Sport nell'Impero Bizantino (parte prima)
da Journal of Sport History, Vol. 8, No. 3 (Winter, 1981)
Sports of the Byzantine Empire
Barbara Schrodt*
Traduzione di Emanuela Iolis
Dal IV secolo A.D. fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453, gli abitanti dell’impero bizantino, o impero romano d’Oriente, si dedicarono a una vasta gamma di attività ricreative e sportive. Molte erano state mutuate dalla civiltà greca e romana, o introdotte attraverso i contatti con l’Asia Minore e i Crociati. Alcuni sport scomparvero dopo pochi secoli, altri invece restarono parte della cultura bizantina per quasi tutta la durata di questa civiltà. Però, a dispetto della durata dell’impero e dell’importanza attribuita dai suoi abitanti all’attività sportiva, ben poco se ne trova scritto nella storiografia dello sport. Molte delle testimonianze disponibili danno l’impressione che lo sport a Bisanzio fosse niente più che il trasferimento delle attività ludiche romane sulle sponde del Bosforo, mentre altre fonti inseriscono Bisanzio nei capitoli dedicati al periodo finale dell’atletica greca (1). Questo scritto cercherà di modificare tale visione, presentandone una più dettagliata descrizione e interpretazione, poiché uno studio più puntuale evidenzia un periodo della storia dello sport che fu propriamente bizantino e che merita più attenzione di quella che di solito ottiene negli studi storici sullo sport in generale, perlomeno quelli in lingua inglese. Un motivo di questa omissione è dato dalla trattazione riduttiva riservata a Bisanzio da parte degli storici della civiltà occidentale.
Quando Gibbon pubblicò “Il Declino e la caduta dell’impero romano” negli ultimi anni del 1700, la sua analisi poco lusinghiera dell’impero bizantino ebbe un effetto devastante sugli studi storici su Bisanzio. Egli descriveva gli annali dell’Impero d’Oriente come “tediosi e monotoni racconti di debolezza e di desolazione” (2) , per concluderne che Bisanzio non dette alcun contributo alla storia, alla filosofia o alla letteratura della civiltà romana. Questo atteggiamento di sussiego fu fatto proprio e inasprito dagli storici successivi, e la scrittura di analisi storiche specifiche fu rimandata alla metà del diciannovesimo secolo. I più importanti studi in lingua inglese furono prodotti alla fine di quel secolo e i buoni risultati raggiunti dai bizantini cominciarono a essere molto più apprezzati. Il contributo di Bisanzio alla civiltà occidentale è ora ampiamente accreditato e gran parte dell’oscurità e delle incomprensioni di cui quell’impero è stato ammantato è stata gradualmente rimossa.
Tuttavia, la storia di Bisanzio è lontana dall’essere completa ed esauriente poiché, contrariamente all’antica Grecia e a Roma, per le quali lo storico dispone di una ricca documentazione, importanti porzioni della sua storia andarono distrutte in occasione degli eventi che più hanno influito sulle sue vicende: la controversia iconoclasta, la profanazione di Costantinopoli nel corso della IV crociata e infine la conquista dell’impero ad opera degli ottomani. Inoltre, la città moderna di Istanbul è costruita sopra un grande “stanza del tesoro” di testimonianze archeologiche, di cui solo una piccola frazione è stata scavata. I documenti, le monete e i sigilli in attesa di essere rinvenuti, arricchiranno senza dubbio smisuratamente la storia sociale e economica di Bisanzio, in tal modo, la storia dello sport e delle attività ricreative che vi si svolgevano ne riceverà nuovi apporti. Le notizie a disposizione degli storici provengono da traduzioni e interpretazioni di manoscritti, codici e leggi imperiali, epigrammi e analisi di manufatti come mosaici, dipinti, tessuti, dittici, bassorilievi e stele.
