Le donne hanno contribuito alla "trasformazione" dell' Impero Romano? (seconda parte)

Di tutti i dibattiti sulla trasformazione del mondo romano, quelli sulle trasformazioni economiche ignorano più degli altri l’aspetto della distinzione tra i sessi. Eppure anche qui è necessario porci delle domande. Ad esempio, la riorganizzazione delle reti di produzione e scambio è stata accompagnata da una ridefinizione della specificità sessuale del lavoro artigianale o agricolo? Le testimonianze scritte nel primo medioevo evidenziano una schiacciante differenziazione tra i sessi nell’economia rurale, con le donne che producevano abiti e gli uomini che lavoravano la terra: fino a che punto questo schema emerge in rapporto all’apparizione di nuove economie regionali o locali(24)? Allo stesso modo, la perdita di importanza delle città quali centri di produzione e consumo su larga scala influenzò la partecipazione delle donne al mercato sia come produttrici che come consumatrici? Dove le economie urbane persistevano nel Mediterraneo orientale, si trovano specifiche forme di impiego femminile, per esempio nella produzione e la vendita di tessuti e prodotti alimentari, o come assistenti alle terme e prostitute (25). Al contrario, la sottorappresentazione delle donne nei cimiteri dei nuovi empori commerciali del nord-est dell’Europa nel primo medioevo, suggerisce l’ipotesi che queste comunità fossero costituite da principalmente da artigiani e mercanti maschi migranti stagionali(26) .
E dal momento che il riordino dello spazio urbano nelle città tardoromane del Mediterraneo era accompagnato da nuove forme di edifici d’abitazione destinate alle élite che mancavano della grandiosità e della complessità delle residenze dell’aristocrazia tardoantica, che conseguenze poteva avere tutto questo rispetto alla distinzione tra i sessi nello spazio domestico (27) ? In base a queste considerazioni, il genere sessuale potrebbe non essere stato ininfluente rispetto alla trasformazione economica del mondo romano.
Se vogliamo stabilire un punto di vista che tenga conto del genere sessuale nella tarda antichità e nel primo medioevo, dobbiamo partire da una base che non sia quella dei racconti epici sul grande impero, ma da quella domestica che, a causa della scarsità di documentazione, risulta spesso frammentaria. Durante tutta la tarda antichità e il medioevo, le donne sono per lo più riconducibili all’ambito familiare, sebbene naturalmente esse non fossero le sole abitanti dello spazio domestico(28). Ma quello spazio non era slegato dalla sfera pubblica: infatti l’educazione della mente e del corpo, che forgiava il comportamento e l’aspetto esteriore del maschio romano appartenente all’aristocrazia, cominciava dalla prima infanzia, continuava nella vita pubblica adulta e finiva per essere strettamente legata sia alla reputazione di persone sessualmente morigerate che alla condotta onorevole delle mogli(29) .
Gettando uno sguardo all’interno della casa e della famiglia, possiamo interrogarci, allo stesso tempo, sulla continuità e la discontinuità delle esistenze delle donne dagli anni 300 all’800, ed esaminare in che modo le donne sono state capaci di influenzare l’arena politica e partecipare alla formazione e trasformazione del ruolo dei sessi in questo periodo. La gestione familiare nella tarda antichità ha messo in evidenza idee complesse e immagini sulle donne che rispondono direttamente a queste domande. L’esplicita superiorità degli uomini, sempre un concetto fondamentale delle società antiche, sottintende l’assunto legale e culturale della debolezza delle donne, la loro imbecillitas sexus (30). Per la legge, tale debolezza era non solo l’assunto che consentiva una speciale protezione legale delle donne e della loro proprietà, ma rappresentava anche una limitazione della loro capacità legale, del diritto di rivolgersi al tribunale e le squalificava per le cariche pubbliche(31) .
