I terremoti nel mondo tardo-antico e bizantino

di Filippo Conconi

“In geologia un'epoca è la durata seguente un grande cambiamento della terra e ne è condizionata finché un altro grande cambiamento sconvolge l'aspetto del globo e trasforma le condizioni della vita. Ora, la geologia è già vicinissima alla storia, dal momento che ne è separata solo dalla geografia”.

Gonzague De Reynold

INTRODUZIONE

Lo scopo di questo articolo è quello di descrivere in maniera sommaria la geo-dinamica dell'area Egeo-Anatolica con riferimento alle interazioni che essa ha avuto in passato ed ha tuttora con l'attività umana. In particolare l'obbiettivo è quello di far luce sul significato storico della sismicità, ossia su come la sismogenicità, che è la caratteristica fisica di un ambiente, abbia interagito con i sistemi abitativi, culturali e politici di civiltà diverse dalla nostra, in particolare quella romana tardo antica e bizantina.

UNO SGUARDO GENERALE ALLA TETTONICA A PLACCHE NELL'AREA EGEO-ANATOLICA

Fino all'inizio del novecento i geologi erano convinti che i continenti e i bacini oceanici fossero forme stabili e immobili della superficie terrestre, ma nel corso degli ultimi decenni una grande quantità di nuove informazioni e dati ha contribuito a mutare radicalmente la nostra interpretazione circa l'attività della Terra e i conseguenti fenomeni che osserviamo sulla sua superficie (vulcani, terremoti, ecc). Adesso interpretiamo la crosta non più rigida ma anzi formata da circa 20 zolle, o placche, di cui le maggiori sono sei: quella africana, quella euroasiatica, quella pacifica, la zolla nordamericana, quella dell'sudamericana e infine quella antartica.


Distribuzione delle placche tettoniche, immagine tratta dal sito Geologia.com

Tutte queste placche poggiano sul mantello, che non è un substrato rigido e quindi permette un certo movimento alle zolle. La teoria della deriva dei continenti si deve al metereologo Alfred Wegener (1915), accompagnata da una serie di prove ed osservazioni; ipotizzò che un tempo fosse esistito un superecontinente, che chiamò Pangea (tuttoterra) a cui si contrapponeva un oceano detto Pantalassa (tuttomare) , e questo circa 200 milioni di anni fa avesse iniziato a frammentarsi in pezzi più piccoli che sono andati alla "deriva" verso le posizioni attuali.

Il Mediterraneo è senza dubbio una delle zone geologicamente più calde di tutto il globo, in esso si scontrano tre placche: quella Africana a sud, quella euro-asiatica a nord e quella anatolica ad est. Questo ne consegue una elevata attività vulcanica e sismica spesso distruttiva che specie nel centro-sud Italia e nel mar Egeo ha condizionato l'evolversi della civiltà umana.


Immagine tratta dal sito dell'US Geological Survey

Celebre è infatti il “mito” di Atlantide, citato da Platone, che gli esperti hanno identificato con l'arcipelago di Santorini, l'antica Thera. L'isola esplose violentemente intorno al 1456 a.c. eruttando ben 18 Km cubi di magma e frammentandosi in un arcipelago, la repentina vaporizzazione dell'acqua deve aver scatenato una serie di esplosioni titaniche che hanno fatto sprofondare ciò che restava dell'isola, sollevando uno tzunami con ondate alte fino a 60 metri che si schiantarono sulle coste di Creta e dell'Egitto!

Tuttavia la dinamica dell'eruzione a Thera, come documentato dagli scavi archeologici e da studi geo-fisici vulcanologici, escluderebbe la repentinità del cataclisma tramandata da Platone. Nelle case portate alla luce ad Akrotiri non vi sono resti umani, nessun gioiello, nessun oggetto prezioso, come se gli abitanti avessero avuto tutto il tempo di raccogliere i propri beni e fuggire, a differenza di quanto avvenuto a Pompei ed Ercolano.

Utensili e scorte di viveri sono stati trovati negli scantinati delle case, forse messi lì per proteggerli dalle scosse: cosa che fa pensare ad una certa dimestichezza degli abitanti con i terremoti. La scoperta di pomici entro i pozzi di antichi palazzi messi in luce dagli scavi avviati agli inizi del secolo scorso rafforzò l'ipotesi che la caduta della civiltà minoica di Creta fosse dovuta ad una catastrofe naturale che ebbe come conseguenza fra l'altro il trasferimento di popoli e potere verso la Grecia continentale e le coste della Ionia.

Ma quale sarà l'evoluzione per il futuro? La zolla Africana, spingendo verso nord ridurrà le dimensioni del Mediterraneo e ripiegherà l'Italia fino a farle assumere una posizione quasi parallela all'equatore, chiudendo l'Adriatico. La Grecia sarà compressa fino ad essere portata a ridosso della Turchia e il mare Egeo diventerà un lago. In compenso si allargherà il mar Rosso da cui è destinato ad originarsi un nuovo oceano. La conseguenza di tutto ciò saranno nuove eruzioni, e nuovi terremoti anche catastrofici, come in passato!

