Le donne hanno contribuito alla "trasformazione" dell' Impero Romano? (prima parte)

Julia M. H. Smith (traduzione di Emanuela Iolis)

La transizione dall’impero romano al medioevo è sicuramente una delle più importanti tappe nella storia mondiale della civiltà. Le ragioni di questa profonda svolta sono state dibattute sin dalla pubblicazione de “Il declino e la caduta dell’impero romano” ad opera di Edward Gibbon, due secoli fa. Quale che sia l’approccio metodologico, contestuale o ideologico, i secoli dal 300 all’800 continuano a essere una costante sfida dal punto di vista storiografico. Invero, l’attenzione degli studiosi non è mai stata così forte come oggi, come dimostrano le recenti conferenze internazionali, le monografie e le nuove pubblicazioni dedicate a questo periodo. Molto ponderoso e lungo è stato l’iter del progetto, durato cinque anni, sotto gli auspici della Fondazione Europea della Scienza, che ha coinvolto studiosi di molti paesi e di altrettante discipline accademiche. Sebbene semplicemente intitolato “La Trasformazione del mondo romano”, il progetto ha di fatto concentrato l’attenzione sulle province europee dell’impero e sul loro territorio, riservando riferimenti più limitati al Mediterraneo orientale, all’Africa del Nord e alle province del vicino Oriente. I contenuti e l’area geografica presi in esame in questa specifica opera accademica, costituiscono l’immediato contesto storico per le mie osservazioni, la cui ottica politica nasce dal fatto che, a dispetto dell’ampio respiro concettuale del progetto, una notevole omissione è rappresentata dalla mancata attenzione alle donne e alla discriminazione sessuale .
Il mio scopo è quello di aprire un dibattito in cui la riflessione sulle donne e il genere sessuale abbia la capacità di approfondire e migliorare la comprensione della transizione tra tarda antichità e medioevo, e per affermare che la continua marginalizzazione degli aspetti concernenti il genere sessuale dal contesto storico globale va a generale detrimento degli studi su questo periodo (1).