In termini sociali, la debolezza del proprio sesso dava alla donna il diritto di ottenere una speciale protezione, ma nello stesso tempo la esponeva al rischio di violenza e oppressione, non ultimo nella propria stessa casa(32) . Tuttavia, gli uomini, che da una parte enfatizzavano l’inferiorità delle donne, nello stesso tempo le stimavano e apprezzavano grandemente come mogli e madri(33) . Dalla fine del IV e per tutto il V secolo, però, la potente retorica dell’ascetismo cristiano tese a mettere in secondo piano questi ruoli più tradizionali. Gli autori cristiani esaltavano l’ideale di verginità o, venendo meno questa, la castità in seno al matrimonio, e si servivano della condotta sessuale delle mogli quale potente metafora per definire il rapporto tra il maschio laico e l’autorità religiosa(34) . Nonostante ciò, il valore sociale della maternità rimase largamente apprezzato, particolarmente nell’Oriente mediterraneo(35) . Nell’Occidente post romano, la visione ascetica della femminità tendeva a predominare, e fu soltanto nel IX secolo che nell’Occidente latino il valore della maternità si riaffermò prepotentemente come era stato nella tarda antichità (36) .Per quanto la maternità riguardi la riproduzione biologica, essa va, ancora di più, intesa come riproduzione sociale e culturale, quindi come veicolo culturale. Un riferimento a questo è il concetto legale di maternità. Distinguendo tra genetrix e mater, il diritto romano non definiva madre chi avesse partorito, ma piuttosto la moglie legale di un paterfamilias, a prescindere dai figli effettivamente generati (37). Quale maschio a capo di un gruppo familiare, il paterfamilias, gestiva il potere sia nell’ambito familiare che in quello politico. La sua autorità di capofamiglia era formalmente sancita dalla legge, ma la condotta della moglie e delle figlie a sua volta influenzava la sua reputazione pubblica. In questo modo, i ruoli che derivavano dal matrimonio, le aspettative e le responsabilità si riverberavano nelle relazioni sociali e politiche. L’organizzazione del potere dentro la società romana in generale era perciò costruita sugli equilibri tra i sessi che il matrimonio metteva in atto.
Il matrimonio, quindi dovrebbe essere al centro dell’analisi che ha come punto di partenza il genere sessuale e la famiglia. La formale distinzione legale tra mater e genetrix tuttavia si attenuò nei primi secoli del medioevo nell’Occidente latino e questi termini divennero definizioni di matrimonio, e qui possiamo trovare della discontinuità nella storia delle donne. Il consenso di entrambe le parti si trova al centro della definizione di matrimonio e, soggetto alla crescente influenza ecclesiastica, così rimase a Bisanzio (38). In Occidente, però, il diritto romano continuò a essere praticato in una ininterrotta tradizione solo nelle regioni mediterranee e dalla chiesa; altrove i costumi “barbarici” (cioè non romani) concepivano una scala di unioni sessuali dalla più alla meno formale e ponevano l’accento sull’importanza della relazione sessuale e sui trasferimenti di proprietà per determinare la natura del rapporto (39) . In Occidente come in Oriente, la crescente influenza ecclesiastica ebbe il massimo impatto nel IX secolo, sottolineando per la prima volta l’indissolubilità del matrimonio e la regolamentazione dei tabù sull’incesto, in modo tale da definire e controllare i requisiti degli aspiranti sposi (40) .
L’influenza ecclesiastica sui costumi sociali, che limitava le pratiche sessuali e ridefiniva il matrimonio, insieme con la diffusione degli usi non romani nell’0ccidente latino indubbiamente, riformulò il concetto di matrimonio. L’esperienza personale delle donne rispetto a questi cambiamenti è una questione cui le testimonianze sono scarsamente capaci di rispondere, tuttavia possiamo registrare fino a che punto le idee degli uomini sulle relazioni tra i sessi fossero ridefinite (41) . Per quanto riguarda invece il vissuto degli uomini, questo si rivela un po’ più facile da approfondire. Che una profonda inquietudine sulle idee e sugli ideali di mascolinità e autocontrollo sessuale sarebbe potuta nascere dal conflitto adolescenziale tra valori ecclesiastici e valori laici suggerisce che la riformulazione dei ruoli tra i sessi all’interno del matrimonio potrebbe essere stata fondamentale(42).
