La formazione dell'Impero Romano d'Oriente (2a parte)

di Angelo Busacca
La vittoria del Fiume Freddo fu la vittoria di Teodosio I, un imperatore cristiano che chiudeva i conti con un generale franco, Arbogast, autore di un tentativo rivoluzionario pagano. Teodosio cancellò la memoria pagana in occidente e non nominò nessun nuovo Prefetto del Pretorio d’Italia e nemmeno un Prefetto della Città
Introdusse invece un funzionario straordinario, il Vice Agens Praefectus Praetorio et Urbi, questo per dare una lezione esemplare alla parte sediziosa; il funzionario speciale non aveva alcuna giurisdizione sull’Illirico, e per necessità di cose tale Prefettura rimase soggetta all’Oriente. In un colpo solo, l’occidente perse il controllo dei Balcani, un mondo ricco di possibilità economiche, minerarie e agricole, mentre sullo sfondo si andava profilando il contrasto di carattere religioso fra l’episcopato di Roma e quello di Costantinopoli, l’uno e l’altro in lotta per affermare la propria influenza sull’Illirico. Un “ cleavage” geopolitico si produsse sulla Drina, un confine tra due mondi sempre più lontani e diversi, uno destinato a conservare l’antico impero in una forma nuova e “bizantina”, l’altro avviato a rinnovarsi e trasformarsi attraverso una crisi gravissima.
La dicotomia Oriente/Occidente pose poco dopo a Stilicone un serio dilemma politico: attuare un indirizzo contrario all’Oriente o insistere con la politica dell’unificazione. Claudiano, il più abile ed efficace propagandista del Generalissimo, propugnava l’indirizzo dell’unità militare, un’unità che non era affatto riconosciuta in oriente dalla “congrega di canaglie” (“l’empia turba”) che governava Costantinopoli e che teneva in ostaggio il “pio Arcadio”. Quest’ultimo era alle prese con Alarico, uno dei prodotti della politica barbarica di suo padre; nel 395/397 Alarico, inquieto, devastava l’Illirico. Stilicone aveva una soluzione da offrire al problema: unire le forze delle due partes per fare fronte alla minaccia generale posta dai barbari; ma questo implicava il mettere piede nella parte orientale dell’Impero, una cosa avversata e temuta da Costantinopoli.
Il governo orientale risolse il problema a modo suo: nominò Alarico Magister Militum per Illiricum e poi lo incoraggiò segretamente ( ma non troppo) a comparire in Italia. Alarico a quell’epoca era estremamente insicuro: non riusciva a capire come stessero andando a finire le cose e non si fidava di nessuno, navigando a vista; ad ogni costo, cercava una “ base logistica “ dove insediare il suo popolo una volta per tutte, finendola con le peregrinazioni di contrada in contrada. Stilicone lo sapeva e percepiva il pericolo di un Alarico lanciato a briglia sciolta in Italia; per allontanarlo bisognava offrirgli sedi sicure e vettovaglie: nei Balcani, naturalmente. E così la Prefettura dell’Illirico doveva essere il prezzo da pagare per assicurare la protezione di Roma, il “ war aim” fondamentale di tutta la sua politica.
Costantinopoli però non era disposta a cedere di un millimetro. L’unità di un impero che aveva alle spalle diversi secoli di vita appariva al Consistorium di Arcadio una formula giuridica che solo alla determinazione giuridica doveva arrestarsi.
Stilicone ricorse al foedus; per bloccare Alarico bisognava distruggere le sue forze oppure avvilupparlo in una rete di accordi vantaggiosi per tutti: giocare l’Illirico significava dare a i Goti una base sicura e al tempo stesso riportarlo sotto controllo occidentale.
Il foedus del 403 (o 404) va spiegato in questo modo, e alla base di esso vi era addirittura una Dottrina Imperiale, mai ufficialmente enunciata dagli imperatori ma varie volte sperimentata e implementata.
La dottrina risaliva a Graziano, il primo figlio di Valentiniano I, e Teodosio l’aveva a sua volta adottata: era la dottrina dello Stato Romano con milizie barbariche, una forma-regime mista in cui i due elementi dovevano essere interdipendenti e strettamente legati l’uno all’altro, anche se si fondava su una dicotomia d’origine, Romania/Goti, con la prima che sempre più si andava allontanando dall’esperienza guerriera, e i secondi che assicuravano la forza combattente: era una dicotomia che aveva superato quella più antica Esercito/borghesia urbana.