Un importante capitolo della ricerca storica sullo sport bizantino riguarda la natura controversa di una delle sue più antiche tradizioni: il ruolo delle fazioni del circo, i Blu e i Verdi. Fino a poco tempo fa, gli storici abbracciavano la teoria, proposta all’inizio del ventesimo secolo, che queste fazioni fossero molto più che consorterie sportive, ma che rappresentassero le categorie politiche, economiche, religiose e sociali degli abitanti di Costantinopoli, e che fossero una sorta di milizia urbana che giocava un ruolo importante nelle vicende della città. Tuttavia, è con la pubblicazione dell’esaustiva opera accademica: “Circus Factions: Blues and Greens at Rome and Byzantium,” (3) (Le fazioni del circo: Blu e Verdi a Roma e a Bisanzio) che questa opinione consolidata è stata sostituita da una nuova interpretazione di Cameron e molti dei documenti ritrovati saranno presentati in questo lavoro.
Il popolo di Bisanzio, in particolare coloro che erano strettamente legati alla corte imperiale, apprezzavano vari tipi di sport, sia come partecipanti che come spettatori. L’abilità di cavallerizzi era la caratteristica precipua di molte di queste attività: la sua importanza derivava dalle culture orientali che influenzavano l’impero, ma anche dalla diretta eredità di Roma e della Grecia.
Lo sport più amato - e quello su cui ci sono maggiori notizie - era la corsa delle bighe. Durante i primi anni dell’impero, la versione greca era ancora praticata, come si evince dall’usanza di attribuire la vittoria al proprietario, piuttosto che al conduttore della biga (4). In seguito, nel V secolo, l’età d’oro della corsa delle bighe, all’ippodromo di Costantinopoli la corsa era praticata alla maniera del circo romano. Dopo la sua consacrazione di sport più popolare in tutte le classi sociali, essa venne ritualizzata e diventò parte delle cerimonie della corte imperiale, e mantenne una posizione di preminenza fino al declino nel XII secolo (5).
Le corse erano praticate con le stesse regole di quelle romane. Quattro quadrighe si confrontavano in ogni corsa, rappresentando quattro colori: Rosso, Bianco, Blu e Verde. Gli aurighi per determinare la loro posizione di partenza estraevano a sorte delle sfere da un’urna girevole (6) e poi effettuavano sette giri dell’ippodromo. La folla riempiva le tribune, e l’ansia del pericolo, l’eccitamento e la fedeltà a un colore in gara erano sentimenti comuni a ogni romano nei primi secoli dell’impero.
Il numero di corse proposto nella giornata variava nel tempo. Nella Costantinopoli del VI secolo, il programma abituale prevedeva venticinque corse, ma entro il X secolo era stato ridotto a otto (7). Per di più, la gara di corsa in stile bizantino includeva una variante mai registrata in altre culture conosciuta, come il diversium: prevedeva l’opportunità per il vincitore di una corsa della mattina di sfidare il perdente a una rivincita nel pomeriggio, con cavalli e bighe scambiati. In tal modo, l’auriga doppiamente vincitore poteva dimostrare che la sua vittoria era il risultato di abilità piuttosto che di fortuna. Un epigramma che onorava un campione eccezionalmente abile di nome Costantino, registrava che egli aveva vinto venticinque gare al mattino e ventuno nel pomeriggio. Questo implica che il programma di corse ne prevedesse cinquanta, ma Cameron suggerisce che potesse trattarsi di un evento speciale, organizzato per dare al popolare auriga l’opportunità di dimostrare il suo talento, e che la lunghezza delle gare fosse stata verosimilmente ridotta (8 ).
Le corse bizantine prevedevano anche un sistema di classificazione probabilmente di origine greca. Erano previste tre categorie, secondo l’età dei conduttori: ragazzi, sotto i diciassette anni; giovani, dai diciassette ai venti e uomini, oltre i venti. Queste categorie furono ufficializzate nei primi anni del VI secolo (9). Nell’intervallo tra le due sessioni di corse giornaliere del programma regolare, gli spettatori rimanevano seduti ai loro posti e venivano intrattenuti da un gran numero di artisti. Una serie di esibizioni individuali veniva proposta e includeva danzatori, bestie feroci, clown e occasionalmente, gli stessi spettatori. Si esibivano mimi, cantanti e acrobati sul filo teso al di sopra della pista del circo (10). Non è del tutto noto come queste attività si evolvessero nel corso degli anni, ma erano registrate come un importante e popolare aspetto delle festività durante il X secolo.
