Catanzaro, nel suo nome il segreto della seta

di Giuseppe Matarese
Catanzaro, nel suo nome il segreto della seta
Estratto dell’articolo: Pubblicato a stampa su “La Seta n.2/02 p.67” e su “Catanzaro Notizie 1/2/3/4-2004”
Sulle origini
Un'aura di leggenda avvolge la scoperta della seta e la sua diffusione, dall'Estremo Oriente all'Europa.[i] Vera ossessione degli storici è il problema delle origini del setificio italiano,[ii] chi propende per una matrice Araba, chi per quella Bizantina o Normanna.[iii]
Per quanto riguarda la Calabria, a dimostrazione della molta “confusione” esistente, ancora troppo spesso capita di leggere articoli giornalistici,[iv] saggi e guide turistiche, nei quali si attribuisce l’introduzione dell'Arte della seta ora agli Arabi provenienti dalla vicina Sicilia all'indomani della conquista dell'isola, ora ai Normanni con la deportazione della manodopera specializzata al tempo di Ruggero II. Derivate da ipotesi ormai superate, non suffragate da documenti, tali diffuse convinzioni sono fuorvianti rispetto all’importante ruolo svolto dalla Calabria (e da Catanzaro in particolare), quale ponte per il passaggio in Occidente, di tecnologie e segreti dall'Oriente.[v]
«E perché fin dal tempo di Giustiniano Imperatore d'Oriente erasi in Costantinopoli l'uso di far la seta introdotto per via di due monaci stati in India, ove dicono haver havuto origine questo mestiere, benché prima per la comunicazione s'aveva con le genti Orientali sapevasi il modo di nutrir il Verme della Seta, le continue turbolenze della Calabria non havevano permesso la pianta degli Alberi necessari al nutrimento di quello: Hora godendo Catanzaro una perfettissima quiete diedesi alla coltura delle piante sudette, appellate Celsi, o come altri dicono Mori, e col beneficio dell'acque, che l'irrigavan, crebbero in breve con le foglie poi delle quali comincionsi a nutrir il Verme; indi da gusci del detto a cavar nell'acqua bollente la seta; con la pratica d'alcuni Orienteli nella Citta' commoranti imparando molti la testura di quella, ne fecero drappi di varie sorti; onde in modo vi si stabili' l'Arte».[vi]
Sulla base di questo testo contenuto nelle Memorie Historiche, si ritiene che l'Arte della Seta sia stata introdotta a Catanzaro nel 1072, da una casta di Orientali che abitava la città.
Ma chi erano questi orientali?
Le prime notizie di una qualche forma di sericoltura nel mondo greco classico,[vii] poi andata perduta, le troviamo nel XV Libro delle Metamorfosi, nel quale Ovidio racconta che un giorno Numa Pompilio volle conoscere la natura delle cose «quae sit rerum natura» e si recò nella città di Crotone, lì un uomo nato a Samo (Pitagora) «che aveva scrutato con gli occhi dell'intelletto ciò che la natura negava alla vista degli uomini comuni», prese a spiegargli tante cose e tra l'altro come «quaeque solent conis frondes intexere filis agrestes tineae (res observata colonis) ferali mutant cum papilione figuram...», vale a dire come solitamente alcune agresti tignole[viii] tessono candidi filamenti tra le foglie degli alberi per poi mutare il loro aspetto in quello di una farfalla![ix]
La produzione della seta è la grande conquista bizantina del VI secolo. Sotto l’Imperatore Giustiniano (527-565 d.C.),[x] al quale può essere riferita l'effettiva affermazione della sericoltura sul territorio dell'Impero[xi] (che comprendeva quelle aree situate in Spagna, Sicilia e Italia Meridionale,[xii] nelle quali sono attestate successive attività sericole). La gelsi-bachicoltura sarebbe stata praticata in Siria già dal V secolo[xiii], diffondendosi poi in Asia Minore, ma in seguito alle perdita di questi possedimenti caduti in mano agli Arabi dal VII secolo, l’industria bizantina della seta dovette necessariamente cercare nuove fonti di approvvigionamento di materiale grezzo, nei Balcani e nell'Italia Meridionale[xiv] ed essere riorganizzata secondo nuovi criteri.[xv]
Inizialmente la seta è un'esclusiva imperiale, viene lavorata nei ginecei[xvi] del Grande Palazzo di Costantinopoli divenuto il centro occidentale di produzione della seta. Con l'avvio della produzione su scala industriale, con il controllo del commercio e l’alta specializzazione degli artigiani, la seta diventa un importante elemento per il lusso e per l'economia di tutto l'Impero e i suoi tessuti di seta venivano usati in tutta l'Europa per abiti sontuosi e vestimenti ecclesiastici. In questo contesto, l’esigenza di tenere alta la qualità del prodotto[xvii] ha necessariamente richiesto il miglioramento delle tecniche. Resta rilevante il divario temporale di più secoli, tra la presunta introduzione della bachicoltura nel VI secolo e la sua ricomparsa nel IX secolo, durante i quali si hanno solo notizie frammentarie di attività legate alla seta.
Quando le fasi connesse alla sericoltura (Tab. 1) erano un monopolio imperiale,[xviii] la materia prima serica dipendeva (per intero o in parte) dalle importazioni dall’estero che erano incoraggiate,[xix] al contrario delle esportazioni che invece erano limitate, la produzione interna proveniva dalle piantagioni statali situate intorno alla Capitale ed in parte dalle coltivazioni realizzate nelle province dove il clima era più favorevole[xx] e lo stato favoriva l'assegnazione di appezzamenti di terreno, per incoraggiare la gelsicoltura e la bachicoltura.
Non sappiamo dove erano ubicate le piantagioni statali di gelso[xxi] e nemmeno com'erano realizzati la raccolta ed il trasporto, via terra o via mare, della seta prodotta nel territorio Bizantino. Sappiamo però che una rete di Kommerkiarioi,[xxii] ovvero i funzionari doganali noti come signori della Seta,[xxiii] presenti in una o in più province vicine, anche nell’Italia meridionale,[xxiv] vigilavano sulla qualità del prodotto imprimendo il loro sigillo di garanzia.
Un’importante fonte bizantina, nella quale sono descritte dettagliatamente le piantagioni di gelsi, è il Brebion,[xxv] l’inventario dei beni appartenenti alla Chiesa Metropolita di Reggio, che comprendeva terreni situati anche in altre diocesi calabresi, dal quale si può rilevare come in tutta la Calabria della prima metà del XI secolo, la coltura del gelso[xxvi] era un’attività molto redditizia.[xxvii] La mancanza di ulteriore documentazione calabrese attinente l’attività serica in quell'epoca, porta a riferirsi a quella bizantina.[xxviii]
Con i labili indizi esistenti,[xxix] basati su fonti che attestano attività seriche successive alla bachicoltura, è stata ipotizzata l’esistenza di centri manifatturieri ubicati nei territori dell'Italia meridionale. Questa ipotesi risulta verosimile da alcune circostanze emergenti analizzando l'organizzazione dell'industria serica bizantina. Tali centri per la produzione della seta grezza o filata, probabilmente erano attivi già dall'epoca della prima colonizzazione.[xxx]
PRIMA FASE
SECONDA FASE
ULTIMA FASE
Processi Essenziali per l'approvvigionamento
della materia prima
Organizzazione dell’industria della seta: Corporazioni, Fabbriche e Legislazione
Introduzione sul mercato
del prodotto di seta finito
- Coltura di Gelso
- Allevamento del baco da seta
- Trasformazione dei bozzoli in filo di seta
- Organizzazione in gilde, imperiali e private
- Prodotto privato nelle case di individui ricchi
- Possibile tessitura di seta nei conventi da monache e monaci
- Legislazione imperiale per il controllo
dell’industria della seta Imperiale e privata
- Mercato approvvigionando nazionale:
Usi imperiali
Fruitori laici
Fruitori ecclesiastici
- Mercato straniero che approvvigiona le stesse tre categorie di utilizzatori
Tab. 1 - Le tre fasi dell’Industria bizantina della seta.
L'Impero d'Oriente produce i più belli e i più ricchi tessuti del tempo, poiché l'industria serica ha raggiunto il primato nel suo territorio.[xxxi] L’attività manifatturiera era concentrata nelle fabbriche imperiali[xxxii] e negli Ergasterium (botteghe artigiane)[xxxiii] di Costantinopoli. Nelle prime si producevano i tessuti pregiati “proibiti” riservati alla corte, sui quali era esercitato il monopolio statale, nelle seconde i prodotti destinati al mercato libero. L'industria tessile (Tab. 2) era molto specializzata e la produzione privata era divisa tra differenti professioni organizzate in cinque corporazioni[xxxiv] i cui nomi ufficiali[xxxv] erano: Metaxopratai (o Metaxarioi), commercianti di bozzoli, seta grezza e filato; Katartarioi, filatori di seta, attivi in tutta la prima fase del ciclo serico (trattura, sgommatura, incannatura, filatura e torcitura); Serikarioi, praticavano la tessitura e la tintura della seta; Vestiopratai commercianti di sete prodotte nazionalmente; Prandiopratai, commercianti di sete importate. Per conservare alto lo standard qualitativo e mantenere l’ordine di mercato, queste attività erano regolate dell’Editto di Leone VI il Saggio[xxxvi] ed esercitate sotto la supervisione dell'Eparco.
La produzione era protetta contro la speculazione dei ricchi[xxxvii] ai quali era proibito esercitare attività in competizione con gli artigiani.[xxxviii] A Costantinopoli arrivavano bozzoli e seta grezza, ma è più probabile che arrivasse seta già filata.[xxxix] I piccoli produttori, le famiglie contadine nei villaggi rurali che possedevano alberi di gelso, presumibilmente per l’allevamento dei bachi,[xl] non potendo eseguire correttamente il trattamento dei bozzoli, soffocamento[xli] e trattura, senza il rischio di danneggiare il prodotto, vendevano i bozzoli freschi al commerciante (all’ingrosso) della città vicina che si faceva carico degli oneri e dei rischi derivanti dal trasporto. Questi metteva sul mercato bozzoli soffocati[xlii] e seta grezza che introduceva attraverso l’intermediazione dei Metaxopratai, ai quali, al fine di evitare il loro coinvolgimento diretto nella produzione della seta, era proibito viaggiare fuori da Costantinopoli per contrattare personalmente con i produttori. I trasgressori erano puniti con sanzioni penali rigide ed umilianti, come frustatura, chierica dei capelli, esilio. Se i Metaxopratai si avventuravano nella produzione del filo infrangendo la legge, l’attività era svolta in luoghi “occulti”, utilizzando mano d’opera a noleggio e potendo contare sulla protezione di qualche ufficiale pubblico.[xliii]
Gli artigiani specializzati nel trattamento dei bozzoli erano i Catartarioi,[xliv] i quali operando nelle proprie officine con il loro equipaggiamento di attrezzi e materiale ausiliario, potevano garantire la consegna ininterrotta di filato di alta qualità.[xlv] L’unità di produzione era costituita dalla famiglia (tra i cui componenti vi erano fortissimi legami di parentela, di religione e di lavoro) ed in base alla sua dimensione si ricorreva all'assunzione di operai stagionali con diverse specializzazioni. A causa della specificità della lavorazione e per mantenere alta la qualità, le diverse attività erano svolte da persone differenti in modo da rispettare la legge sulla divisione funzionale del lavoro. La necessità di un efficace controllo governativo[xlvi] sui processi di produzione,[xlvii] anche per ridurre i costosi errori umani, la necessità di spazio, l’ordinamento riguardo ai rischi d'incendio,[xlviii] al fumo ed ai vapori nocivi, determinarono il raggruppamento delle officine e dei laboratori privati occupati in questa fase dell'attività sericola, in zone periferiche lontano dai centri urbani. Il più importante processo manifatturiero, tintura e tessitura, era svolto dai Serikarioi, i quali compravano il filo di seta dai Metaxopratai e rivendevano i tessuti ai Vestiopratai.