A sua volta, Stilicone volle tentare una sintesi per mezzo del foedus: ciò implicava dare mano libera ad Alarico mentre lo si costringeva a una qualche forma di subordinazione all’occidente; ma era una sintesi destinata a fallire rapidamente: Stilicone incappò nella resistenza di sua moglie Serena e nel repentino dietro-front di Onorio, col risultato che i Goti si riaffacciarono pericolosamente in Italia. Era un ritorno di chi aveva sperimentato l’impossibilità di convivere con l’una o con l’altra delle due partes, e il ritorno di chi sapeva bene quanto l’occidente fosse indebolito e quanto in difficoltà si trovasse Stilicone che aveva seguito, estremizzandolo e sfidando tutti, l’indirizzo politico unitario di Teodosio. Ma ecco emergere un dato, apparentemente nuovo ma in realtà implicito nella storia e nella cultura dell’Impero: dopo più di quattro secoli, l’oriente presentava il conto a Roma nella forma di un distacco che se non lo era di diritto lo era certamente di fatto. L’impero veniva a dividersi tra due indirizzi politici che si autoescludevano e avversavano a causa del differenziale di valori culturali, mentre le differenze economiche addirittura lo acceleravano.
Si profilava un Nuovo Mondo politico che avrebbe determinato, dopo il medioevo e attraverso un processo più che secolare, la “coscienza politica occidentale” contrapposta all’Oriente. A Costantinopoli già all’epoca l’élite di governo era fortemente antioccidentale (e quindi antistiliconiana): Rufino, Eutropio, i due fratelli Cesario e Aureliano, lo stesso Gainas e poi Antemio erano tutti esecutori di un indirizzo coerente e deciso; la Corte orientale non si sbarazzava certo di colpo dell’idea giuridica dell’impero unito, ma la considerava soltanto un’unità giuridica e dinastica, senza alcuna collaborazione sul piano politico e operativo-militare. L’élite non sopportava le pretese, spesso arroganti, di un generale occidentale, e meno che mai ne condivideva la linea politica.
Stilicone si considerava l’unico esecutore testamentario di Teodosio, il vecchio amico e compagno d’armi cui l’imperatore giunto alla fine aveva conferito la protezione dei due fratelli eredi al trono e la salvaguardia dell’unità imperiale; la custodia di tale dottrina da parte di Stilicone ci mostra un’altra dicotomia, Diplomazia orientale “bizantina”/ Diplomazia occidentale, la prima un’arte tutta intellettuale, la seconda pragmatica e filogermanica, entrambe diretta derivazione di due distinte dottrine imperiali. In oriente bisognava distinguere nettamente la figura dell’Imperatore da quella della corte e del governo; l’imperatore incarnava l’immutabile unità dell’impero, il governo dell’élite rappresentava la reale tensione (e la guerra fredda) tra le due partes. L’unità delle due partes restava, ma solo su un piano ideologicamente astratto (sfera dell’imperatore), mentre la tensione e la “ guerra fredda” era il prodotto della linea adottata dai governi (sfera degli interessi) e dalle politiche che quotidianamente si proponevano; naturalmente, la tensione generava il conflitto che non era componibile costituzionalmente.
I carmi di Claudiano testimoniano a meraviglia sul piano della propaganda politica lo stato di guerra fredda intercorrente tra le due partes; vi prevale l’invettiva contro il governo di Costantinopoli, dove il Prefetto Rufino recita la parte dell’essere diabolico, causa di discordia e separazione, dove l’eunuco Eutropio è il ragno malvagio che tesse perfidi intrighi alle spalle di Arcadio, vero uomo della discordia tra i due imperatori.
