Croci, aquile e crescenti: influenze bizantine sull'araldica balcanica

Ritratto di Nicola

di Enrico Elmitri

Con il presente articolo proseguiamo il discorso iniziato con "Da Roma a Washington: il lungo volo dell'aquila"

Nel decorso saggio abbiamo visto come, pur non essendo tanto antico, l'aquila sia - assieme alla croce, alla stella e alla mezzaluna - uno dei simboli araldici più diffusi (se non il più diffuso) della Storia e del mondo.
Dopo aver tracciata una panoramica sulla sua diffusione nel mondo antico ed in quello contemporaneo (senza, ovviamente, trascurare le epoche di mezzo), completiamo, in parte, il discorso andando a sviluppare le origini e l'evoluzione dell'araldica dei Paesi Balcanici dalle origini ad oggi.
Bisogna innanzitutto sottolineare che non tutti i simboli che esamineremo hanno adotato i simboli qui analizzati, che sono e restano comunque quelli più diffusi.
Iniziamo col ricordare che l'aquila iniziò a diffondersi e radicarsi definitivamente in area balcanica soprattutto durante il periodo romano, benché fonti letterarie e tracce archeologiche ne attestino la presenza già in epoche precedenti; è tuttavia nel corso delle invasioni e dominazioni barbariche (tra queste Goti, Unni, Avari, ecc.) e, soprattutto, con il dominio bizantino che essa diventa a pressoché tutti gli effetti il principale simbolo dell'araldica balcanica, specialmente nella versione bicipite, con la quale l'Impero Romano d'Oriente intendeva riaffermare la sua sovranità sulle due parti dell'antico Impero Romano così come si erano venute affermando subito dopo la spartizione voluta da Diocleziano (284-285 d.C.).
Ungheria, Slovenia e Croazia, per es., adottarono sin dai tempi più antichi simboli ben diversi da quelli di origine o di derivazione bizantina, pur essendo vero che durante la Seconda Guerra Mondiale le unità slovene inquadrate nel nostro esercito portarono uno scudetto da braccio bianco caricato da un'aquila azzurra; per converso, ancora nel periodo del cosiddetto Regno SHS (= serbi, croati e sloveni), poi regno di Yugoslavia, la Slovenia fu rappresentata da un crescente d'argento su fondo azzurro che racchiudeva "tre puntali di spada male ordinati", mentre la Serbia fu raffigurata da una croce bianca su fondo rosso accantonata da quattro acciarini spesso accostati alla lettera B, che in greco e in cirillico si legge V, sovente interpretata come l'iniziale delle quattro parole che - tradotte dal greco - significano "Re dei Re regnante sui Re", vale a dire la pretesa dell'Imperatore di Bisanzio (detto alla greca Basiléòs) di regnare su pressoché tutte le terre allora conosciute, pretesa peraltro rafforzatasi all'indomani dello Scisma d'Oriente e alla formazione della Chiesa Cristiana Ortodossa (1054); la Croazia venne, invece, rappresentata da uno scudo scaccato in bianco e rosso, con il primo riquadro rosso in tempo di pace e bianco in caso di guerra.

All'indomani della sua conversione al Cristianesimo, e - soprattutto - dopo l'ascesa al trono della dinastia dei Nemanja (o Nemancic), la Serbia adottò come proprio emblema un'aquila bianca su fondo rosso analoga a quella che secoli dopo - secondo la leggenda - i lituani Jagelloni imposero alla Polonia e diventata simbolo stesso dello Stato slavo settentrionale (premesso che Yugoslavia significa, in effetti, "terra degli slavi meridionali"), anche se la prima bandiera adottata dai serbi per volontà, si dice, di Stjepan IX Dušan raffigurava un'aquila bicipite rossa fortemente stilizzata su fondo oro, che - in effetti - scomparve quasi subito. L'adozione dello scudo crociato con gli acciarini (in cui molti identificano - oltre alle parole sopra riportate - anche quattro C, che in cirillico si leggono Š, ed il cui significato sarebbe "Solo i serbi salveranno la Serbia ", e ciò soprattutto dopo la disfatta di Kosovo Polje, 1389") è per alcuni precedente, per altri successivo a quella dell'aquila; in ogni caso, sia l'uno che l'altro simbolo furono adottati dal nuovo Stato Serbo sin da quando - finita l'esperienza di Ðjorðje Petrovic-Njegosc, detto Karaðjorðje (= Giorgio il Nero) per via della folta capigliatura e i baffi corvini e perché, in segno di lutto per la Grande Madre Serbia, vestiva sempre di nero (1804) - l'Impero Ottomano concesse ai serbi un'ampia autonomia sotto la guida degli Obrenovic, prima alleati e poi avversari di Karaðjorðje, infine abbattuti e sterminati da un Colpo di Stato militare che li sostituì sul trono con i Karaðjoðjevic (1903), destinati a reggere le sorti del Regno di Serbia e poi del Regno SHS (infine Regno di Yugoslavia) sino all'invasioine e all'occupazione italo-tedesca (1941-1944). Simbolo nazionale serbo fu, inizialmente, il solo scudo crociato, che - con la definitiva indipendenza conseguita a seguito del Trattato di Santo Stefano e dell'immediatamente successivo I° Congresso di Berlino (entrambi del 1878) - venne sempre più associato all'aquila bicipite bianca coronata d'oro su fondo rosso, che nella versione ufficiale era racchiusa entro un manto interamente ermellinato sormontato dalla corona regia, mentre nella versione più comune tale scudo (sempre coronato d'oro) appariva spoglio di ogni altro attributo, compresi i supporti (due soldati serbi in costume tipico con la bandiera nazionale). Chiusa, con la Liberazione , l'esperienza monarchica, la serbia conservò lo scudo, cui però venne tolta la croce e che fu inserito all'interno di un serto di spighe di ispirazione chiaramente sovietica chiuso superiormente dalla stella rossa del Comunismo e legato inferiormente da un nastro rosso sulle cui spire comparivano le date fondamentali della recente Storia serba (1804-1813). Con lo scioglimento della Repubblica Federativa Socialista di Yugoslavia la Serbia ha recuperato il vecchio simbolo monarchico, anche se non sono mancate, persino da parte di molti anticomunisti storici dichiarati, contestazioni perlopiù di carattere pratico al riguardo, trattandosi di simboli difficilmente riproducibili secondo le regole della grafica attuale.

