in parecchi casi, da secoli) dell’Europa e dell’Asia occidentale, e così, ciascuno dei sudditi aveva finito col persuadersi che tutti gli sforzi militari fossero indirizzati alla difesa del mondo civilizzato contro un qualcosa di oscuro e sinistro, un mondo “ barbarico”. Roma aveva unito il bacino occidentale a quello orientale del Mediterraneo e aveva assorbito il lato occidentale della Mezzaluna Fertile: la Mesopotomia funzionava così da cerniera tra occidente e oriente; dopo il 240 d. C. i Sassanidi aggregarono la Mesopotamia meridionale all’Iran e all’Asia centrale: alla dicotomia nomade/sedentario si aggiungeva così anche un “ cleavage” geopolitico tra i due imperi, riattizzando un conflitto tra due stati dello stesso peso e calibro destinato a concludersi solo nel VII secolo d. C. con la sconfitta dell’ultima dinastia imperiale persiana.
Ma chi erano i nomadi? Il sostantivo greco barbaròs designa una persona diversa, uno straniero, e tutto sommato è abbastanza soft; la versione hard designa invece il barbaro come nomade, un insieme umano che occupava il gradino più basso della scala sociale della vita civilizzata.
Le pianure del nord, dalla Puszta ungherese sino all’attuale Ucraina meridionale e alle steppe dell’Asia centrale costituivano un tutto geopolitica unico. In questo spazio erano all’opera dei processi di concentrazione/diffusione di potenza che favorivano la formazione rapidissima di imperi nomatici delle steppe, aggressivi e qualche volta persino organizzati quando era in scena un qualche capo di guerra dotato di genio. Veloci e vigorosi cavalli, “ le antiche locomotive delle steppe” venivano rapidamente domati sull’esile tappeto erboso della steppa; questi animali, in numero molto elevato e montati apposta per la guerra conferivano ai nomadi il terrificante aspetto di una “ nazione in armi “ dotata di una formidabile quanto misteriosa mobilità.
Le popolazioni che subivano l’assalto dei nomadi combattevano a piedi o con una cavalleria scarsa ed erano destinate fatalmente a soccombere; a questo punto le alternative erano due: o l’incorporazione nell’orda o la fuga disperata verso il riparo costituito dall’impero romano oltre il limes Reno - Danubio.
Si trattava comunque di imperi effimeri, destinati ad apparire e a dissolversi rapidamente senza mostrare alcuna capacità di recupero. L’”invasione barbarica” del 374-378 d. C. non fu quindi nient’altro che una controllata immissione di agricoltori spaventati a morte da quello che avveniva alle loro spalle e che tentavano disperatamente di raggiungere i loro consimili d’oltrefrontiera.
I “ barbari” narravano una storia alternativa: quella di una creazione di un nuovo mondo, molto diverso da quello delle società dell’Età del Bronzo e delle epoche appena precedenti; nel V secolo d. C. questo “nuovo mondo” si impadronì delle frontiere che secondo l’ideologia imperiale dovevano costituire un confine sociale tra il mondo “civilizzato” delle città e dei sedentari e il mondo dei nomadi.
Questa “ rivoluzione spaziale” imponeva a sua volta una risposta di tipo nuovo.
Ai suoi inizi, il Principato (una forma di governo costituzionalmente ambigua) si era appoggiato sull’oligarchia senatoria che stava ormai battendo in ritirata anche economicamente. A partire dalla Casa dei Flavi, il Principe aveva ricercato legittimazione sociale presso l’Ordo equestre, mentre nel III secolo i Severi ( e prima di loro, Commodo) diventarono gli imperatori dei soldati e degli “humiliores”, della povera gente. Cominciò così ad aprirsi il varco l’idea di Monarchia, un concetto politico che il mondo occidentale in genere e la Roma delle memorie repubblicane respingeva e temeva. Già Caracalla ragionava in termini di “ Modello Alessandro” con un’ammirazione sin troppo sospetta che celava ambiziosi disegni di resa dei conti coi persiani e di conquista del mondo.
Per quanto mai codificata ufficialmente, il Principato aveva una sua Dottrina: limitare l’espansione e controllo della stabilità del Limes, per evitare di compromettere l’equilibrio delle componenti interne della società romana e la loro rispettiva influenza sul governo. A suo modo Caracalla fu un rivoluzionario, per quanto avversato e effimero: il “culto” di Alessandro, la concessione universale della cittadinanza nel 212 d. C. e il sogno di grandi imprese militari segnalavano una nuova dottrina, innovativa e più aggressiva. Nel III secolo era il Principe, il Capo dello Stato, a dare l’indirizzo politico generale, un Principe svincolato dalle leggi, secondo la definizione di Ulpiano. I poteri del Principe si tramutavano così in veri poteri legislativi, in quanto il Capo dello Stato andava allargando i limiti della sua competenza sino a non avere praticamente più ostacoli di alcun genere: ciò derivava dall’imitazione di forme di governo straniere e antiche; si trattava di una costruzione di sovranità, ossia di un potere superiore a quello di tutti i gruppi e quindi capace di costituire un unico ordinamento di governo dinanzi al quale fossero tutti “ uguali” e sottomessi.