Tra il 395 e il 408 la divisione tra oriente e occidente era compiuta; l’impero- Principato e poi Dominato- l’aveva sempre percepita come incombente, ma poi aveva sfoderato una singolare quanto misteriosa forza coesiva che gli permetteva di superare la dicotomia iniziale, che implicava la divisione e il contrasto; solo molto più tardi le invasioni arabe, spiazzando i rapporti culturali e commerciali, resero tale frattura irreversibile, causando uno iato preciso tra l’antica cultura e il medioevo. Senza Maometto non c’è Carlomagno: vero, ma Maometto è inconcepibile senza quella scissione tra oriente e occidente preparata nel corso di ben quattro secoli di storia dell’impero romano e che il periodo stiliconiano aveva sperimentato ( Stilicone stesso sulla sua pelle) per la prima volta nella storia romana come realtà necessaria cui nessuno poteva porre rimedio;il Commune Imperium Divisis Tantum Sedibus era minato dall’interno dal contrasto tra le due sedi divenute partes , ormai inconciliabili e avverse.
Stilicone giocava quindi una partita perdente; era uno che aveva fatto carriera, da tribunus praetorianus a Magister Utriusque Militiae, sposando persino la nipote di Teodosio, Serena. Godeva di un’autorità “ d’eccezione” conferitagli da Teodosio stesso, data la giovanissima età dei suoi successori. Il problema che aveva assillato Teodosio sino alla fine era quello dell’unità imperiale; le lunghe e sciagurate esperienze del separatismo occidentale e pagano ( Massimo e Eugenio) gli facevano intravedere una soluzione solo nella successione,costituzionalmente legittima e dinastica, dei suoi due figli. La faccenda si complicò perché Arcadio aveva appena 18 anni e Onorio addirittura 10. Teodosio doveva aver pensato che un’implementazione della sua Dottrina politica affidata a due giovincelli inesperti (e non troppo svegli) era fuori discussione; del resto, anche lui aveva tentato di attuare il suo programma con risultati effimeri e scoraggianti. C’era un vecchio amico, a portata di mano, Stilicone, un vandalo romanizzato. Teodosio era stato un soldato, prima che imperatore; era abituato al cameratismo tra compagni d’arme che si cementa sotto le tende dell’accampamento e nei rischi mortali delle battaglie: sì, Stilicone era un amico e un vecchio compagno di battaglia, presente al suo fianco in tutte le sue campagne, uno di cui ci si poteva fidare. Stilicone si ritrovò così a capo di tutte le forze militari orientali e occidentali, e il suo grado di Magister Utriusque Militiae Occidentale gli conferì un potere dittatoriale superiore agli altri quattro Magistri orientali; secondo Ambrogio, tutti e due gli imperatori erano commendati alla tutela di Stilicone, perché era Parens dell’imperatore, una combinazione micidiale e nuova di potere che rendeva Stilicone l’archetipo di tutte le dittature militari che seguirono attraverso l’intero V secolo, sino a giungere al regno ostrogoto in Italia e persino all’Esarcato bizantino di Ravenna.Stilicone univa Magisterium e Patriziato; come unico detentore di potere militare e politico, il Magister aveva acquisito un consenso e un’autorità indiscussi sull’esercito e i suoi generali: Costanzo e Ezio in seguito si mossero su questi binari, avendo maturato la loro educazione politica alla scuola di Stilicone ( Ezio anche alla “ scuola” degli Unni).
Era un’autorità eccezionale che però in oriente si vide sbarrare il passo dall’élite che contestava la certezza del Titulus, dato che la nozione di reggenza era sconosciuta al diritto romano. E così la tutela restava confinata al solo occidente e l’ideale unitario era destinato al fallimento: le due partes riconoscevano un’unità solo teorico-ideologica, mentre di fatto conducevano politiche indipendenti. Inoltre, la dittatura proiettava un’ombra sinistra. Per tutto il IV secolo l’imperatore aveva scorto nell’autorità del Magister Equitum o Peditum un limite pericoloso alla sua autorità; però, in quel periodo l’imperatore era riuscito a schivare il pericolo perché era lui stesso un Guerriero. Lo stato costantiniano fu fondato anche su tale presupposto, quello per cui l’imperatore svolgeva una funzione militare di primo ordine. Magister equitum e peditum diventavano allora due autorità che si neutralizzavano a vicenda, se era l’imperatore a condurre il gioco negli affari militari: l’imperatore guerriero era l’autorità livellatrice dei capi militari presenti nel governo e nel Consistorium. Ma con l’arrivo sulla scena di una figura come Stilicone, una figura “sovrana” dato che decideva sullo stato di eccezione, l’imperatore perdeva l’imperium militare.
