Un tragico caso di parto complicato nella Bisanzio dei primi secoli (404 d.C.)

Abstract

Obiettivi: Presentazione e commento sul parto complicato di un feto morto dell’imperatrice bizantina Eudossia. Scopo della ricerca: La lingua originale greca delle storie bizantine, delle cronache e delle fonti agiografiche è stata analizzata. Confronti sono stati quindi elaborati sulle conoscenze di ostetricia dei medici contemporanei e quelli antichi. Risultati: Il caso del parto di Eudossia è descritto in varie fonti letterarie con dettagli riguardanti l’infausto quadro clinico della partoriente dopo la morte dell’embrione. Lo studio dei testi medici antichi e contemporanei mette in evidenza che in casi simili il trattamento conservativo era preferito ma in caso di fallimento si procedeva alla embriotomia. Conclusioni: Il travaglio di Eudossia rappresenta un quadro completo delle difficoltà incontrate nel trattamento di parti complicati in tempi medievali, spesso con esiti mortali per madre e nascituro. Le terapie seguivano le antiche tradizioni ippocratiche, ellenistiche e romane e influenzarono la medicina europea medievale, ponendo importanti radici in materia di ostetricia.

J. Lascaratos,*, D. Lazarisb, G. Kreatsasc

a) Istituto di storia della medicina, facoltà di medicina, Università nazionale di Atene, Atene, Grecia

b) Prima Clinica di ostetricia e ginecologia, facoltà di medicina, Università nazionale di Atene, Atene, Grecia

c) Seconda Clinica di ostetricia e ginecologia, facoltà di medicina, Università nazionale di Atene, Atene, Grecia.

Traduzione a cura di Emanuela Iolis

Introduzione

Nello Stato bizantino (324–1453 A.D.), la continuazione dell’impero romano dopo il trasferimento della capitale da Roma a Costantinopoli in Oriente ad opera di Costantino il Grande, la medicina era esercitata secondo l’antica tradizione ippocratica, ellenistica e romana. L’analisi del lavoro di celebrati medici dell’epoca rivela che molti di loro si erano a lungo occupati di ginecologia e ostetricia. Tra questi troviamo Oribasio (IV secolo), Ezio di Amida (che dedicò il XVI libro della sua opera “Tetrabiblos” alle malattie delle donne e all’ostetricia, VI secolo), Alessandro di Tralles (VI secolo), Paolo di Egina (VII secolo), Leo Iatrosofista (IX secolo), Nicola Myrepso (XIII secolo) e alcune levatrici, come Aspasia (IV secolo) e Metrodora (VI secolo) (1).
I suddetti medici e le levatrici riferiscono nei loro scritti di varie malattie come vaginiti, mastiti, infiammazioni, cancro della cervice uterina, del seno e dei genitali esterni, prolassi e escrescenze carnose dell’utero (forse fibromiomi), atresia dei genitali, emorragie, amenorrea, dismenorrea, menopausa, sterilizzazioni, aborti ricorrenti, mola vescicolare (sindrome gestazionale trofoblastica), parti complicati, contraccezione e così via (2-7). I medici bizantini descrivono inoltre in dettaglio alcune tecniche chirurgiche. Tra questi Oribasio (3) illustra una tecnica per rimuovere ascessi al seno; Ezio (4) fornisce una tecnica dettagliata di isterectomia in casi di prolasso dell’utero, sulle orme dell’antico medico greco Sorano di Efeso(I secolo) che era specializzato in ginecologia e ostetricia. Lo stesso medico (4), basandosi sull’opera dell’antico medico greco Filomeno, e Paolo di Egina (5) forniscono una meticolosa descrizione di una embriotomia e del trattamento di una atresia degli organi genitali esterni. Metrodora (6) suggerisce altresì una restaurazione chirurgica dell’imene.
Tra i casi riportati dalla letteratura bizantina, ce ne sono diversi di travaglio problematico (8,9). Di grande importanza è il caso, non noto alla letteratura medica ufficiale, del difficile e infine mortale travaglio di Eudossia, moglie dell’imperatore Arcadio (395–408 A.D.). Il suo caso costituisce un esempio tipico di trattamento di un parto complicato nella Bisanzio dei primi anni e più tardi in Europa.