Era una formula politica molto difficile da far trangugiare in occidente; in oriente invece la situazione era molto diversa, dato che si era al cospetto di una lunghissima tradizione monarchica; il monarca era una figura con cui la gente aveva dimestichezza, al pari della tradizione che portava sia ad attendere che a desiderare la comparsa di un sovrano: era un ideale politico-religioso in cui il sovrano si mostrava come una Personalità Sovrumana o comunque diretta in qualche modo da una serie di dei o da un unico dio. In occidente, l’idea che un uomo in mezzo agli altri potesse considerarsi divino o almeno semi-divino non era nemmeno pensabile; persino il concetto di apoteosi post mortem di un imperatore sollevava dubbi e resistenze. Insomma, nel III secolo non si era ancora superato il lontano compromesso concluso tra Ottaviano e l’aristocrazia senatoria e poi equestre della capitale.
Il III secolo d. C. fu però un periodo turbolento, in cui lo stato non si dimostrò all’altezza di mantenere l’ordine a causa del cattiva funzionamento del sistema politico; tuttavia, erano ancora a portata di mano numerose energie da spendere per un recupero. Con l’arrivo al potere di Decio si affermò una nuova aristocrazia, stavolta militare,espressione dell’establishment legionario dell’Illirico; ma prima dell’avvento dei militari vi era stato uno strano preludio. All’epoca di Elagabalo, erano stati avvistati dei prodromi di mutamento del mondo classico: dominio di una consorteria femminile, rinnovato mito di Alessandro accompagnato da uno strano pacifismo, adoratio dell’Imperatore: insomma, uno strano impero connotato da un “ femminismo d’alta classe.” Fu comunque un preludio destinato a durare poco e surclassato dal dominio militare. I soldati dell’avanzato III secolo erano inquieti a causa di disagi puramente militari, qualcosa di molto peggio che la semplice avidità di bottino o di gusto per l’avventura: era all’opera una crisi di fiducia. I soldati non si fidavano più dell’istituzione militare, un’istituzione composta di dottrine operative, strategie e armamenti. La crisi vide l’esercito confrontarsi con dei nemici che erano sì primitivi ma che si presentavano in masse innumerevoli fra le quali si trovavano anche elementi esperti delle dottrine di guerra romane per aver prestato servizio nei reparti ausiliari riuscendo così a procurarsi anche armi romane. Era necessaria una revisione dinanzi a popoli combattivi e confederati, spesso gente disperata per essere stata cacciata dalle sedi tradizionali, bisognosa di terre, di basi stabili e quindi dotata di una nuova, formidabile forza d’urto. L’esercito non pattugliava più le frontiere, non si limitava a qualche operazione di “ polizia coloniale”: adesso si trovava a fare i conti con delle orde che attaccavano in massa e decise a subire anche perdite molto elevate. Le legioni cominciarono ad avere paura del corpo a corpo; comparvero reparti più grandi di cavalleria e riserve strategiche, mentre i senatori venivano esclusi dai comandi militari, perché tutto sembrava ormai inadeguato, l’Imperatore stesso, i generali e persino la legione; questa aveva dato il meglio di sé nella battaglia campale di stampo ellenistico, dove aveva saputo fronteggiare l’impiego degli elefanti usati come “ mezzi corazzati” ed era riuscita a tenere testa, sia pure affannosamente, alle cariche della cavalleria ellenistica, dai tempi di Pirro in poi: una storia vecchi di secoli .
Ora, mentre si profilavano nuove forme organizzative civili e militari, una “ nuova classe” di Signori della Guerra-Imperatori emerse dai ranghi, una classe esperta e dotata di preparazione tecnica rigorosissima, a scapito della vecchia tradizione umanistica dei vecchi comandanti; ben presto divenne una casta professionale e una fabbrica di carriere aperte “ aux talents”.
La dicotomia Principato/Monarchia conobbe così una evoluzione a favore di quest’ultima, mentre qua e là nell’impero si producevano fenomeni di “ diffusione di potenza” che a loro volta segnalavano una futura, possibile separazione tra Oriente e Occidente.
La mancata allocazione, da parte dello stato, di un bene pubblico essenziale come la sicurezza portò al distacco della Gallia, che voleva provvedere da sola alla sua propria difesa; a sua volta Palmira, un’oasi carovaniera, simboleggiò una specie di lotta per l’indipendenza “ellenistica” contro Roma; Palmira venne però distrutta da Aureliano, un imperatore seguace del culto del Sole Invitto.
Il III secolo fu un’epoca in cui la società imperiale visse una crisi religiosa di portata rivoluzionaria, nella quale confluivano istanze spontaneamente prodottesi nella civiltà antica e istanze più “moderne” determinate dall’influenza del cristianesimo e della sua penetrazione nella società mediterranea. Al culto del Sol Invictus fu data una solenne importanza dato che era abbracciato dagli imperatori; Aureliano pretendeva che il potere imperiale derivasse dalla forza divina del Sole, un motivo non nuovo, in quanto già indicato dalla corona radiata che gli imperatori usavano portare come simbolo del loro potere. Il riconoscimento del fatto che il Sole era Dominus dell’Impero Romano, consentiva ad Aureliano, dato il potere delegato e vicario che gli derivava dall’autorità solare, di rivendicare per se stesso i due titoli di Dominus e Deus, due appellativi motivo di scandalo sino a poco tempo prima.