Al suo posto c’era ora un Dittatore, un Magister Utriusque Militiae che si poneva al di là di ogni controllo politico imperiale e/o collegiale: Stilicone, Defensor Imperii, si mise così alla testa di una lunga ma sicura linea evolutiva la cui fine è simboleggiata dal nome di Odoacre.
Il Generalissimo occidentale aveva una sua strategia che collocava l’Italia al centro delle sue preoccupazioni: il dispositivo strategico venne riorientato sul Sud mediterraneo e le città-capitali divennero Arles e Ravenna, privilegiando così la difesa di Roma alla difesa del Reno. Per realizzare questa “ grande strategia” Silicone stipulò “ un’assicurazione sulla vita” mediante i foedera coi barbari: la creazione di “ buffer zones” sembrò un ritorno al sistema degli stati-clienti del Principato del I e II secolo, anche se i foedera tentavano di risolvere in forme diplomatiche personalizzate i rapporti giuridici che erano all’origine delle clientele. Stilicone pose a capo degli stati-cuscinetto dei Reges a lui legati da personale fiducia; l’autonomia di questi “stati” veniva così limitata, offrendo in cambio la sicura protezione dell’impero- accompagnata da pagamenti pronta cassa- . Nel 401 tale strategia sembrò funzionare, ma nel 405/406 l’irruzione dell’orda di Radagaiso in Italia costrinse Stilicone a prelevare rinforzi dalla Gallia, rendendo stavolta fatale l’indebolimento dei confini. Vandali, Alani e Svevi passarono il Reno, il fiume che sino ad allora aveva separato la “ Romania” dalla Germania, e l’esercito regolare del nord si dissolse. La difesa della Gallia venne tentata, una volta ancora, da un usurpatore,Costantino, la cui azione venne però inevitabilmente a cozzare contro la ferma volontà unitaria di Stilicone: la lealtà alla dinastia teodosiana prevaleva sulle esigenze operative del momento; si trattava di un “astratto ideale dinastico”. La politica filo-germanica, come abbiamo visto, risaliva a Graziano e, ancora prima a Giuliano: esisteva una distinzione netta tra germani che potevano dare affidamento di lealtà all’impero- com’era nel caso dei Franchi- e i germani di meno sicura lealtà. Era una distinzione legittima: la continuità della cultura romana in Gallia fu in parte opera dei Franchi che avevano invano difeso il confine nel 406 in forza del foedus concluso con Stilicone.
La nuova situazione strategica impose una revisione generale che finì con l’evolvere verso un assoluto predominio del comando militare su tutti gli altri organi costituzionali; in oriente le dittature militari “ all’occidentale” non furono invece possibili, almeno a quel modo.Di fatto, la vita dell’oriente aveva preso un aspetto completamente diverso dalla fisionomia politica occidentale, perché ai tempi di Eutropio, Aureliano e Antemio la città (e le città) erano tornate al centro della scena politica, stavolta “bizantina”. Il contrasto oriente/occidente è allora più comprensibile: da un lato, una politica antibarbarica e cittadina, dall’altro politica filogermanica e “ rivoluzionaria”. La “ dittatura” di Eutropio l’eunuco a Costantinopoli costituì il momento più critico e decisivo di tutte queste vicende: Eutropio rappresenta lo stato orientale che per salvarsi riscopre l’importanza delle città (le antiche poleis) come fonte legittima della vita politica “ bizantina”. L’eunuco del Cubiculum rappresentava lo stato “tout court”; puntava a degli utili compromessi, non si appoggiava su classi o gruppi di pressione, e tantomeno sulla chiesa. Anzi, la contesa tra Eudossia e Giovanni Crisostomo, in cui Eutropio si mantiene estremamente cauto, è il segnale di un mutamento di rotta. E’ infatti il momento in cui l’impero romano d’oriente, creato dalla mentalità teocratica di Costantino, tenta un esperimento di “hard power” dinanzi all’autorità sempre più invadente degli organi ecclesiastici. Del resto, Eutropio aveva commesso un grosso errore proprio nominando Crisostomo, un rivoluzionario asceta, alla carica di vescovo di Costantinopoli. Per altro, tutte le misure adottate da Eutropio andavano verso un depotenziamento delle cariche militari e politiche, prima fra tutte la Prefettura del Pretorio che ridiventò collegiale, in modo da assicurare il governo- e quindi l’uomo forte del momento- e l’imperatore dallo strapotere di qualche ministro o generale troppo ambizioso. Il Prefetto del Pretorio d’Oriente divenne una figura lontana dalle fazioni, limitato alla sua attività burocratica, insomma un funzionario “ senza preoccupazioni dittatoriali”.