L’ippodromo era una delle più importanti strutture di Costantinopoli e un punto chiave nella vita dei suoi cittadini. Originariamente costruito da Settimio Severo alla fine del II secolo A.D., fu poi ingrandito da Costantino quando questi inaugurò la sua nuova capitale nel 330. Era costruito nello stile tradizionale romano; la spina, con delfini e uova come contagiri, fu decorata dagli imperatori senza badare a spese, e vantava opere d’arte famose in tutto l’impero. Come descritto da Roberto di Clari nel 1204, la spina era alta e stretta, si ergeva di quindici piedi dal suolo e si allungava al centro della pista per circa 230 iarde (11). Byron sostiene che gli oggetti esotici in mostra includevano: un elefante con la proboscide mobile, una colossale statua di Ercole di Lisippo, che misurava sei piedi dal ginocchio al piede, un’aquila di bronzo con fori nelle ali spiegate attraverso cui entrava la luce del sole per segnare le ore su un disco, e una donna gigantesca che reggeva nella mano un cavallo e suo fantino a grandezza naturale (12). Solo tre oggetti del periodo imperiale sono ancora presenti nell’odierna spina, sono gravemente danneggiati e il loro originale splendore può solo essere immaginato. Il meglio conservato è l’obelisco egiziano di porfido dal tempio di Karnak, completo della base, commissionato da Teodosio il Grande. La base, che ha tutti i quattro lati scolpiti con scene dell’ippodromo, fornisce informazioni importanti sulle corse di bighe bizantine e sull’attività della famiglia imperiale nel circo.
Le storie e le cronache dell’ippodromo giunte sino a noi sono quelle che descrivono la struttura all’apice della sua gloria, e sebbene alcuni dettagli non coincidano, è generalmente accettato che il circo fosse lungo da 1200 a 1300 piedi e largo da 600 a 700. La pista ovale aveva 1000 piedi di circonferenza, ed era delineata da gradinate che si ergevano di 40 piedi dal suolo. La stima del numero di spettatori a sedere è da 40.000 a 80.000, con la cifra di 60.000 ritenuta la più probabile. Bury diceva che “non è improbabile che l’area dell’ippodromo occupata dai sedili fosse più ampia di quella del Circo Massimo” (13).
La pista era separata dalle tribune dall’euripus, un fossato con acqua; il lato sud, dall’estremità semicircolare (sphendone,) poggiava su volte poderose perché il terreno non era a livello in quel punto; e al lato nord, le carceres erano sormontate dalla famosa scultura in bronzo, nota come i “Quattro cavalli”, poi sottratta dai Crociati nel 1204, che ora adorna la facciata della Basilica di San Marco a Venezia.
La suddetta descrizione indica che le caratteristiche architettoniche dell’ippodromo di Costantinopoli erano simili a quelle del Circo Massimo a Roma, e questo era prevedibile, dato che le corse si svolgevano nello stesso modo in entrambi i circhi. Tuttavia, c’erano alcune differenze interessanti: una è stata rilevata da Cameron nella sua analisi delle evidenze relative alla spina di Costantinopoli e cioè che questa era protetta da quattro metae o punti di svolta, piuttosto che dai soli due punti di svolta tipici degli altri circhi.
Questa deduzione è basata sulla descrizione delle statue che erano “vicine al punto di svolta dei Rossi, cioè quello a est”. Dato che si sa che i punti nord e sud erano assegnati rispettivamente ai Blu e ai Verdi, la simmetria e l’esistenza di quattro fazioni legate ai colori, ne suggerisce un quarto, il punto ovest, ai Bianchi. Due finalità sono state immaginate per spiegare questa sistemazione: se la spina era un lungo rettangolo, le metae dei Rossi e dei Bianchi potrebbero aver avuto la funzione di segnalare ai conduttori le metae principali poste più avanti; oppure, la spina potrebbe aver avuto una forma cruciforme e quindi le metae dei Rossi e dei Bianchi sarebbero servite da protezione per i bracci corti della croce (14).