Il matrimonio riguarda anche la trasmissione dei beni da una generazione all’altra e l’allontanamento dell’Occidente dai concetti tardoantichi sul matrimonio andava di pari passo con il cambiamento delle norme ereditarie che limitarono profondamente l’accesso delle donne alla proprietà terriera. La legge romana aveva fin dai primi tempi dato alle figlie il diritto di ereditare parte dei beni dei padri(43) . Sotto la legge testamentaria romana, un padre non era obbligato a divedere in parti uguali tra i figli, ma non poteva neanche escluderli del tutto (44). Sebbene l’assenza di testimonianze documentarie sistematiche impedisca di proporre niente più che una opinione intuitiva, è nondimeno chiaro che nella tarda antichità, l’accesso delle donne alla proprietà era diffuso, a pieno titolo o in forma controllata sotto forma di dote. La norma riguardava l’intero spettro sociale dalle donne proprietarie di grandi palazzi urbani, alle modeste eredità delle donne dei villaggi dell’alto Egitto (45). Questo schema ereditario femminile persistette dovunque il diritto romano persistette, nelle regioni mediterranee dell’Occidente e a Bisanzio (46)
La trasmissione della proprietà nella la famiglia è un soggetto in cui l’influenza delle convenzioni “barbariche” nell’Occidente del primo medioevo è particolarmente chiaro. A rischio di non rendere giustizia alla complessità e alla varietà delle tradizioni ereditarie post-romane, si può dire che tutte le fonti legali “barbariche” evidenziano una chiara preferenza per l’eredità terriera agli uomini (diversamente dai beni mobili) piuttosto che alle donne e inoltre riconoscevano l’interesse di parenti collaterali in ciascun possedimento individuale. Sotto entrambi gli aspetti, la pratica “barbarica” si differenziava dal diritto romano. Nondimeno, sia i codici di legge che le testimonianze documentarie, alquanto frammentarie per quanto riguarda il trasferimento individuale di terre, subirono la graduale crescente influenza delle nozioni romane, non ultimo sui diritti delle donne rispetto alla terra. In Gallia, Lombardia, Spagna visigota e, più tardi, Inghilterra anglosassone, le donne potevano e avevano effettivamente accesso alla terra. Talvolta a pieno titolo, più spesso con la condizione di passarla ai figli o a un beneficiario esterno alla famiglia, di solito una chiesa.
A dispetto della credenza comune per cui nel IX secolo nell’Occidente altomedievale le donne avevano in qualche modo maggiori possibilità di accedere alla proprietà terriera rispetto a quelle del VI secolo, il loro diritto di proprietarie non fu mai protetto nei modi in cui le leggi tardoromane e bizantine lo garantivano. Infatti, il controllo delle donne dell’Occidente sulla terra rimase incerto per tutto il medioevo e ben oltre (47). E neanche l’ammontare della loro proprietà sembra comparabile con quello delle realtà tardoromane e bizantine, in cui le donne possedevano presumibilmente non meno del 25% della terra complessiva, e probabilmente ben di più(48). Qualsiasi cambiamento delle norme nel primo periodo bizantino confermò pienamente l’accesso delle donne alla terra, e non nessun caso tale diritto le discriminanò dal punto di vista del diritto ereditario (49).
Solo a partire dall’IX secolo si possono azzardare paragoni tra Oriente e Occidente. Nelle regioni bizantine del sud dell’Italia, approssimativamente un quarto di tutti i trasferimenti di terre riguardavano le donne, laddove nell’Inghilterra dell’XI secolo, il Domesday Book registra non più di una proprietaria donna su sette in ciascuna sezione; la proporzione totale della terra sotto il controllo femminile potrebbe essere stata poco più del 5% (50). Il limitato possesso della terra, designato come dote o usufrutto fondiario destinato poi a beneficio religioso, potrebbe far sottostimare l’effettivo e generale accesso alla proprietà fondiaria delle donne; ma rimane il punto che il pieno titolo delle donne anglosassoni rimaneva estremamente limitato rispetto a regioni dove sopravviveva la tradizione del diritto romano. Dato il costante interesse familiare per la terra dei parenti, la scelta tradizionale del trasferimento della terra tra i maschi della famiglia e l’assenza di forti sanzioni legali per difendere i titoli e diritti che esse in effetti avevano, le donne nel primo medioevo in Occidente generalmente avevano accesso alla terra solo quando ciò era utile alla strategia familiare o in mancanza di eredi maschi diretti e indiretti.
Le implicazioni di questa situazione non sono solo legali, ma concernono la capacità delle donne di vivere autonomamente e con un certo grado di sicurezza economica, e di gestire direttamente la vedovanza; inoltre esse toccano le dinamiche familiari, quindi le relazioni tra i sessi dentro la cerchia familiare, e perfino le politiche di beneficenza alla chiesa e le motivazioni economiche che potrebbero stare dietro alla tradizionale vicinanza della chiesa alle vedove. Inoltre, le strategie ereditarie erano fluide, negoziabili e frequentemente legate a intenti politici. Cosi che le scelte politiche nei regni successivi all’impero romano in Occidente non possono essere distaccate dal legame indissolubile tra terra, sesso e potere.