Senza dubbio l'attività geo-dinamica ha condizionato molto la vita politica, economica e sociale delle civiltà che prosperarono nel Mediterraneo orientale, fin dagli albori dell'umanità. Emblematico è ciò che accadde durante il regno di Giustiniano, l'Impero infatti fu colpito da terremoti ed inondazioni e Procopio, nelle sue Storie Segrete, naturalmente diede la colpa alla condotta corrotta dell'imperatore:

“Tutto questo toccò all'umana stirpe sotto quel demonio incarnato, in veste d'imperatore; il responsabile ne fu lui….. così Antiochia, la prima città d'Oriente, fu distrutta dai terremoti, come pure Seleucia che le sta vicina, nonché Anazarbo, illustrissima tra le città cilicie; chi saprebbe contare quante persone vi perirono? E si aggiungano Ibora, Amasea (già centro più importante del Ponto), Poliboto in Frigia, la città che i Pisidi chiamano Filomede, Licnido degli Epiroti, Corinto: città popolosissime sin dai tempi antichi, ma alle quali, tutte, toccò a quel tempo crollare per i terremoti e perire insieme alla quasi totalità degli abitanti.. Giunse poi la peste, che s'è già menzionata, e che si portò via la metà dei sopravvissuti. Tanto fu lo sterminio d'uomini quando Giustiniano prima resse il governo romano, poi detenne il potere imperiale.”

Per non parlare poi del numero elevatissimo di terremoti che colpirono e che colpiscono tuttora la città di Costantinopoli; ricordiamo tra i più rovinosi quello del 447 che distrusse la maggior parte delle mura Teodosiane e che indusse la popolazione a sforzi enormi per la ricostruzione, anche in vista di un imminente invasione di Attila. La Nuova Roma è situata in una delle zone a maggior rischio sismico del globo, basti pensare che si trova esattamente sul bordo di una faglia a carattere regionale(in geologia significa che ha una grande importanza geo-dinamica) che separa la placca anatolica da quella euro-asiatica e sulla quale circa cinque milioni di anni fa si impostò una valle fluviale, l'attuale stretto del Bosforo, Mar di Marmara e Dardanelli

In quel periodo geologico (il Messiniano) il mar Mediterraneo era un bacino in fase di apertura con un livello molto più basso di quello attuale e caratterizzato da un'elevata salinità, simile per intenderci a quella del Mar Morto. Per contro il Mar Nero era una depressione isolata dal Mediterraneo, posta ad una quota più bassa di quest'ultimo e colma d'acqua dolce.

Verso la fine del Messiniano però a seguito di terremoti ed eruzioni innescatesi dallo scontro tra la placca africana e quella euro-asiatica, il Mediterraneo entrò in comunicazione con l'oceano Atlantico tramite lo stretto di Gibilterra e quasi contemporaneamente con il Mar Nero. Secondo questa teoria si generarono delle megacascate che portarono l'acqua dell'oceano a riversarsi, come in vasi comunicanti, prima nel Mediterraneo e successivamente nel Mar Nero.

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato addirittura un flusso di 50 chilometri cubi d'acqua al giorno, capaci di innalzare la superficie dei due mari di 15 centimetri al giorno! Il processo di erosione seguito alla forza inimmaginabile delle acque avrebbe accelerato l'approfondimento della “valle del Bosforo” che attualmente raggiunge circa la quota -100.

Indagini geofisiche recentemente eseguite in loco hanno trovato che la struttura rocciosa del fondale del Bosforo, oggi coperta da sedimenti fino a 20 metri sotto il livello del mare, ha proprio una profondità di circa 100 metri, e risulta tagliata da profonde gole che sembrano prodotte da un rapido scorrimento d'acqua (una di queste è il celebre Corno d'Oro); inoltre è stata individuata una superficie alluvionale a una profondità di circa 150 metri; dal prelievo dei campioni si è scoperto che i sedimenti erano tipicamente d'acqua dolce, e quelli al di sopra erano di acqua salata.

IL TERREMOTO: UNO SGUARDO GENERALE DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO E STORIOGRAFICO.

Definizione di terremoto

Un terremoto, o sisma , è un'improvvisa vibrazione del terreno prodotta da una brusca liberazione di energia la quale si propaga in tutte le direzioni (come una sfera) sotto forma di onde.
Ma cos'è questa energia? Immaginate di avere tra le mani un bastone di legno: se si inizia a piegare esso offre una resistenza al piegamento che si esprime sotto forma di energia elastica; le rocce si comportano nello stesso modo: cioè se una porzione di roccia inizia a deformarsi, essa offrirà una certa resistenza (che cambia a seconda del tipo di roccia), ma quando le forze che tengono insieme la roccia vengono superate da quelle che le deformano allora questa si spezza e si ha un brusco spostamento delle due parti che rilasciano l'energia che avevano accumulato durante la deformazione e ritornano in uno stato indeformato (ritorno elastico).
Lo spostamento avviene sia verticalmente che orizzontalmente.
Di solito queste rotture, ed i conseguenti spostamenti, si hanno lungo linee preferenziali chiamate faglie, e il punto preciso da cui si propaga il terremoto è detto ipocentro , mentre lo stesso punto, portato in verticale sulla superficie terrestre, si chiama epicentro .

Immagine tratta dal sito Geologia.com

Una faglia è sostanzialmente una frattura nel terreno, profonda anche vari chilometri, lungo la quale avvengono i movimenti del terreno. Infatti essa non è altro che una linea di minore resistenza della roccia sottoposta a pressioni e quindi la rottura avviene sempre lungo questa linea, detta anche linea tettonica.

La memoria degli uomini

Quando un greco dell'antichità parla di un sisma dice seìei e sottintende, per questo verbo d'azione: ho theos , il dio scuote la terra, così in greco come in altre lingue di altre culture, l'uso della parola attribuisce il primo movimento alla divinità come un atto personalizzato, la realizzazione di un evento che per noi è un fenomeno della natura desacralizzata.
Il responsabile dei sismi e di tutti i movimenti che gli accompagnano è Poseidone, il padrone o lo scuotitore della terra, ennosìgaios , enosìchthon .
Poseidone è il dio delle profondità della terra, sposo della madre terra, Ghè ; a lui si adatta esclusivamente il nome di Gaiè(v)ochos, cioè “possessore della terra”, “sposo della terra”, oppure “scuotitore della terra”.Questo dio col tridente non è in effetti, originariamente, un dio marino: è al contrario il dio del suolo e del mondo minerale.Nelle epoche successive si tende tuttavia ad identificare il responsabile dei terremoti nel dio degli inferi Vulcano, mentre nel mondo romano Marte si sostituì in epoca imperiale alla dea Tellus .