Dopo di lui, Diocleziano si fece rappresentare munito di Nimbus , una specie di aureola o alone di luce, mutuato pari pari dall’arte persiana contemporanea con il quale si indicava che, per ispirazione divina, dal sovrano si diffondeva su tutti gli uomini una luce da intendersi come Sapienza Straordinaria. E così, la Monarchia compiva un salto di qualità trasformandosi in Autocrazia: adesso l’apparizione del sovrano era una Epifania, con gli abiti che diventavano paramenti sacri.
Diocleziano istituì una collegialità monarchica connotata religiosamente che sembrava preludere ad una “ partitio imperii” ma che ancora non lo era. In fin dei conti, la tetrarchia era un gruppo di comandi operativi regionali, con i comandanti che viaggiavano da una sede all’altra: è opportuno parlare di sedi imperiali, e non di capitali; per quanto disertata, Roma non era sfidata da alcuna rivale e il suo statuto non era messo in discussione da nessuno.
L’impero restaurato era una compagine molto ben regolata per tentare di scongiurare i colpi di stato militari: un potere controllava l’altro sia verticalmente che orizzontalmente e il “ rendimento estrattivo”, almeno in quantità, tornò a funzionare; non era nemmeno una compagine impoverita dato che la pressione fiscale non superava il 10%, ed era molto più egualitaria del Principato, visto che la distanza tra il vertice e la base venne grandemente ridotta per mezzo delle riforme politiche e amministrative; la società che viveva in questo impero di tipo nuovo era decisamente politeista. Il cristianesimo, date che ora c’era di mezzo il culto imperiale, non era però compatibile con questo stato. Poteva perire di morte violenta, vivacchiare in qualche modo, oppure “impadronirsi” dell’impero: alla fine del III secolo la prima soluzione sembrava quella più probabile, e nessuno osava neanche immaginare il trionfo della terza.
Non era per niente scontato che il Cristianesimo avrebbe potuto spuntarla contro le religioni rivali e contro il politeismo: a quei tempi, gli dei non erano astrazioni nebulose; al contrario erano esseri vibranti e quelli che nel “ ranking” si trovavano nei posti più bassi occupavano a volte lo stesso spazio fisico degli esseri umani, coabitando con loro. I filosofi tenevano ancora banco. Bramavano una qualche unione con l’Essere (o l’Uno) e si ritenevano anime superiori che non potevano condividere i grossolani interessi della plebaglia, che disprezzavano. L’oligarchia, man mano che abbandonava le pretese di potere locale, passava dalla parte dei funzionari imperiali e tentava l’approdo a corte, oppure pensava a ingrandire le sue ricchezze: era colta e bilingue, e si contrapponeva a un mondo contadino arretrato. Gli Altri erano due: l’Altro interno, il povero diavolo, il colono, e l’Altro esterno, il barbaro, che doveva essere tenuto alla larga; data questa esclusione a priori, era ammessa una spesa esorbitante per mantenere in efficienza un costoso apparato difensivo. Non era comunque un’oligarchia totalmente esclusivista: era alquanto tollerante quanto a lingue, razze e religioni.
Il IV secolo d. C. fu ancora più rivoluzionario del III. Costantino I distrusse il sistema della tetrarchia e gli accordi tra lui e Licinio introdussero una innovazione di portata storica nel regime imperiale, perché stavolta l’impero veniva diviso in due aree di competenza le quali rimanevano distinte anche dal punto di vista dell’efficacia normativa. Nondimeno, l’Impero continuava a proclamarsi unico e indiviso: solo che ora era separato in due partes.
Costantino si sbarazzò a sua volta di Licinio come si era sbarazzato degli altri competitori e impose la Monarchia dell’Ecumene. Poi, tollerò il cristianesimo e per la prima volta nella storia introdusse un problema di “ diritto ecclesiastico”, ovvero una relazione tra lo Stato e la Chiesa istituzionalizzata. E questa chiesa era la Chiesa Cattolica, vale a dire una chiesa che conservava “ par excellence” una comunione con le altre chiese cristiane e che doveva essere riconosciuta ufficialmente dall’Impero. E non solo: lo statuto di “cattolicità” della chiesa cristiana implicava un apposito statuto per i chierici, i membri del clero e una feroce contrapposizione verso gli eretici e gli scismatici, due concetti che il mondo classico politeista non aveva mai conosciuto. Naturalmente, l’Impero venne trascinato di peso in questa lotta senza esclusione di colpi. Già nel 325, in occasione del Concilio di Nicea doveva affrontarsi la questione ariana e venne definito il concetto cattolico di Monarchia divina nel quadro del dogma Trinitario.