Il matrimonio e la maternità si focalizzano non solo sul trasferimento di proprietà e di ricchezza ma anche sulla trasmissione di norme culturali. La tradizione romana ha enfatizzato il ruolo di moglie ideale quale ispiratrice morale del marito, una persona che non solo si occupa della casa e cresce i figli, ma che può anche essere un esempio positivo con il suo comportamento. Come Agostino sottolineava, l’ordine sociale trovava le sue radici all’interno della famiglia: le mogli erano fondamentali per il mantenimento di uno Stato ben ordinato (51). Nel primo medioevo, il clero aderì alla stessa visione, sia in Oriente che in Occidente. Nel IX secolo, sia dalle mogli bizantine che da quelle dell’Occidente ci si aspettava che insegnassero la misericordia, la rettitudine e l’etica cristiana a tutti i membri della famiglia, e invero talvolta essere chiamate a esercitare una guida morale sui mariti(52).
Che questa influenza fosse veramente esercitata è più facile da documentare per le madri che per le mogli, e in pratica è spesso associata al ruolo di madre nell’educazione dei figli(53) . Le figlie erano raramente visibili quanto i figli in questo scenario; ma attraverso gli occhi di figli famosi o di quelli che hanno scritto su di loro, l’influenza materna nel forgiare il carattere dell’elite maschile è riconosciuta. Solo occasionalmente si possono sentire le reali voci delle madri, come nella lettera mandata da Ercanfreda al figlio Desiderio, vescovo di Cahors (633-55), o del taccuino denso di consigli morali e spirituali che Dhuoda compilò per il figlio Guglielmo nel 841-3 (54).
E’ naturale però che a prescindere da quanto importante e pertinente fosse l’educazione materna, il suo contesto sociopolitico e i contenuti culturali cambiavano a seconda del momento storico. Nel contesto urbano dell’impero del IV secolo, madri come Monica, madre di Augustino, o Nonna, madre di Gregorio Nazianzus, fecero del loro meglio per crescere i figli secondo le regole cristiane in una situazione di pluralismo religioso e di cultura dedita alle arti liberali; nel VI secolo, Argentaria crebbe suo figlio Gregorio (futuro vescovo di Tours, 573-94) in un ambiente che non era più alternativo al Cristianesimo e dove toccava ai parenti appartenenti al clero l’educazione dei ragazzi. Le madri dei maschi nelle aristocrazie civili affrontavano compiti ancora diversi. Nei tumulti della Gallia del nord alla metà del V secolo, la madre, il cui nome è rimasto ignoto, di Arbogasto, conte di Trier, crebbe suo figlio in tale modo che egli fu “ricco di capacità e di successi”(55) ; nel VII secolo, Begga educò suo figlio Pipino all’esercizio del potere (egli divenne l’uomo più potente nelle corti della fine del VII secolo) in un mondo di dure rivalità tra aristocratici (56), mentre nel IX secolo Dhuoda offriva a Guglielmo un’immagine di condotta aristocratica che mitigava il potere con il controllo di sé e temperava il comando con l’umiltà. Questi brevi esempi suggeriscono che, sebbene il concetto e gli obiettivi della maternità rimanevano costanti, la loro espressione sociale nondimeno cambiava radicalmente.
Nel primo medioevo come nella tarda antichità, la presenza delle donne a corte e la partecipazione alla politica della corte stessa deve essere presa in considerazione. Escluse dall’esercizio dei pubblici uffici nel primo medioevo come nel mondo antico, le donne tuttavia potrebbero aver avuto una notevole influenza politica. Che avessero questa abilità si può in parte dedurre dal fatto che incarichi pubblici già assegnati passassero sempre di più da generazione a generazione nell’ambito di una stessa famiglia, rendendo meno netta la distinzione tra pubblico e privato, tra potere effettivo e potere di indirizzo (influenza indiretta)(57) . Inoltre, si può vedere il loro ruolo fondamentale come mogli e come madri sia per gli imperatori del IV-V secolo che per i re barbari dei secoli VII e IX. L’impegno personale delle donne delle famiglie reali è da qualche tempo al centro dell’attenzione degli storici delle donne che hanno posto l’accento sulle dinamiche della politica di corte che era spesso uno degli aspetti chiave dei rapporti all’interno delle famiglie(58).