Il mio scopo è quello di aprire un dibattito in cui la riflessione sulle donne e il genere sessuale abbia la capacità di approfondire e migliorare la comprensione della transizione tra tarda antichità e medioevo, e per affermare che la continua marginalizzazione degli aspetti concernenti il genere sessuale dal contesto storico globale va a generale detrimento degli studi su questo periodo.
Prima di tutto, è però necessario un brevissimo accenno ad alcuni dei temi principali dell’odierno pensiero storico relativo al periodo dal 300 all’800. Il concetto di “trasformazione” che è al centro della visione attuale, è importante se non altro perché sposta l’attenzione da quello di declino, decomposizione o caduta. Usato per definire telegraficamente i cambiamenti complessi ed evolutivi di varia natura dei diversi aspetti della società umana, il termine “trasformazione” evita gli impliciti giudizi della vecchia storiografia. Invece di trovare il mondo post-romano sottosviluppato, rozzo e incivile e, Bisanzio, semplicemente decadente rispetto ai tempi d’oro dell’impero, “trasformazione” dà un visione differente, e pone l’accento su aspetti di continuità e recepimento dell’eredità culturale romana. Diversi temi sono centrali (2) . In termini politici, l’interazione tra Roma e i popoli barbari che la circondavano sul confine nord-orientale è vista come creativa e non distruttiva, e invero “il mondo germanico è stato forse la più grande e duratura creatura del genio politico e militare romano”(3). Oltre a ciò, emersero nuovi gruppi dominanti con identità composite e aspirazioni politiche, che vennero a formare i regni successivi che si sostituirono l’egemonia imperiale in Europa. Tali gruppi si formarono intorno a identità etniche ma con una modalità che gli storici definiscono “Etnogenesi”, queste “etnicità” erano nuove coalizioni dettate da circostanze temporali e culturali specifiche (4).
Nel Mediterraneo orientale, la continuità di una tradizione romana intatta di governo imperiale incoraggiò la percezione di una divisione tra Oriente e Occidente, ma il recepimento e la conservazione dei fondamenti culturali della Romanità segnarono tutte le azioni politiche da una parte e dall’altra, sia nei successivi regni occidentali con la graduale adozione del Cristianesimo come religione di Stato e con la conservazione del sistema di potere romano che nell’impero bizantino con la perpetuazione consapevole delle ideologie e degli imperativi romani.
In termini socioeconomici, la scomparsa della tassazione e dei rifornimenti militari in Occidente e poi in Oriente, l’abbandono all’Islam delle province più prospere sconvolse la natura e i ritmi della vita quotidiana ed economica, recidendo gradualmente le estese reti di scambio, alterando gli schemi di produzione e le opportunità di esibire rango e status. Mentre il Mediterraneo si riorganizzò in reti locali o regionali di produzione e scambio, nuovi empori si svilupparono intorno al Mare del Nord e il Baltico meridionale, e divennero complemento ed estensione delle economie del Mediterraneo. Le città costituivano la chiave politica, i punti focali dell’ideologia e dell’economia dell’antico Mediterraneo: la trasformazione del mondo romano fu forse molto più fortemente testimoniata dal riassetto dello spazio urbano, il cambiamento d’uso (pratico e simbolico) degli edifici, lo spopolamento delle città e il declino dei livelli di vita quotidiana. Eppure nelle aree rurali e nel nord dell’antico confine dell’impero, l’adozione di elementi della terminologia urbana romana e il mantenimento dell’antica organizzazione degli spazi dimostra la duttilità dell’impianto civico romano perfino in contesti rurali o di origine non romana; inoltre, la vita di città rimase vivace in alcune zone dell’Oriente bizantino e anche in qualche provincia occupata dagli Arabi.
Sia a est che a ovest, gli schemi degli insediamenti rurali si modificarono, riflettendo in parte i cambiamenti economici e demografici. In Occidente, dal V secolo la ruralizzazione e la militarizzazione delle aristocrazie contribuirono ulteriormente a nuove forme di legittimazione del potere e dell’autorità e parallelamente un simile ma più graduale processo influenzò l’organizzazione sociopolitica delle regioni più periferiche dell’impero bizantino dal VII secolo in poi.
In breve, al posto dei tradizionali racconti sulla “decadenza” romana e il “vigore” barbaro, sulla frammentazione dell’unità socioeconomica del bacino del Mediterraneo, sull’identificazione di regni stabili ed egemonie imperiali come modelli canonici di organizzazione politica, il termine “trasformazione” mette in evidenza che “Roma cambiò, si trasformò lentamente, in tempi diversi in paesi diversi, e con risultati profondamente differenti”, che furono ‘locali e multiformi’, non uniformi e generalizzati (5) . Nel corso dei secoli dal 300 all’800, il mondo romano si disaggregò in differenti regioni, differenti politiche, differenti intrecci economici, differenti religioni (comprese differenti forme di Cristianesimo), ma anche si ricompattò parzialmente quando nuovi legami e identità emersero in questa cornice geografica alterata. Non esiste una sola spiegazione e nemmeno una unica definizione che possa racchiudere questa “trasformazione”: è fondamentale riferirsi a diversi punti di osservazione, cause e cronologie.
Questi sono i temi che stanno a cuore agli studiosi contemporanei. In anni recenti, tuttavia, nessuna ricerca ha dedicato più di uno sguardo all’assetto della vita sociale, e ancora meno ha guardato ai cambiamenti sociali, politici, economici e religiosi prendendo in considerazione il genere sessuale(6). Donne e eunuchi restano marginali, così come i contadini e gli schiavi. Eppure sviluppi storiografici paralleli hanno fatto emergere negli ultimi trent’anni la storia delle donne, e più recentemente, la discriminazione sessuale come strumento del potere per investigare sia le relazioni tra uomini e donne che, più in generale, le dinamiche e l’espressione culturale delle relazioni di potere in una data società(7) . La ricerca sul mondo antico, il primo Cristianesimo e il medioevo ha tratto beneficio da tutto ciò (8) . Eppure il mondo romano, che pure la storiografia contemporanea ha riconsiderato, rimane ampiamente indifferente alle al genere sessuale: la storia delle donne e l’appartenenza a un determinato sesso rimane al di fuori della struttura revisionista.
Questo studio è quindi un esercizio di riavvicinamento storiografico. Si compone di due sezioni: la prima, una breve valutazione sui modi in cui gli studiosi affrontano il mondo delle donne o le questioni legate alla discriminazione sessuale, punta il dito sull’inadeguatezza del pensiero contemporaneo riguardo alla transizione dalla tarda antichità al medioevo; la seconda propone alcune indicazioni sui modi in cui una differente prospettiva può essere sviluppata in questa analisi condensata. Troppo questioni non vengono poste e sviluppate nel progetto di “Trasformazione del mondo romano” o in altre opere recenti, perché sia offerta una critica sistematica sulla discriminazione sessuale in quel periodo. Il mio obiettivo può essere soltanto quello di focalizzare l’attenzione sul lavoro che è stato fatto per suggerire più ampie argomentazioni meritevoli di considerazione e per sottolineare che il tema dell’appartenenza sessuale dovrebbe essere complementare e non alternativo alle altre questioni e metodologie. Mi riferisco in primo luogo alla trasformazione politica. Se l’”etnogenesi” è fondamentale per comprendere la trasformazione politica delle province occidentali dell’impero, dovremmo tuttavia riconoscere che i movimenti di popolazione e i conflitti militari ne furono le diverse facce (9).