Il potere di Costantino si opponeva al potere dei Vescovi nelle varie ecclesie: era un potere “ nel secolo”, in genere su quelli “ che erano fuori” dall’organizzazione ecclesiastica, perché ormai era comparsa e si stava affermando una nuova “ ruling class” religiosa, parallela a quella civile, il Clero.
Diocleziano era stato un conservatore con tutti e due i piedi all’interno del Principato, che voleva riformare: era un “ pompiere” che tentava di spegnere l’incendio che stava divorando il vecchio mondo, riformando molto meno di quello che gli viene generalmente attribuito; Costantino invece interpretò il ruolo del vero “ rivoluzionario” del mondo antico: costruì un nuovo stato con tutti gli elementi che si trovò sottomano e realizzò nientemeno che una Monarchia per grazia di Dio, un Dio che era quello dei cristiani, e fondò la prima vera dinastia dell’Impero Romano.
Era una rivoluzione culturale,oltre che politica, dato che cambiavano gli interlocutori del potere, sia a livello centrale che locale. Nel passato, una qualche forma di devotio assicurava un fido sostegno all’autorità centrale di un ampio e vario gruppo di notabili locali detentori di prestigio, potere e ricchezza all’interno delle città. Con l’affermazione del potere dei Vescovi cristiani si ebbe il pieno riconoscimento di una nuova forma di potere locale che talvolta poteva assumere anche delle connotazioni sinistre: le città erano cambiate e nuovi leaders occupavano la scena, soprattutto nella parte orientale.
Le province orientali si estendevano dal Danubio all’Eufrate, dal Mar Nero al Nilo e alla Cirenaica, un’area che oggi abbraccia non meno di dieci stati moderni. Si trattava di una potente “confederazione di regioni” che esprimeva una classe dirigente che si vantava di manifestare una strenua fedeltà ad un impero romano ancora “ tecnicamente” indiviso. Sino al 395 d. C. e costantemente da allora in poi, le province orientali furono governate da un imperatore che per sua volontà, oppure perché non aveva altra scelta, permetteva a un collega occidentale di controllare le province latine dell’impero. Tra il IV e il V secolo d. C. comparve uno stato romano “tipicamente orientale” che fu il predecessore dell’Impero Bizantino, con un’area greca e una medio-orientale in cui la lingua siriano-copta era l’ultima e più flessibile versione della lingua parlata una volta dai Faraoni. Tutti facevano parte di un sistema politico che però era ancora, e lo sarebbe rimasto a lungo, saldamente e aggressivamente romano, e in cui il latino era ancora l’idioma nativo di quasi tutti gli imperatori dell’epoca. Se nel II secolo i greci potevano vantarsi di far parte di una “federazione di poleis”, tutte le città delle province orientali passarono rapidamente in secondo piano rispetto alla Nuova Città di Costantino (330). In cambio, la nuova Città, e quindi la nuova Corte Cristiana,offrirono un rinnovato patriottismo che coinvolgeva tutti. Questo era incentrato sulla Persona e sulla Missione di un Sovrano Universale inviato da Dio, la cui vasta sollecitudine ridusse la devotio delle vecchie città a una faccenda anacronistica.
L’Impero in oriente restò una civiltà urbana, con Costantinopoli che chiamava alla resa dei conti rivali come Alessandria e Antiochia e dominava tutte le altre città , espressioni della vecchia civiltà urbana dell’ellenismo che aveva un tempo espresso delle forme greche di “ paideia”, ossia una buona educazione riservata ad una élite selezionata che si contrapponeva ad un’umanità varia e ordinaria e che aveva nel filosofo la sua punta di diamante.
Il filosofo era la figura-chiave del mondo antico nella sua manifestazione greco-romana, una figura che faceva i conti col potere e non di rado teneva duro nei confronti di questo, si trattasse di un signore della guerra macedone, di un monarca ellenistico o di un imperatore romano. Era il vertice di una piramide immaginaria che collegava alla corte imperiale una rete discreta ma efficace e persistente, di persuasione e anche di opposizione esercitata dalle classi “ alte”.
Man mano che il IV secolo passava, il filosofo venne messo in discussione e contrastato da due nuovissime figure, il Vescovo e poi il monaco. I vescovi vennero a costituire il nuovo strato dominante cittadino sul quale si appoggiò la nuova amministrazione. I Vescovi erano potenti perché cumulavano ricchezza e potere in una maniera un tempo sconosciuta ai vecchi curiali, cui avevano sottratto persino la funzione giurisdizionale. Sin dal 250 d. C. il Cristianesimo aveva costituito un problema “ a raggio d’Impero”, perché mostrava una gerarchia potente e riconoscibile con dei capi prestigiosi e eminenti, garanti di una coesione e di una crescita che assumeva caratteri sempre più impetuosi. Era una leggenda quella che dipingeva il cristianesimo come la religione dei poveracci e degli sventurati, costretta a rifugiarsi sottoterra per scampare alla furia omicida delle persecuzioni: per dirne una, in Asia Minore, tutta l’alta borghesia era cristiana. Il cristianesimo imboccò improvvisamente una via un tempo inimmaginabile e insperata, quella di impadronirsi dell’Impero stesso dall’interno, scardinando man mano il mondo antico dei filosofi e del politeismo sin dalle fondamenta, a cominciare dalla parte orientale del bacino mediterraneo. In cambio, era in grado di offrire un ordine alternativo e trascendente in cui “ l’alto” e “il basso” si incontravano da eguali in quanto soggetti allo stesso modo alla legge suprema dell’Unico e Vero Dio. Le chiese radunavano assemblee disciplinate; i diaconi controllavano il movimento in entrata per esaminare gli estranei; sempre i diaconi vigilavano affinché nessuno bisbigliasse, si addormentasse o addirittura ridesse durante l’Officio.