Un’altra differenza dell’ippodromo di Costantipoli era l’inserimento nelle tribune sul lato est del kathisma (la postazione imperiale) in cui l’imperatore, la sua famiglia e i membri importanti della corte imperiale sedevano a guardare le corse. Il kathisma era direttamente collegato con una scala a chiocciola ad un passaggio interno che conduceva al sacro palazzo imperiale, adiacente all’ippodromo. Sulla parte frontale, la postazione era una balconata aperta che dava sulla pista, ma lo spazio subito dietro poteva essere totalmente isolato sia dall’ippodromo che dal palazzo (15). Questa sistemazione indica l’importante ruolo che l’imperatore ricopriva nelle attività del circo. Il kathisma ha origine nel pulvinar, o spazio reale, che Augusto aveva fatto costruire per sé , la sua famiglia e i suoi ospiti al circo Massimo a Roma (16).
Sezioni speciali di tribune era riservate alle fazioni sul lato ovest dell’ippodromo, che è il lato opposto al kathisma, Cameron li mette nel seguente ordine: i Blu più vicini alle carceres, poi i Bianchi, i Rossi e infine i Verdi verso lo sphendone (17). Con la tradizionale rivalità che esisteva tra le fazioni, questa collocazione era causa frequente di risse nelle tribune. Ancora più importante, però, era il posizionamento dei colori di fronte alla postazione dell’imperatore, una posizione che permetteva alle fazioni di svolgere il loro specifico ruolo nelle cerimonie imperiali associate alle corse. Nell’ippodromo erano anche ospitati gli organi a canne d’argento dei Blu e dei Verdi, ci sono evidenze di un organo pertinente alle corse già nel V secolo, e per la fine del X, entrambi gli organi erano utilizzati nella liturgia imperiale (18). E’ anche probabile che questi strumenti accompagnassero i danzatori legati alle rispettive fazioni che si esibivano nell’intervallo tra i due tempi, e erano anche utilizzati per l’acclamazione delle vittorie nelle corse delle bighe.
Le corse delle bighe erano gli eventi più importanti nella vita del comune cittadino ed erano occasione per scalmanarsi, mangiare e urlare e per scommesse sfrenate; offrivano intrattenimento dando una speciale esaltazione altrimenti lontana da ogni aspetto della vita quotidiana. Lo spettatore sceglieva uno dei colori delle squadre, e lo sosteneva per il gusto della tifoseria; “e lui si dimenava, urlava e perdeva il controllo per il piacere di farlo, per l’euforia di schierarsi.” (19). In qualità di sostenitore di un colore, il cittadino bizantino metteva in gioco la sua autostima sul risultato della corsa, e questo entusiastico sostegno gli dava l’opportunità di confrontarsi, rivaleggiare e rischiare che gli era altrimenti negata in una società sempre più autoritaria.
Tra il pubblico erano formalmente ammessi solo gli uomini. Cameron annotava che il kathisma era sormontato da una camera con grate alle finestre, dietro cui le dame di corte potevano vedere gli eventi che si svolgevano al di sotto: “era considerato sconveniente per le donne presenziare alle gare nella maniera comune.” (20) In un commento sulla rivalità tra le fazioni, Procopio rilevava che le donne parteggiavano per le varie fazioni, sebbene non andassero mai alle gare (21). Le donne bizantine sembrano, allora, aver perso quella libertà sociale di cui le donne di Roma avevano goduto.
Dato che l’ippodromo poteva accogliere il più alto numero di spettatori, altre manifestazioni che pure prevedevano una grande partecipazione venivano tenute lì. L’evento più importante in assoluto era quello in occasione dell’avvento di un nuovo imperatore, il cui insediamento non era compiuto finché non fosse stato ufficialmente acclamato dal popolo di Costantinopoli nell’ippodromo. Se capitava che il trionfo di un imperatore o di un generale vittorioso dovesse celebrarsi lo stesso giorno delle corse, anche tali cerimonie si tenevano nell’ippodromo. Meno piacevoli, ma non meno popolari, erano le pubbliche esecuzioni o punizioni eseguite nel circo; qui, perfino alcuni imperatori furono giustiziati dai loro usurpatori, e certi criminali furono decapitati o marchiati davanti a grandi folle riunite per assistervi. La storia bizantina è costellata di racconti di rivolte, atti di vandalismo e violente dimostrazioni, molte delle quali si svolsero nell’ippodromo, spesso coinvolgendo una o più fazioni. Le cronache riferiscono di lotte tra tifosi che variavano da semplice rivalità di squadra fino a vere e proprie ribellioni. La rivolta più grave accaduta nell’ippodromo fu quella di Nika del 532, che cominciò come una tipica baruffa tra fazioni, si trasformò in un duro tumulto e infine sfociò nel feroce massacro di trentamila persone intrappolate nell’ippodromo.