Nella Roma del II e I secolo a.C., la pressione che la guerra metteva sulla società ebbe un considerevole impatto sulla posizione sociale e lo status legale delle donne, offrendo loro l’opportunità di rimettere in discussione le loro esistenze e le loro risorse. Questo ebbe conseguenze in tutte le componenti sociali: maschi e femmine, aristocrazia e proletariato (10) . Possono tali cambiamenti essere riscontrati in Occidente nel primo medioevo? La testimonianza di codici di legge e documenti può essere d’aiuto (11) . Inoltre, anche se nelle discussioni degli storici sulla “etnogenesi” ci si domanda se i tratti fondamentali dell’identità politica e culturale furono globalmente condivisi, o comunque non solo distintivi di una ristrettissima élite politica; in quelle stesse discussioni non ci si domanda se questi furono altrettanti significativi per le donne. L’archeologia che si occupa delle sepolture può portare luce sulla questione. Questa suggerisce in primo luogo, che altre categorie erano spesso più importanti di quelle comunemente prese in considerazione riguardo alle comunità dei secoli V e VI, in particolare le distinzioni erano basate su età e sesso (12) . L’accento sull’”etnogenesi” come paradigma della trasformazione dei cambiamenti politici potrebbe perciò perpetuare l’immagine di un’élite guerriera e nello stesso tempo esagerarne l’importanza. In secondo luogo, l’archeologia sepolcrale ci invita a riconsiderare il legame tra uomini e armi. Alcuni recenti studi suggeriscono che questo non era sempre così scontato o codificato (13). Tuttavia, in una società più militarizzata dell’impero romano, l’associazione di uomini e armi in molti siti sepolcrali del primo medioevo solleva domande sul livello e la natura della violenza fisica cui donne e bambini erano sottoposti. Fino a che punto l’aumentata violenza quotidiana fu una componente nascosta dell’etnogenesi? Tanto l’etnogenesi coinvolgeva la formazione delle nuove identità, tanto più la trasmissione di quelle identità da una generazione all’altra faceva nascere la necessità della loro riproduzione culturale dentro la famiglia e la cerchia parentale.
Il matrimonio tra uomini romani e donne barbare e viceversa non era raro nel quarto e quinto secolo (14) . Nell’Occidente romanizzato, e specialmente nella Spagna visigota, la legislazione proibiva matrimoni misti (15). Ma l’apparato legale dell’etnogenesi non deve essere confuso con la realtà sociale, l’ipotesi dell’esistenza di matrimoni misti nella Spagna visigota e altrove appare fondata. L’attenzione al matrimonio come istituzione dove l’etnicità era rinegoziata e trasmessa in un contesto caratterizzato dal genere sessuale è un desideratum. Nelle regioni mediterranee dei regni successivi al sesto secolo, le donne della vecchia aristocrazia senatoriale avevano un ruolo attivo nell’educazione e nella carriera dei figli. Perciò il ruolo delle donne deve essere sottolineato non solo per quanto riguarda l’etnogenesi, ma anche nella trasmissione e nel recepimento dell’idea di romanità. Per giunta, le evidenze archeologiche suggeriscono che proprio le donne possano essere state veicoli sensibili dell’identità d’ispirazione romana. L’archeologia funeraria rivela che le donne visigote abbandonarono i loro tradizionali ornamenti e adottarono quelli ispirati allo stile romano della gioielleria del tardo sesto secolo, e che le donne anglosassoni fecero la stessa cosa durante il settimo secolo (16) . In entrambi i casi, i gioielli furono parte integrante di una più vasta rivalutazione della romanità. Questo suggerisce anche che, in periodi di riorientamento culturale, probabilmente le donne furono portatrici di determinati valori sociali mentre gli uomini ne adottarono altri.
Nella costruzione e nel recepimento della romanità in Oriente, le donne non furono rilevanti soltanto per la celebrazione e la conservazione della tradizione delle prime dinastie bizantine, ma spesso la costruirono attivamente (17) . E se il diritto bizantino era una delle massime espressioni di una ininterrotta romanità, le frequenti revisioni e riedizioni del codice giustinianeo del VI secolo sono state poste a sostegno della tesi della corrispondenza tra il corpus legislativo e i mutamenti dello status legale delle donne. Sebbene questi mutamenti tendevano a ridurre la capacità legale delle donne, le loro conseguenze in materia di matrimonio e trasmissione della proprietà non possono non aver avuto peso sulla vita degli uomini(18). L’eredità romana per quanto riguarda il diritto e la cultura fu trasmessa ed interpretata in ambienti caratterizzati dalla differenziazione tra i sessi in molteplici modi.
L’eredità culturale della tarda antichità includeva il Cristianesimo, questa sarebbe l’ultima cosa da mettere in evidenza, dal momento che gli studi sul Cristianesimo dei padri della Chiesa vantano ora una ben radicata e raffinata tradizione di attenzione alle donne, alla sessualità e alla differenza tra i sessi(19) . Nonostante questo, però, i dibattiti sul Cristianesimo e la diffusione della cultura devono ancora dare piena attenzione sia all’esperienza religiosa delle donne che alla riorganizzazione dei rapporti tra i sessi come parte integrante dell’eterogeneo processo di cambiamento religioso. Per esempio, varrebbe la pena di chiedersi quali implicazioni possano esserci state per le donne nel graduale mutamento dal pluralismo religioso dei secoli IV e V al Cristianesimo quale unica religione nel primo medioevo. Un aspetto evidente è che, diversamente dalle religioni pagane, il Cristianesimo offriva alle donne qualche spazio di partecipazione alla vita della loro comunità religiosa. In particolare, esse trovarono un ruolo nella vita ascetica (20) . Nei primi tempi della storia del movimento di liberazione delle donne, fu sostenuto che il ”Cristianesimo divenne una forza di liberazione nelle esistenze delle donne attraverso la ricerca di Dio tramite la rinuncia(21) . Tuttavia le tesi di una semplice e pura spiritualità femminile devono essere comprovate e non presunte(22) .Per giunta, sembra ora appriopriato chiederci fino a che punto una caratterizzazione maschile del Cristianesimo ascetico fornì regole, influenzò il vocabolario, ridusse lo spazio sociale e condizionò l’esperienza religiosa delle donne e fino a che punto queste furono capaci di negoziare o resistere a questa pressione(23). In altri termini, sebbene il Cristianesimo fornisse effettivamente un’alternativa al matrimonio e alla maternità, quanto questa era di fatto praticabile in un mondo regolato dagli uomini?