Nel Mediterraneo orientale, in questo periodo, la sericoltura era diventata economicamente vantaggiosa, in particolare per l’aristocrazia fondiaria[xlix] che, essendo un gruppo ricco e potente i cui membri occupavano posizioni importanti nella società ed il controllo di alte funzioni militari, approfittò di tale circostanza per aumentare i suoi profitti,[l] impiantando nuove produzioni o incrementando quelle già esistenti. Non potendo ampliare la produzione sui terreni intorno a Costantinopoli, per aggirare l’ordinamento e la tassazione alla quale era sottoposta l’industria privata della seta nella Capitale, spostò i propri interessi nelle province dove erano più favorevoli le condizioni climatiche e dove non erano applicabili i provvedimenti del Libro dell’Eparco.[li]
La richiesta di tessuti di lusso era molto forte ed il profitto era assicurato: si comprende perché gli Arcontes e numerose famiglie aristocratiche, attraverso i dipendenti,[lii] si lasciarono coinvolgere nel sistema di produzione estremamente lucrosa.[liii]
La legislazione proibiva agli Arcontes ed all’aristocrazia di fabbricare alcuni specifici tipi di stoffa riservati alla corte, ma costoro potevano acquistare seta cruda per fabbricare altri tessuti di lusso per uso proprio. In alcune province, come in Grecia ed in Calabria, i grandi appezzamenti di terreno erano stati diretti verso la coltura della seta.[liv]
Sotto il dominio bizantino dal VI secolo, la Kalabria[lv] fu tra le prime a conoscere i segreti della gelsi-bachicoltura.[lvi] Il clima mediterraneo si rivelò favorevole alla sericoltura ed il gelso[lvii] cresceva con facilità. In tutto il territorio calabrese vi erano piante le cui foglie servivano per l’alimentazione del baco da seta.[lviii] La produzione di bozzoli o seta grezza[lix] (Katarteon serikon) era riccamente produttiva e ben sviluppata potendo addirittura competere con la Siria.[lx] L’attività sericola aveva attratto l’interesse dell’aristocrazia e dei funzionari bizantini attivi in Calabria, particolarmente interessati alla seta, i quali ricorrevano ai contratti di enfiteusi[lxi] per entrare in possesso di appezzamenti di terreno,[lxii] soprattutto di quelli appartenenti alle istituzioni monastiche.[lxiii]
Lo sfruttamento delle terre appartenenti alla chiesa, spesso frutto della donazione di piccoli e medi proprietari, da parte di personaggi potenti, si trovano nel Brebion che riporta l’elenco completo dei gelseti soggetti al pagamento del canone all’arcidiocesi reggina, detenuti da più persone o da monasteri o da comuni rurali, su tutto il territorio calabrese.[lxiv] Sfortunatamente, a parte la già nota casistica attinente gelsi utilizzati per delimitare la proprietà, non esiste una documentazione relativa ai gelseti detenuti dalla “parallela” proprietà laica.
Ma dove andavano a finire i bozzoli e la seta grezza prodotti in Calabria?
L’unica ed importante via di comunicazione terrestre, la romana Via Popilia, in una diecina di giorni di percorrenza sul versante occidentale della Calabria, collegava Campo Tenese a Reggio.[lxv] I centri più importanti posti all’interno erano raggiungibili utilizzando il letto dei fiumi essiccati. I trasporti via mare, anche se potevano essere più rapidi, erano disagevoli[lxvi] a causa della scarsità degli ancoraggi[lxvii] e per la presenza dei pirati Saraceni[lxviii] nel Mediterraneo. Oltre ad essere difficoltoso portare i bozzoli su lunghe distanze, per raggiungere i centri di commercio, era antieconomico a causa del loro basso prezzo di vendita. Soprattutto per la deteriorabilità della merce, era preferibile effettuare la vendita dei bozzoli freschi entro pochi giorni per evitare lo sfarfallamento, piuttosto che ricorrere al soffocamento degli stessi con il rischio di danneggiare il prodotto. Questo delicato processo era fatto da persone esperte. Ragioni di mercato, infatti, imponevano di mantenere alto il livello qualitativo del prodotto finale, in conformità all’alta reputazione dell’industria tessile bizantina.[lxix] E’ ragionevole ipotizzare che queste circostanze “pratiche” favorirono la nascita di comunità di artigiani,[lxx] legate al ciclo produttivo, specializzati nel trattamento dei bozzoli[lxxi] prodotti nel Catepanato d’Italia e per la loro trasformazione in seta grezza[lxxii] e filata.
Dalle altre regioni dell’impero specializzate in molteplici settori dell’attività serica,[lxxiii] la Calabria si distingueva per la produzione dei bozzoli e per la loro trasformazione in seta grezza che era esportata verso le zone più settentrionali del Catepanato e commercializzata nel Tema di Longobardia, ad Oria e Otranto,[lxxiv] anche a Costantinopoli[lxxv] e nella Sicilia Araba,[lxxvi] quest’ultima ed il Medio Oriente Arabo, comprese altre aree del Mediterraneo, erano attive nell’esportazione.[lxxvii]
La produzione calabrese di bozzoli e seta grezza, aveva questi sbocchi o confluiva su mercati ancora inesplorati.[lxxviii] Forse per soddisfare le richieste dell’aristocrazia e dei funzionari attivi nei temi bizantini dell'Italia meridionale,[lxxix] una parte concorreva alla ricchezza di centri manifatturieri locali[lxxx] come Catanzaro, dove si producevano tessuti di tipologia bizantina, tra cui Pallidarium e Sindonem, descritti in alcuni atti dotali[lxxxi] risalenti agli inizi dell’XI secolo. In questo periodo, infatti, le manifatture di Costantinopoli cominciarono a subire la concorrenza delle città provinciali nelle quali si sviluppò la produzione di seta favorita dall’emigrazione della manodopera specializzata[lxxxii] che, attratta da vantaggiose condizioni economiche, si spostava con il proprio equipaggiamento tecnico e tutti i suoi segreti.[lxxxiii]
E' possibile che i tessuti serici circolanti in Italia nel medioevo, descritti nei documenti notarili e designati dai termini Sciamiti, Catasciamiti,[lxxxiv] Diaspri, ecc., non erano sempre provenienti dal Levante.[lxxxv] Dal IX secolo, le regioni sericolturali (il Peloponneso, l’Italia Meridionale)[lxxxvi] situate su importanti vie commerciali, dotate di artigiani specializzati, in parte provenienti dalla comunità ebrea, praticavano la tintoria e producevano alcuni generi di stoffe di seta. La Calabria bizantina, regione ricca grazie alla gelsicoltura, alla conseguente produzione della seta ed alla piccola e media proprietà contadina, divenne un’appetibile preda per chi aveva abbandonato il proprio paese d’origine alla ricerca di nuovi territori, come i Normanni.[lxxxvii]
Perché l'Arte della seta si sia sviluppata solo a Catanzaro, è un mistero ancora irrisolto. La complessità dei processi fondamentali per la produzione della seta, dalla coltivazione del gelso alla tessitura, esclude la possibilità che la sericoltura sia stata introdotta “dalla sera alla mattina”, allevare il baco da seta, raccogliere i bozzoli, bollire, gettare, annaspare, avvolgere, torcere e filare, tingere, pulire, tessere la seta, ha impiegato tantissimi esperti artigiani e semplici lavoratori di tutte le età, uomini e donne, sia in campagna che nel centro abitato. L’avvio dell’Arte della seta indicato nelle Cronache locali, quindi, deve intendersi nel senso della più profonda penetrazione nel territorio, con il perfezionamento delle varie fasi produttive ed il conseguente ampliamento del mercato che da limitato e locale, diventa nazionale ed internazionale.
Secondo una tradizione catanzarese,[lxxxviii] tanto il gelso che il baco sarebbero stati introdotti in Europa, proprio in quel secolo che vide la nascita della città,[lxxxix] sulle cui origini sono state formulate varie ipotesi, la più accreditata è quella secondo la quale l’evento che ha determinato la formazione dell’abitato[xc] si è verificato in seguito alle incursioni saracene[xci] nella seconda metà dell’IX secolo, che diedero inizio all’arroccamento delle città costiere.[xcii]
Per trarre in salvo le popolazioni Ioniche,[xciii] Flagizio fonda Katantzárion, al centro del Tema, vicino al mare, sulla strada dell’istmo,[xciv] dopo aver chiesto ed ottenuto il permesso dell'Imperatore. Secondo la concezione bizantina, infatti, la terra, l’aria ed il sole appartengono a Dio, siccome l’Imperatore (divinizzato) è il rappresentante di Dio sulla terra, egli è anche il proprietario della terra, come tale la concedeva in uso agli uomini (in cambio del pagamento di una tassa).
Durante l’età classica, ragioni di sicurezza avevano spinto la popolazione civile e religiosa ad inurbarsi. In età bizantina, invece, la città non è più sicura, troppo esposta alle esazioni fiscali imposte dal lontano potere centrale, alla devastazione delle guerre ed alle improvvise incursioni piratesche nei centri rivieraschi. Così era cominciata la diaspora verso la campagna, ma specialmente verso la boscaglia e la montagna, verso luoghi meno esposti, non riconoscibili da lontano, insospettabili, dove arrivava solo chi conosceva la strada.[xcv] La fondazione rispecchia il rituale immutabile, ben documentato da alcuni testi dall’VIII all’XI secolo, che prevedeva la scelta di un luogo esteso, la costruzione di una cittadella e di un recinto, infine la sistemazione di cisterne e provviste di grani.[xcvi]
Secondo alcuni, prima di tale circostanza esisteva un’installazione militare;[xcvii] il sito, arroccato e protetto da pendii scoscesi, rispondeva ai criteri dei trattati militari greci dell’epoca: in posizione strategica, con l’utilizzo di difese naturali e di fortificazioni anteriori.[xcviii] Per altri invece, esisteva un modesto borgo[xcix] nel luogo che porta ancora il nome di Grecìa.[c] L'abitato rurale, traeva sostegno dalle coltivazioni di vigne, oliveti e probabilmente anche il gelso, forse era dedito anche ad attività artigianali. Potenziato dall’accentramento di popolazione, prese forma urbana ed in seguito fu incastellato.