L'oscillazione delle lance di Marte: metafora o un paleo-sismografo?

Nell'anno 99 a.c. secondo un noto passo delle Notes Atticae di Aulo Gellio, fu annunciato a Roma dal pontefice massimo che la terra aveva tremato e che le lance di Marte nella Regia si erano mosse. Questo fenomeno prodigioso che gli storici spesso elencavano nelle loro narrazioni era presagio di una minaccia incombente.
Oltre che a Roma, le lance di Marte erano conservate anche in altre città latine; si sa per esempio che ve ne era una a Praeneste ( Hastam Martis Praeneste sua sponte promotam, Livio. 24.10.10 ). Scrive Gellio, riferendosi all'anno 99 a.c: “ ho letto negli antichi annali che si usa notificare quando la terra ha tremato e quali espiazioni si devono compiere: così venne notificato al senato che nel sacrario le lance di Marte si erano mosse. In questa circostanza, avvenuta durante il consolato di M.Antonio e A.Postumio, venne emesso un senatoconsulto, il cui testo è il seguente: poiché Caio Giulio, figlio di Lucio, pontefice, ha notificato che nel sacrario della Regia le lance di Marte si sono agitate, su tale argomento il senato ha decretato che il console M.Antonino faccia un sacrificio a Giove e a Marte e a quegli altri dei che egli crede.”
Analizzando il testo si può fare la seguente considerazione: si specifica che tale spostamento avviene sponte , cioè senza che niente e nessuno intervenisse a mutare lo stato di quiete degli oggetti. Probabilmente Gellio si riferiva a due prodigi distinti: il terremoto e lo spostamento delle lance; ma non è da escludere una relazione tra i due fenomeni e quindi l'ipotesi che le lance avessero oscillato a causa di un terremoto.
E' possibile che questo avvenisse, ma è molto difficile ritenere che esistesse nella Regia un impianto strutturato al fine di rilevare le scosse, come supponeva lo storico R.Lanciani nei primi del novecento.

Sensibilizzazione ed affinamento delle fonti nel Basso Impero e nel periodo Proto-Bizantino.

Già con la descrizione di Cassio Dione (III sec. d.c.) del sisma di Antiochia del 115 d.c., le fonti dei sismi diventano più particolareggiate. Se in epoche precedenti l'evento sismico era stato registrato senza dettagli, verso il II-III sec. la sismicità viene considerata in modo più attento e circostanziato.
Si può ipotizzare che questo mutato atteggiamento dipenda da molteplici fattori, quali la monumentalizzazione delle città romane e quindi il conseguente aumento dei danni dovuti a crolli e dissesti; un maggior attaccamento alla proprietà ed al luogo di residenza, dovuto al progressivo calo della mobilità nel territorio dell'impero romano; inoltre l'aumento dell' evergetismo imperiale (elargizioni, donazioni e condoni fiscali concessi dagli imperatori) alle città colpite da terremoti distruttivi. Ma non è solamente l'aspetto strettamente materiale focalizzare l'attenzione su un terremoto: nei testi vi è più cura nel ricordare tale fenomeno anche per un processo di sensibilizzazione alla realtà fisica del paesaggio, che determinò un grado più elevato di realismo nel descrivere determinate situazioni e fenomeni naturali.
Sembra farsi strada, in questi secoli, nella coscienza sia pagana che cristiana, l'idea che un terremoto distruttivo coincida con un effettiva catastrofe, che coinvolge l'umanità e rovescia l'equilibrio sociale. Si può rilevare che autori cristiani tendevano a riportare l'insieme dei terremoti verificatesi tra il 350 e il 370 circa all'attività empia di Giuliano l'Apostata, favorendo il 363, data della sua morte, come evento centrale, mentre il pagano Zosimo (V sec. d.c.) faceva il contrario, trasferendo cioè al 375 d.c. un evento probabilmente accaduto in precedenza, ai fini di scagionare Giuliano.
E' tipico di questo periodo, con l'avanzare dell'autocrazia tardoantica e bizantina, il riferimento costante alla stabilità della natura e dell'ordine sociale, garantita (o impedita) dalla figura suprema dell'imperatore. Il terremoto infatti, fu utilizzato largamente in funzione propagandistica nel quadro del conflitto fra paganesimo e cristianesimo, un esempio è il rescritto di Massimino contro i cristiani contenuto in Eusebio (HE 9.7.3-14), dove questi vengono accusati di sovvertire non solo l'ordine sociale, ma anche quello naturale, provocando appunto pestilenze e terremoti.
I cronografi bizantini, a partire dal VI sec. d.c., elencano una serie di sismi che interessano in modo particolare Costantinopoli e le città legate alle vicende della Chiesa, come Nicea e Nicomedia. Il legame tra evento sismico e volontà divina (o anche disordine politico) viene spesso amplificato in alcune circostanze, riprendendo la tendenza tardoantica all'universalizzazione del terremoto, le fonti finiscono per concentrarsi soprattutto su alcune date storiche.

La sismicità è osservata con grande attenzione dal grande matematico e architetto Antemio di Tralle, il quale intraprende per la prima volta un approccio sperimentale; Malala, che attinge a fonti molto attendibili, si interessa anche ad aspetti relativi ai periodi precedenti, come il cambiamento di nome delle città colpite da terremoti e restaurate dagli imperatori. Si sviluppò in questo periodo un singolare punto di vista destinato a ripercuotersi nella mentalità corrente: se da un lato, la tradizione aristotelica rimase la base per le teorie interpretative del terremoto, dall'altro, le sacre scritture furono giustapposte alle teorie scientifiche.