La Chiesa cristiana giocava la partita lanciando slogan e messaggi di portata collettiva, come quelli della salvezza e del peccato; la salvezza implicava anche i modi per guadagnarsela, come il martirio, sia i mezzi per annientare ( è la parola) l’idolatria e il demonio.
I cristiani non negavano l’esistenza degli dei, tutt’altro; secondo loro però, gli dei incappavano in nuova forma di declassamento perché erano ritenuti incredibilmente malvagi, e il politeismo, alla resa dei conti, esisteva solo per negare l’esistenza del Vero Dio. Dal 312 d. C. in poi, il cristianesimo combattè una lotta feroce al suo interno per annientare le eresie e all’esterno per estirpare il politeismo pagano, e riuscì a spuntarla in tutte e due le contese con l’appoggio dello stato. Era il momento del Trionfo, il trionfo sul peccato e sulla morte, il mistero dei misteri. Fu una lotta scatenata e condotta da un gruppo che era nel complesso minoritario ma profondamente orgoglioso, che spingeva con tutti i mezzi per una cambiamento radicale di mentalità sociale e religiosa a spese delle credenze tradizionali della maggior parte della popolazione. C’era un certo compiacimento intellettuale dei Padri della Chiesa nel prendere di petto il paganesimo, che assomigliava all’altezzoso estraneamento del vecchio filosofo rispetto all’ambiente sociale in cui viveva; ma quest’ultimo era un tipo solitario che, sempre da solo, cercava la sua “ via per la vita”. Padri e Vescovi erano funzionali (e funzionari) a una istituzione che giorno dopo giorno assumeva caratteri temibili e pervasivi. Secondo loro, il paganesimo era una superstizione da maledire e distruggere, per quanto fosse stato relegato ai margini, robaccia volgare di donnette e fattucchiere, di stolidi paesani completamente esclusi dagli spettacolari cambiamenti avvenuti nella vita urbana dell’impero. Il cristianesimo stava così compiendo una rivoluzione a colpi di filosofia della storia e replicando una gerarchia sociale: vescovi, preti,diaconi, clero minore erano nient’altro che un “ordo” in miniatura, articolato come un consiglio municipale e tenacemente attaccato ai propri privilegi; il Vescovo era diventato una specie di “ ombusdman” ante-litteram, un giudice-arbitro dei comportamenti, non solo religiosi, di tutta la comunità locale; assicurava una qualche protezione sociale che dava sollievo ai poveri delle città, un “ sollievo” che era anche una forma di discreto ma efficace controllo sociale. Il clero divenne un nuovo gruppo sociale e locale, privilegiato e ambizioso come tutti i nuovi gruppi in ascesa. Al contrario dei Funzionari Palatini, non era però una élite vera e propria, dato che le sue origini erano alquanto disparate; non di rado, i Vescovi erano dei caporioni turbolenti coi quali fare i conti in maniera pericolosa.
L’affermazione del nuovo gruppo permise un controllo della vita urbana molto più efficace che nel passato; il vecchio ordo finì in un angolo mentre i funzionari imperiali trovavano più conveniente trattare vis-à-vis coi Vescovi. Le campagne erano ancora in ebollizione, e nelle campagne si realizzarono le forme più radicali ed estremiste del cristianesimo. Infatti, era ormai il tempo degli Eremicoi , gli eremiti, prototipi di tutti gli eremiti dei tempi a venire.
Erano esseri umani isolati, solitari, scontrosi e misantropi, i Monachoi, i monaci, “ coloro che se ne stanno soli”. Il monaco era l’antitesi del filosofo: questo era espressione delle classi colte superiori, il monaco quasi sempre era un poveraccio espressione delle classi subalterne che in città erano state messe “ alla catena” dai cristiani di alto rango, i Vescovi.
In città tutte le classi furono coinvolte nelle dispute religiose del IV e V secolo d. C.: vennero provocati tumulti, dato che in tutto l’impero la faziosità cristiana produsse un inasprimento evidente del clima di violenza: sembra che i gruppi cristiani si comportassero, gli uni contro gli altri ( e non solo), come delle “ bestie selvagge”. Quelli che tentavano in qualche modo di sfuggire a questi istinti disertavano il mondo: ecco così apparire una nuova dicotomia, quella Deserto/Mondo.