Anche sul significato del suo nome[ci] sono state fatte varie ipotesi, la più accettata è quella che riporta ad un’origine geomorfologica del toponimo Catanzaro, con riferimento alle superfici terrazzate del luogo: dal greco Katà[cii] (sotto) e dall’arabo Antzarion (terrazza). Ritenendo che i nomi, tanto quelli di famiglia che quelli di luogo, possono celare il significato della loro origine o non avere alcun senso, mentre altri possono essere derivati dai mestieri,[ciii] l’affinità lessicale tra il primitivo Katantzárion e la parola Katartarion,[civ] mi fa pensare ad un significato correlato, che riconduce alla pratica di un’attività protoindustriale.[cv] Il nome Catanzaro, nella sua forma più antica di Katantzárion, probabilmente quella corrente sulla bocca del popolo,[cvi] potrebbe essere fatto risalire al verbo greco Katartizen[cvii] il cui significato - preparare, confezionare ed anche lavorare - denota chiaramente l’azione che appartiene ad un processo preparatorio,[cviii] con riferimento ad un luogo "segreto" posto sotto (katà) le terrazze (anzar o antzarion) di un monte (civitas super montem posita);[cix] laggiù (Katacì) oltre il fiume Zaro, il cui accesso, consentito solo a chi conosceva il posto, era controllato dalla porta di Stratò;[cx] su cui erano presenti tutte le risorse ambientali[cxi] necessarie per l'impianto di un opificio, in conformità alle leggi sanitarie bizantine: l’acqua,[cxii] necessaria in tutte le fasi della lavorazione; il vento, per allontanare il cattivo odore;[cxiii] il sole, per asciugare la seta. In quel luogo occulto,[cxiv] gli artigiani venuti dall’oriente (Katartarioi) esercitavano la trattura della seta grezza (Katarteon sericon) e con le loro “segrete invenzioni” per la filatura e la torcitura, preparavano il prezioso filo di seta[cxv] (Katartizein metaxa).
Forse era una manifattura privata (risalente al IX-X sec.) concentrata in quel luogo per favorire (o eludere) il controllo[cxvi] da parte dello stato. Ma, avendo la seta un ruolo significativo nella continuità culturale e politica dell'Impero Bizantino, è più probabile che si trattasse di un magazzino (Apotheke),[cxvii] ovvero uno stabilimento imperiale (risalente alla prima colonizzazione), nel quale potrebbero essere confluiti sia gli artigiani espulsi dalle corporazioni e mandati in esilio, sia schiavi.[cxviii] Per accedere in quel luogo proibito senza incorrere nelle severe sanzioni[cxix] previste della legge sulla difesa del segreto industriale, era necessaria l’autorizzazione dell’Imperatore. La presenza di una tale struttura (con manodopera qualificata e speciali attrezzature tecniche), giustificherebbe lo sviluppo e la successiva affermazione dell'Arte della seta nella sola Catanzaro, dove più profonde erano allignate le radici bizantine. [cxx]
Anche se l’esposizione è attendibile relativamente alla fondazione della città e plausibile relativamente al significato del suo nome, mi rendo conto che questa mia affermazione, mancante di prove documentarie, potrà sembrare "stravagante", ma è comunque una possibilità, per ora è solo una traccia, un contributo, un'affascinante ipotesi di lavoro che altri con conoscenze più appropriate delle mie, mi auguro, vorranno sviluppare. Anche prima della scoperta del più importante documento bizantino attestante una vasta piantagione di gelsi in Calabria,[cxxi] tutto quello che era stato detto sulla seta era frutto di leggende, ipotesi o congetture, non supportate da documenti, alcune delle quali hanno trovato conferma, come quella che voleva attribuirne l’introduzione ai Greci Bizantini e non agli Arabi o ai Normanni. Un indizio a favore di tale ipotesi potrebbe essere la ricorrenza del toponimo Catanzaro, in Calabria[cxxii] ed in Sicilia.[cxxiii]
La seta prodotta in Calabria, con un ciclo perpetuato dai tempi dell'introduzione della gelsi-bachicoltura[cxxiv] in epoca bizantina,[cxxv] fino al definitivo tracollo, confezionata in matasse riforniva i maggiori centri tessili, sia in Italia che all’estero; una parte era spedita a Catanzaro per essere lavorata dalle maestranze esperte nella produzione del filo di seta, discendenti di quegli artigiani giunti da Costantinopoli già dalla prima colonizzazione bizantina.
E' probabile che in quello stesso luogo dove poi è sorta la città, esisteva una fabbrica privata, o un magazzino imperiale, nel quale i Catartarioi[cxxvi] che da gusci del detto verme a cavar nell’acqua bollente la seta poi filata dalle donne con un ingegnoso artificio, prima di raggiungere i mercati nazionali e stranieri. L'antico retaggio fu completato con l’avvio della tintoria e della tessitura in seguito all’arrivo degli Ebrei.[cxxvii]
Giuseppe Matarese
Note
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[i] La leggenda cinese parla di un'Imperatrice che notava dei bozzoli sui rami di alcuni alberi di gelso nei giardini imperiali, uno dei quali cade accidentalmente nel suo tè. Quando tentò di recuperarlo, si accorse che esso si era allentato in un lungo filamento; Un'altra leggenda racconta che una principessa cinese andata in sposa ad un principe indiano, aveva nascosto alcuni semi di gelso ed le uova di baco da seta nel suo copricapo (o nei capelli), così nel suo nuovo paese, lei avrebbe potuto continuare e produrre la seta per i suoi vestiti; Altre leggende parlano dei monaci che portarono i segreti della seta a Bisanzio.
[ii] Bergamaschi B., Seta e colori nell’alto Medioevo. Il siricum del monastero bresciano di San Salvatore, 1994. Il volume contiene una documentata rassegna di interpretazioni a proposito dell’introduzione della bachicoltura e del setificio in Italia, che mostra come per i secoli precedenti il Trecento si siano accettate acriticamente ipotesi non meglio suffragate.
[iii] Vivarelli L. e Alvisi S. in Introduzione e prima affermazione in Italia del filugello e dell’arte serica in Italia. Portici 1935. Essi sono propensi a ritenere per certo che ad introdurre l’industria serica nell’Italia meridionale siano stati gli Arabi; Amari M., Storia dei Musulmani in Sicilia, 2 ed. a cura di A. Nallino, Catania 1939. Vol. 3 parte 2 pp.455-456 Vol. 3 parte 3 pp.820-826. L’industria della seta sarebbe stata introdotta per la prima volta in Sicilia nel IX e X sec. dagli Arabi, e di là si sarebbe propagata nella penisola; Carano Donvito G., Per una storia dei tessili nell’antica economia calabrese in A.S.C.L. VIII, 1938, In Spagna, nel X sec., sotto il califfato di Abdar Rhanm III, vi era una fiorente industria serica, i cui prodotti venivano venduti nei paesi mediterranei; Zanier C., Un protettore scomodo S. Giobbe e la seta, in La seta in Italia dal Medioevo al Seicento. La prima irrefutabile prova dell’esistenza della bachicoltura nel mediterraneo, il cosiddetto Calendario di Cordova della metà del X secolo; Burckhardt T., Cielo y tierra in Al-Andalus, Número 138, 14 de Septiembre de 2001. En febrero […] Las mujeres empiezan a cuidar los huevos del gusano de seda hasta que se abran. En marzo […] Los gusanos de seda salen de los huevos; Ass. Cult. Zawiya, La industria en Al-Andalus in Musulmanes Andaluses. Según el Calendario de Córdoba, en el mes de mayo se enviaban cartas a los gobernadores para que requisaran la grana o quermes (el gusano de robles y carrascas), la seda y el algazul o barrilla (al-gasûl) para el Tiraz o Real Fábrica de Sedas y Tapices. En agosto se enviaban cartas para la requisa de la seda y el tinte azul celeste (al-sibag al-samawí), para el Tiraz también. Finalmente en septiembre se enviaban cartas para la requisa de la rubia ( al-fuwa), otra planta herbácea tintorea; Da Frisinga O., De Gestis Friderici, lib.I cap.33. Scrive che Ruggero II, re di Sicilia ( 1130 – 1154 ), fatta guerra nel 1148 all’imperatore Emanuele Commeno e avendo spedito la sua flotta contro i greci, prese Corinto, Tebe, Atene e così prosegue: Maxima preda direpta opifices qui sericos pannos texere solent ob ignominiam imperatoris illius suique principis gloriam, captivos deducuit. Quos Rogerius in Palermo Siciliane Metropoli collocans, artem illam texendi suos edocere praecepit. Et hexhinc predicta ars illam prius a Graecis tantum inter Christianos abita,romanis coepit patere ingeniis; Diderot e D’Alambert, Encyclopedie. L’an 1130 Roger Roi de Sicilie etablit une manifacture de soie a Palerme et une autre en Calabre, qui furent dirigee par des ouvriers qui fait sorent partie du botin qu’il avoit remporte d’Athenes et de Corint; Vocino M., Indusria della seta e della lana nel regno di Napoli, in Prospettive Meridionali n. 4 e 5 (1955). La lavorazione della seta si sarebbe poi diffusa a Napoli al tempo di Roberto d’Angiò (1309 – 1343 ), che vi avrebbe chiamato setaioli siciliani, e soltanto sotto la dinastia aragonese si sarebbe estesa in tutto il Mezzogiorno, principalmente nelle campagne di Napoli, nella Calabria, in terra di Bari e in terra d’Otranto; Marincola San Floro F., Statuti dell’Arte della seta. Catanzaro 1880 pp. 5-6-7. Esclude in modo rigoroso l’opinione che essa sia stata introdotta in Calabria nel XII secolo o comunque in un periodo posteriore. Egli sostiene, infatti, che l’industria serica era conosciuta, a Catanzaro, molto tempo prima della guerra tra Ruggero II di Sicilia e l’Imperatore d’oriente ed esclude anche la possibilità che ad introdurre l’industria serica in Calabria siano stati i Saraceni, perché le loro invasioni non avrebbero avuto un carattere di stabile stanziamento, ma sin dall’inizio si sarebbero configurate come azioni di pirateria. Pertanto, il Marincola afferma che i primi ad introdurre la lavorazione della seta a Catanzaro furono i bizantini. A sostegno di quest’ipotesi egli adduce l’origine stessa di Catanzaro che sarebbe bizantina, ed i continui rapporti della città con la madrepatria; Grimaldi L., Origini dell’industria serica e sua introduzione in Costantinopoli ed in Italia, in Studi statìsici nell'industria agricola e manifatturiera della Calabria Ultra II, 1845. L’autore analizza tutte le ipotesi conosciute ma dimostra che l’Arte era stata introdotta dai greci nel IX secolo; Tescione G.,Le origini dell’industria della seta nell’Italia meridonale. Napoli 1953. Secondo questo studioso l’Arte della seta sarebbe stata introdotta in Calabria da lavoranti greci venuti dalla Morea, in Sicilia dagli Arabi e in Campania dagli Ebrei.
[iv] Nisticò U., La seta e la ginestra, in Ciminiera. Leggenda vuole che ai tempi di Re Guglielmo II il Buono, la nostra flotta, assalendo con successo Costantinopoli, abbia portato in Calabria i primi filatori di seta, e con essi il segreto dell'arte, ancora riservatissimo.