Materiali

Notizie sul parto di Eudossia, del figlio nato morto e della sua morte sono fornite dal cronista Giorgio Cedreno (10) (XI secolo), il quale scrive che “Eudossia spirò appena prima del parto, quando il bambino morì nel suo ventre. Durante le fasi del travaglio, il bambino rimase morto nell’utero per quattro giorni, cominciò quindi a decomporsi e questo ebbe conseguenze sull’utero, tanto che non si verificò l’espulsione del feto né i dolori cessarono. Qualcuno pose sul ventre un lettera magica (epistola), immediatamente si produsse un aborto e insieme al feto anche l’anima della sfortunata imperatrice uscì dal corpo”.
Un altro cronista, Giovanni Zonara (11) (XI secolo), scrive che il feto si decompose nell’utero e materiale organico invase il canale genitale della madre. Maggiori informazioni sono ancora fornite da varie “Vite” di San Giovanni Cristostomo, scritte da numerosi autori (12) suoi contemporanei, rimasti sconosciuti. San Giovanni era patriarca di Costantinopoli (398–404 A.D.) e in conflitto con l’imperatrice che lo aveva esiliato. Gli autori delle sue “Vite” attribuiscono la morte di Eudossia e di suo figlio a questa misura che era stata presa tre mesi prima sull’onda del volere popolare.
Tutti di manoscritti delle“Vite” di San Giovanni Cristostomo, indicano che il primo sintomo che si manifestò nella madre fu un’abbondante emorragia unita a una fistola negli organi genitali esterni, seguì la decomposizione del corpo dell’imperatrice e la comparsa di vermi e lezzo insopportabile che non poteva essere coperto da nessuno dei profumi conosciuti al mondo. Tutti i tentativi dei medici furono infruttuosi. Qualche biografo sostiene che l’imperatore, indispettito dagli umori del popolo, punì Eudossia con la frusta e la confinò nella sua stanza e che la depressione e il rimorso furono all’origine dell’esito fatale.
Una di queste “Vite” (13) racconta che “l’imperatrice soffriva pene strazianti che la sapienza dei medici non riusciva ad alleviare né a fornirle una qualche consolazione. Suo figlio morì nel suo grembo ostruendo gli intestini in modo tale da provocare nausea e vomito convulso accompagnato da gusto amaro nella faringe e cessazione delle funzioni intestinali, al punto che non poteva più defecare. Dopo di che, come accade ai morti, vermi apparvero sul suo corpo, seguì un vomito intenso e violento misto a diarrea che svuotò il suo stomaco. Dai suoi genitali fuoriuscivano grandi quantità di sangue contenente vermi. Nello stesso tempo una febbre altissima invase il suo corpo, tanto da farla sembrare una vera e propria pira. Non fu presa dal sonno, come capita di solito ai febbricitanti. I testimoni dicono che la videro alzarsi spasmodicamente dal letto urlando: “Perché lotti contro di me, Giovanni?” e dato che le sue condizioni peggioravano, come se stesse andando all’inferno, ella chiamò l’abate Arsachio, chiedendo di darle la santa comunione e la sua benedizione. Quando la ottenne, il bambino nacque morto. La sua corte fu soddisfatta e ordinò che una litania fosse recitata ma, ma durante la celebrazione ella vomitò la sua anima. Tanto grande fu il cattivo odore intorno che tutte le erbe dell’India, tutti i profumi e tutta la maestria di coloro che si occupavano di sostanze aromatiche non sortirono alcun effetto: il suo corpo puzzava come se fosse morta molti giorni prima”.