Il simbolo dello stato era sempre l’Imperatore. Il corpo degli Arcadiani- una confraternita di sedicimila cittadini che seguivano l’imperatore nelle processioni-esprimeva l’ideale che riconosceva nella monarchia assoluta ed ereditaria l’autorità fondamentale -anche se non l’effettivo governo- dello stato.
Stato che riconosceva l’importanza del problema difensivo; il dilemma era sempre il solito: adottare la dottrina di Teodosio o sconfessarla sostituendo alla sua politica un nuovo indirizzo?
Su questo dilemma si scatenò a Costantinopoli una lotta politica che vide cadere tre governi nel giro di un solo anno. La dottrina antibarbarica di Costantinopoli scontentava i militari e i foederati, più in sintonia con l’impostazione di Stilicone: come potevano essere fedeli a un eunuco che si era autonominato “ padre” dell’imperatore e sconfessare Stilicone, parens di Teodosio e tutore dei due giovani monarchi? Se Eutropio serviva lo stato, il Prefetto Aureliano era anti-germanico; esprimeva la tradizione romana che era passata dal paganesimo al cristianesimo cattolico e appunto per questo rigorosamente tradizionalista e, in ultima analisi, antiteodosiana. La dottrina di Teodosio andava sottoposta a revisione perché sembrava diretta contro l’organo centrale dello stato antico – la curia cittadina- così come era decisa a immettere in quello stesso stato un organismo estraneo, l’esercito germanico. Era un problema estremamente serio che non poteva essere trattato alla stregua di un “ dossier per élite”, perché la sua essenza era religiosa: il popolo orientale aveva una coscienza religiosa educata dai lunghi contrasti del cristianesimo post-niceno, una coscienza troppo salda e profonda per tollerare anche solo l’idea di un culto ariano nel cuore dell’impero e dello stesso esercito “ortodosso”. La borghesia delle città e di Costantinopoli esprimeva così una linea politica che era una vera e propria weltannschaung coincidente con quella di Aureliano. Inoltre quest’ultimo era molto vicino a Eudossia, l’Augusta, e denunciò il governo di Eutropio come qualcosa di pericolosamente simile a una dittatura. Eutropio alla fine venne travolto dall’urto dei due “partiti” che facevano capo a Aureliano e a Cesario; gli uomini che non hanno partito, finiscono sempre per rappresentare se stessi, e nei momenti di crisi, nessuno: fu questa la sorte di Eutropio.
A questo punto della partita Gainas, magister militum con ambizioni di praesentalis, calò i suoi assi: chiese il congedo di Eutropio e la direzione del governo. Ma Aureliano in un primo tempo sembrò spuntarla, mettendo nel sacco sia Gainas che Cesario; Aureliano era spalleggiato da Eudossia, lo sappiamo: l’eliminazione di Eutropio non era che il primo passo verso l’instaurazione di un regime che la facesse finita con la politica filo-germanica. Gainas però non gettò la spugna e mise a segno un “ coup” militare; il governo dovette cedere e Gainas si accontentò di umiliare Aureliano, Saturnino e Johannes e indirettamente la stessa Augusta.