Anche il Montenegro adottò l'aquila bicipite bianca su fondo rosso sin dal momento in cui i Petrovic-Njegosc (gli stessi da cui discendeva Karaðjorðje, e ai quali apparteneva anche la regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III) ne fecero un principato vescovile, analogo per molti aspetti a quelli di Trento e Bressanone in Italia e di Salisburgo in Austria, con la sola differenza che si trattava di uno Stato di confessione greco-ortodossa. Quando sul finire dell' 800 l 'ultimo principe vescovo venne deposto dal nipote Nicola, prima principe e - dal 1910 al 1918 - re del Montenegro, nonché suocero di Pietro I di Serbia e, dulcis in fundo, di Vittorio Emanuele III, tale simbolo venne inizialmente sostituito da una croce bianca su fondo rosso recante il monogramma del nuovo sovrano in caratteri cirillici rossi (H.I, da leggersi N. I, cioè Nicola I), per essere poi ripristinato caricando il petto dell'aquila di uno scudo azzurro con al centro un leone passante (= orizzontale) d'oro, il tutto sormontato dalla corona reale d'oro. Tale simbolo fu abolito durante il periodo monarchico yugoslavo e sostituito, durante quello comunista, da un monte di colore nero (cui il Paese balcanico deve il nome, successivamente virato in blu scuro) sormontato da un monastero con alla base le onde del mare (al Montenegro appartengono le Bocche di Cattaro, sino la 1918 soggette all'austria-Ungheria) e racchiuso - come sempre - dal tradizionale serto di spighe di derivazione sovietica. Con il nuovo patto confederale serbo-montenegrino seguito allo scioglimento della Yugoslavia (1991) il vecchio simbolo monarchico è riapparso anche sulla nuova bandiera, rossa col bordo dorato, che si sipira a quella adottata subito dopo la definitiva ascesa al trono di Nicola I, poi sostituita da quella entrata in uso successivamente e che, come quella serba, si ispirava a quella imperiale russa, ma con i colori (ovviamente orizzontali) rovesciati (rossa-blu-bianca anziché bianco-rosso-blu): l'unica differenza consisteva nel fatto che la bandiera montenegrina recava le iniziali dorate HI (Nicola I) sormontate dalla corona reale.