[v] Zanier C., Un protettore scomodo S. Giobbe e la seta, in La seta in Italia dal Medioevo al Seicento. L’errore di confondere la lavorazione del filo serico con la sericoltura, o di attribuire alle aree circostanti le località dove si tingevano o si tessevano stoffe di seta, la produzione della seta stessa, è purtroppo comune ed inficia la validità degli assunti sulle origini delle attività seriche in opere per altri aspetti assai pregevoli…
[vi] D'Amato V., Memorie Historiche di Catanzaro, 1670. Secondo l’autore l'Arte della seta fu introdotta a Catanzaro nel 1072 quando la sicurezza delle campagne, garantita dal castello costruito dal Guiscardo, consentì ai catanzaresi di iniziare la coltivazione delle piante «appellate Celsi o, come altri dicono, Mori». AA.VV, Sulla scia del D’Amato, molti autori sono del parere che l'Arte della seta fu introdotta a Catanzaro da Roberto il Guiscardo che fece arrivare dall’Oriente le piante dei gelsi per iniziare la produzione della seta; Secondo Jacoby D., Silk in Western Byzantium bifore the Fourth Crusade, p. 480, l’espansione del setificio di Tebe in Morea, sarebbe collegata alla fuga di esperti bachicoltori dall’Italia normanna; Guillou A., L’Italia Bizantina, in Stroria d’Italia, I bozzoli calabresi e la mano d’opera, potrebbero aver raggiunto Tebe.
[vii] Bamonte A., Le origini mediterranee della seta, 1952, dimostra che la seta era già conosciuta ai tempi di Aristotele. Le famose “vesti di Cos”, tanto trasparenti da suscitare le ire dei moralisti greci e romani, si ricavavano dalla larva di Pachypasa otus, o lasiocampide, il “grosso verme con le corna” di cui parla Aristotele. Secondo il mito era stato addomesticato da Panfila, figlia di Plate, così come lo Sfynx otus, un altro insetto da bozzolo che vive sui cipressi e sulle querce del vicino Oriente. Ma non fu per questo tessuto che i Romani impazzirono, e neppure per gli ottimi filati prodotti in India da quattro specie di larve diverse, bensì per il “seres”, la costosissima bava del Bombyx mori.
[viii] Parassita appartenente alla famiglia dei Tignolidi dell’ordine dei Lepidotteri.
[ix] E’ ampiamente documentata la seta selvatica prodotta da bachi non allevati dall’uomo.
[x] Teofane Bizantino, Historici Graeci Minores, Nel VI secolo, un persiano venendo via dal paese del Seres (cioè Cina) aveva preso con lui le uova dei vermi celate in un bastone riuscendo a portarle al sicuro a Bisanzio; Procopio di Cesarea, Guerra Gotica, sotto Giustiniano I, le uova dei bachi da seta, furono importati dalla Serinda da alcuni monaci che avevano imparato i segreti della sericoltura; Ahmedov A., The Great Silk Road, p. 296,297, in Tales from the silk Road, Part VI, Tales from Europe, edited by UNESCO. Un monaco bizantino, di nome Zemarch che aveva viaggiato in Cina nel sesto secolo, portando con sé dei bachi da seta.
[xi] Ostrogorsy G., Storia dell’impero bizantino, p.65 La produzione della seta divenne uno dei più importanti settori dell'industria bizantina e quindi - essendo monopolio statale - una delle più importanti fonti d'entrate dell'Impero.
[xii] Ostrogorsy G., Storia dell’impero bizantino, p.61. L'antico impero sembrava risorto…. L'Italia, gran parte dell'Africa settentrionale, la parte sud orientale della penisola Iberica (554), le isole del mediterraneo, che tornava ad essere un lago dell'impero.
[xiii] Muthesius A., The Byzantine silk industry: Lopez and beyond, in Journal of Medieval History, 19 (1993). Fine del V secolo; Muthesius A., Essential Proces, loom and tecnical aspect of the production of silk textiles, in The economic History of Byzantium. La più antica attestazione riferita a piantagioni di gelso e a produzione di seta grezza in Antiochia curati da un Kommerkiarioi (funzionario della seta), in età bizantina, risalirebbe all'epoca dell’Imperatore Anastasio (491-518).
[xiv] Muthesius A., Op.Cit., Tra il V e XII sec., vi furono varie fasi di acquisizione di seta grezza. La prima concentrata in Siria antecedente alla conquista Araba (V e VII sec.); la seconda in Asia Minore (VIII e IX sec.); la terza fase nei Balcani (IX e X sec.). In questa fase compare seta grezza delle provincie bizantine di Calabria e Sicilia, sui mercati di Fustat.
[xv] Laiou A. E., Exchange and Trade, Seventh–Twelfth Centuries, in The economic History of Byzantium. Nel settimo secolo, la produzione di seta aumentava, e il suo commercio era stato organizzato secondo principi diversi.
[xvi] Nel tardo Impero Romano la Gynaecea (posto delle donne) si era trasformato nel termine legale per indicare le imprese di tessitura, filatura e tintoria. Nell'Impero Bizantino, la Gynaecea era un'officina di seta imperiale fornita di personale completamente femminile. Così le donne sono state associate all'attività tessile; Montanelli I., Storia d'Italia, V. I, p. 140. I suoi ginecei ospitavano migliaia di donne intese non soltanto a prestazioni di alcova, ma anche a vere e proprie industrie tessili dove filavano la lana e la seta che lo Stato importava e lavorava in regime di monopolio.
[xvii] Maniatis G. C., Organization, Market Structure, and Modus Operandi of the Private Silk Industry in Tenth-Century Byzantium, in Dumbarton Oaks Papers 53, 1999.
[xviii] Laiou A. E., Exchange and Trade, Seventh–Twelfth Centuries, in The economic History of Byzantium. Sotto Justinian I, la manifattura ed il commercio della seta erano un monopolio statale.
[xix] Ostrogorsy G., Storia dell’impero bizantino, p. 226.
[xx] Oikonomides N., Silk Trade and Production in Byzantium from the Sixth to the Ninth Century: The Seals of the Kommerkiarioi, Dumbarton Oaks Papers, 40 (1986): 42–45. La gelsicoltura richiede condizioni di suolo particolari ed una clima moderato. Questo suggerisce che la coltura di alberi di gelso era molto probabilmente limitato alle province litorali dell'impero e l’immediato hinterland di Costantinopoli.
[xxi] Muthesius A., Op.Cit., E’ difficile indicare l’esatta ubicazione delle piantagioni imperiali di gelso.
[xxii] Oikonomides N., The Role of the Byzantine State in the Economy, in The Economic History of Byzantium,V.1. Nel sesto secolo, kommerkiarioi era il nome dato ai funzionari imperiali che compravano la seta dall'Est nell'interesse dello Stato bizantino; The Oxford Dictionary of Byzantium, II, Oxford 1991, p. 1141, Il kommerkiarios era un funzionario doganale.
[xxiii] Oikonomides N., The Role of the Byzantine State in the Economy, in The Economic History of Byzantium,V.1. Around 630, the term kommerkiarios was translated into the scholarly language as “o thj shrikhj a rcwn esqhtoj” (lord of the silk cloth).
[xxiv] Oikonomides N., The Role of the Byzantine State in the Economy, in The Economic History of Byzantium,V.1. Il fatto che il kommerkiarioi si sarebbe trovato in tutto l'impero può essere connesso con gli sforzi fatti dal governo per incoraggiare la produzione di seta ed è legato certamente con la vendita e l’acquisto della materia prima. Inoltre, ciascun kommerkiarios sembra essere stato responsabile di un stabilimento chiamato Apotheke; Guillou A., Geografia amministrativa del Katepanato bizantino d’Italia (IX-XI sec.) in Calabria Bizantina Atti del primo e secondo incontro di Studi Bizantini, p. 121. Tra i funzionari bizantini presenti nel Katepano d’Italia vi erano “uno o più Kommerkiarioi dipendenti dallo stratega o dal logoteta generale”; Von Falkenhausen V., La dominazione bizantina nell'Italia meridionale dal IX all'XI secolo, Bari 1978, pp. 143 s. Si conoscono sigilli di piombo di kommerkiarioi della Sicilia del periodo prima della conquista musulmana. Non se ne conosco per la Calabria, ma sono attestati in Puglia. Ringrazio la Prof.ssa Von Falkenhausen per la preziosa informazione.
[xxv] Guillou A., Brebion di Reggio. Membrana lunga 7 metri, trovata nell’archivio Capialbi il 1974, databile intorno al 1050. E’ una fonte di straordinaria importanza per la storia economica della Calabria Bizantina. Nel Brebion, gli alberi di gelso maturi (cioè quelli più vecchi di quindici anni) erano conformi alla tassa imperiale. Non è specificato se il gelso era utilizzato per alimentare i bachi da seta, anche se l'esistenza di una vasta attività gelsi-bachicola in Calabria nei periodi successivi, suggerirebbe che la produzione di seta era implicita; Mosino F., Attività agricola e apicoltura, in Mestieri, lavoro e professioni nella Calabria medievale: tecniche, organizzazioni, linguaggi. In Atti del VIII Con grasso Storico Calabrese. Come è documentato nel Brebion, un mestiere connesso alla gelsicoltura era la phyllologìa, cioè la raccolta di foglie di gelso, che venivano ammassate in sakìa = sacchi.
[xxvi] Vedere gli studi di Guillou A.
[xxvii] Von Falkenhausen V., L’Italia meridionale bizantina, Op.Cit., La scoperta di questo documento ha sconvolto le idee sulla storia economica della Calabria bizantina.
[xxviii] Muthesius A., Op.Cit., Un’assenza sfortunata di fonti bizantine riguardo l’essenziale processo di produzione della seta, rende necessario riferirsi a documentazione non bizantina. Le fonti cinesi sono particolarmente attinenti, poiché la sericultura si diffuse nel Mediterraneo dalla Cina.
[xxix] Trotter A., Il più antico documento relativo alla bachicoltura in Italia, in Informazioni seriche - Coop. Tip. Manuzio - 1919, n.24. Il più antico documento attualmente noto che attesti l'utilizzo delle foglie di gelso per allevare il baco da seta è del 1036 (Carte di Montevergine XX, fol.34); Da "Le più antiche carte dell'Abbazia di C. Modesto di Benevento", "celsi'' (cioè gelsi) per seta sono segnalati nel 1037. Il più antico documento che testimonia la gelsi- bachicoltura in Italia è dell'Aprile 1036 e si tratta di un Memoratorium rogationis, rogato in Avellino, con il quale tali Giovanni e Pietro prendono in fitto per 15 anni dall'abate di San Modesto di Benevento l'intera grangia di Summonte, impegnandosi anche a coltivare e raccogliere bachi da seta: et quando fuerit tempus de serico, debeamus nos facere colligere ipse fronde de ipsi celsi pro sericum faciendum, et quantum sericum Dominus dederit inde debeamus nos dividere totum ipsum sericum in due partis, nos tollamus inde medietatem et ad partem eiusdem monasterii demus deinde reliquam medietatem (pergamena n. 37, Archivio di Montevergine); Marincola San Floro F., Relazione…, Op.Cit., Stefano da Cosenza nel 889 portò in dono al Monastero dei Benedettini di Cava della seta obbrizzata (grezza). Diploma datato dal 1089 nel quale alberi di gelso indicano i confini di un podere.