(fine prima parte)

Note

1. Ian Wood, “The European Science Foundation’s Programme on the Transformation of the Roman World and the Emergence of Early Medieval Europe”, Early Medieval Europe, 6 (1997), pp. 219-27. Sono grata al responsabili del progetto, Ian Woos, Javier Arce e Evangelos Chrysos per avermi invitata a partecipare. Per lo scritto conclusivo sul progetto, vedi Thomas F.X. Noble, “The Transformation of the Roman World: Reflections on Five Years of Work”, in East and West: Modes of Communication, ed Evangelos Chrysos e Ian Wood (Brill, Leiden, 1999), pp. 259-77, specialmente i commenti a p. 269.

2. Una ampia bibliografia può essere aggiunta; la migliore introduzione agli argomenti è The Transformation of the Roman World, AD 400-900, ed Leslie Webster e Michelle Brown (British Museum Press, London, 1997). Per scritti critici sui risultati sul progetto di “Transformation of the Roman World”, vedi, oltre a Noble, “Transformation”, Paolo Delogu, “Transformation of the Roman World: Reflections on Current Research”, in East and West, ed. Chryros and Wood, pp. 243-57, e sul Mediterraneo orientale, Averil Cameron, “The Perception of Crisis”, Morfologie sociali e culturali in Europa fra tarda antichità e alto medioevo, Settimane di studio del centro italiano di studi sull’alto medioevo, 45 (1998), pp. 9-31.