Cosma Indicopleuste e Giovanni Filopono (VI sec.) sono tra gli esempi più interessanti di questo conflitto di opinioni nel periodo proto-bizantino: Cosma , la cui geografia si fonda esclusivamente sull'analisi delle scritture, si scontra con l'aristotelico Filopono nel tentativo di creare una scienza geografica e meteorologica in chiave esclusivamente cristiana e di evitare pericolose contaminazioni con la scienza ellenica. La giustificazione religiosa ed al tempo stesso politica della violenza dei terremoti, frequenti in Costantinopoli, si ritrova nella legislazione di Giustiniano o negli inni di Romano il Melode (VI sec. d.c.), Agazia (VI sec.) riflette sulla periodicità di tali eventi, mentre la letteratura astrologica sviluppa gli elementi sperimentali della scienza per definire e comprendere gli effetti del sisma sulla vita quotidiana.

La grande quantità di eventi sismici ricordati nelle fonti bizantine intorno al VI sec. complica spesso la ricerca a causa dell'incertezza e delle contraddizioni dei vari cronografi.

IL TERREMOTO A COSTANTINOPOLI DEL 6 NOVEMBRE 447 D.C. ED I SUOI RIFLESSI SULL'ITALIA CENTRALE

Il terremoto che colpì Costantinopoli nel 447 fu uno dei più rovinosi che la città abbia mai conosciuto; dai danni causati agli edifici si è stimata una magnitudo pari a circa l'nono-decimo grado della scala Richter! Vista la particolare “rovinosità”, questo evento sismico risulta essere il maggiormente documentato dagli storici dell'epoca e da quelli successivi, anche perché la “migrazione” del suo epicentro colpì anche Roma, creando sgomento e terrore tra le popolazioni dell'Impero, che lo avrebbero interpretato come un presagio di grande sventura.
Le prime testimonianze degli effetti del grande sisma le incontriamo in un passo della cronaca di Marcellino riferito alle mura teodosiane, in cui sono elencati i danni e documentati i successivi restauri: “ Sotto il consolato di Ardobino e Calepio a causa di un terremoto che colpì molte località, la maggior parte delle mura della città augusta appena riedificate crollarono assieme a cinquantasette torri. Anche dei grossi blocchi di recente posti l'uno sull'altro in un edifico nel Forum Tauri e moltissime statue, sono cadute senza danno per nessuno. Molte città crollarono, la carestia e la peste uccisero migliaia di uomini ed animali….. le mura della città augusta, furono ricostruite entro tre mesi per opera del prefetto del pretorio Costantino” (Marcell. Com.447.1-3).
La rapidità della riedificazione delle mura, “intra menses tres” , fu determinata dall'incombere della minaccia degli Unni. Un'indicazione topografica precisa nel testo di Marcellino è quella riguardante il Forum Tauri , il quale era conosciuto con il nome di foro di Teodosio I; il grande foro fu fondato sulla linea dell'arteria stradale porticata (Mesè), oltre il foro di Costantino.

Ricostruzione probabile del foro di Teodosio, immagine tratta dal sito www.byzantium1200.com

In esso si trovava la colonna istoriata dell'imperatore che la violenza degli eventi naturali e degli uomini non risparmiò, il terremoto fece cadere la statua dell'imperatore e danneggiò anche il fusto, crollò anche il celebre arco di Teodosio i cui resti sono ancora oggi visibili. Nel suo catalogo del 1883, il famoso sismologo, l'abate G. Mercalli dedicò una scheda speciale al terremoto del 447, convinto che oltre a Costantinopoli avesse colpito anche l'Umbria e in seguito Roma.
In particolare Mercalli fece riferimento agli studi dell'abate Venuti (1753) e di G. Baglivi (1710), il quale scrivendo del fiume Clitunno (che scorre nelle vicinanze di Spoleto) affermava che “nel terremoto memorabile dell'anno 447, dal quale per sei mesi fu scossa Costantinopoli e quasi tutto il mondo, il fiume perse una gran parte delle sue acque”.
Sempre sul Clitunno l'abate Venuti scrive: “ Ma è da osservarsi che sotto il consolato di Ezio per la terza volta e di Simmaco, che corrisponde agli anni della nostra salute 447, il famoso fonte del fiume Clitunno dovè restare repentinamente mancante d'acqua, che gli stessi abitatori circonvicini non l'avevano più riconosciuto: la cagione di così fatto accidente fu il gran terremoto di detto anno, di cui fa menzione Marcellino e più particolarmente Niceforo, dicendo che il detto terremoto, di grandezza, celerità, e durata superò quanti mai ne erano occorsi, durando sei mesi continui: tra gli altri effetti che produsse, fu a mio credere uno, di dividere con ascose ruine i meati del fiume Clitunno, onde restò il medesimo così povero di acque che divenne un piccolo ruscello, come ci attesta Sidonio Apollinare, che fiorì al tempo di Leone imperatore e fa menzione delle sue gelide acque” . Il testo prosegue ricordando un epigrafe cristiana posta nel tempio situato presso il fiume e che sarebbe stata datata, secondo l'autore, al tempo del terremoto.Le fonti da cui Baglivi e Venuti apprendevano la notizia del terremoto erano due: la Cronaca di Marcellino e l'Historia Ecclesiastica di Niceforo Callisto, autore bizantino del 1256-1336.
Nella sua Historia Niceforo fondeva assieme i due terremoti del 437-438 e del 447 tanto che le descrizioni dell'uno e dell'altro diventavano indistinguibili. Il racconto di Niceforo aveva origine da un passo della Historia Ecclesiastica di Evagrio (VI sec.): “sotto il regno di Teodosio si verificò un fortissimo e violento terremoto che superò di gran lunga i terremoti precedenti, per così dire in tutto il mondo; molte torri della città regia crollarono. Cadde anche il muro lungo chiamato Chersoneso, si aprì la terra, i villaggi furono inghiottiti, molti ed innumerevoli disastri si verificarono per terra e per mare.
Tempietto del Clitunno