[xxx] Massagli M.C., L’Arte della seta a Lucca, Nell'Italia bizantina probabilmente si lavorava la seta fin dai primi tempi della dominazione di Costantinopoli; Voisin A. R., Tours Capitale Historique de la soie. Ai tempi di Giustiniano II (565-578) la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta erano esercitate in Sicilia ed in Calabria, nel Peloponneso e in Armenia.
[xxxi] La sontuosa compostezza della civiltà bizantina piena di influssi orientali e barbarici, penetrata in Italia, è testimoniata anche dalla ricchezza delle vesti decorate e ricamate. I tessuti bizantini, oltre alle caratteristiche proprie, inglobano l'iconografia sasanide (dinastia persiana che regnò dal 224 al 636), la cui civiltà aveva il monopolio nell'importazione della seta greggia dall'Estremo Oriente.
[xxxii] Nelle fabbriche imperiali l’attività era esercitata dagli schiavi o dalle donne, non aveva valore economico; Dagron G., Op.Cit., Le fabbriche imperiali facevano uso di numeri significativi di schiavi; Kazhdan A. P., Vizantijkaja kul'tura, Mosca 1968, Nelle fabbriche imperiali, quelle tessili e nei laboratori di gioielleria, c'erano numerosi lavoratori, spesso schiavi in catene.
[xxxiii] Kazhdan A. P., Bisanzio e la sua civiltà. L’Ergasterium costituiva il campo di attività della singola famiglia. Lo schiavo, l’allievo e l’apprendista, entravano a far parte dell’azienda economica familiare. Essi lavoravano insieme con il loro padrone e mangiavano nella sua casa. L’allievo poteva diventare maestro e l’apprendista poteva sposare la padrona dell’Ergasterion.
[xxxiv] Kazhdan A. P., Op.Cit., Il collegio bizantino del X secolo non era una unione degli artigiani, degli allievi e degli apprendisti, non era la corporazione universale degli artigiani dello stesso ramo professionale, ma era l’unione dei padroni degli Ergasteria. Gli Statuti delle corporazioni, in Raccolta di statuti medioevali della biblioteca del Senato, in Europa le corporazioni sorgono nel XII secolo come associazioni spontanee, dapprima in forma di confraternita laica sotto la protezione del vescovo, poi di corporazione professionale con finalità economiche (acquisto delle materie prime, disciplina della produzione e della concorrenza). Derivano, con carattere di continuità, dai collegia romani, dalle scholae bizantine. Per la regolamentazione dell’accesso alle corporazioni pubbliche vedi Cod. Giustiniano; Maniatis G. C., The Domain of Private Guilds in the Byzantine Economy, Tenth to Fifteenth Centuries. L'appartenenza alla gilda era obbligatoria solo per il proprietario di un stabilimento o di chi aveva la gestione individuale dell'affare, ma non per gli artigiani assunti come lavoratori stagionali. Ringrazio il Dr. Maniatis G. C. per le preziose informazioni.
[xxxv] Zoras G., Le corporazioni bizantine. Il Libro dell’Eparco riporta i nomi “ufficiali” delle Corporazioni, per alcune delle quali è riportato anche quello utilizzato dal popolo.
[xxxvi] Libro dell’Eparco o del Prefetto è un codice di regolamentazione del mercato, pubblicato sotto il governo di Leone VI (886-912). Copre regole dedicate a società separate - notai, argyropratai; cambia valuta; diversi rivenditori di abbigliamento e profumo; fabbricanti di candele e di sapone; fornitori di drogherie, carne, pane, pesce e vino - così come ad alcuni assistenti dell'Eparco, legatarii e i cosiddetti bothroi e technitai.
[xxxvii] Papagianni E., Byzantine Legislation on Economic Activity Relative to Social Class. Per il divieto ai ricchi di esercitare attività commerciali in concorrenza vedi Cod. Basilio.
[xxxviii] Maniatis G. C., The Domain ... Malgrado la proibizione, la nobiltà, in collusione con membri della gilda, produceva sete per il loro uso personale, che poi venivano vendute sul mercato libero.
[xxxix] Muthesius A., Op.Cit.,
[xl] Guillou A., Production and profit, p. 94, Il frutto del gelso era utilizzato per la preparazione di medicinali; Polo M., Il Milione, Descrive l’utilizzo delle piante di gelso per la produzione della carta in Cina: (L’Imperatore) fa prendere scorza di un albero che ha nome gelso - è l’albero le cui foglie mangiano i vermi che fanno la seta - e colgono la buccia sottile che è tra la buccia grossa e legno dentro, e di quella buccia fa fare carta come bambagia".
[xli] Fra i dieci e i dodici giorni dopo la filatura del bozzolo, la crisalide deve essere distrutta per impedirle di danneggiare il filo. Il metodo più pratico ed economico era il riscaldamento dei bozzoli, o con i caldi raggi del sole (probabilmente più efficace al sud, prove effettuate in Lombardia hanno richiesto tre giorni di esposizione ed un 5 o 10 % di sfarfallamento) o in forni comuni, nei cesti posti nei forni del pane in raffreddamento. Spesso però questa operazione ha mancato di uccidere la crisalide, ha danneggiato il filamento, l’elasticità ed il colore della seta con il risultato di ridurre il prezzo dei bozzoli.
[xlii] Guillou A., Op.Cit., Nel bacino del mediterraneo era comune la spedizione di bozzoli soffocati. E’ stata documentata la spedizione dalla Spagna all’Egitto.
[xliii] Maniatis G. C., Op.Cit.,
[xliv] Maniatis G. C., Organization, Market Structure, and Modus Operandi of the Private Silk Industry in Tenth-Century Byzantium, in Dumbarton Oaks Papers 53, 1999. “They could lawfully supply cocoons or raw silk to katartarioi to be processed into yarn in their workshops.”
[xlv] Idem, La necessità di aumentare la qualità del prodotto ha determinato il miglioramento delle tecniche di produzione. Il governo, per favorire la specializzazione, proibiva il passaggio della manodopera da una corporazione all’altra. Era proibito vendere schiavi impiegati in una attività sericola ed era proibito dare a prestito lavoratori stagionali esperti.
[xlvi] Kazhdan A. P., Bisanzio e la sua civiltà, p. 33. Il controllo governativo sui collegi si realizzava mediante l’acquisto di una quota della produzione da parte dei magazzini (Apotheke) dello Stato; un’altra parte degli artigiani lavorava alla esecuzione di commesse dello Stato: in tal modo il collegio era posto sotto la sorveglianza di funzionari statali. Lo Stato si arrogava il diritto di condannare gli artigiani che avessero violato le regole della produzione e nello stesso tempo utilizzava l’apparato del collegio per il controllo minuto del comportamento degli artigiani e dei commercianti.
[xlvii] Idem, Per la difesa del segreto industriale, il governo bizantino esercitava il controllo sul mercato e sulle attività lavorative. Chi divulgava i segreti tecnologici, era severamente punito. Questo provvedimento non ha impedito la migrazione di cittadini liberi ed il trasferimento del know-how in altri centri sericoli dell'impero.
[xlviii] Oikonomides N., The Role of the Byzantine State in the Economy, in The Economic history of Byzantium. Le officine statali sono state riorganizzate dopo un disastroso incendio nel 792.
[xlix] AA.VV. Storia d’Italia e d’Europa, vol. 1, Jaca Book. Durante il periodo macedone emerge la nuova classe sociale dell’Aristocrazia fondiaria che si espande assorbendo la piccola proprietà contadina su cui si fondava l’assetto militare e fiscale dello stato. La legislazione tendeva a proteggere la piccola proprietà contadina a gestione familiare, nella sua duplice funzione di contribuente fiscale nell’ambito del chorio, la comunità di villaggio, e di soldato se detentore di un fondo gravato da oneri militari (stratiotika ktemata).
[l] Harvey A.. Economic Expansion of the Byzantine Empire 900-1200, 1999.
[li] AA.VV. Storia d’Italia e d’Europa, vol. 1, Jaca Book. La sintesi dell’opera legislativa giustinianea è raccolta da Basilio I e pubblicata dal figlio Leone VI il saggio. I codici di regolamentazione del mercato (compresa la produzione ed il commercio della seta) erano raccolte nel Libro dell’Eparco o del Prefetto.
[lii] Dagron G., The urban economy, Seventh–Twelfth Centuries, in The economic history of Byzantium V. 1. Le famiglie aristocratiche bizantine si interessavano alla seta, spesso impiegavano una parte della loro manodopera nella tessitura. Come dimostrato dalla vedova Danelis/Danelina nel Peloponneso.
[liii] Maniatis G. C., The Domain, Essi poterono apertamente e proficuamente investire il loro capitale in fabbriche di seta (o qualsiasi altra attività correlata), prestando capitali o entrando in associazione con i membri della gilda o patrocinando un schiavo. La nobiltà era libera di sfruttare opportunità economiche, ma in particolari settori dovevano operare attraverso il sistema della corporazione.
[liv] Dagron G., The urban economy.
[lv] Schipa M., La migrazione del nome Calabria, in Archivio Storico delle Province Napoletane, 1985. Intorno al 680 la denominazione Kalabria prese a denominare la parte meridionale dell’antico Bruzio.
[lvi] Guillou A., L’Italia bizantina, in Storia d’Italia, I bizantini introducevano la coltivazione del gelso e l'allevamento del baco da seta in Calabria al più tardi all’epoca della loro seconda colonizzazione, alla fine del IX sec; Guillou A., La seta nel catepanato d'Italia, in I Bizantini in Italia, poiché la Sicilia araba visitata da Ibn-Hauqal nel X secolo, non la conosceva (la coltivazione del gelso), occorre, secondo ogni verosimiglianza, rinunciare all’opinione tradizionale che attribuisce agli arabi l’introduzione del gelso; Tucciarone R., I Saraceni nel Ducato di Gaeta e nell'Italia centromeridionale, Gaeta 1991; Talbi M., L'Émirat Aghlabide, Parigi 1966, negli ultimi anni del IX secolo Papa Adriano III scriveva a Hasan Ibn al 'Abbâs: "Lu Papa Adrianu Terzu, servo de li omni servi di lu Deu te saluta e ti dici, o Amir Maniu di Sicilia Alhasan filius di Alaabbas, ki ha capitatu la tua epistola, la quali era direkta per lu Papa Marinu, lu quali morio [...]. Dunka ego te ringrazio multu di illi cento sklavi ki hai ambulatu a lu Papa Marinu. Diko a la tua Dominazione, ki per lu annu ki vieni, spero di remeterti [altro denaro] per redimere li altri sklavi. Nos debemus stare sempre soci, per facere videre ki sum tuus amikus, kum la barca Napolitana te mandai una arka plena cum drappi de seta per facere vestita per te e per li tuoi filii. Intantu non habeo ki res plus dirti: te salutu multu [...]".
[lvii] Guillou A., Op.Cit., Probabilmente il gelso fu importato prima del IX secolo.
