Il Basso Salento: laddove batte ancora un cuore greco

Ritratto di Nicola

Nel Salento, al centro del triangolo Lecce-Otranto-Gallipoli, esiste ancora oggi un'isola linguistica ellenofona comunemente chiamata Grecìa Salentina. Sulle sue precise origini il dibattito è ancora aperto. Il grande glottologo tedesco G. Rohlfs sostiene che quest’isola sopravvive sin dall’epoca dell’antica Magna Grecia.

Il salentino O. Parlangeli sostiene invece un’origine bizantina dei griki del Salento. Alcuni studiosi, soprattutto greci, come A. Karanastasis, sostengono invece una situazione intermedia, ossia l'innesto di elementi bizantini su una preesistente matrice magnogreca. Ossia i greci del Salento sono arrivati dalla Calabria meridionale e dalla Sicilia attraverso una migrazione di monaci scacciati dalla invasione araba sul finire del IX secolo. Questi greci di Sicilia provenivano in sostanza da un'area geografica nella quale l'ellenismo sopravviveva in maniera continua sin dalla fine dell'antichità (Magna Grecia); il che spiegherebbe anche il carattere arcaico dei dialetti greci di terra d'Otranto. Lasciamo dunque a filologi e glottologi la soluzione della vexata quaestio.
Tracceremo invece qui un breve profilo storico partendo da quello che è storicamente documentato.
Nel 476 d.C., con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i Bizantini subentrarono ai Romani, lasciando tracce indelebili in modo particolare nella Grecia Salentina.