Alcune sorgenti apparvero prosciugate, ci furono piene d'acqua là dove prima non ve ne era, gli alberi con tutte le radici furono sollevati in alto, molti cumuli di terra diventarono montagne, i pesci morti furono scaraventati sulla terra, molte isole furono coperte dalle acque.
Le navi che prima si potevano vedere in secca tornarono sull'acqua. Subirono danni molti luoghi della Bitinia, dell'Ellesponto e delle due Frigie. Per qualche tempo ci fu questa calamità sulla terra e continuò, però non con la stessa violenza con cui aveva iniziato”.

Il resoconto di Evagrio, ripreso da Niceforo, sebbene abbastanza enfatizzato, è ben dettagliato: si trattò di un terremoto di alta magnitudo con epicentro in mare, che provocò un importante onda di tzunami, che investì un ampia zona i cui effetti sismici furono ben sentiti a Costantinopoli. L'energia rilasciata era talmente elevata che lo “sciame sismico” si protrasse per ben sei anni, è quindi possibile che tale evento sismico abbia avuto, geologicamente parlando, un importanza regionale, cioè abbia interessato un punto in cui gli stress tettonici erano talmente elevati da colpire di riflesso altri punti nevralgici situati in corrispondenza dei limiti delle due placche, generando una migrazione di epicentri da oriente verso occidente.

Tuttavia è molto plausibile che il sisma che colpì l'Umbria, ipotizzato da Baglivi, Venuti e poi da Mercalli come conseguenza di quello di Costantinopoli, sia stato in realtà un evento a parte: primo perché se fosse stato “indotto” avrebbe avuto una energia limitata, secondo perché la valle del Clitunno si trova su un sistema di faglie, molto attivo appartenente alla linea tettonica Anzio-Ancona, (dove è avvenuto il recente terremoto che ha colpito l'Umbria nel 1997), terzo perché né in Niceforo, né in Marcellino vi è un qualche accenno ad un fenomeno naturale in Italia, tantomeno in Umbria, tale da mutare il regime idrico del Clitunno. Tale evento ebbe origine unicamente alla lettura imprecisa delle fonti antiche da parte di alcuni scrittori eruditi del sei-settecento.

GLI ESPERIMENTI SISMICI DI ANTEMIO DI TRALLE

Una serie di scosse, avvenute tra il 551 ed il 554 d.c., funestò in modo particolare l'impero bizantino, arrivando a colpire il simbolo dell'incrollabilità giustinianea, ovvero S.Sofia. La chiesa, fortemente danneggiata nel 554, fu quindi al centro di una polemica che in realtà metteva i presupposti del potere di Giustiniano.
E' in  questa luce che va forse letta la testimonianza di Agazia di Mirina (536-582), autore di una Storia del regno di Giustiniano in cinque libri, che copre il periodo tra il 552 e il 558. Agazia parte in realtà da un altro sisma, quello che colpì Costantinopoli nel 557: ma ciò gli dà la possibilità di avviare un excursus sui terremoti della città e di esporre le sue opinioni sulle teorie aristoteliche, che critica pur se in modo distaccato (Cameron 1970, pp. 113-114).
Egli cita in forma aneddotica un episodio della vita di Antemio di Tralle, l'architetto di S. Sofia, celebre tra l'altro, come esperto di problemi di fisica e meteorologia. Il sisma del 557, com'è ovvio, non mancò di riportare il panico e di risvegliare antiche credenze e superstizioni.
Agazia a questo punto insiste sulla futilità di queste opinioni, poiché alcuni sostenevano che il sisma era dovuto all'influsso astrale, mentre indovini e ciarlatani contribuivano ad alimentare il terrore del popolo! Con minore disprezzo Agazia descrive l'altro tipo di discorso che evidentemente doveva diffondersi presso la parte più colta della popolazione: la teoria aristotelica per cui i sismi erano causati dallo spostamento di aria sotterranea.
Non ci è dato di sapere se Antemio stesso fosse un propugnatore di questa teoria: Agazia, tuttavia, sembrerebbe ammetterlo tacitamente, in quanto, secondo lui, il popolo riprendeva le teorie aristoteliche “ in base a ciò che Antemio aveva architettato in precedenza ”. Infatti, egli abitava in un isolato della città, un appartamento attiguo a quello del retore Zenone, be conosciuto a corte.
I due vicini erano nemici, ed il retore, forte della sua eloquenza, aveva sempre la meglio su Antemio; così egli decise di controbatterlo con la sua scienza: “ costruita una caldaia con degli ugelli rastremati, che terminavano sotto il pavimento del vicino, aveva creato un vapore così violento da creare una sorta di terremoto (più probabile una sensibile vibrazione), al punto da far fuggire retore in preda al panico” (Agath. 5.7.). Antemio continuò poi ad impaurire Zenone con lampi e tuoni artificiali: il retore una volta scoperti i trucchi, non potè altro che lagnarsi presso l'imperatore; ma pur criticando l'abuso delle forze della natura, egli ammise al tempo stesso la sua sconfitta.