Meno attenzione è stata data prestata a un aspetto complementare dell’azione politica delle donne dell’aristocrazia che si prospettò in Occidente nel IX secolo: la loro influenza morale. Questa derivava direttamente dalla riscoperta del concetto di maternità. In una cultura dove l’onore era parte integrante dell’azione politica, la donna avevano il compito di sostenere l’onorabilità della corte e della politica (59). L’honestas palatii era non solo il suo indirizzo morale, ma molto di più: l’ordine, il decoro e la condotta dignitosa. Questo ci porta al cuore della cultura della corte del primo medioevo: le donne e la moralità (sessuale) erano parte integrante della buona condotta politica (analogamente le donne potevano anche essere accusate di sovvertirla).
Infine, dovremmo riconoscere che il ruolo delle donne e il concetto di femminità non esiste in un vuoto sociale. In altre grandi culture imperiali, ad esempio quella vittoriana, così come la mascolinità era “dappertutto e da nessuna parte” nei documenti storici, così le norme dovevano essere praticamente invisibili ma nel contempo centrali nell’esistenza delle donne (60) . Allo stesso modo nell’impero romano e nelle culture sviluppatesi successivamente in Oriente e Occidente: le donne e il ruolo che esse ricoprivano coesistevano e interagivano con quello degli uomini e con la nozione di mascolinità. Per di più, i sociologi ci hanno insegnato che in ogni società la nozione di mascolinità è multiforme e suscettibile di ridefinizione sulla scia di più ampi cambiamenti culturali; tuttavia, all’interno di ciascuna cultura una sola visione è comunemente considerata dominante. Due implicazioni sono direttamente evidenti per tarda antichità e il primo medioevo: e ci riportano direttamente alla mia tesi sul ruolo delle donne nella trasmissione della cultura. La prima concerne la trasmissione da una generazione all’altra dell’”egemonia maschile” (61) . E’ proprio lì che le madri sono fondamentali. Il Liber Manualis di Dhuoda è il tentativo della madre di inculcare nel proprio figlio le regole della mascolinità aristocratica e laica del IX secolo, e, come tale è una guida preziosa alla rappresentavazione dell’ideale di mascolinità. La seconda implicazione concerne i cambiamenti di tali regole durante il periodo storico in discussione. Nell’enorme fermento politico della Roma tardorepubblicana, il concetto di mascolinità era contestato e ridefinito(62) , così come nella tarda antichità. Il consapevole autocontrollo e la colta autorappresentazione dell’aristocrazia senatoria romana era lontanissima dalla spavalderia, dalla violenza e dalla vendetta fatta legge dall’aristocrazia occidentale dei secoli VII-VIII, e dall’etica marziale, seppure cristiana, cui il giovane Guglielmo era stato educato. La trasformazione del concetto di mascolinità dell’elite aristocratica è un aspetto della transizione dall’antichità al medioevo che deve ancora essere approfondito, tuttavia immediatamente sorge la domanda: fino a che punto le moglie e le madri sono state responsabili della natura di questi cambiamenti e della loro trasmissione?
L’attenzione verso le donne in un contesto di “ideologia” della mascolinità riveste un ulteriore aspetto: i classici concetti di mascolinità sono vari e di differenti categorie. Rispetto alla tarda antichità, solo una è stata ben studiata: quella riguardante gli eunuchi. Politicamente cruciali, anche se ufficialmente marginali nella tarda antichità, gli eunuchi erano presenti negli antichi palazzi imperiali e nelle famiglie aristocratiche dell’impero, e, in seguito, nel mondo bizantino. Essi erano spesso percepiti come esseri dotati di attributi morali femminili, in analogia con il loro essere fisicamente alterato (63) . Essi si pongono come antitesi della mascolinità aristocratica, e come dimostrazione che il genere sessuale sviluppa rapporti di potere tanto tra soli uomini che tra uomini e donne. La stessa presenza degli eunuchi e la retorica testuale su di essi evocano prepotentemente la profonda sottigliezza del concetto di genere sessuale nella tarda antichità e nel primo medioevo. Nei primi secoli dell’Oriente bizantino, per esempio, gli eunuchi erano talvolta ritenuti incapaci di raggiungere la vera santità , eppure le donne talvolta abbracciavano la vita religiosa sotto mentite spoglie, assumendo l’apparenza di eunuco (64) . L’assenza di eunuchi nell’Occidente del primo medioevo, suggerisce però che dobbiamo considerare sia le varianti cronologiche che geografiche per quanto riguarda il concetto di genere. Sconosciuti in Occidente se non come bestiame di passaggio al mercato degli schiavi, gli eunuchi comparivano solo, e occasionalmente, sui testi scritti. Il risultato fu che in Occidente le dispute sul genere sessuale acquisirono una polarità molto più semplice e precisa che non in Oriente. L’attenzione al solo concetto di femminilità negli enunciati della tarda antichità e del primo medioevo risulta limitante, senza considerare anche il molto più ampio ventaglio di idee sul genere sessuale all’interno di una società vista nel suo insieme (65) .
Ancora attendiamo una analisi approfondita della grande ricchezza del mosaico di comportamenti e di idee rispetto al genere sessuale nella tarda antichità e nel primo medioevo. Quando l’avremo, prevedo che indicherà che parte della trasformazione del mondo romano fu una trasformazione ricca e complessa della retorica e della realtà del genere sessuale tanto necessaria al quadro generale di cambiamento sociale quanto le trasformazioni della vita urbana che sono ora così chiaramente definite. Sarà una trasformazione che racconta una storia di cultura, politica e vita familiare in evoluzione, così come per la religiosità e la tecnica. Soprattutto si tratterà di una trasformazione storiografica.
E così, infine, per rispondere alla domanda: le donne hanno contribuito alla “Trasformazione del mondo romano”? La domanda è naturalmente presa in prestito(66) . Prendendola dal famoso articolo del 1976 di Joan Kelly sul Rinascimento, il mio intento è fare un’operazione analoga: scuotere e sconvolgere, sfidando i punti di vista consolidati. Ma le mie argomentazioni sono diverse dalle sue. Laddove la Kelly trovò che il Rinascimento fosse stato negativo per le donne, e continuò rovesciando semplicemente la polarità convenzionale del primitivismo medievale e della maturità del Rinascimento, le mie conclusioni non possono essere così semplicistiche. In primo luogo, quattro fondamentali aspetti dell’esistenza delle donne rimasero inalterati: la loro relativa invisibilità storica nelle fonti; la costante del matrimonio e della maternità come punti centrali delle loro esistenze; il loro posto nella gerarchia dei sessi basata sulla superiorità maschile e l’esplicita debolezza del sesso femminile; e la loro vulnerabilità alla violenza e allo sfruttamento. Eppure l’esistenza delle donne nonostante tutto mutò. Il livello di vita, l’accesso alla proprietà, le aspettative e gli obblighi del matrimonio, e l’aumentata disponibilità di alternative religiose al matrimonio, tutto fu soggetto a svolte significative nel periodo tra il 300 e l’800.
Che questi cambiamenti fossero spesso più rilevanti nell’Europa occidentale che a Bisanzio ci dice che dovremmo riconoscere anche la diversità della trasformazione del mondo romano che le donne hanno sperimentato. Al centro della mia tesi, tuttavia, c’è l’accento sulla costante centralità delle donne nella continuazione e trasformazione dei sistemi culturali in Oriente e Occidente, nonostante quei sistemi fossero essi stessi in evoluzione. Analogamente alla mascolinità aristocratica, anche i ruoli di moglie e di madre sono “ovunque e da nessun parte” nelle registrazioni storiche, e solo occasionalmente visibili nelle fonti, ma non per questo sono irrilevanti.
In definitiva, le donne non furono escluse dalle altre trasformazioni sociali. Tutti questi cambiamenti – matrimonio, diritto di proprietà, considerazioni sul ruolo dei sessi, l’organizzazione dello spazio domestico – avevano conseguenze anche sugli uomini. La conclusione è inevitabile: non dovremmo continuare a considerare le donne della tarda antichità e del primo medioevo isolate dal contesto. A questo punto chiedersi se le donne abbiano contribuito alla “Trasformazione del mondo romano” è effettivamente una domanda fuori luogo. Ma, dal momento che poniamo le donne in un mondo di uomini – legislatori, aristocratici, prelati, eunuchi, contadini e perfino schiavi – stiamo parlando di trasformazione di rapporti sociali di enorme complessità e di impatto storico difficilmente definibile. La trasformazione che ancora non si è verificata è quella di reindirizzo metodologico e storiografico necessario per apprezzare questo appieno tutto questo.