3. Patrick Geary, Before France and Germany: The Creation and Transformation of the Merovingian World (Oxford, 1988), p:vi

4. Patrick Geary, “Ethnic Identity as a Situational Construct in the Early Middle Ages”, Mitteilungen der anthropologischen Gesellschaft in Wien, 113 (1983), pp. 15-26; Walter Pohl, “Conceptions of Ethnicity in Early Medieval Studies”, Archeologia Polona, 29 (1991), pp. 39-49

5. Noble, “Transformation”, pp. 259, 276.

6.Lo stesso è vero per la conferenza pubblicata come Morfologie sociale e il colloquium internazionale su “The World of Late Antiquity: the challenge of New Historiographies”, Smith College, MA, 15-17 October 1999.

7. Cfr. il testo di Olwen Hufton, “Women, Gender and the Fin de siècle”, in Companion to Historiography, ed. Michael Bentley (Routledge, London, 1997), pp. 929-40.

8. Per ricerche recenti vedi, per il mondo antico, le analisi tematiche in Gender and the Body in the Ancient Mediterranean, ed. Maria Wyke (Blackwell, Oxford, 1998), pp. 173-213. Per il medioevo vedi Elizabeth Van Houts, “ The State of Research: Women in Medieval History and Literature”, Journal of Medieval History, 20 (1994), pp. 277-92; Miri Rubin, “A decade of Studying Medieval Women”, History Workshop Journal, 46 (1998), 213-39; Janet Nelson, “Gender, Family and Sexuality in the Middle Ages”, in Companion to Historiography, ed. Bentley, pp. 153-76.

9. Sebbene sia piuttosto discusso. Guy Halsall, “Movers and Shakers: Barbarians and the Fall of Rome”, Early Medieval Europe, 8 (1999). Pp. 131-45.

10. John Evans, Women, War and Children in Ancient Rome (Routledge, London, 1991).

11. Per esempio Brigitte Pohl-Resl, “Quod me legibus contanget auere: Rechtsfahigkeit und Landbesitz langobardischer Frauen”, Mitteilungen des Instituts für Ősterreichischen Geschichforschung, 101 (1993), pp. 201-27; Cristina La Rocca, “Pouvoirs des femmes, pouvoirs de la loi dans l’Italie lombarde”, in Femmes ed pouvoirs des femmes à Byzance et en Occident (VIe-XIe siècles), ed. Stéphane Lebecq, Alian Dierkens, Régine Le Jan and Jean-Marie Sansterre (Centre de Recherche sur l’Histoire de l’Europe de Nord-Ouest, Lille, 1999), pp. 37-50.

12. Guy Halsall, “Female Status and Power in Early Merovingian Central Austrasia: The Burial Evidence”, Early Medieval Europe, 5 (1996), pp. 1-24; Guy Halsall, “Social Identities and Social Relationships in Early Merovingian Gaul”, in Franks and Alamanni in the Merovingian Period: An Ethnographic Perspective, ed. Ian Wood (Boydell Press, Woodbridge, 1998), pp. 141-75.

13. S,J. Lucy, “Housewives, Warriors and Slaves? Sex and Gender in Anglo-Saxon Burials”, in Invisible People and Processes: Writing Gender and Childhood into European Archaeology, ed. Jenny Moore and Eleanor Scott (Leicester University Press, London, 1997), pp. 150-68.

14. Alexander Demandt, “the Osmosis of Late Roman and Germanic Aristocracies”, in Das Reich und die Barbaren, ed. Evangelos Chrysos and Andreas Schwarcz (Bőhlau, Vienna, 1989), pp. 75-86 con esempi pp. 78-9

15. Hagith Sivan, “Why Not Marry a Barbarian? Marital Frontiers in Late Antiquity (the example of CTh. 3.14.1)”, in Shifting Frontiers in Late Antiquity, ed. Ralph Mathisen and Hagith Sivan (Variorum, London, 1996), pp. 136-45; Peter Heather, the Goths (Blackwell, Oxford, 1996), pp. 289-90.