Agazia (5.8.) spiega quindi che il popolo, in seguito alla storia del terremoto artificiale, aveva riconosciuto in Antemio lo scopritore empirico della causa del terremoto! Risulta evidente che lo sperimentalismo di Antemio non può essere distaccato dalla sua attività di costruttore, incaricato di fissare nell'architettura la grandezza di una nuova epoca. E'evidente che i suoi esperimenti seguivano la tradizione alessandrina delle macchine a vapore, come l'Eolipila di Erone costruita nel 200 a.c, d'altra parte, questa è la prima testimonianza di un tentativo di riprodurre, sia pure a piccola scala, le cause del terremoto tramandate da Aristotele; possiamo considerare il trucco di Antemio come un primo passo di sperimentazione antisismica: non potendo costruire in una zona meno a rischio i monumenti di Costantinopoli, Antemio poteva cercare di studiare in questo modo, tramandato da Agazia, il sistema di sperimentare la statica degli edifici.
Tuttavia, in quel periodo non era facile mettere in discussione l'ideologia imperniata su kosmìa e taxis (ordine e disposizione). Gli autori di questo periodo si destreggiano con difficoltà di fronte alla spiegazione delle calamità naturali, che nell'ideologia ufficiale erano dovute alla volontà divina (Cameron 1985, p.257).


L'Eolipila di Erone

IL TRAVAGLIATO RAPPORTO TRA S. SOFIA ED I TERREMOTI

La chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli, il capolavoro architettonico dell'età di Giustiniano, fu costruita grazie alle menti dei due grandi architetti: Antemio di Tralle ed Isidoro di Mileto. Procopio, nel “ I Libro degli Edifici ”, descrive a lungo l'impresa dei due maestri.
La costruzione si era resa necessaria in seguito all'incendio della chiesa teodosiana, dovuto alla rivolta della del 532 d.c.: la prima pietra venne posta già quaranta giorni dopo l'incendio. L'incendio, che diede a Giustiniano l'occasione di riplasmare il volto di Costantinopoli, fu considerato come una catastrofe di grandi proporzioni e come un vero e proprio momento epocale.
L'inno Sui terremoti e gli incendi di Romano il Melode poneva sullo stesso piano i due fenomeni considerati come volontà divina di reagire al disordine sociale. Ciò spiega il motivo per cui i due architetti dovettero porsi anzitutto il problema della solidità del nuovo monumento; sorta dalla confusione e dal disordine, S. Sofia doveva dimostare la capacità di Giustiniano di imporre una costruzione ardita e colossale, ma allo stesso tempo stabile.
Tuttavia gli sforzi fatti dai due architetti furono certamente vani, poiché la volta crollò a causa dei sismi del 554 e del 557 (Antemio in quel periodo doveva essere già morto).
I crolli furono dovuti principalmente a due motivi:

1) all'eccessiva grandiosità del progetto: dimensionamento insufficiente di alcuni elementi, scarse caratteristiche di alcuni materiali, difetti delle giunzioni.
2) alla disomogeneità del piano fondazionale, in cui la presenza di banchi rocciosi, su cui appoggiano alcune pareti e pilastri della costruzione, hanno fatto da “cassa di risonanza” amplificando e concentrando le vibrazioni (se ad esempio fosse stata fondata interamente su di un “materasso alluvionale”, tipo i terreni della pianura padana, le vibrazioni sarebbero state smorzate in misura sensibile).

Isidoro il Giovane, nipote di Isidoro di Mileto, dovette modificare il progetto originario, impiegando materiali più leggeri e rialzando la cupola di 6 metri, in modo che, come avviene sul Pantheon corrisponda ad una superficie semisferica; è proprio questo il punto debole della struttura, in cui gli sforzi di trazione circolari sono più critici. La questione delle azioni laterali create dalla grande cupola di Santa Sofia fu risolta sostenendo la struttura da quattro grandi arcate a loro volta supportate dal tambuto a pianta quadrata.
Più difficile e controversa è la datazione dei massicci contrafforti antisismici addossati alle pareti esterne.

Particolare dei  massicci contrafforti di S.Sofia

Essi potrebbero essere stati costruiti con i restauri di Basilio il Macedone (812-886), avvenuti dopo uno dei numerosi crolli. Nel corso dei secoli i contrafforti si sono dimostrati, però, insufficienti e le deformazioni verso l'esterno hanno portato al crollo di una porzione della cupola. Proprio durante il regno di Basilio I, la cupola dovette subire una serie di interventi di restauro, mentre dopo il terremoto del 975 d.C. la semicupola orientale, e i relativi pennacchi furono gravemente danneggiati e crollarono parzialmente. Da allora fino alla seconda metà dell'Ottocento, sono stati registrati a Costantinopoli una quarantina di terremoti che non hanno intaccato la stabilità di Santa Sofia, ma arrecato parziali danni che hanno richiesto alcuni interventi di restauro come, per esempio, la tirantatura metallica di cerchiatura posta in opera dopo il terremoto del 1847 (Barbisan, Lazzarini). Del resto tutta la storia di S.Sofia è legata al problema dei terremoti e gli effetti dei crolli furono deleteri sulla propaganda ufficiale; difatti la basilica era nata come una reazione ad una situazione di instabilità politica e naturale; Giustiniano, pur attenendosi al fatalismo cristiano, aveva preteso una chiesa incrollabile che rispecchiasse in toto la forza ed il prestigio del suo Impero.