In fin dei conti, Gainas era un funzionario romano e aveva un suo indirizzo politico aderente alla dottrina filogermanica di Teodosio: dopo aver occupato Costantinopoli sognava addirittura una fusione fra barbari e romani, proponendo una formula di “ convivenza” nel quadro dell’Impero e nell’interesse dell’impero. Ma era uno spirito poco sofisticato, incapace di leggere la realtà dell’oriente. Il suo indirizzo incappava nell’ostilità delle classi medie colte cittadine, visto che una qualche “ libertà di parola” esisteva ancora, e a Costantinopoli non era una libertà vana, in un ambiente che permetteva “la formazione di un’opinione pubblica”. Il popolo, una volta che avesse trovato un capo che lo dirigesse, si sarebbe rivoltato. E il capo provenne dalla sfera religiosa, e non poteva essere altri che un vero leader dello stampo di Giovanni Crisostomo. La richiesta di Gainas di una chiesa ariana era un colpo inferto alla tradizione ortodossa, dopo la vittoria sull’eresia ariana e la condanna di ogni altro ulteriore scisma. Giovanni aveva dalla sua tutto il popolo, come lui interessato al mantenimento dell’ortodossia, e gli sbarrò il passo; Gainas, masticando amaro fece marcia indietro. Per lui fu un colpo tremendo, che fece decadere la sua autostima e persino il prestigio che godeva nell’esercito; come se non bastasse cadde in preda a una crisi spirituale: aveva sfidato troppo ostentatamente il Dio cattolico? Aveva suscitato la sua ira?
Gainas reputò opportuno cambiare aria, ma il popolo di Costantinopoli insorse e il 12 luglio del 400 fu il giorno del grande massacro dei Goti; pare che ne venissero uccisi seimila.
Nonostante il carnaio, Gainas era più che mai deciso a non scendere a compromessi; l’arrivo sulla scena di un antagonista, Fravitta, un magister goto, romanizzato e pagano, fece naufragare i suoi disegni. Gainas scappò oltre il Danubio e cadde nelle mani del re unno Uldin, che subito lo fece uccidere.
Nonostante tutto il governo del Prefetto Cesario, spalleggiato da Fravitta che aveva preso gusto al gioco della politica, era ancora filogermanico. Aureliano e Eudossia attaccarono subito a fondo Cesario, Fravitta e anche Stilicone, a causa dell’odio personale che contrapponeva il generalissimo all’Augusta. Nel 402 si giunse alla resa dei conti: Cesario venne congedato e Fravitta giustiziato. La crisi era risolta e il governo di Arcadio poteva dirsi davvero “ trionfale”.
L’esito della lotta ebbe per l’oriente un significato eccezionale: l’uomo bizantino era ormai espresso e formato, temprato dal carattere religioso della lotta contro Gainas e dalla consapevolezza separatista e antioccidentale.
Naturalmente, si ebbe una lotta “di recrudescenza” tra Aureliano e Crisostomo, e dato che lo sponsor di Aureliano era l’ ambiziosa Augusta, ben presto il duello si personalizzò tra Crisostomo e Eudossia. Giovanni era uscito dalla crisi germanica come il vero campione di Costantinopoli, molto di più di Aureliano e di Eudossia, e il popolo lo teneva in conto di eroe. Ma adesso si poneva il problema serissimo della supremazia assoluta del vescovo sul governo, sicchè il conflitto doveva scoppiare per forza qualora Eudossia e i suoi ministri non si fossero piegati agli ideali ascetici e etico-sociali di Crisostomo. In questa contesa fu Eudossia a prevalere, e quindi il distacco della politica dalla religione col prevalere della prima sulla seconda; il vescovo che aveva osato giudicare apertamente l’imperatrice venne bandito dalla città e costretto all’esilio.
Ma Eudossia, che incarnava la tendenza cesaropapista, alleandosi col vescovo di Alessandria contro Crisostomo firmò una cambiale in bianco (e diede la prima vittoria) alle ambizioni della chiesa egiziana: si era appena al primo round della grande lotta tra la chiesa monofisita d’Egitto e la chiesa cattolica, una lotta che ebbe a sua volta conseguenze nefaste per l’unità dell’impero d’oriente.
Questo indirizzo venne confermato dal governo del Prefetto Antemio, funzionario coscienzioso, svincolato dalle fazioni e “servitore dello stato”, un prodotto della classe colta della capitale che esprimeva un filone culturale con la pubblicistica di Sinesio e Troilo, propugnatori dell’antica virtù civica e dell’antioccidentalismo del governo.
