Sul reale comportamento di S. Cirillo Alessandrino in alcuni casi discussi

Ritratto di Nicola

di Giovanni Costa

Si chiarisce il reale comportamento di S. Cirillo vescovo d'Alessandria d'Egitto in alcuni casi discussi, così si può constatare che non si è poi comportato male, come, invece, riportato frequentemente libri moderni.
A seguito di alcuni miei interventi riguardo al comportamento di S. Cirillo d'Alessandria verso gli Ebrei d'Alessandria d'Egitto e verso la filosofessa pagana Ipazia, riporto la traduzione di alcuni brani rilevanti della Storia ecclesiastica dello storico Socrate. Detta storia è reperibile (testo greco e traduzione latina) alla Patrologia Graeca del Migne J. P., vol 67; le parti qui riportate sono reperibili alle col. 759-777 sempre del vol 67.

Libro VII, cap. XIII: Della lotta tra i Cristiani e gli Ebrei avvenuta ad Alessandria, e dell'avversione del vescovo Cirillo verso il prefetto Oreste.

Nel medesimo periodo la gente dei Giudei fu allontanata da Alessandria dal vescovo Cirillo per questa ragione. Il popolo Alessandrino si diletta nelle sedizioni maggiormente degli altri popoli; e, se per avventura abbia trovato un'occasione è solito prorompere in imprese intollerabili. Né, infatti, esso raffrena l'impeto se non una volta effuso sangue. Avvenne dunque in quell'occasione, che la plebe colà tumultuasse tra di sé, non per qualche ragione grave e necessaria, ma per il male che si è sviluppato in quasi tutte le cittadinanze, il desiderio di vedere gli spettacoli degli istrioni. Infatti, un certo pantomimo che era solito esibirsi il giorno di sabato, aveva riunito una grandissima moltitudine di popolo, per il fatto che i Giudei che allora avevano la festività non disertavano l'ascolto della legge, ma bensì gli spettacoli degli istrioni, quel giorno era solito aizzare tra di loro le fazioni del popolo. E sebbene talvolta ciò fosse stato represso dal prefetto di Alessandrina, nondimeno i Giudei perseverarono nell'essere ostili agli uomini della fazione opposta; ed oltre ad essere perpetui nemici dei Cristiani, allora, per motivo dei pantomimi, riuscirono ad essere a loro molto più ostili. Adunque mentre Oreste, prefetto d'Alessandria celebrava una p???te?a? in teatro,così dunque sono soliti denominare le disposizioni pubbliche, furono lì presenti anche i fautori di Cirillo, per sapere cosa fosse stato disposto dal prefetto. Tra questi vi fu un tale di nome Gerace, maestro di una letteratura alquanto umile; il quale era catecumeno ferventissimo di Cirillo ed era solito eccitare il plauso nei discorsi di quello. Dunque il popolo dei Giudei, visto nel teatro questo Gerace, subito esclamò che egli non era venuto nel teatro per altra causa che per eccitare il popolo alla sedizione. In vero ad Oreste era già da prima inviso il dominio dei vescovi, sia poiché i vescovi portavano via molto dalla potestà di coloro che erano stati mandati dall'imperatore a reggere le province, sia perché Cirillo voleva esaminare le sue azioni. Fatto prendere quindi Gerace, lo fece sottomisere pubblicamente nel teatro alle torture. Saputo ciò, Cirillo convocò i più ragguardevoli dei Giudei e minacciava male a loro se non avessero smesso di tumultuare contro i Cristiani. Ma la plebe dei Giudei, una volta apprese le minacce di tal fatta, si accese con anche maggior pertinacia e macchinò moltissime frodi a danno dei Cristiani. Ricorderò in questo luogo la precipua di queste, che fu la causa per cui i Giudei vennero scacciati da Alessandrina. Dato il segnale tra di loro stessi affinché ciascuno di loro portasse un anello di corteccia di ramo di palma, decidono di aggredire i Cristiani con una lotta notturna. Adunque, una notte mandano uomini preparati per ciò a proclamare per tutte le zone della città che la Chiesa che viene detta d'Alessandro stava venendo divorata da un incendio.
Udito ciò, i Cristiani accorrono da tutte le parti per salvare la Chiesa. Allora i Giudei, assalitili, ne fanno strage: certamente astenendo la mano dai loro connazionali che mostravano gli anelli; ma uccidendo tutti i Cristiani che incontravano. Una volta sorto il giorno, gli autori di questo misfatto non rimasero assolutamente nascosti. Mosso da tal fatto, Cirillo giunto alle sinagoghe dei Giudei, così infatti sono denominati i loro luoghi di preghiera, sia le portò via ai Giudei, sia espulse questi dalla città, permettendo pure che i loro beni fossero predati dalla plebe. Così o Giudei che avevano abitato in quella città sin dai tempi di Alessandro il Grande, allora emigrarono nudi da essa e furono dispersi qua e là.

LA FILOSOFESSA IPAZIA (Libro VII, cap. 15, PG 67 col 767ss)

Vi fu ad Alessandrina una donna di nome Ipazia, figlia del filosofo Teone. Questa era giunta a tanto di erudizione da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo e succedere nella scuola Platonica derivata da Plotino e da esporre agli uditori tutte le discipline della filosofia. Per la qual ragione confluivano da lei da ogni parte tutti gli studiosi della filosofia. Inoltre per la fiducia e l'autorità che si era procacciata a partire dall'erudizione, talvolta si accostava pure ai giudici con singolare modestia. Né in vero aveva pudore di apparire frequentemente in mezzo ad uomini. Infatti per la sua esimia modestia, tutti la riverivano ed, insieme, ne erano sospettosi. Contro di costei dunque in quel tempo si levò il livore dell'invidia. Infatti poiché aveva colloqui alquanto frequenti con Oreste, di qui fu preparata una calunnia contro di lei presso la plebe dei Cristiani, come se dipendesse da lei che si riconciliasse l'amicizia tra Cirillo ed Oreste. Dunque alcuni uomini forniti di animi più ardenti, il cui capo era un certo lettore Pietro, fatta la cospirazione, osservano la donna che torna a casa non so da dove. E, strappatola dalla sella, la rapiscono alla Chiesa che viene denominata Caesareum: e, spogliatala la uccisero con dei cocci. Una volta fattola a pezzi, portate le membra nel luogo che si denomina Cinarone, le bruciarono. Tale fatto comportò una non piccola ignominia sia a Cirillo sia alla Chiesa Alessandrina. Infatti dalle istituzioni dei Cristiani sono totalmente estranee le stragi e le lotte e tutte le cose di tal fatta. Questi fatti avvennero quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il consolato di Onorio decimo e di Teodosio sesto, nel mese di Marzo, al tempo dei digiuni.

Voglio trarre le conclusioni che in nessuno di questi due casi emerge un comportamento negativo di S. Cirillo, pure questi sono testi originali, risalenti all'epoca in questione, come tali degni di fede..

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