Note
Versioni di questo scritto sono state lette alla Medieval Academy of America, Medieval History Seminar, University of Oxford e Womern’s History Seminar, University of London e io riconosco il valore dei commenti di quanti hanno partecipato ai dibattiti che ne sono seguiti. Per l’aiuto che ho ricevuto nella compilazione di questo lavoro, sono immensamente grata a Leslie Brubacker, Jinty Nelson, Tom Noble, Peter Rietbergen, Barbara Rosenwein, Trish Skinner e Pauline Stafford; tutte le opinioni e gli errori sono da attribuirsi a me. La versione finale di questo testo è stata scritta presso Netherlands Institute for Advanced Study il cui supporto e la tranquillità è per me un piacere riconoscere.

Bibliografia

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45. Clark, Women, p. 97; cfr. Roger Bagnall, Egypt in Late Antiquity (Princeton University Press, Princeton, 1993), pp. 92-9, 130-33; Arjava, Women and Law, p. 69.

46. Per esempio, Patricia Skinner, “Women, Wills and Wealth in Medieval Southern Italy”, Early Medieval Europe, 2 (1993), pp. 133-52.

47. Janet Nelson, “ The Wary Widow”, in Property and Power in the Early Middle Ages, ed Wendy Davies and Paul Fouracre (Cambridge University Press, Cambridge, 1995), pp. 82-113; Julia Crick, “ Women, Posthumous Benefaction and Family Strateg in Pre-Conquest England”, Journal of British Studies, 38 (1999), pp. 399-422.

48. Arjava, Women and Law, p. 71; Bagnall, Egypt, p. 130.

49. Messo in evidenza da Beaucamp, “Situation juridique”, p. 176.

50. Judith Herrin, ”In Search of Byzantine Women”, pp. 177-8;
cfr. Pauline Stafford, “Women in Domesday Book”, Reading Medieval Studies, 15 (1989), pp. 75-94 e 81-2; Marc Meyer, “Women’s Estates in Later Anglo-Saxon England: The Politics of Possession”, Haskins Society Journal, 3 (1991), pp. 111-29 e p. 113.

51. Cooper, The Virgin and the Bride, Passim.

52. Gouillard, “Femme de qualité”, p. 450; Smith, “Gender and Ideology”, pp. 54-8.

53. Janet Nelson, “Women and the Word in the Earlier Middle Ages”, Studies in Church History, 27 (1990), pp. 53-78; Herrin, “Public and Private”, p. 187.

54. Vita Desiderii Cadurcensis, chs 9-11, ed. Dag Norberg, CCSL 117, pp. 352-6; Dhuoda, Liber Manualis, ed. Pierre Riché, Sources Chrétiennes 225b, II edizione (Paris, 1991).