Discussione

Sebbene le notizie sul travaglio complicato dell’imperatrice Eudossia siano esaurienti, ci sono pochi dettagli circa il trattamento riservato dai medici al suo caso. Tuttavia, le descrizioni fornite dai cronisti dell’epoca e specialmente dai biografi dei santi, scritte originariamente in greco, ci consentono ipotesi retrospettive e valutazioni finali.
Sembra che la morte intrauterina del feto, così come l’impossibilità di espellerlo, fu causa di endometrite, parametrite, peritonite, paralisi dell’ileo, setticemia e morte. La peritonite e l’ileo risultano evidenti dal vomito esplosivo di feci e diarrea. Questo vomito e il rilascio di contenuti uterini infetti insieme con materiale decomposto del feto e della placenta ovviamente provocò l’odore insopportabile che nessun deodorante poteva eliminare. Seguì la setticemia, manifestata dalla febbre alta, i disturbi della coscienza, la difficoltà di movimento, l’ansia e il delirio (conversazioni di fantasia con l’ex patriarca) (14). A quei tempi, come oggi, in questi casi il primo intervento era spesso l’estrazione del feto dall’utero, sia con pratiche conservative che chirurgiche. Dobbiamo considerare come assolutamente certo che intorno all’imperatrice erano riuniti i migliori medici dello Stato, che avevano di norma studiato alla famosa scuola di medicina di Alessandria ed erano ben a conoscenza dei più aggiornati metodi allora conosciuti. Oribasio (15) (IV secolo) riferisce di svariate pozioni abortive, sulla scorta della tradizione di Ippocrate e Galeno. Il medico bizantino conferma che la somministrazione di Semprevivo (erba di Giove) e di radice di centaurea provocano l’aborto del feto vivo o morto, così come una pozione fatta di calamintha impastata con mirra e cedro. In caso di fallimento, si ricorreva spesso a iniezioni di diverse sostanze introdotte nell’utero per mezzo di speciali siringhe (metrenchytes) (18). Oribasio (3) suggeriva infusioni di decotti di maggiorana intrecciata e olio di gigli in caso di menopausa e infusioni simili erano più tardi applicate da Ezio (4) per svariate malattie dell’utero e della vagina. Metradora (6) utilizzava unguenti fatti con olio di mandorle nella cervice uterina per facilitare il parto.
Forse iniezioni di varie sostanze furono fatte nella cavità uterina dell’imperatrice con lo scopo di alleviare il disagio delle contrazioni o per accelerare l’aborto del feto. E’ possibile che le manipolazioni sulla cervice uterina abbiano provocato (per esempio, per rottura di membrane, oppure per l’uso di diversi strumenti per raggiungere la dilatazione) l’emorragia abbondante e l’infezione che si diffuse lungo il canale vaginale, a causa della mancanza di asepsi.
In epoca bizantina, nei casi in cui i trattamenti sopra descritti risultavano inefficaci, si eseguiva una embriotomia. Questa pratica è ben conosciuta dai libri del Corpus Hippocratorum (16) “Intorno alle malattie delle donne. Libro I, “Intorno alla gravidanza” e “Intorno alla dissezione dell’embrione nell’utero” dove i medici descrivono con abbondanza di particolari varie tecniche di embriotomia. Questa operazione è descritta più tardi da Sorano (I secolo) (19), Celso (20) (I secolo), Ezio (VI secolo) e Paolo di Egina (VII secolo) (5). Quanto sopra dimostra l’applicazione costante di questo metodo da parte dei medici da Ippocrate fino all’epoca bizantina. Risulta pertanto curioso che i medici bizantini non avessero proceduto all’embriotomia nel caso dell’imperatrice Eudossia. Forse la corte rigettava l’idea e rimandò la decisione tanto a lungo che le sue già precarie condizioni peggiorarono al punto da rendere impossibile un intervento chirurgico.
Nello stesso periodo, in un analogo caso di travaglio complicato, noto attraverso una fonte agiografica (21), le levatrici, dopo tentativi infruttuosi durati sette giorni effettuati con manipolazioni esterne per arrivare al parto, convocarono i medici. Questi in un primo tempo considerarono l’ipotesi di procedere all’embriotomia, ma presto cambiarono idea dopo una ponderata valutazione della situazione clinica precaria della donna. E’ ragionevole ipotizzare che un tale stato della paziente avesse reso i medici impotenti a effettuare una difficile embriotomia nel caso dell’imperatrice, dal momento che non erano sicuri del risultato. Vale la pena di annotare che perfino due secoli dopo lo infausto parto di Eudossia, un eminente medico, Ezio (4), sembra essere scettico circa l’intervento chirurgico, egli preferiva la somministrazione di sostanze abortive, procedendo alla pratica dell’embriotomia solo in casi estremi. Si trattava di un medico capace con considerevole esperienza personale e, certamente, avrà avuto ottima conoscenza delle frequenti complicazioni che una tale procedura comportava all’epoca.
In conclusione, il travaglio e il parto fatale dell’imperatrice Eudossia, rappresentano un esempio tipico delle conseguenze di complicazioni in caso di gravidanze e parti difficili, per madre e figlio, in era medievale. Lo studio dei testi contemporanei indica che i medici in simili casi preferivano trattamenti conservativi e, in caso di fallimento, ricorrevano all’intervento (embriotomia), seguendo la tradizione ippocratica, ellenistica e romana. Le conoscenze di ostetricia dell’epoca, come di altre discipline cliniche (22), influenzarono la medicina medievale in Europa costituendo le fondamentali radici della moderna scienza medica. E’ utile sottolineare che perfino mezzo secolo fa, in caso di morte intrauterina, le procedure ostetriche erano simili, propriamente l’ocitocina era somministrata allo scopo di raggiungere la dilatazione e, in caso di fallimento, veniva eseguita una embriotomia. Probabilmente il tragico caso dell’imperatrice Eudossia è il primo ben documentato in letteratura.

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