Erano due spazi contigui ma concettualmente separati: il deserto era associato con “ la vita angelica” dell’asceta, il mondo con tutta una serie di obblighi sociali da adempiere. Ma l’asceta credeva seriamente di poter riconquistare il paradiso sulla terra a forza di digiuni, rinunzie, automortificazioni e duelli a morte col diavolo tentatore, scorciatoie verso la purezza; era insomma la fabbrica di un uomo nuovo, fatto stavolta per la santità. E la santità faceva presa sugli umori collettivi, producendo grandiosi pellegrinaggi verso uomini di riconosciuta e collaudata purezza, uomini come gli stiliti, che incarnavano una nuova e ancor più drammatica forma di cristianesimo.
Il mondo stava cambiando, e che stesse cambiando apparve drammaticamente chiaro a Giuliano, l’ultimo esponente della dinastia di Costantino. Lui stesso un filosofo, si rese conto che i filosofi stavano battendo clamorosamente in ritirata, correndo persino il rischio di fare una brutta fine dinanzi alla marea montante del cristianesimo.
Se Costantino fu il primo imperatore romano designato come Isoapostolos ( eguale agli apostoli), il suo tardo successore Giuliano ne fu l’antitesi: l’Apostata. La partita del IV secolo e delle sorti stesse dell’impero si giocò a distanza tra queste due figure gigantesche, quanto a portata storica. Giuliano aveva misurato la potenza in ascesa del cristianesimo e tentò di combatterlo con un’arma intelligente ma spuntata, l’idea di una contro-chiesa, istituzionalizzando il paganesimo. Ma le masse non erano dalla sua parte, e nemmeno le città; Costantinopoli lo disprezzava, e così decise di appoggiarsi su Antiochia, forse sperando di soppiantare così la capitale cristiana. Ma pure Antiochia fu una delusione, e inoltre ebbe poco tempo a disposizione per implementare la sua politica. Alla fine giocò la carta della guerra persiana per risolvere una volta per tutte la questione orientale e “tentare un recupero degli dei…” Gli andò male, e venne ucciso in combattimento.
Dopo di lui si succedettero dinastie tutte cristiane che accentuarono il processo di separazione dell’oriente dall’occidente. Una separazione che si stava rivelando tale anche sul piano linguistico e culturale; il rilancio della cultura siriano-copta preludeva ad un risveglio regionale che culminerà nel distacco dalla comunità imperiale al momento dell’espansione araba (VII secolo d. C.) mentre i
motivi popolari stavano penetrando vigorosamente nella cultura di élite elaborata dall’ellenismo; se l’uomo antico era agitato da un certo senso del dramma, adesso questo si placava nella conquista di un nuovo ideale religioso di cui tutti avvertivano il bisogno, la fede.
A oriente era nata una capitale imperiale che ne era quasi da subito diventata la testa, la testa di un impero che stava conoscendo una gestazione lunga più di un secolo, un lasso di tempo necessariamente lungo per mettere finalmente in mostra la sua unità geografica, la sua identità politica e infine, i caratteri propri della sua civiltà.
Roma non aveva soffocato l’ellenismo ma lo aveva sapientemente assorbito in un processo più che secolare; politicamente, però, aveva modellato l’oriente entro strutture che derivavano da un “Diverso Altrove ” e che avevano funzionato mediante un “ modello esportativo” che aveva il suo vettore nella lingua latina. Nel V secolo, la lingua greca sparì dalla chiesa di Roma mentre il latino, se si eccettua l’amministrazione imperiale, scomparve dall’oriente. Roma aveva recuperato l’opera civilizzatrice di Atene e ne aveva estesi stavolta tutti i benefici all’intera ecumene ad occidente dell’odierno Irak: grazie alla potenza romana, l’ellenismo aveva trovato alla fine la propria vocazione ecumenica; a sua volta, in una specie di osmosi, grazie all’ellenismo l’impero romano era divenuto a sua volta universale.
Ora Costantinopoli trasformò progressivamente le province orientali in una Pars Orientalis, e infine in un Impero Romano d’Oriente. Una frontiera interna si stabilì tra le due metà del mondo romano, frontiera politico-militare e anche linguistica tra il mondo “ greco” e il mondo “ latino, mentre il dualismo tentava di sorreggersi a stento su una finzione: un impero unico retto da una “coppia” di imperatori e da una “ doppia” capitale. La nuova civiltà dell’Impero Romano d’Oriente era alquanto strana: fedelissima a un tempo all’antica, e nondimeno, originalissima per la nuova realtà sociale: un’immagine esatta ma rovesciata dello stesso Impero Romano.
Costantinopoli era rivoluzionaria, al pari del suo fondatore: in primo luogo perché si poneva come nuova ( non seconda) capitale imperiale, affiancandosi a Roma non come mera copia ( anche se alle origini se ne cercavano affannosamente le somiglianze),e surclassando tutte le possibili rivali ( e quindi tutte le possibili forme alternative dell’impero) in oriente; in secondo luogo, perché nacque subito cristiana: appoggiandosi sul Medio-oriente, Costantinopoli riportò alla ribalta un mondo antichissimo.