16. Heather, Goths, pp. 305-6; Nicholas Brooks, “ Canterbury, Rome and the Construction of English Identity”, in Early Medieval Rome and the Christian West, ed. Julia Smith (Brill, Leiden, 2000), pp. 221-46.

17. Leslie Brubaker, “Memories of Helena: Patterns of Imperial Female Matronage in the Fourth and Fifth Centuries” in Women, Men and Eunuchs: Gender in Byzantium, ed. Liz James (Routledge, London, 1997), pp. 52-75; Dorothy Abrahamse, “Women’s Monasticism in the Middle Byzantine Period: Problems and Prospects”, Byzantinische Forschung, 9 (1985) pp. 35-58 at pp. 38-9. Un analogo argomento è stato frequentemente sollevato sul ruolo delle donne reali nel formare la memoria politica, specialmente la memoria della dinastia, nei regni successivi nell’Occidente del primo Medioevo: Karl Leyser, Rule and Conflict in an Early Medieval Society: Ottonian Saxony (Edward Arnold, London, 1979), pt II; Janet Nelson, “Gender and Genre in Women Historians of the Early Middle Ages”, in Nelson, The Frankish World, 750-900 (Hambledon, London, 1996), pp. 183-97.

18. Joelle Beaucamp, “La situation juridique de la femme à Byzance”, Cahiers de Civilisation Médiévale, 20 (1977), pp. 145-76; Karsten Fledelius, “Women’s Position and Possibilities in Byzantine Society With Particular Reference to the Novels of Leo VI”, Jahrbuch der Ősterreichischen Byzantinistik, 32(1982), pp. 425-32.

19. Qualche esempio tra gli altri: Peter Brown, The Body and Society: Men, Women and Sexual Renunciation in Early Christianity (Columbia University Press, New York, 1988); Lynda Coon, Sacred Fictions: Holy Women and Hagiography in Late Antiquity (University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 1997); Elizabeth Clark, Reading Renonciation: Asceticism and Scripture in Early Christianity, (Princeton University Press, Princeton, 1999), e dati nelle note 20-21.

20. Susanna Elm, Virgins of God: the Making of Asceticism in Late Antiquity (Oxford University Press, Oxford, 1994).

21. Suzanne Wemple, Women in Frankish Society: Marriage and the Cloister, 500-900 (University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 1981), p. 191.

22. Suzanne Wemple, “Female Spirituality and Mystcism in Frankish Monasteries: Radegund, Balthild and Aldegund”, in Medieval Religious Women: Peaceweavers, ed. John Nichols e Lillian Shank (Cistercian Publications, Kalamazoo, 1987), pp. 39-53; Cfr. Simon Coates, “Regendering Radegund? Fortunatus, Baudovinia and the Problem of Female Sanctity in Merovingian Gaul”, Gender and Christian Religion, ed Robert Swanson, Studies in Church History, 34 (Bouìydell Press, Woodbridge, 1998), pp. 37-50; John Kitchen, Saints’ Lives and the Rhetoric of Gender: Male and Female Merovingian Hagiography (Oxford University Press, New York, 1998).

23. Susan Ashbrook Harvey. “Women in Early Byzantine Hagiography: Reversing the Story”, in That Gentle Strength: Historical Perspectives on women in Christianity, ed. Lynda Coon, Katharine Haldane and Elisabeth sommer (University Press of Virginia, Charlotesville, VA, 1990), pp. 37-59; Judith Herrin, “Public and Private Forms of Religious Commitment Among Byzantine Women”, in Women in Ancient Societies: an illusion of the night, ed Léonie Archer, Susan Fischler and Maria Wyke (Macmillan, London, 1994), pp. 181-203; Marie-France Aupézy, “La Sainteté et le couvent: libération ou normalisation des femmes?”, in Femmes et Pouvoirs des Femmes, ed. Lebecq et al., pp. 175-88; Julia Smith, “The problem of Female Sanctity in Carolingian Europe, c. 780-920”, Past and Present, 146 (1995), pp. 3-37; Pauline Stafford, “ Queens, Nunneries and Reforming Churchmen: Gender, Religious Status and Reform in Tenth and Eleventh Century England”, Past and Present, 163 (1999), pp. 3-35.

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