Un altro Paese balcanico (forse l'unico, assiema alla Romania, non slavo) ad adottare l'aquila bicipite, questa volta nera su fondo rosso, fu l'Albania, il cui nome indigeno, Shquiperija, significa - manco a dirlo - "Paese delle aquile" per via del suo territorio prevalentemente montuoso. L'adozoine di tale emblema non fu, però, dovuto ai bizantini (che pure ne ebbero per qualche tempo il controllo e il dominio), bensì a Giorgio Castriota, detto Skanderbeg (dal turco Iskandàr bey, cioè Principe Alessandro, perché paragonato dagli stessi turchi e dagli albanesi ad Alessandro Magno, da cui una genealogia interessata lo faceva discendere, dato che un re epirota - cioè proprio albanese, Alessandro il Molosso, era - oltreché zio anche cognato dell'omonimo re macedone, avendone sposata la sorella Cleopatra proprio il giorno stesso in cui Filippo II - padre di Alessandro Magno - veniva assassinato). La prematura morte di Skanderbeg pose fine alla breve indipendenza dell'Albania, che ritrovò la libertà solo nel 1913; dopo alterne vicende, e con l'ascesa al Potere prima, e al trono poi, del gen Ahmed Zoghu con il nome di Zog I (1929), l'aquila bicipite nera su fondo rosso tornò definitivamente in uso sormontata dal cosiddetto "elmo di Skanderbeg", raffigurante una testa di capra (o, forse, di stambecco) dorata, da sempre considerata corona dei re d'Albania, titolo che - con l'occupazione ed annessione italiana (1939) - passò a Vittorio Emanuele III, all'epoca già insignito - oltre che di quello di Re d'Italia - del titolo di Imperatore d'Etiopia: in tale circostanza lo stemma albanese subì una parziale modifica con l'abbiancamento di due fasci littori neri legati da un nastro sulle cui spire veniva ripetuto il motto sabaudo FERT. La liberazione da parte dei comunisti di Enevr Hoxha (prozio della cantante Anna Oxa!) portò alla soppressione dei fasci e della corona di Skanderbeg, e all'inserimento dell'aquila (senza sfondo) nel solito serto stilizzato di spighe sormontato dalla stella rossa, legato in basso da un nastro rosso recante la data di proclamazione della Repubblica Popolare d'Albania. La caduta del regime comunista (1990) portò dapprima alla semplice soppressione della stella, e poi al ripristino dello scudo rosso con l'aquila nera cui recentemente è stata di nuovo aggiunta la corona di Skanderbeg.

La Romania non rientra nello specifico nel novero dell'araldica bizantina, pur avendone subito il dominio e l'influenza. Sin dall'indipendenza, infatti, essa adottò - assieme alla bandiera blu-giallo-rossa di ispirazione francese - un'aquila d'oro monocipite molto semplice (quasi stilizzata) coronata d'oro e con una croce pure dorata nel rostro caricata degli stemmi delle regioni che la costituiscono (Moldavia, Valacchia, Transilvania, Banato, Dobrugia), al centro del quale era originariamente posto lo scudo dinastico degli Hohenzollern-Sigmaringen (inquartato di bianco e di nero), il tutto su fondo azzurro. Nella versione ufficiale lo stemma veniva posto all'interno di un mantello ermellinato sormontato dalla corona regia e sostenuto da due leoni dalla testa rivolta verso l'esterno. Lo stemma originario - senza quello della dinastia né gli attributi monarchici - è tornato in uso subito dopo la caduta del regime comunista (1989), che lo aveva sostituito son un panorama alpino dominato da un pozzo di petrolio chiuso nel solito serto di tipo sovietico con la stella rossa in cima e il nastro tricolore su cui - nell'ultima versione - appariva scritto REPUBLICA SOCIALISTA ROMANIÂ (caso unico nei Balcani, il romeno non è affatto dissimile dall'italiano). ed è servito, come pure la bandiera, da modello a quello della Repubblica già sovietica della Moldova (un tempo Moldavia), corrispondente alla regione storica della Bessarabia, annessa alla Romania dopo la Prima Guerra Mondiale e che fu poi annessa all'Unione Sovietica dopo il 1945 (l'URSS parlò in seguito di un recupero, essendo tale regione già appartenente all'Impero Russo): l'unica differenza consiste nel fatto che sul petto dell'aquila moldava compare un semplice scudo troncato d'azzurro e rosso caricato del ceffo (= capo, testa) di un uro (= bisonte antico) nero ai lati delle cui corna si trovano il sole e la luna, emblema questo attribuito sin dall'origine alla Bucovina, una delle cui parti fa oggi parte, per l'appunto, della Moldova.

La Bulgaria, infine, adottò come proprio simbolo un leone rampante (raffigurato, cioè, ritto sulle zampe posteriori) d'oro coronato d'oro su fondo rosso, forse in omaggio al fatto che alcuni imperatori bizantini si chiamavano Leone (tra questi Leone III l'Isaurico). La versione principale dello stemma lo raffigurava sormontato dalla corona reale, chiusoin un serto di quercia e retto - come nel caso della vicina Romania (con la quale i rapporti furono sempre tutt'altro che facili) - da due leoni rampanti dal capo rivolto verso l'esterno, ripristinato dopo la caduta del regime comunista, che sveva sì mantenuto il leone, ma ponendolo su fondo azzurro, senza corona, sempre all'interno del classico serto di spighe di derivazione sovietica chiuso dalla stella rossa e legato inferiormente da un nastro rosso recante le date d'insediamento dei bulgari nel Paese (890 d.C.) e dell'avvento del regime comunista (1944), tra la cui spira centrale e le zampe posteriori del leone si trovava una ruota dentata.

Concludiamo a questo punto il saggio, anche se vi sarebbero molti altri aspetti dell'araldica bizantino-balcanica da esaminare, ma non voglio occupare ulteriore spazio e disperdere tempo prezioso che desidero, invece, dedicare ad altri argomenti.

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