Filologia e letteratura nell'Oriente greco


Ritratto di Nicola

Nicola - Posted on 03 febbraio 2010

di Maria Bareca

Nei primi secoli dell'Impero Romano l'attività letteraria delle province è in declino. Esiste solo ad Alessandria il valido centro culturale rappresentato dal Museo, ma non vengono prodotte opere filologiche notevoli. La grande Biblioteca, forse distrutta accidentalmente durante una visita di Cesare in Egitto, pare non esista più dopo il 47 a .C.
La grammatica fiorisce nelle province orientali a partire dal III secolo: Apollonio Discolo fu il primo grammatico ad occuparsi di sintassi nel senso moderno del termine. Soprannominato “duéskolov”, per la complessità dei temi trattati, definì il perfetto come il tempo relativo ad uno stato presente, già raggiunto, e per primo determinò la differenza tra il valore del presente e quello dell'aoristo.
La Grecia continuò tuttavia a trovarsi per tanti anni in una condizione di povertà e inferiorità nei confronti di Roma: ciò genera un tentativo di ritorno al mondo classico, almeno dal punto di vista linguistico. Si sviluppa quindi la ricerca di tutti quei testi che insegnino la lingua pura dell'età classica. Si cominciano allora a compilare manuali di stile classico, e dizionari, famosi quello di Elio Dionisio (ai tempi di Adriano), poi rimasto in forma frammentaria, e di Pausania: tali lessici accostano alla parola contemporanea il termine classico corrispondente. Nello stesso tempo si pone maggiormente l'accento sugli studi di retorica. I retori sono generalmente contrari alle espressioni moderne, Frinico raccomanda addirittura l'uso di espressioni tragiche nella prosa. Dalla nostalgica ammirazione per il periodo classico nasce l'atticismo, i cui effetti, spesso indesiderabili, si protrarranno nell'età bizantina: Fozio (IX secolo) e Tommaso Magistro (XIV secolo) comporranno lessici di forme attiche, e Critobulo scriverà una cronaca sulla caduta di Costantinopoli imitando in maniera evidente Tucidide. Tuttavia l'attento studio della lingua attica conduce a due positive conseguenze, lo studio dei classici nelle scuole ed il positivo dubbio filologico su tutti quei testi che presentavano forme di attico non puro: lo stesso Fozio, studiando le sofferenze di trasmissione dell'Anabasi senofontea, nota nel suo lessico l'uso dello ionico h\wév per l'attico e£wv “aurora”.
L'era cristiana vede in generale un disinteresse per i testi del mondo classico. I Padri della Chiesa favoriscono la lettura di testi pagani in cui non si nega completamente la religione cristiana: Origene adatta al Vecchio Testamento i sistemi di segni a margine adottati dai critici alessandrini. Così anche i Padri del IV secolo Basilio e Gregorio di Nazianzo acettano la lettura di testi pagani da parte dei loro allievi. San Gregorio Taumaturgo, quando a Cesarea frequentava la scuola di Origene (233-238) incoraggiava la lettura della cultura classica.
Anche per l'età bizantina resta tuttavia qualche notizia sporadica di pubblici roghi di libri pagani: nel lessico “Suda” si legge s.v. Iobianos che il conservatore Gioviano fece bruciare ad Antiochia nel 363 un'intera biblioteca raccolta da Giuliano. La notizia non è sicura, ma, in generale, l'atteggiamento della Chiesa durante il periodo bizantino resta inalterato: gli autori classici figurano al loro posto nelle scuole, e mancano effettive testimonianze di censura, almeno fino all'alto Medioevo, quando vengono incendiati solo libri ereticali.
Nel 1117 il metropolita Eustrazio di Nicea fece bruciare le opere di san Cirillo, con l'accusa che esse contenessero pensieri ereticali. Non sono tuttavia, finora, venuti alla luce casi in cui la Chiesa abbia preso analoghe misure contro testi classici.
Sebbene ormai la decadenza incalzasse in ogni punto dell'Impero, nell'Oriente bizantino le scuole erano più che mai fiorenti: ad esempio Alessandria era rinomata per gli studi della filosofia aristotelica, Beirut per la facoltà di diritto. Come nei secoli passati, continua lo studio della poesia classica, dell'oratoria, dello stile attico, fino al 529, quando Giustiniano fa chiudere l'ultima scuola orientale, quella di Atene.