[lviii] Cilento A., Potere e monachesimo Ceti dirigenti e mondo monastico nella Calabria Bizantina (secoli IX-XI), 2000,, si è calcolato che il tema di Calabria, grazie a circa 25.000 gelsi presenti sul suo territorio, attorno alla metà del secolo XII producesse in seta un valore approssimativo di quattromilioni di dinari aurei, pari a circa un milione di nomismata. Una somma ingente se si pensa che nel secolo VIII, dall’intero patrimonio confiscato alla chiesa di Roma da Leone III nell’Italia meridionale si incameravano annualmente un censo di 250.000 nomismata. Sui calcoli della quantità dei singoli prodotti si fa riferimento ad Guillou A., Production and Profit. (n.d.a. Alcuni autori ritengono esagerata la stima di Guillou sulla quantità di seta prodotta in Calabria che non era necessariamente di qualità molto alta.)
[lix] Guillou A., Production and Profits in the Byzantine Province of Italy (Tenth to Eleventh Centuries) Parte della seta grezza prodotta in Calabria era esportata al Cairo. Ancora Guillou A., La Soie sicilienne au Xe–Xle s., in Bizantino-Sicula. La Calabria bizantina esporta bozzoli e seta grezza nella Sicilia Araba.
[lx] De Leo P., Mestieri, lavoro e professioni nelle fonti documentarie, in Atti del VIII Congresso Storico Calabrese, con rif. A Guillou.
[lxi] Cilento A., Op.Cit., I contratti di enfiteusi avevano costituito, fin dal VI secolo, il più diffuso sistema di sfruttamento della terra in virtù della capacità di garantire al Governo Bizantino il regolare pagamento dell’imposta fondiaria sotto forma di canone di affitto, rappresentava un mezzo efficace ed assai diffuso per raggirare la legge che impediva ai funzionari di possedere beni di proprietà nei territori dove esercitavano la loro attività. Ricorrendo a tali espedienti i potenti si appropriavano di beni ecclesiastici.
[lxii] Nardi C., Terre e terrieri nell’Italia meridionale nel periodo bizantino con speciale riguardo alla Calabria, in Atti del II Congresso Storico Calabrese. La piccola proprietà oppressa dalle gravezze del fisco e dalle violenze ed abusi dei suoi agenti, i più avevano finito per porsi sotto la difesa dei grandi proprietari terrieri e degli enti ecclesiastici, ai quali offrivano le loro terre.
[lxiii] Nardi C., Op.Cit., Se da un lato era proibito che la proprietà si concentrasse in mano ai latifondisti, dall’altro avvenne che per gli enti ecclesiastici, ai quali era permessa la concessione di terre a titolo precario, per un tempo determinato o per tutta la vita, la proprietà terriera crebbe a dismisura.
[lxiv] Guillou A., Brebion di Reggio. Sono stati individuati fondi piantati a gelseto nel reggino, nel cosentino e nel catanzarese, nel crotonese e vibonese.
[lxv] Guillou A., L’Italia bizantina in La Storia d’Italia. Oltre il tracciato delle strade secondarie che collegavano Locri a Medma, Squillace a Terina, Sibari a Laos.
[lxvi] Kazhdan A. P., Vizantijkaja kul'tura, Mosca 1968, Le fonti del VII secolo parlano di enormi vascelli commerciali con capacità di mille mc., mentre nel XI-XIII secolo i velieri avevano capacità di 8,5-17 mc. Inoltre le tempeste, la pirateria, e le carte nautiche non perfette, rendevano rischiose le vie marittime; Von Falkenhausen V., L’Italia meridionale bizantina, Op.Cit., Il commercio marittimo presentava grossi rischi e veniva per lo più evitato. Fra tempeste, avarie e corsari le probabilità di perdere la merce, la nave, la libertà e la vita erano altissime. Solo chi fosse spinto da necessità come Veneziani, Amalfitani o Ebrei africani testimoniati in gran numero nel commercio mediterraneo; Carile A., La marineria bizantina in Adriatico nei secoli VI-XII.. Convegno di studi Adriatico mare di molte genti incontro di civiltà Ravenna 25-26 febbraio - Cesenatico 45 marzo 1995 - Casa Matha 26 febbraio 1995. Alle meno importante navigazione d'alto mare, il commercio marittimo seguiva le rotte di cabotaggio. Circa 1.500 miglia marine, comportavano trenta giorni di navigazione a 2.1 nodi; Cioè lo stesso viaggio poteva essere compiuto con variazioni temporali da 1 a 5, era cioè molto incerto sia per le circostanze naturali sia per i fattori umani: incertezza ed irregolarità del viaggio per mare è la realtà del navigante medievale; Zitara N., Storia dissonante di una marina jonica e del gruppo socialista locale nell'immediato dopoguerra. Nel corso della civile e intelligente dominazione romana le antiche colonie greche si spensero, in appresso il Mar Jonio divenne troppo largo per le navi bizantine, le quali, minacciate dagli arabi, trovarono più tranquilla la rotta adriatica e più ospitali approdi a Ravenna e a Venezia.
[lxvii] Turano C., La Calabria del XII sec. descritta da Al-Idrisi, in Klearcos 89-92, 1981, pp. 12-27. Edrisi afferma che “navi entravano nel fiume di Squillace, l’Alessi”; Schmiedt G., I porti nell’alto medioevo, pp. 129-254 e p. 187 “All’inizio del V sec. Le fonti segnalano alcuni scali che assicuravano alle navi la possibilità di far acqua e legna. Questi scali si continuarono a veder citati nel Compasso, nelle carte nautiche medievali e, talvolta, anche nei portolani più recenti”.
[lxviii] Romeo F. G., Pirati e Corsari nel Mediterraneo, 2000. Con questo termine che significa “predoni venuti dal mare”. Nel linguaggio comune si vuole indicare i pirati, sia arabi che musulmani, provenienti dal Nordafrica.
[lxix] Muthesius A., Op.Cit.,
[lxx] Guillou A., Production and Profit. Op.Cit., Un documento del 1042 (Annales Barenses), cita un luogo sulla riva sinistra del fiume Bradano, vicino Montepeloso, chiamato Kastron Sericolum, che può essere spiegato solo dal termine sericum, (serikon in greco). Perciò si può presumere che l’allevamento del baco da seta era praticato nel Tema di Longobardia, anche se non estensivamente come in Calabria; Guillou A., L’Italia bizantina, in Stroria d’Italia. Anche Caia cum serico ceduto ad Ascoli Satriano (Puglia) in cambio di una vigna, di una parte di frantoio, una molla, un podere.
[lxxi] Muthesius A., Op.Cit., La prima fase della trattamento della seta, soffocamento fatto nei forni, trattura con idonei attrezzi, sgommatura con acqua e sapone, era esercitata lontano dal centro abitato.
[lxxii] Von Falkenhausen V., L’Italia meridionale bizantina, in I Bizantini in Italia, Libri Scheiwiller. Sulla base della gelsicoltura ampiamente documentata in Calabria, possiamo ipotizzare che almeno le più elementeri operazioni di trattura del filo di seta venissero effettuale in loco.
[lxxiii] Tramontana F., Lavoro, mestieri e professioni negli atti greci di Calabria, in Mestieri, lavoro e professioni nella Calabria medievale: tecniche, organizzazioni, linguaggi. In Atti del VIII Con grasso Storico Calabrese. La gelsicoltura costituiva il primo anello di una catena di lavoro e produzione i cui anelli successivi erano rappresentati dall’allevamento del baco, dalla produzione e lavorazione della seta, dallo smerciamento di questa preziosa mercanzia anche all’estero. Cotali forme superiori di coltura apparentavano l’Italia meridionale alle rimanenti parti del mondo bizantino. Richiedevano, infatti, capacità organizzative del lavoro e padronanza di tecniche e modi di coltivazione che sono riscontrabili negli stessi anni, in modo eminente anche se non esclusivo, proprio all’interno dell’ecumene bizantina. Ciò vale specialmente per la gelsicoltura, frutto di una sapienza e di un’esperienza quanto mai evolute ed ampiamente diffuse nel bacino del mediterraneo.
[lxxiv] Cassiodoro ci informa dell'esistenza di un'importante fabbrica di porpora.
[lxxv] Dini B., L’industria serica in italia. Secc. XIII-XV, in La seta in Europa, La seta ottenuta veniva commerciata ad Otranto e a Gaeta oltre che in Sicilia e forse veniva esportata a Tiro e Costantinopoli – Riferimento ad Guillou A., La soie dans le katepanat, suppone che i bozzoli prodotti nel tema di Calabria, potessero addirittura giungere fino a Costantinopoli, dove il Regolamento della prefettura cittadina agevolava gli scambi di seta grezza e promuoveva l’acquisto della materia prima per la realizzazione di tessuti esportati in tutto il Mediterraneo; Muthesius A., Op.Cit., La seta grezza prodotta nella provincia Bizantina calabrese è comparsa sul mercato a Fustat (Egitto) ed era utilizzata dai tessitori nel Peloponneso.
[lxxvi] Guillou A., La soie sicilienne au X-XIs. siecle, in Bizantino –Sicula, II, 1975, pp.285-288. Nell’anno 950 era già avviata una tessitura in Sicilia.
[lxxvii] Cilento A., Op.Cit., Cita il contributo di A. Guillou, che ha evidenziato il ruolo svolto dai mercanti siculo-saraceni nell’attivare intense relazioni commerciali in Calabria in particolare nell’ambito dell’esportazione cerealicola e della seta grezza. Ringrazio la Prof. Cilento A. per i preziosi consigli.
[lxxviii] Guillou A., L’Italia Bizantina, Op.Cit., I bozzoli calabresi e la mano d’opera, potrebbero aver raggiunto Tebe.
[lxxix] Cilento A., Potere e monachesimo…, A partire dal IX secolo, il ceto arcontale, tenderà a fondersi, talvolta fino ad identificarsi, con l’aristocrazia provinciale a base fondiaria.
[lxxx] Loud G. A., Coinage, Wealth and Plunder in the Age of Robert Guiscard, in English Historical Review. Un passaggio della cronaca di Montecassino dettaglia con cura amorosa i doni di Roberto il Guiscardo e sua moglie Sichelgarda, in monete ed altre merci preziose. Certamente tessuti preziosi e pallia, la maggior parte di seta, probabilmente importati, sebbene sia possibile che alcuni siano stati confezionati in Calabria; Von Falkenhausen V., L’Italia meridionale bizantina, Op.Cit., Non ci sono motivi per escludere che lo splendido mantello che Melo di Bari inviò in dono all’Imperatore Enrico II sia stato realizzato nell’Italia meridionale da artefici specializzati nella tessitura e nella tintura delle stoffe di seta.
[lxxxi] Portoghesi L., Atti notarili dell'archivio storico della Calabria (Sec. XI-XII-XIII). Convegno: Le manifatture tessili catanzaresi. A cura del Consolato della Seta di Catanzaro. Con riferimento alle pergamene pubblicate dal Trinchera (Syllabus). Catanzaro 2002. Ringrazio la Dott.ssa Portoghesi per i consigli forniti.
[lxxxii] Maniatis G. C., The Domain of Private Guilds in the Byzantine Economy, Tenth to Fifteenth Centuries. Resta controversa la presenza delle corporazioni nelle province. Si ritiene che l'appartenenza alla gilda non era obbligatoria, e che le stesse arti erano praticate anche fuori dal sistema della gilda da artigiani non organizzati.