Il dominio bizantino venne messo in pericolo dagli attacchi dei barbari, in particolare dai Goti e soprattutto dai Longobardi che, attestatisi nel Ducato di Benevento nel 590 d.C., invasero la Daunia, Bari, Taranto e Brindisi, costringendo i Greci a trincerarsi nell’estremo Sud del Salento in quel territorio compreso tra Otranto e Gallipoli. Fra il secolo VIII ed il secolo XI d. C., il Salento centro-meridionale fu profondamente ellenizzato, per una serie di eventi che contribuirono efficacemente alla nascita (o perpetuarsi?) di un'isola etnico-linguistica, chiamata comunemente Grecìa Salentina. Nel 727, l'imperatore bizantino Leone III ordinò che in tutte le province dell'Impero d'Oriente fossero rimosse e distrutte le immagini sacre, o icone. Subito scoppiarono ovunque gravi sommosse, capitanate da monaci, che si rifiutarono di obbedire all'editto imperiale. Seguì la guerra iconoclasta, che durò alcuni decenni, trasformandosi ben presto in una sanguinosa guerra civile. Per sottrarsi ai massacri ordinati da Leone III e dai suoi successori, migliaia di monaci abbandonarono le province orientali dell'Impero - in particolare la Cappadocia - e si trasferirono nelle regioni meridionali dell'Italia, tra cui il Salento, dove furono fondati innumerevoli conventi basiliani, il più celebre dei quali è quello di San Nicola di Casole in Otranto, che diventarono fiorenti centri di cultura greca e promossero una rinascita sociale ed economica. Infatti i monaci non si dedicarono solo allo studio, alla preghiera e all'ascesi, ma anche al lavoro dei campi e alla produzione del vino e dell'olio. A questa prima immigrazione ne seguirono ben presto altre, più massicce e durature. Nell' 867 saliva al trono di Costantinopoli l'imperatore Basilio I, che si assunse il compito di combattere energicamente gli arabi, sia in Oriente che in Occidente. Gran parte dell'Italia Meridionale era nelle mani di questi terribili invasori, che devastavano città e campagne, costringendo i monaci basiliani ad abbandonare la Sicilia e la Calabria ed a rifugiarsi nel Salento: le vittoriose campagne militari condotte dal grande imperatore liberarono dagli arabi e dai longobardi (che erano giunti nel Meridione d'Italia alla fine del secolo VI) buona parte delle regioni dell'Italia Meridionale. Si costituì così il Thema di Longobardia. La riconquista operata da Basilio I e continuata dai suoi successori provocò, particolarmente nel Salento, una massiccia immigrazione da tutte le regioni periferiche dell'Impero Bizantino, sia per motivi militari, sia per sfuggire alle incursioni arabe ( a cui erano particolarmente esposte Creta, Cipro, le isole dell'Egeo, ecc.), sia per coltivare terre rimaste in abbandono per secoli. Insieme a militari, marinai, contadini, arrivarono dall'Oriente anche funzionari, impiegati, giudici e sacerdoti, indispensabili per la vita socio-economica della comunità. I nuclei abitativi che si formavano si organizzavano in casali o insediamenti in grotta, più frequenti verso l'area di Taranto, dove la morfologia del terreno, con le gravine, favoriva la creazione di grandi villaggi rupestri. Nel corso dei secoli IX-XI, si verificarono anche cospicue immigrazioni di migliaia di persone, provenienti da diverse regioni dell'Impero, col compito di ripopolare zone rimaste fin dall'antichità prive di abitanti. La più importante di queste immigrazioni, è quella riportata dalla Cronaca di Theofanes Continuatus (libro V, par 73-77), dove si parla di una ricchissima vedova del Peloponneso, una certa Danilis, che lasciò erede delle sue inestimabili ricchezze l'imperatore Basilio. Questi, sia per ripopolare delle zone rimaste completamente deserte a causa delle interminabili guerre, sia per proteggere vitali vie di comunicazione, mandò tremila servi nel Thema di Longobardia per costituire una colonia. Per effetto di questa e di altre immigrazioni, sorsero nella fascia mediana del Salento, fra Otranto e Gallipoli, una quarantina di villaggi, costituiti in buona parte da abitanti di origine greca, che parlavano in greco, praticavano la religione greco-ortodossa ed avevano usi e costumi greci. Nei primi decenni del secolo XI, cominciarono le scorrerie di nuovi invasori, provenienti dal nord dell'Europa: i Normanni, che nel giro di pochi decenni misero fine al dominio bizantino, creando in Italia Meridionale uno stato unitario e introducendo il feudalesimo, che si conserverà intatto fino agli inizi del sec. XIX. Inoltre, pur lasciando vivere in pace la popolazione greca del Salento, favorirono il clero cattolico ai danni di quello ortodosso. Ai Normanni successero le dominazioni sveva, angioina, aragonese e spagnola, tutte strettamente legate alla Chiesa cattolica, che man mano riguadagnò le posizioni perdute nel corso dei secoli IX-XI. Non ci furono mai veri e propri conflitti religiosi, ma già nel secolo XV il monacato orientale era scomparso ovunque, sostituito da quello francescano, domenicano, ecc.. Intanto, il Sultano Maometto II, dopo aver conquistato Costantinopoli (1453) e sottomesso tutta la Penisola Balcanica, decideva di passare all'offensiva in Italia e nel 1480 sbarcava sulla costa orientale del Salento. Otranto, considerata da secoli il porto naturale della Grecìa Salentina, fu distrutta e orrendamente saccheggiata, mentre i villaggi vicini venivano sistematicamente devastati. Per fortuna della Cristianità occidentale, il terribile sultano morì nel 1481, ma le scorrerie dei turchi continuarono ininterrottamente fino al secolo XVIII. In seguito al Concilio di Trento, anche il clero secolare greco fu sostituito da quello cattolico.
Naturalmente le funzioni religiose, le preghiere e tutta la liturgia furono impartite in latino e le comunità greche furono costrette a pregare in una lingua che non conoscevano: il latino. Così, tutti i paesi che gravitavano sul mare Jonio, abbandonavano la lingua greca, passavano al dialetto romanzo e la Grecìa si riduceva a un'isola linguistica situata nella parte centro-orientale della Penisola Salentina, comprendente ventiquattro villaggi. Nei secoli XVII e XVIII, l'area dei parlanti in griko si ridusse a tredici paesi. Negli anni venti del nostro secolo, il griko si parlava in nove paesi, ma già a Soleto e Melpignano cominciava ad essere abbandonato. Nel 1945, parlavano correntemente in griko gli abitanti di Calimera, Castrignano, Corigliano, Martano, Martignano, Sternatia e Zollino. Nel dopoguerra, per complessi fattori di carattere socio-economico (emigrazione, radio e televisione, scuola, giornali, ecc.) il numero dei parlanti griko, anche in questi paesi, è diminuito progressivamente. Oggi la loro percentuale è bassa e sembra destinata a ridursi ancora: parlano in griko gli anziani e, prevalentemente, in ambito domestico. Negli ultimi anni si registra però un'attenzione diffusa degli abitanti della Grecìa Salentina per le proprie origini, la propria storia, le tradizioni e, naturalmente, la lingua, che viene proposta soprattutto attraverso i canti popolari ed anche, su iniziativa di associazioni culturali, scuole ed amministrazioni comunali, attraverso dei corsi. Per quanto riguarda la ricerca storica, oggi essa percorre strade un tempo non abbastanza indagate, quali l'architettura, la gastronomia, la musica, che forniscono elementi di conoscenza integrativi della ricerca filologica e storica propriamente detta.

Quindi oggi a sud-est di Lecce si distribuiscono nove paesi accomunati dall’origine ellenica e dalla sopravvivenza del dialetto greco detto "griko": si tratta di Calimera, Martano, Castrignano dei Greci, Corigliano d'Otranto, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino, Martignano. Questi comuni hanno costituito un consorzio dove il griko costituisce materia di studio, con corsi ad hoc, per quanti vogliono accostarsi a tale lingua. Nella Grecia salentina è frequente trovare toponimi di origine greca atti ad identificare un appezzamento di terra in base alla natura del luogo, al tipo di coltura o di costituzione rurale ed anche alla forma geometrica. Ad esempio molto diffusi sono i toponimi "litarà" e "lisarà" che identificano la dominanza della pietra e della roccia affiorante, "ampèglia" (vigneti), "ampèlaci" (vigneto di modesta estensione), "ancinarèa (carciofeto), "aulelli" (piccoli cortili), "caridea" (terreno con alberi di noce), "alògna" (aia), "stronghilò" (terreno rotondo) e altri ancora.
Nonostante tutto, dell’antica Grecia Salentina rimangono ancora nove comuni a testimonianza di un glorioso passato che non può e non deve morire.

http://www.trovasalento.it/grecia/storia.htm

http://atlante.clio.it/grecia/cenni.html

http://www.salentogriko.info/

5
Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (1 vote)

Theme by Danetsoft and Danang Probo Sayekti inspired by Maksimer