In stridente contrasto con questi eventi, nell’ippodromo si tenevano anche diverse importanti celebrazioni della chiesa: L’”ippodromo di carne”, il “martedì grasso” bizantino, previsto per l’ultimo giorno in cui si poteva mangiare la carne prima della Quaresima. Quale sostituzione dei Lupercalia pagani, annunciava anche l’inizio della primavera, ed era occasione di corse di bighe cerimoniali, canti corali e danze (22). Il più importante evento dell’anno su scala nazionale era il Genethliaca, che celebrava la fondazione di Costantinopoli. Le corse tenute per celebrare questo evento erano note come l’”ippodromo della verdura”. Sia l’imperatore che il Patriarca di Costantinopoli vi partecipavano e presenziavano alla distribuzione di verdure, pane, pesci e dolci per il poveri, una variante dell’antica pratica romana di distribuzione annona civica (23). L’”ippodromo della verdura” faceva parte della pratica diffusa e crescente della carità cristiana che rendeva “i servizi sociali bizantini molto più avanzati di quanto si potesse trovare in qualsiasi altra parte in Europa” (24).
Sebbene le cerimonie di carattere religioso fossero tenute nell’ippodromo, la chiesa cristiana partecipava a tali rituali con riluttanza. I capi della Chiesa opponevano forti riserve morali ai divertimenti mondani mutuati dalla Roma pagana e sarebbero stati ben contenti di vederli scomparire del tutto dalla vita di Bisanzio. Ma le corse delle bighe erano troppo importanti per i cittadini bizantini e la Chiesa allora si servì della sua vittoria sul paganesimo per dare all’antico cerimoniale dell’ippodromo connotazioni cristiane. Cameron ha sostenuto: “Uno degli obiettivi primari dell’aspetto religioso del cerimoniale dell’ippodromo era di servire come incentivo all’armonia religiosa per sostenere e promuovere la tesi fondamentale per la quale l’imperatore era scelto da Dio quale protettore della fede e campione dell’ortodossia (25).
Le corse a Costantinopoli erano aperte dall’imperatore che faceva il segno della Croce mentre la folla lo salutava come rappresentante di Dio e le varie fazioni cantavano inni. Dopo le gare, gli aurighi vittoriosi rendevano grazie a Dio nella chiesa più vicina. La speciale identificazione dell’imperatore con le gare era una delle più importanti caratteristiche dello sport a Bisanzio. Dato che l’imperatore era creduto “essere strumento di Dio, un uomo scelto dalla Provvidenza come rappresentante divino sulla terra” (26), qualsiasi cosa a lui associata diventava parte della liturgia imperiale, di fatto, i rituali religiosi governavano ogni aspetto della sua vita pubblica. La speciale connotazione della vittoria era un fondamentale aspetto del culto imperiale: vittorie di ogni tipo e ovunque conseguite nell’impero erano associate all’imperatore e diventavano una sua vittoria e, reciprocamente, tutte le vittorie originavano dall’imperatore, quale rappresentante di Dio in terra (27).