[lxxxiii] Maniatis G. C., Organization…Op.Cit., Utilizzando lavoratori specializzati stagionali (Katartarioi) che preferivano abbandonare la loro indipendenza o Ebrei che non potevano appartenere alla corporazione, in cambio di un profitto vantaggioso.
[lxxxiv] Le stoffe seriche circolanti nel medioevo, erano tutte provenienti dal Levante e dall'area Greco-Bizantina, come dimostrano i termini che designano i tessuti serici: Sciamiti, Catasciamiti, Diaspri, ecc. I primi tessuti prodotti a Catanzaro comprendevano la tipologia Bizantina tra i quali il “famoso” Cathasamito rosso (menzionato in una membrana del 1295 scritta dal Conte di Squillace), una categoria di tessuti Cataxamitum comunemente conosciuti con il termine generico di Samirari.
[lxxxv] Tra l'VIII e la prima metà del IX secolo, le donazioni di drappi preziosi (lino e seta) da parte dei papi alimentano i consumi e i commerci di tali tessuti. I mercanti veneziani e quelli di Amalfi, essendo sudditi bizantini, avevano libero accesso a Costantinopoli e in tutti i ricchi mercati dell'Impero d'Oriente dove potevano acquistare vesti e tessuti da portare in Italia.
[lxxxvi] Dagron G., The urban economy…, Le fonti di approvvigionamento avrebbero incluso il mondo arabo in generale, che rimase un significativo esportatore di seta cruda bizantina, anche l’Italia meridionale (si vedano i lavori di A. Guillou, citati), e il Peloponneso, fra le regioni dell'impero più adatte alla sericoltura.
[lxxxvii] D’Andrea M. e Floriani G., I Normanni: pellegrini avventurieri guerrieri. Dalla conquista al regno. Mostra fotografica.
[lxxxviii] Placanica A., Catanzaro storia cultura economia. Ed. Rubettino. ...un'altra tradizione vorrebbe che tanto il gelso che il baco fossero introdotti in Europa, proprio in quel secolo che vide la nascita di Catanzaro.
[lxxxix] Sembra che il gelso bianco abbia cominciato la sua avanzata in Europa proprio a partire dalla Calabria, dove fu introdotto dai Bizantini già alla fine del IX secolo. In Italia, a quell’epoca, si conosceva solo il gelso nero, con cui era più difficile allevare i bachi. Nei secoli successivi la presenza del gelso si estese ovunque in Italia: dal Sud verso le regioni centro-settentrionali; De Nobili C., Sulle Origini di Catanzaro, conferenza letta nell’Università popolare di Catanzaro, 1907. Dopo un’attenta analisi delle varie ipotesi formulate nel tempo, afferma che la città sorse tra l’860 e l’868; Gariano L., Cronaca di Catanzaro. Fa risalire la nascita della città al 793; D'Amato V., Memorie Historiche di Catanzaro, 1670. Fa risalire al 804 l’anno di fondazione della città.
[xc] Zinzi E., La storia urbana dalle origini alla vigilia della conquista islamica, in Catanzaro storia cultura economia Ed. Rubettino. Resta aperto l’interrogativo sulla fondazione della città, che la Cronica Trium Tabernarum attribuisce ad uno stratega alto funzionario bizantino, Flagizio. A lui si riporta la decisione di “civitatem construere… coaduna tis omnibus casalibus”. Aggiunge il cronista (R. Carbonello) che era impossibile pensare alla fondazione di una città “sine imperatoris praecepto” e senza avere a Lui chiesta “licentiam fabricandi civitatem”. Scelti tre siti considerati “optimi pro civitate construenda, Cridin, Parzanium et Catuanzarium”, vengono inviati all’imperatore per “scriptum et depictum in pergamena nomina, introitus etexitus locorum istorum et fertilitatem aquarum et nemorum”. L’Imperatore ordina di costruire la “civitas in loco qui vocatur Catuanzarium”. Vedere anche la Chronica di Galas F. del 1428; Zeno R., La Chronica Trium Tabernarum ed una Cronaca inedita di Taverna del secolo XV, in Fonti di storia calabrese, p. 31-39.
[xci] Cilento A., Potere e monachesimo..., Op.Cit., Dopo la conquista araba della Sicilia (827-965) funse per lungo periodo da base militare e da territorio di scontro per i conflitti bizantino-saraceni. Nuovi e frequenti incursioni continuarono a devastare i centri costieri e le aree rurali più interne. La temporaneità dell’insediamento Musulmano ha impedito di assorbire le innovazioni e la cultura che la tradizione Araba aveva saputo trasfondere alla Sicilia durante i due secoli di dominio dell’isola.
[xcii] De Siena L., Il breve istmo calabrese. Alla fine del VII inizi VIII secolo, parecchie città poste lungo la costa ed insediamenti minori, venivano abbandonati, le popolazioni si spostavano in nuovi centri fondati su alture che offrivano garanzie e difese naturali. In questo periodo sul Triavonà sorse Catanzaro, su una terrazza circondata da dirupi, molto adatto alle esigenze militari di quei secoli, perché era ben difendibile e si trovava a poca distanza dal mare, dalla strada interna Nord-Sud della Calabria e dalla strada dell’istmo. Nei documenti lo troviamo spesso Katanzarion e nel XI secolo anche Catacium (latinizzato). Nel 1183 Catansario, nel 1194 Kastroi Katantzarioy, nel 1213 e 1270 Poles Katantzarioy, nel 1282 Catanzarii.
[xciii] Crotalla, Anfissa, Triscine, Tre Taverne, Palepolis, Athenapolis, Heropolis.
[xciv] Questo istmo è tra il Golfo di S. Eufemia ed il Golfo di Squillace. Qui i due mari si avvicinano a meno di trenta chilometri e qui si può facilmente superare la catena montuosa calabrese attraverso un comodo valico a soli 300 metri s.l.m..
[xcv] Uggeri G., Gli insediamenti rupestri medievali problemi di metodo e prospettive di ricerca, in Archeologia Medievale, I/74.
[xcvi] Noyè G., Vicende della Calabria tra Vandali, Goti e Bizantini, comunicazione al Convegno Le invasioni barbariche nel meridione dell’impero: Visigoti, Vandali, Ostrogoti (Cosenza, Luglio 1998), a cura di P. Delogu, c. s.
[xcvii] Il toponimo Stratò che identifica un quartiere di Catanzaro, deriverebbe da stratoq che significa Esercito (dal Dizionario Toponomastico ed onomastico della Calabria di G. Rohlfs, 1974).
[xcviii] Noyè G., Les Bruttii au VIe siècle, in MEFRM, 103, 1991, pp. 501-551: n. 210, p. 542.
[xcix] De Lorenzis M., Catanzaro, p. 11. Prima di tale data (anno 793) i fabbricati erano quelli di un modesto villaggetto che era nel rione Grecìa e nel quale esisteva una chiesetta parrocchiale intitolata a Santa Maria di Cattaro.
[c] Grecìa è il più antico quartiere di Catanzaro sottostante la quale, un intricato sistema di cunicoli collega le tante grotte naturali che costellano le pendici delle colline di tufo del capoluogo. In alcune zone della Calabria, il toponimo Grecia identifica un’antico insediamento bizantino: “le grotte” di Simeri, sono scavi rupestri, detti “costruzioni trogloditiche”, tre vere e proprie celle eremitiche o ipogei, alle quali si accede dai fianchi dello sperone roccioso su cui sorge il centro abitato, attraverso un sentiero scosceso del diruto quartiere della Grecìa, il primo insediamento bizantino situato su una stretta terrazza separata da una rupe dal baglio del castello e, in basso, da profondi burroni cadenti a picco; il quartiere della Grecia di Santa Severina è una rara testimonianza di struttura urbanistica bizantina, in esso si trovano anche alcune dimore ipogee; nel quartiere della Grecìa, il più antico della città di Rossano, i monaci vivevano nelle sottostanti grotte ricavate nel tufo.
[ci] Marincola San Floro F., Relazione sull'origine, progresso e decadenza dell'Arte della seta in Catanzaro. Catanzaro porta nel nome l'impronta genetica della sua origine greca bizantina; D'Amato V., Historia. Riferisce che il nome deriva dai fondatori Cattaro e Zaro; Gariano L., Op.Cit., Il nome è derivato dai fondatori Cattaro e suo fratello Zaro. Dello stesso parere è De Nobili C., Sulle Origini di Catanzaro, dopo un’attenta analisi delle varie teorie conosciute; L. Settembrini avanzò l’ipotesi che provenisse dalle parole greche Catantheros o Catantharos che significano “sul fiorito”. Secondo alcuni, il nome dell’antica denominazione della Fiumarella Zaro che accoppiata alla parola Katà (oltre o sopra) significherebbe “oltre il fiume”. Altri ritengono che il nome potrebbe derivare dall’arabo Anzar (terrazza) o dal greco Antzarion (terrazza) con riferimento alle pendici terrazzate della città. (n.d.a. anche l’accoppiata del vocabolo greco Katà con il vocabolo Arabo Tahara (purificazione) potrebbe significre “luogo di purificazione”.); Alessio G., Saggio di toponomastica Calabrese, da Catax (catac) -ace, -um, Catacium, Catancium, antico nome di Catanzaro. Cata+agcos, -eos = gola di monte. Anzara = luogo pianeggiante che sovrasta un precipizio; Mosino F., Il toponimo Catanzaro e Catacio, in Vivarium. Dal greco Katacì = Lassù; Paparo, Consuetudini cathacensi, riporta Cataco o Catachio; Rohlfs G., Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, il toponimo Catanzaro rimane l’unico relativo ad un insediamento urbano calabrese di certe dimensioni di chiara origine araba; De Siena L., Il breve istmo calabrese, questo nuovo insediamento ebbe un nome modesto, il nome di una sorgente, forse, come lascerebbero pensare i toponimi Catanzaru nome di una sorgente presso S. Cristina (RC) e Catanzaro fontana presso Platì (RC) (n.d.a. Igm Foglio 255 sez. IV SO), forse le caratteristiche del sito Cataciu i Catanziu (contrada di Badolato in ripido pendio su due torrenti), forse da due vocaboli grecanici Kat’antzarion. Lupis, I sinefebi di Catanzaro, in Rivista storica Calabrese, 3, 1895. Azzarda un Katantsarion (subcasarium) della risorta Casario di origine Pelasgica; Perrone A., Il risveglio del leone d’oro nella fedelissima di Carlo V, sostiene un’origine esoterica di Catanzaro che riporta nella radice del suo nome il termine Ketzer sinonomo di eretico e Zaro che rivela un’origine Sloveno-Balcanica ed ortodosseggiante che conduce ad una comunità Catara (Puri) dal greco katharos, cioè puro; Dujecev I., I rapporti fra la Calabria e la Bulgaria nel medioevo, in Atti del II Congresso Storico Calabrese. Sulla penetrazione dei Protobulgari nel corso della prima metà del secolo VII nelle regioni dell’Italia meridionale.
[cii] Centro Internazionale di studi classici della Magna Gracia, Mnemosyne, 200. In genere la parola katà indica anche un movimento dall’alto verso il basso o ciò che sta sotto, si vedano alcune parole italiane derivate dal greco, come catacomba, «cavità che sta sotto, in cui si scende», catastrofe, «rivolgimento verso il basso», catatònico, «che tende in giù», eccetera.