Tra i nomi di studiosi di fama più rinomata troviamo Libanio, retore, direttore di una famosa scuola di Lettere, e Procopio di Gaza, inventore della “catena”, commento sui libri biblici che unisce di seguito le opinioni di tutti gli interpreti precedenti.
Testi scelti vengono curati dalle varie scuole e trasmessi in edizioni critiche, oggi perdute: il Fetonte e la Melanippe desmotis di Euripide, Saffo e Callimaco, Menandro, che, trasmesso dalla scuola di Gaza, non sopravvisse al Medioevo.
Verso la fine del VI secolo la decadenza culturale si era ormai aggravata: circa nel 425 Teodosio II crea a Costantinopoli una nuova università, ma l'impero, stremato dalle lotte esterne ed interne, non incoraggia gli studi. Per circa tre secoli ci si interessa più alla crisi iconoclastica che agli studi classici: fino all'843, quando viene restaurato ufficialmente il culto delle immagini, rimangono pochissimi manoscritti: unici lavori grammaticali degni di nota, quello del Cherobosco e i Canoni di Teognosto.

Un capitolo importante della storia della cultura bizantina è costituito dalle versioni di testi greci in lingue orientali. Opere greche furono tradotte in siriano nei centri di Nisibi ed Edessa, infatti, tra la gente del popolo, il greco era ormai quasi sconosciuto. Il primo testo tradotto pare sia stato il Nuovo Testamento, seguito dalle opere dei Padri della Chiesa, i testi di Aristotele e la Meteorologia di Teofrasto, testo, quest'ultimo, che sopravvive appunto nella versione siriana. Più numerose delle traduzioni in siriano sono quelle arabe, meglio conservate e conosciute. Gli arabi apprezzarono specialmente i matematici, fornendo traduzioni di Apollonio di Perga, Archimede, Erone di Alessandria.

Nel IX secolo vive il grande Ibn Ishaq (809-873), di Baghdad, dove fonda una comunità poliglotta, capace di un'erudizione pari a quella dei suoi contemporanei di Bisanzio. In effetti i lavori più importanti della filologia bizantina risalgono al secolo IX: nell'863 Bardas fece rinascere l'università imperiale, diretta da Leone, in cui insegnarono Teodoro (geometria), Teodegio (astronomia), Cometa (letteratura). Quest'ultimo preparò una recensione di Omero. Leone si recò personalmente ad Andros alla ricerca di testi antichi contenuti in biblioteche monastiche.
Il rinascere della cultura nel IX secolo fu certo incoraggiato dalla sostituzione della scrittura minuscola all'onciale, più agevole nella lettura e richiedente minore spazio, e dal passaggio dal rotolo di papiro al codice di pergamena. L'università di Bardas fu un centro tra i più prestigiosi e fedeli al testo originale nell'eseguire la traslitterazione di numerosi codici antichi dall'onciale alla minuscola.
Ma il nome più importante nella Bisanzio del IX secolo è senza dubbio quello di Fozio (810-891ca.), uomo dalla cultura ricchissima, per due volte patriarca di Costantinooli (856-67, 877-86). Nominato nell'855 a capo di un'ambasceria richiedente uno scambio di prigionieri, scrisse, come dono al fratello Tarasio prima del lungo e rischioso viaggio, un riassunto di libri che aveva letto e discusso forse presso un suo cenacolo letterario, la Biblioteca : l'opera non è sistemata secondo uno schema, ma è composta da 402 paragrafi dedicati a scittori cristiani e pagani. Fozio è una fonte importante e autorevole su molti testi ora perduti, su trentatré storiografi di cui tratta, per ben venti è l'unica fonte. Sono invece del tutto assenti i poeti. Il Lessico (Lexikon) di Fozio, che fu scoperto in esemplare completo nel 1959 in un monastero macedone, si rivela un'opera preziosa per le citazioni di numerosi autori, altrimenti non pervenuti. Fozio portò a Bisanzio un forte impulso agli studi filologici, ed è in questo clima che si sviluppa l'opera di Areta (860-935 ca.), arcivescovo di Cesarea, uomo di chiesa con validi interessi culturali, che costruisce una preziosa biblioteca, collezionista di libri, capolavori di calligrafia su pergamena. Areta era solito annotare ai margini estesi commenti, e grazie a lui ci sono pervenuti testi di valore: l' Organon aristotelico, Aristide, Luciano, Pausania, Marco Aurelio, Euclide.
Con la morte di Areta comincia il tardo periodo bizantino, lungo asse di tempo che va dal quarto decennio del secolo X al secolo XIV. Durante tale periodo è più difficile trovare figure di eruditi di fama: l'imperatore Costantino VII Porfirogenito (913-59) diede egli stesso uno stimolo alla cultura, componendo trattati di politica sotto forma di compilazioni enciclopediche.
Durante il regno di Giovanni Zimisce (969-976) un gruppo di studiosi collaborò al prezioso lessico noto sotto il nome di Suda, un dizionario enciclopedico su autori e soggetti classici.
L'impulso culturale dei tempi di Fozio continuava con la lettura di Omero, Teognide, Polibio, il cui codice fondamentale fu scritto dal monaco Efrem intorno al 947. Appartengono a questo stesso periodo, forse alla mano dello stesso Efrem, il Demostene di Parigi (Vat. Gr. I) e l'Aristofane di Ravenna (gr.429).
Nell'XI secolo l'Università di Bardas riceve un nuovo assetto con la nascita di altre due facoltà: di diritto e di filosofia. Quest'ultima fu diretta da Michele Psello (1018-1096), accostabile alla figura di Fozio per la versatilità dell'ingegno. La sua produzione letteraria attesta una vasta lettura dei classici, ma, probabilmente per motivi politici, la scuola subì un periodo di chiusura, e lo stesso Psello fu costretto al ritiro in un monastero.