L’oriente si allontanava da un occidente sempre più propenso ad una politica filo-germanica di cui non era più possibile liberarsi; la separazione era segnata, anche se non intaccava ancora l’unità economica mediterranea. Per il momento, mentre il governo di Costantinopoli si consolidava, Stilicone faceva il giocoliere destreggiandosi con tre palle in mano: il senato romano, Alarico e Onorio. Il Senato era una casta di “rentiers” ricchi sfondati che avevano accumulato patrimoni fondiari nel corso di generazioni. Era un consesso che ambiva ad essere riverito e consultato; ne aveva abbastanza delle tendenze assolutistiche che giravano dai tempi della tetrarchia, e vagheggiava un non ben definito “ ideale traianeo” nei rapporti tra imperatore e senato.
Ovviamente, era antiorientale e in parte filopagano, e in occidente erano i circoli senatoriali e aristocratici a esprimere la difesa della loro posizione economica e politica di fronte al potere centrale a tendenza “livellatrice”. Strizzava l’occhio- ricambiato- verso il Generalissimo, quando questo di tanto in tanto si mostrava tollerante col paganesimo, e come avvenne poi in occasione dell’ “affaire” Gildone, una sollevazione di un Comes Africae incoraggiata da Arcadio e Eutropio. Anche se professavano almeno a parole la loro fedeltà all’imperatore, i senatori erano tenacemente attaccati ai loro praedia come a una realtà opposta e distinta a quella dello stato. Per quanto esistesse una certa separazione tra i senatori di Roma, più tolleranti e pagani, e quelli milanesi, ferocemente cristiani ortodossi, il consesso al completo era pronto a ingaggiare una lotta a morte contro chiunque avesse osato mettere a repentaglio i loro latifondi; diffidavano dei militari, sempre in cerca di denaro e di reclute tra i coloni e persino tra gli schiavi, e avversavano la politica di Stilicone, anche se era antiorientale, perché minacciava i loro interessi economici e le loro idee conservatrici. Per giunta, il senato occidentale era totalmente incapace di esprimere un’élite di governo come a Costantinopoli. Alarico, dal canto suo, vagava da luogo a luogo in cerca di una terra dove fermarsi; era a capo di una grande carovana di guerrieri, donne, bambini e carriaggi che peregrinava tra Illirico e Epiro, Rezia, Norico e passi alpini. A suo modo Alarico era un “rivoluzionario” alla stregua di tutti i rivoluzionari dell’impero, che agivano nel quadro dell’organizzazione romana senza preoccuparsi in alcun modo di distruggerla o quantomeno eliminarla; in quegli anni, Alarico non era il sostenitore di un ideale che si sovrapponesse e contrapponesse alla romanità; era invece un soldato che chiedeva finalmente un riconoscimento ufficiale per sé e per il suo popolo- un barbaro, non ancora del tutto assimilato desideroso di inquadrarsi in una organizzazione imperiale, di cui avrebbe voluto essere parte preponderante dal punto di vista militare. Scampò per due volte a due grandi accerchiamenti di Stilicone perché tutti e due sapevano bene che i Goti erano una carta militare sempre spendibile; alla fine Silicone pensava di usarli come una “ force de frappe” da scagliare in Gallia contro l’usurpatore Costantino; ma gli accordi tra Stilicone e Alarico finivano sempre con amare delusioni per quest’ultimo e così i vagabondaggi continuavano e il risentimento cresceva animando propositi di vendetta.
Poi c’era Onorio, l’imperatore. Desiderava misurarsi alla pari con Stilicone ma non ne aveva la statura, era invidioso del fratello maggiore e temeva tutto e tutti. Dava carta bianca al generalissimo per poi ritrarsi subito dopo; cambiò cavallo in corsa, barattando un soldato-uomo politico con un campione dell’intrigo politico come il magister officiorum Olimpio, che subito si mise a sobillare l’esercito regolare contro Stilicone.
Quest’ultimo non poteva continuare a fare il funambolo in eterno: la sua politica stava scontentando tutti, e si infranse sugli scogli dell’ostilità di Costantinopoli, del senato occidentale e della confusione mentale di Onorio.