[ciii] Flechia G., Lezioni di Linguistica Appunti inediti (1811-1892). Si potrebbero stabilire delle categorie logiche da cui derivano i nomi. La religione ha prodotto per es. numero grande di nomi; così dagli animali, dai mestieri, molti nomi sono derivati.
[civ] peri Katartariwn (de katartariis), Katartarioi artigiano specializzato nella trasformazione della Katarteon sericon=seta grezza.
[cv] Le Protoindustrie producevano per mercati lontani dalle regioni dove si sviluppavano; spesso questi mercati erano posti oltremare e i prodotti di una regione erano in competizione con quelli di un’altra; i prodotti venivano manifatturati da artigiani che univano ad es. tessitura con lavoro agricolo, oppure allevamento, che richiedeva meno lavoro. La mano d’opera era economica, vi era poca richiesta di capitale fisso e i macchinari erano piccoli ed economici; Malanima P. Il lusso dei contadini, p. 91. Dell'industria a domicilio rurale o protoindustria fanno parte soltanto le attività che esistono nelle campagne e la cui produzione è orientata alla vendita sui mercati e in particolare su quei mercati che si trovano lontani dai centri di produzione.
[cvi] Lupis, I sinefebi di Catanzaro, in Rivista storica Calabrese, 3, 1895. Catanzaro, katasaron di Lenormant, Katagxaron - Katantzaron del volgo con intruzione della nasale; .Cilento A., Op.Cit., con rif. a Eickhoff E., Tema e ducato. La denominazione Tema di Calabria era corrente sulla bocca del popolo, nella nomenclatura e nelle istituzioni ufficiali compare dalla seconda metà del x secolo.
[cvii] Zoras G., Op.Cit., La parola Katartarioi deriva dal verbo Katartizein (Katartizein), il quale significa lavorare, confezionare, (katartizein metaxan); Strong J., Ditionary of the Greek Testament. Il verbo Katartizw (Katartizo) può significare: preparare, addestrare, completare, dotare, perfezionare, riparare, ristabilire (letterario o figurativo).
[cviii] Maniatis G. C., Organization… Op.Cit., p. 286.
[cix] De Nobili C., Sulle Origini di Catanzaro, con riferimento a Barrio ed Aceti. Vedi Paparo, Op.Cit., quasi supra montes sedens.
[cx] Zinzi E., La storia urbana… Op.Cit., La porta di Stratò era posta sul versante orientale della città e manteneva la sua originaria denominazione bizantina.
[cxi] D'Amato V., Historia, Libro 1, 5, “del sopra accennato monte in tre colli diversi... non punto povera d’acqua, mentre più ruscelletti sorgenti da per tutto lentamente scorrendo l’irrigano”. Vedere pure Gariano L., Op.Cit.,
[cxii] Vitruvio, De Architectura, libro VIII. E’ eloquente la giustificazione posta all'apertura del libro: «Dato che i fisici, filosofi e sacerdoti sono d'accordo nel considerare, avendo trattato nei primi sette libri dei criteri di costruzione degli edifici, ritengo qui di dover parlare dell'acqua». L'acqua è risorsa vitale, ma anche elemento primigenio. Dal mito alle tecniche la presenza dell'acqua giustifica attenzioni che non sono solamente legate alle esigenze biologiche, ma che assumono valori trascendenti, l'acqua come elemento primario di tutte le cose.
[cxiii] Massagli M. C., L’Arte della seta a Lucca, Op.Cit., L'urina era unita ad acqua bollente, dove veniva immersa la seta greggia e si candeggiava fino a che il filo non diventava bianco e liscio, senza più alcuna impurità prima di passare alla tintura; Binetti M. A., La salubrità dell'aria e dell'acqua nel Mezzogiorno normanno-svevo da Quaderni Medievali, 46/98. L’allevamento dei bachi da seta è un’attività nociva all’ambiente perché fortemente inquinante e maleodorante. All’approssimarsi del termine della vita larvale, il baco, che si nutre di foglie di gelso, vuota l’intestino di tutti i residui di foglie non digeriti e si prepara a tessere il bozzolo. Il baco è inoltre frequentemente colpito da malattie varie, tra le quali la più ricorrente è la flaccidezza. La flaccidezza, nel suo significato più ampio, ha dato il nome anche ad una malattia con carattere epidemico, che si manifesta per lo più nell’ultima età: i bachi, infatti, muoiono in breve tempo, diventano molli e flaccidi; i cadaveri anneriscono e imputridiscono rapidamente, l’intestino appare profondamente alterato, spandendo un odore ammorbante.
[cxiv] Dragone S., Op.Cit., La porta di Stratò, una delle antiche porte della città, controllava l’accesso dal torrente Conaci ad un “luogo segreto”. Vedere anche Gariano L. Cronaca di Catanzaro e De Lorenzis M. Catanzaro.
[cxv] Boulnois L., La via della Seta. Nel VII secolo la seta era considerata una sorta di moneta, un valore in natura; AA.VV. The economic history of byzantium, Op.Cit., Nel XI e XII secolo infatti, il prezzo che ha la seta è così elevato da eguagliare quello dell'oro. In alcuni casi la seta ha sostituito il pagamento in danaro; Guillou A., L’italia Bizantina, in Storia d’Italia. Sin dall’alto medioevo le pezze di seta sono considerate dalla legge bizantina come aventi valore dell’oro; Laiou A. E., Exchange and Trade, Op.Cit., La seta era utilizzata come merce di scambio per la diplomazia.
[cxvi] Muthesius A., Op.Cit., Per facilitare il controllo dello stato, i laboratori erano stati concentrati in aree designate.
[cxvii] Oikonomides N., Op.Cit., Di solito in ciascuna provincia (o gruppo di province), c’era uno di questi “magazzini” chiamati Apotheke, sotto il controllo del kommerkiarios.
[cxviii] AA.VV. Storia d’Italia e d’Europa, vol. 1, Jaca Book. Bisanzio ricorre spesso al trasferimento forzato di popolazioni per riempire vuoti demografici e garantire la difesa del territorio. Agli inizi del regno di Leone VI (867-886), parallelamente alla spedizione di Niceforo Foca (885), è’ molto probabile che sia stata trapiantata in Italia una colonia di schiavi; Dagron G., Op.Cit., Nelle fabbriche imperiali erano impiegati molti schiavi; Kazhdan A. P., Vizantijkaja kul'tura, Mosca 1968, Nelle fabbriche imperiali, quelle tessili e nei laboratori di gioielleria, c'erano numerosi lavoratori, spesso schiavi in catene.
[cxix] Zoras G., Le corporazioni bizantine, le sanzioni previste comprendevano la flagellazione, la rasatura, multe, espulsione dalla corporazione (naturalmente per gli appartenenti), confisca dei beni, mutilazione della mano, morte.
[cxx] Tescione G., Op.Cit.,
[cxxi] Muthesius A., Op.Cit., Il Brebion di Reggio è l’unico testo bizantino che parla di coltivazione di gelsi.
[cxxii] Sulle carte IGM 1:25000 della Calabria, si riscontra il toponimo Catanzaro: nei pressi di Luzzi (CS) e Montalto Uffugo (CS), San Calogero (VV), loc. Catanzarese nei pressi di Borgia (CZ).
[cxxiii] Il toponimo Catanzaro è riportato sulle carte IGM 1:25000 della Sicilia, riferito ad una contrada nei comuni di Fiumedinisi (ME), di Modica (RG) dove risulta pure una contrada Catanzarello, di Sciacca (AG), di Termini Imerese (PA). In queste aree sono attestate attività legate alla lavorazione della seta; Palazzolo A., Gruppi familiari e personalità emergenti in un'area dei Nebrodi. Le carte dell'archivio familiare Cuffari a Naso. In Rassegna Siciliana di Storia e Cultura N. 18 - Aprile 2003 - Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici. Le numerose proprietà del medico, costituite dai beni stabili, erano frammentate in vari appezzamenti di terra dislocati in diversi punti del territorio, di cui uno impiantato a gelsi ed ulivi ed a colture differenziate nella contrada Catanzaro stimato per 250 onze assieme alla casa di nutricato, ossia le strutture edilizie agricole destinate all'allevamento del baco da seta; ricordiamo che il territorio nasitano era specializzato nella coltivazione a gelsi e prevaleva nella produzione della seta grezza. Sulla proprietà in contrada Catanzaro venne effettuata la stima in data 24 luglio 1688; di essa abbiamo la valutazione: per il bosco 35 onze, per gli alberi ed il frutto dei castagni 21 onze, per 120 sacchi di fronda ricavabili dagli alberi di gelso si ha un valore di 80 onze.
[cxxiv] Guillou A., L’Italia bizantina, in Storia d’Italia, La coltivazione del gelso e l’allevamento del filugello significavano, per il catepanato, disporre di una manodopera numerosa ed attenta, poiché le perdite nell’una e nell’altra attività potevano essere enormi. Gli alberi di gelso erano piantati in modo irregolare, sul limitare degli orti o dei campi, a lato delle strade, soprattutto nel letto dei torrenti, poiché la loro chioma esuberante faceva troppa ombra e le loro radici assai lunghe nocevano alle coltivazioni orticole.
[cxxv] E’ noto che sotto l'imperatore Giustiniano I (527-565 d.C.) Costantinopoli divenne il centro occidentale di produzione della seta greggia e i suoi tessuti di seta vennero usati in tutta l'Europa per abiti sontuosi e vestimenti ecclesiastici. I Greci, i Siriani e gli Arabi appresero a Costantinopoli l'arte della seta, e quando i Mori invasero l'Europa questi ultimi introdussero la sericoltura in Spagna e in Sicilia.
[cxxvi] I Katartarioi erano gli operai -- uomini e donne -- che si sono occupati della fase intermedia della preparazione della seta, rendendola adatta alla tessitura ed alla vendita.
[cxxvii] Andreades A., The Jews in the Bizantine Empire, Op.Cit.; Roth C.
La leggenda cinese parla di un'Imperatrice che notava dei bozzoli sui rami di alcuni alberi di gelso nei giardini imperiali, uno dei quali cade accidentalmente nel suo tè. Quando tentò di recuperarlo, si accorse che esso si era allentato in un lungo filamento; Un'altra leggenda racconta che una principessa cinese andata in sposa ad un principe indiano, aveva nascosto alcuni semi di gelso ed le uova di baco da seta nel suo copricapo (o nei capelli), così nel suo nuovo paese, lei avrebbe potuto continuare e produrre la seta per i suoi vestiti; Altre leggende parlano dei monaci che portarono i segreti della seta a Bisanzio.La leggenda cinese parla di un'Imperatrice che notava dei bozzoli sui rami di alcuni alberi di gelso nei giardini imperiali, uno dei quali cade accidentalmente nel suo tè. Quando tentò di recuperarlo, si accorse che esso si era allentato in un lungo filamento; Un'altra leggenda racconta che una principessa cinese andata in sposa ad un principe indiano, aveva nascosto alcuni semi di gelso ed le uova di baco da seta nel suo copricapo (o nei capelli), così nel suo nuovo paese, lei avrebbe potuto continuare e produrre la seta per i suoi vestiti; Altre leggende parlano dei monaci che portarono i segreti della seta a Bisanzio.
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