55. Auspicius of Toul, panegyric on Arbogast, in Epistulae Austrasicae, 23, MGH Epp. III, pp. 135-6, lines 21-3. Ringrazio Ralph Mathisen per i riferimenti e per avermi fornito una copia della sua traduzione, qui citata.

56. Annales Mettenses Priores, a. 678, ed. B. de Simson, MGH SSRG (Hannover, 1905), p. 3.

57. Janet Nelson, “The Problematic in the Private”, Social History, 15 (1990). Pp. 355-64; Régine Le Jan, Famille et pouvoir dans le monde franc, VIIe-Xe siècle (Publications de la Sorbonne, Paris, 1995).

58. Kenneth Holum, The Theodosian Empress (University of California Press, Berkeley, 1982), Pauline Stafford, Queens, Concubines and Dowagers: The King’s Wife in the Early Middle Ages (Batsford, London, 1983); Lynda Garland, Byzantine Empresses: Women and Power in Byzantium, 527-1081 (Routledge, London, 1999); Anne Duggan (ed.), Queens and Queenship in Medieval Europe (Boydell Press, Woodbridge, 1997).

59. Vita Balthildis, 4, MGH SSRM, II, pp. 485-6; Hincmar, De Ordine Palatii, ed. T. Gross e R. Schieffer, MGH Fontes Iuris Germanici, 145 (Hahn, Hanover, 1990), ch. 6, lines 360-62, p. 72; Smith, “Gender and Ideology”, pp. 70-71.

60. John Tosh, “What Should Historians Do With Masculinity? Reflections on Nineteenth-Century Britain, History Workshop Journal, 38 (1994), pp. 179-202, citazione da pag. 180. Analogamente, Charles Barber, “Homo Byzatinus?”, Women, Men and Eunuchs, ed. James, pp. 185-99.

61. Cfr R.W. Connell, Masculinities (Polity Press, Cambridge, 1995), in particolare p. 77.

62. Richard Alston, “Arms and the Man: Soldiers, Masculinity and Power in Republican and Imperial Rome”, in When Men were Men: Masculinity, Power and Identity in Classical Antiquity, ed. Lin Foxhall e John Salmon (Routledge, London, 1998), pp. 205-23.

63. Keith Hopkins, Conquerors and Slaves (Cambridge University Press, Cambridge, 1978), pp. 172-96; Shaun Tougher, “Byzantine Eunuchs: An Overview With Special Reference to their Creation and Origin”, Women, Men and Eunuchs, ed. James, pp. 168-84; Shaun Tougher, “Images of Effeminate Men: The Case of Byzantine Eunuchs”, Masculinity in Medieval Europe, ed. Hadley, pp. 89-100; Kathryn Ringrose, “Living in the Shadows: Eunuchs and Gender in Byzantium”, in Third Sex, Third Gender: Beyond Sexual Dimorphism in Culture and History, ed. Gilbert Herdt (Zone, New York, 1996), pp. 85-109.

64. Kathryn Ringrose, “Passing the Test of Sanctity: Denial of Sexuality and Involuntary Castration”, in Desire and Denial in Byzantium, ed Liz James (Ashgate, Aldershot, 1999), pp. 123-37; Evelyne Patlagean, “L’Histoire de la femme déguisée en moine et l’évolution de la sainteté féminine à Byzance”, Studi Medievali, 3rd ser., 17 (1976), pp. 597-623; N. Delierneux, Virilité physique et sainteté féminine dans l’hagiographie orientale du IVe au VIIe siècle”, Byzantium, 67 (1997), pp. 179-243, in particolare pp. 199-200.

65. Cfr. Allen Frantzen, “When Women aren’t Enough” in Studying Medieval Women, ed. Nancy Partner (Medieval Academy of America, Cambridge, MA, 1993), pp. 143-69.

66. Joan Kelly Gadol, “Did Women have a Renaissance?”, in Becoming Visible: Women in European History, ed. Renate Bridenthal, Claudia Coonz e Susan Stuard (Houghton Mifflin, Boston, 1976), pp. 139-64.

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