IL ROVINOSO TERREMOTO DEL 740 A COSTANTINOPOLI

Teofane ricorda un periodo sismico durato quasi un intero anno, secondo Giorgio Monaco due anni. La data indicata da Teofanie è l'anno del mondo 6232, il ventiquattresimo dell'impero di Leone III. Gravi furono i danni a Costantinopoli, nei villaggi della Tracia ed in Bitinia; il protrarsi del periodo sismico costrinse un gran numero di abitanti a trasferirsi nelle campagne. Scrive Teofane: ” In quello stesso anno vi fu a Costantinopoli un forte e terribile terremoto, il 26 del mese di Ottobre, nell'indizione nona, nel quarto giorno della settimana (mercoledì), all'ora ottava, e chiese e monasteri crollarono e molta gente morì. Anche la statua di Costantino il Grande, posta sulla Porta di Attalo, crollò assieme a quella dello stesso Attalo, e crollarono la stele di Arcadio, sita su una colonna del Foro di Xerolophon, la statua di Teodosio il Grande, sulla porta aurea, le mura continentali di Costantinopoli, città e villaggi della Tracia, la città di Nicomedia di Bitinia, la città di Preneto e la città di Nicea, nella quale si salvò solo una chiesa. In alcune località il mare si ritrasse dai propri lidi; il terremoto durò dodici mesi ”. Niceforo Patriarca riprende la descrizione dell'evento, aggiungendo qualche nuovo particolare sui danni: “ Nel frattempo un terremoto si abbattè su Bisanzio, colpendola duramente, assieme ad altre città e territori. Subito fece crollare svariate abitazioni, chiese e gran parte dei portici, ne abbattè alcuni dalle fondamenta, danneggiando anche quello che dicono il più splendido dei templi, dedicato a S.Irene, che è sito vicino alla Grande Chiesa (Santa Sofia). Oltre ad esso precipitò anche la statua di Arcadio che molti anni fa tenne gli scettri dei romani, sita nel colle chiamato Xerolophon su una colonna scolpita. Le scosse di terremoto durarono per tutto l'anno; perciò un gran numero di persone abbandonò la città e rimase fuori le mura vivendo in capanne ”. Certamente si trattò di un sisma di alta magnitudo (7-8 grado della scala Richter), accompagnato da un inteso sciame sismico, che colpì la Tracia e la Bitinia; risultano inoltre evidenti, negli scritti di Teofane, richiami ad un maremoto (il mare si ritira) che probabilmente colpì le coste del Mar di Marmara. Teofane dà la colpa a Leone III, da lui indicato come “nemico di Dio” per via del suo divieto di venerare le immagini sacre (iconoclastia). Il terremoto dell'Ottobre 740 viene spesso menzionato nei formulari liturgici bizantini insieme alla memoria di San Demetrio Martire, protettore degli sfollati.

EVENTI TERRIBILI ACCOMPAGNANO LA NASCITA DI LEONE: I SISMI DEL BIENNIO 750-751 D.C.

Nel periodo compreso tra il 25 Gennaio 750, data di nascita di Leone, figlio dell'imperatore Costantino V, e il 6 Giugno 751, giorno in cui Leone viene associato al trono dal padre, la cronaca di Teofanie pone la descrizione di un immane terremoto. Il testo, che probabilmente si collega a fonti siriache, è costruito attorno ad alcuni elementi ricorrenti nella successiva catena dei rimandi: il ricordo di diversi effetti macrosismici localizzati in Siria e Mesopotamia, collegati a due strabilianti fenomeni che fecero seguito al terremoto. Si narra, non senza esagerare, di spostamenti di interi villaggi dal monte al piano, senza danni agli edifici (forse dovuti ad una serie di grandi movimenti franosi innescati dal sisma) e l'apparizione di un “animale vaticinante”. Scrive Teofane: “il 25 Gennaio della medesima terza indizione (750), nacque un figlio all'imperatore Costantino dalla figlia del Kaghan Kazaria e fu chiamato Leone. Nello stesso anno avvennero un terremoto in Siria ed un evento grandioso e terribile, per cui alcune città furono completamente sterminate, altre solo in parte, altre ancora si spostarono integralmente dai luoghi montani al piano, con le mura e le rispettive abitazioni e si ritrovarono senza danni a sei miglia di distanza. Inoltre quelli che hanno visto con i propri occhi la terra di Mesopotamia, asseriscono che essa fosse spaccata per una lunghezza di due miglia e che dal suo profondo sia uscita della terra molto chiara e sabbiosa, da cui sarebbe emerso, come dicono, un mulo senza macchie che parlava con voce umana e preannunciava l'incursione di un popolo dal deserto contro gli Arabi, cosa che poi avvenne” . Analizzando il passo di Teofane si può capire che in alcune località prossime agli epicentri, il sisma dovrebbe essere stato devastante, al punto da radere al suolo intere città ed innescare fenomeni franosi, anche di grandi dimensioni; il fatto poi che in corrispondenza dei piani di faglia si individuasse “ terra molto chiara e sabbiosa ” sta ad indicare che le rocce erano frantumate al punto da essere state polverizzate. Per quanto riguarda invece “la profezia del mulo” ed il popolo del deserto, è plausibile che si trattasse di un aneddoto riferito al rovesciamento della dinastia Omayyade da parte di quella Abbaside, anche se alcuni studiosi ipotizzano incursioni dei cinesi T-Ang nelle steppe del Kazakistan.