In questa specie di “poker imperiale”, la morte di Arcadio nel 408 convinse Stilicone a un rilancio che doveva far saltare il banco; lui, non Onorio, avrebbe “ marciato” su Costantinopoli per assicurare la tutela del nuovo imperatore-fanciullo Teodosio II, e sotto il comune denominatore della sua auctoritas politico-militare, oriente e occidente sarebbero stati di nuovo uniti in uno sforzo comune di rinnovamento come previsto dalla dottrina di Teodosio I e senza aver persino bisogno dei servigi di Alarico, che a questo punto sarebbe andato incontro a certa distruzione. Poteva essere un colpo da maestro, invece fu un’illusione che durò appena tre mesi. A Pavia, le truppe regolari si rivoltarono, spaventando a morte Onorio che si gettò completamente nelle braccia del partito antigermanico di Olimpio e dei senatori. Stilicone a questo punto, si rassegnò al fallimento di tutto un ideale e di tutto un mondo; uno dei suo generali, Sarus il goto, lo aveva incitato ad una fulminea resa dei conti con i sediziosi e anche con la corte. Ma Stilicone si ricordò senz’altro di un amico morente, un generale-imperatore, che gli aveva imposto sotto giuramento di proteggere i suoi successori e di salvaguardare l’unità imperiale, e lui aveva giurato. Rimase soldato sino all’ultimo giorno: non avrebbe combattuto le truppe regolari e non avrebbe alzato la mano su Onorio, legittimo imperatore. Scelse la morte, rintanato apaticamente a Ravenna; Sarus, deluso, iniziò una nuova carriera di capobanda in giro per l’Italia.
Con la morte di Stilicone fu tutto il vecchio mondo a crollare, e con lui andò a picco la dottrina teodosiana, l’ultima dottrina in senso tradizionale e imperiale.
Le due partes si erano effettivamente separate: una aperta a un rinnovamento in senso nazionale, l’altra ferma all’originario imperialismo di marca non tanto romana, quanto ellenistica. Da una prospettiva antropologica, si può dire che l’uomo “ bizantino”, con la sua caratteristica forma mentis e col suo modo di interpretare e vedere la vita, si era già formato; ancora qualche decennio, e si potrà finalmente parlare di “ vita bizantina”. L’uomo occidentale non sapeva bene cosa fosse; era ancora alla ricerca di se stesso e di una sua via da percorrere sino in fondo, e questo era il segno del suo distacco dall’oriente, ma anche della sua essenziale debolezza. L’uomo (nuovo) “bizantino” era spirituale, l’uomo occidentale non era ancora niente ; il contenuto della vita bizantina era, per le sue stesse tradizioni orientali e per la diretta eredità ellenistica, essenzialmente religioso, e questa religiosità era stata la carta vincente della resistenza ai germani finita con il loro allontanamento; il contenuto occidentale era (e sarà ancora per i tempi a venire) essenzialmente politico, un contenuto che però stava apparendo allora insufficiente e bisognoso di un rinnovamento. Da qui, l’insoddisfazione e la fine; la cultura orientale era religiosa, conservatrice e quindi più salda; la cultura occidentale era politica, umana e in fin dei conti, rivoluzionaria: non sarà un caso che tutte le rivoluzioni politiche del futuro avranno tutte una matrice occidentale. L’oriente era contraddistinto dalla genealogia della religione sin dai tempi più remoti, l’occidente dalla genealogia della politica, che ha resistito sino ad oggi. Mentre in oriente governo e senato erano concordi- l’uno era emanazione dell’altro- in occidente il governo trovava nel senato l’ostacolo principale, una diversità quindi irriducibile che minava l’impero e con esso lo scopo ultimo della Pax Romana.
Di fatto, si profilava un nuovo mondo, basato sulla dicotomia idea supernazionale( che a modo suo resisterà in oriente)/ formazioni “nazionali” che gradatamente si affermeranno in occidente nel corso di un lungo processo storico. E non solo; all’oriente teocratico si oppone un occidente dove chiesa e stato vivono due vite, ad un mondo dove la politica stessa è religione, si oppone un mondo esclusivamente politico; ecco così, in conclusione, una vera diade oriente/occidente rafforzata da altre dicotomie: religione/politica, burocrazia/dittatura militare, classi cittadine/senato quasi-feudale.
Bibliografia
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J.B.Bury, History of the Later Roman Empire, London ,Mac Millan, 1929
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M. Grant, Il declino dell’Impero Romano, Milano, Mondatori, 1976
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