Un successivo risveglio degli studi si ha con Anna Comnena, autrice della Alessiade, ed Eustazio, vescovo di Tessalonica nel 1175, i cui lavori più importanti concernono i commenti agli autori classici: Pindaro, Aristofane e Dionisio Periegeta. Importanti anche i commenti ad Omero (Lipsia, 1827). Tra gli studiosi contemporanei di Eustazio ricordiamo Giovanni Tzetzes (1110-1180), direttore di una scuola a Costantinopoli e commentatore di Aristofane, Esiodo, Omero. Anche Michele Coniate fu in corrispondenza con Eustazio: orgoglioso di possedere un manoscritto dell'Ecale di Callimaco, assistette al sacco di Costantinopoli del 1204 (Quarta Crociata) durante il quale parecchi testi andarono distrutti.
Mentre Bisanzio è occupata dai Franchi e la Grecia divisa tra i baroni occidentali, gli imperatori Duca Vatatzes e Teodoro Lascaris promuovono scuole di istruzione secondaria. Ma ormai i centri culturali si spostano al di fuori della capitale: una scuola filologica fiorisce nel monastero di San Nicola d'Otranto. Nel 1261 finisce il regno franco sulla Grecia, ma l'impero è adesso meno potente a causa dell'invasione dei Turchi. I mercenari lo danneggiano, e una banda catalana forma ad Atene un piccolo stato indipendente dopo aver provocato danni enormi.
Nonostante tutto, tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo nascono a Bisanzio opere validissime, pensiamo a Massimo Plaude (1255-1305), inviato a Venezia in missione diplomatica, autore di traduzioni di Agostino, Boezio, Microbio, e delle Eroidi e Metamorfosi di Ovidio. Con Planude e Demetrio Triclinio, grammaticus di Tessalonica (1305-1320), siamo ormai al tramonto della grande opera di ricerca filologica compiuta dai Bizantini: ma i loro scritti e i metodi non si smarriranno, continuando nell'opera degli umanisti europei.
Punto di raccordo tra Oriente e Occidente sarà nel 1438 il Concilio di Firenze, che permetterà di confluire in Italia a dotti della Chiesa d'Oriente, come il cardinale Bessarione.

E' questa l'epoca in cui anche molti studiosi italiani, d'altra parte, si recano in Oriente alla ricerca di antichi testi: Giovanni Aurispa (1423), Filelfo, Giano Lascaris, inviato da Lorenzo de' Medici a Bisanzio nel 1492. Nel 1468 lo stesso cardinale Bessarione fa una donazione a Venezia, arricchendo di molto il patrimonio librario della città, e costituendo una biblioteca pubblica che sarà di grande aiuto agli esuli greci dopo il 143. Bessarione rimane a Roma, dove la sua casa diviene uno splendido centro di collaborazione tra studiosi orientali e occidentali: Poggio Bracciolini, Teodoro Gaza, Giorgio Trapezunzio, Lorenzo Valla, che gli diede il titolo di “Latinorum Grecissimus, graecorum Latinissimus”.
Con Bessarione si chiude la grande stagione della cultura bizantina: egli si occupò, tra l'altro, della Vulgata, fino ad allora ritenuta intoccabile, contestandone gli errori di trasmissione, a favore di una più corretta valutazione delle Scritture ed una possibile unità tra Ortodossi e Cattolici.

BIBLIOGRAFIA

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