IL TERREMOTO NELLA LITURGIA BIZANTINA

Di Luigi Fioriti

Le cronache bizantine tramandano che durante il terremoto dell'anno 437, durato per quattro mesi a cominciare dal 25 Settembre, il popolo invocava Dio con la formula liturgica: “ Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi ”. Ancora oggi la chiesa ortodossa, il giorno 26 Ottobre, unisce alla memoria di S. Demetrio martire, quella del grande sisma di Costantinopoli del 740 e questo ricordo diviene anche un momento celebrativo solenne di tutti gli altri eventi ricordati, ma non celebrati, lungo i mesi dell'anno. Altri terremoti sono ricordati nel Typicon della grande Chiesa (Mateos 1962-1963) e nel Sinassario della Chiesa di Costantinopoli (Delehaye 1902). Per scongiurare simili catastrofi e implorare la clemenza divina è stata composta nel IX sec., in parte ex novo, e in parte con elementi precedenti una sacra officiatura da recitarsi intercalata con quella in onore di S.Demetrio. Essa è pubblicata nelle varie edizioni del libro liturgico detto “ Meneo di Ottobre ”, altri inni sono inediti e conservati in codici greci del Monte Athos. Per comprendere il significato di questi riti, va tenuto conto che nell'esperienza del credente niente capita a caso, tutta la fenomenologia antropologica e la cosmologia trovano una loro fondazione nella centralità di Dio nella storia della natura. Nella tradizione Biblica ed in quella patristica si evidenziano, riguardo al terremoto, tre filoni:

1) Il terremoto come punizione e medicina di conversione : è un evento a duplice effetto, già nel libro dei Numeri la terra si spalanca ed inghiottisce i peccatori (Num. 16, 30-34). Il profeta Amos proclama la giustizia di Dio in modo solenne: “demolirà la casa d'inverno del ricco ed andranno in rovina le case d'avorio” (Amos 3, 14-15). Molti altri sono i riferimenti biblici riconoscibili a questo asse interpretativo.

2) Il terremoto come manifestazione di Dio è invece riconoscibile in altri brani. Nel giorno della sua venuta si compiranno cose grandiose, segni prodigiosi che rivelano l'assoluta alterità di Dio rispetto all'uomo: Esodo 19, 16; 19, 18; 20, 18; 18, 19; Deuteronomio 4, 34-35, Giosuè 6, 5.20. Secondo la concezione che si evince dai testi biblici, occorre cancellare ciò che opera dell'uomo e del suo particolarismo, perché Dio possa ricreare secondo il suo primitivo disegno: “ Davanti a lui tremano i monti, ondeggiano i colli, si leva la terra davanti a lui, il mondo e tutti i suoi abitanti ” ( Naum 1;5), “ Si arresta e scuote la terra, guarda e fa tremare le genti; le montagne eterne si infrangono ed i colli antichi si abbassano ” ( Abacuc 3, 6). Secondo la visione di Giovanni nell'Apocalisse i sette angeli della distruzione sono gli esecutori dell'ira perché il creatore possa fare nuovi cieli e nuova terra; il settio angelo che sigilla la definitiva catastrofe, esce con la sua coppa e la versa nell'aria. Nell'ottica religiosa, aspetti positivi e negativi sono premonitori di ciò che sicuramente accadrà, ma che resta nascosto nell'arcano svolgersi della storia.

3) Il terremoto come segno che accompagna gli eventi centrali della liturgia pasquale. Alla morte di Gesù: “ la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. Il centurione e quelli che facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva furono presi da grande timore e dicevano: davvero costui era il Figlio di Dio! ” (Mat. 27, 51-54). Nella liturgia del Venerdì Santo, una serie di tropari (brevi preghiere ritmiche cantate come commento ai versetti salici, all'interno dell'officiatura), evidenzia il terremoto come momento di potenza, di rivelazione del mistero di Dio e di chiusura escatologica del cuore degli ebrei. La seconda parte del mistero pasquale è costituita dalla risurrezione. Nel sepolcro vuoto, dove restano soltanto il sudario e le bende, l'Angelo della Pasqua dà il lieto annuncio alle donne ed agli apostoli, ma la pietra rovesciata è la testimonianza di un forte terremoto (Mat. 28, 2.4).

4) Il terremoto rende anche testimonianza della predicazione del Vangelo e porta i pagani alla conversione: negli Atti degli Apostoli (Atti 16, 26-28), Paolo e Sila sono liberati dal carcere a causa del sisma. Nei formulari liturgici del 26 ottobre, si usa il termine “ Memoria ” ( Mvnun ) per indicare la festa di S. Demetrio e quello di “ Ricordo ” per il grande sisma del 740.

Il termine memoria è tecnico per la liturgia, perché indica una realtà storicamente definita, ma ripresentata e quindi reale nella sua valenza sacramentale. La tradizione bizantina dedica questa celebrazione particolare al terremoto con un notevole impegno eucologico, suggestivo, per certi aspetti, anche dal punto di vista letterario.
La peculiare esperienza bizantina porta la Chiesa non tanto alla commemorazione del terremoto come evento storico con i suoi aspetti catastrofici, quanto alla sua trasfigurazione. Il sisma diviene così luogo escatologico di parusìa, cioè in cui si annunciano le verità estreme e la divinità, elemento esso stesso di rivelazione, primo annuncio di un poi definitivo, che non può essere disatteso, perché unico ed irripetibile, come ogni azione di Dio.
La peculiarità della liturgia bizantina si evidenzia in questo particolare aspetto: mentre la liturgia romana e latina vedono il fenomeno sismico solo in chiave negativa, giusto giudizio di punizione, e al massimo come medicina di conversione ( a flagello terraemotus, libera nos dominae ), la liturgia bizantina precisa l'insieme dell'evento, che abbraccia la più ampia manifestazione di Dio dall'antica alleanza alla nuova, fino al centro della storia della salvezza, nel fatto fondamentale del mistero pasquale. Interpretato in questo modo, si può anche capire il termine “ memoria ” da applicare al terremoto, perché si fa di un certo accadimento un evento di salvezza legato alla manifestazione di Dio, legittimo per la comunità che ne ha avuto esperienza.

La tradizione liturgica bizantina, che è molto popolare nella sua struttura e molto ricca di segni, assume il sisma come evento di salvezza e lo trasforma in luogo teologico attraverso la mediazione delle Scritture, consegnandolo all'esperienza della Chiesa, con una liturgia specifica.

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