Alla fine, gli imperatori avevano terminato i loro viaggi; la Corte di Costantinopoli divenne stabile, almeno da Arcadio in poi. La Corte era il centro di una società di “ nouveaux hommes” usciti dalle rivoluzioni del III e IV secolo che avevano data la scalata al potere in maniera spettacolare; non avevano trovato alcuna difficoltà nell’abbandonare le istanze conservatrici per abbracciare la “moda” ( che però era tutt’altro che momentanea), il cristianesimo, sia per sincera convinzione, sia per opportunismo, visto che era la fede dei loro datori di lavoro, gli imperatori. Con le figure dei filosofi in via di estinzione, i burocrati erano diventati anche raffinati intellettuali, mandarini orientali espressione di una cultura uniforme ma priva di particolare “élan”. Con la creazione di un nuovo Senato, che non era una assemblea vecchio stampo di ricchi réntiers agrari, ma un vero organo amministrativo assimilabile a una curia cittadina “in grande”, senatori e funzionari Palatini diedero vita all’ élite politico- amministrativa e culturale dell’impero romano d’Oriente. Un’élite esclusiva e attentissima nel controllare i militari, la cui “ irresistibile ascesa” datava dai giorni del III secolo.
I militari sfidarono l’establishment civile più volte finendo inevitabilmente sconfitti: Arcadio si liberò sia di Alarico che di Gainas e provocò in qualche modo la caduta di Stilicone in occidente, Leone I tolse di mezzo violentemente Aspar l’Alano trasformando contemporaneamente gli Isaurici da pericolosi lupacchiotti in cani da pastore, l’isaurico Tarasicodissa- Zenone si destreggiò a sua volta tra Teodorico Strabone, Teodorico l’Amalo, Illo l’Isaurico e persino sua suocera Verina, instancabile organizzatrice di congiure.
I Signori della Guerra non ebbero vita facile in oriente, e l’élite palatina alla fine si aggiudicò l’intera posta in palio: il risultato fu il consolidamento dell’Impero Romano d’Oriente e la contemporanea rinuncia (quanto a malincuore non si sa) alle province “latine” dell’occidente. Era chiaro che in Oriente l’imperatore poteva ormai vantarsi che “l’Etat c’est moi”, un vanto che entusiasmava i suoi sudditi abitanti di una capitale che ormai possedeva veramente l’imperatore.
Con Teodosio II, Costantinopoli divenne la città dominante, con una Corte, gli Uffici Palatini, un Senato, una Chiesa-Patriarcato, un complesso sistema di fortificazioni e uno “spazio politico,” l’ippodromo; l’esercito e i Foederati barbari erano tenuti a freno e a “ distanza di sicurezza”, con cinque comandi, ripartiti tra Illirico, Tracia e Oriente (i fronti danubiano e persiano, caratterizzati da pericoli ad alta intensità) e due“ in praesenti”, evitando così l’errore commesso in occidente di concentrare il potere militare nelle mani di un unico Signore della Guerra. E Costantinopoli aveva il suo popolo, orgoglioso, presuntuoso, litigioso, diviso in fazioni chiassose, tumultuanti e persino devastatrici, pronto a contestare personalmente l’imperatore prendendolo a sassate e definendolo “asino”. Attraverso lezioni “salutari”, il potere del Palazzo gli ricordava però di tanto in tanto che la politica non era un piacevole passatempo.
Nel V e nel VI secolo, si trovavano mescolati a Costantinopoli l’orgoglio di una antica polis e il morale elevato di una capitale-postazione avanzata che poteva contare sulle grandi risorse di un impero mediorientale di lingua greca. A Costantinopoli, la tentazione storica dell’impero romano di diventare una aristocrazia militare venne messa da parte senza troppo clamore, con le buone e più spesso con le cattive. Come abbiamo ricordato, nel V secolo, l’esercito romano in oriente fu sopraffatto da una èlite di alti funzionari , di ufficiali palatini e esponenti burocratici a riposo che risiedevano tutti a palazzo e nella città; a sua volta, il palazzo era diventato città nella città, fortezza nella fortezza, dove il cerimoniale imperiale veniva regolato e codificato in ogni minimo dettaglio in maniera minuziosa e pedante. Se Teodosio I, imperatore e generale come altri prima di lui, era comparso a più riprese sul campo di battaglia, suo figlio maggiore Arcadio e suo nipote Teodosio II sparirono dalla circolazione e dalla vista dei sudditi non muovendosi mai dal palazzo, se si eccettuano particolari ricorrenze con itinerari prestabiliti; nondimeno, erano informati su tutto. Con le sole eccezioni di Zenone e Anastasio, di rado c’erano imperatori energici; in genere, era gente laboriosa e pia, a volte di cultura raffinata, ma tutto sommato di ristrette vedute; veri poteri dietro il trono erano le donne, le Auguste, personalità forti che davano il tono all’indirizzo politico generale.
Grazie a questo establishment civile, colto e profondamente cristiano, personalità del calibro di Anastasio e Giustiniano I si imposero come massimi prodotti di un governo svincolato dal controllo dei militari, dato che i civili che costituivano la classe politica dell’impero in oriente avevano appreso il mestiere alla dura scuola della sopravvivenza.
Da un punto di vista ideale, l’impero romano non doveva avere rivali nel mondo, ma l’élite di governo era geopoliticamente avveduta, capace di leggere gli eventi e di elaborare una specie di “ grande strategia”. Si sapeva che l’occidente, nel V secolo, si era “ sganciato”; già negli anni attorno al 420 era chiaro che laggiù non ci sarebbe stata nessuna possibilità di recupero. L’apparato militare e fiscale introdotto nel IV secolo aveva mostrato i suoi limiti nell’assicurare il bene pubblico più prezioso, la sicurezza: le frontiere non erano state protette e così l’occidente si frantumò trasformandosi in un mosaico di regioni separate e autosufficienti. Il provincialismo interno che da sempre aveva connotato l’occidente stavolta ebbe partita vinta. Sparita l’”assicurazione sulla vita” costituita dalla sicurezza, le élites tornarono a volgersi alle lealtà locali. Con formidabile tenacia, i “romani” di svariate regioni ricollocarono la loro posizione sociale in una situazione politica e militare che ormai era post-imperiale: più o meno tutti erano consapevoli che ormai un certo mondo era finito. Quello nuovo che stava emergendo vedeva la condotta dalle aristocrazie romane locali che si sforzavano in tutti i modi per mantenere il proprio potere accettando di collaborare con i Signori della Guerra non-romani. Questi ultimi erano dei parvenus divenuti potentes quasi senza accorgersene,dato che era un obiettivo che andava molto al di là delle loro possibilità; loro malgrado, si erano tramutati in “romani alternativi”, un tardo prodotto dell’impero costantiniano e teodosiano. Erano soldati di ventura, non di rado spietati e avidi di bottino, che cercavano in tutti i modi di sopravvivere in una vera jungla, al pari delle aristocrazie locali. Si trattava di Vires Militares che si erano incontrati da eguali nell’ esercito romano del tardo impero, un esercito internazionale ancora disciplinato, diversificato e costoso anche se di dubbia qualità; amavano fare la guerra e provarsi al tavolo da gioco del potere, finendo spesso coll’autodistruggersi, così come capitò a Stilicone, ad Ezio e a Ricimero, tutti grandi capi facitori di imperatori-fantocci, e a svariati altri. Distruggendo se stessi, distrussero anche il dispositivo militare in occidente: qui non vi furono epiche battaglie, cariche eroiche, lotte a morte e penose débacles, ma soltanto il silenzioso dissolvimento di un esercito.
I Vires Militares alla fine ne avevano abbastanza delle guerre, e così decisero di insediarsi una volta per sempre da qualche parte, una cosa tutt’altro che eroica, anzi, un po’“ borghese”.
Teodorico l’Amalo, un capo di guerra Ostrogoto di cui l’oriente si era sbarazzato spedendolo in Italia a far fuori Odoacre e per governarla a nome di Costantinopoli, desiderava una vita normale : “un vero goto”, diceva “ desidera essere come un romano; solo un poveraccio di romano desidererebbe essere come un goto.”
Gli ex-Signori della Guerra si affrettarono a dichiararsi leali a dei Re separati, facendola finita con le “bande rifugio”, compagnie di ventura per rinnegati di ogni tipo, e subito, la chiesa cattolica locale agì da “ fissativo” religioso e culturale che teneva sul posto popolazioni intere.
E così, l’occidente “ venne lasciato andare”, senza grandi rimpianti: l’oriente non ne aveva bisogno, se non nei sogni di riconquista di qualcuno. Costantinopoli si avviava a diventare una capitale mondiale: annoverava cinquecentomila abitanti, quattromila case cittadine appartenenti ai nobili, un miglio e mezzo di banchine per l’attracco delle navi cariche di grano che nutriva la sua popolazione, sempre più irrequieta e pericolosa; aveva un Patriarca, spesso ambizioso ed esclusivista.
Roma era uscita di scena, Ravenna era solo una capitale-rifugio in mezzo alle paludi di un regno ostrogoto. Con lo scatenarsi delle controversie cristologiche si scoprì persino un nuovo campo di gioco per uno “ sport eccitante”, il sapere dove Dio fosse di casa, se in mezzo alla gente o in cima a un grattacielo. In questa competizione le città rivali vennero surclassate una dopo l’altra, insieme ai loro patriarchi rissosi, gretti e vendicativi: gente mediocre, dopotutto, paragonabile a dei semplici consiglieri cittadini di una volta.
L’élite che governava in oriente sapeva bene che se l’impero era l’immagine di Dio sulla terra, quest’ultima mostrava insidie da maneggiare con la massima cautela; un capo di guerra unno, Attila, un uomo ossessionato dal miraggio dell’oro, aveva creato un impero di nomadi: per la prima volta, a nord, era emerso un impero di barbari che puntava alla parità con quello romano. Era un tentativo pericoloso, ma assurdo: un impero sopranazionale nomadico non ha mai offerto serie garanzie di tenuta; nondimeno, i Romani d’oriente vennero a sapere che il loro, adesso, era uno stato tra tanti altri, in un mondo che doveva essere scrutato con estrema attenzione e trattato con un abile dosaggio diplomatico. L’impero di Attila durò poco, ma l’Impero Romano d’Oriente aveva appreso la lezione e seppe applicarla bene per circa un millennio.
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