Alla fine del VI secolo, il culto della vittoria dell’imperatore era saldamente stabilito come parte del rituale dell’ippodromo (28); anche le vittorie alle corse delle bighe erano legate all’imperatore e questo si rifletteva nel cerimoniale imperiale del circo. Quando un vincitore si avvicinava per ricevere il trofeo dall’imperatore, i sostenitori dei suoi colori cantavano all’imperatore: “Chiediamo un’uguale parte della tua vittoria che viene da Dio, e un’uguale parte della tua vittoria, Signore, la fede dei re trionfa” (29). Così, la vittoria dell’auriga è vista come niente altro che la vittoria dell’imperatore. Con questo rituale, l’immagine dell’imperatore e la sua autorità uscivano rafforzate, e allo stesso tempo, i cittadini potevano acclamare i propri regnanti e, se necessario, far conoscere all’imperatore e ai suoi consiglieri le loro difficoltà e i loro desideri, una consuetudine ereditata da Roma. (30). Alla fine del VI secolo, l’ippodromo aveva acquisito una valenza politica e religiosa che non aveva mai connotato il circo romano e per questa ragione la spina di Costantinopoli era stata definita come “l’asse del mondo bizantino” (31). Nel corso del tempo, però, la sua importanza declinò, e alla fine del X secolo, pubbliche proteste e cerimonie ufficiali si erano spostate nella grande piazza davanti al Palazzo reale. Alla metà dell’XI secolo, gli imperatori risiedevano a Palazzo Blachemae, alla periferia della città. Questo minò ancora di più l’importanza dell’ippodromo che poi, annerito dal fuoco nel 1203 e depredato dai Crociati un anno più tardi, cadde in parziale disuso. Sebbene occasionali tornei, gare di polo ed esibizioni di bestie feroci vi fossero ancora ospitati, quando Costantinopoli cadde nelle mani dei Turchi nel 1453, l’ippodromo aveva da lungo tempo cessato di essere il centro della vita della capitale.
Le fazioni del circo di Bisanzio (32) erano parte integrante della corsa delle bighe, e si differenziavano per molti versi dalle fazioni del circo romano. Inoltre, già all’inizio del VI secolo le fazioni dell’ippodromo si erano ridotte a quattro gruppi di soli artisti e tifosi, gestiti e finanziati nell’ambito di una singola corporazione di pubblici intrattenitori. A questi gruppi erano assegnati il blu, il verde, il rosso e il bianco, i colori un tempo gloriosi che erano stati associati alle competizioni dei carri sin dai tempi della Repubblica di Roma, ma non erano associazioni indipendenti come lo erano state nei secoli precedenti. Al contrario, le fazioni bizantine erano gruppi di artisti e tifosi controllati e finanziati dallo Stato, nei fatti, delle emanazioni imperiali. Diversamente dalla visione tradizionale portata avanti dagli storici bizantini più moderni, le fazioni del circo dell’impero orientale non erano partiti politici, e non avevano specifico orientamento religioso, non rappresentavano le fasce sociali e nemmeno particolari porzioni del territorio della capitale. Piuttosto, esse erano costituite soprattutto da appassionati del circo, del teatro e dell’arena, la cui turbolenza e rissosità spesso sfociavano in tafferugli durante gli spettacoli pubblici.
Quando lo Stato imperiale assorbì le fazioni nella struttura amministrativa della vita pubblica, esse divennero parte integrante e riconosciuta della liturgia imperiale, ricevendo così il suggello e il supporto dell’imperatore e, con qualche riserva, della chiesa. L’evoluzione di questo fenomeno ha le radici nella pratica dello sport e dell’intrattenimento del tardo periodo ellenistico. Alla metà del IV secolo, la palestra pubblica greca (gymnasium) scomparve, probabilmente per mancanza di fondi, per pressioni cristiane contro il paganesimo e anche profondi mutamenti del gusto e delle inclinazioni del pubblico (33). Altre forme di intrattenimento continuarono a prosperare: spettacoli di mimo, giochi gladiatori, venationes ed esibizioni di bestie feroci, mentre le corse delle bighe alla maniera greca erano ancora presenti nei tornei atletici che si tenevano nelle province orientali. Tuttavia, alla fine del V secolo, i giochi gladiatori e le venationes erano definitivamente scomparsi, e la danza di mimi era caduta sotto uno dei frequenti bandi. In questo vuoto sociale nella vita mondana degli abitanti di Bizanzio si affermò allora la pratica delle corse delle bighe di scuola romana, fin lì popolare solo ad Alessandria e Costantinopoli – la prima, una città con forte tradizione romana e la seconda sede di un ippodromo che faceva parte della residenza imperiale. Fortemente supportata da imperatori e consoli, la corsa delle bighe presto divenne il passatempo preferito in tutto l’impero bizantino e, durante il VI secolo, raggiunse il picco di popolarità e importanza.
Questo mutamento del gusto sportivo fu accompagnato da ulteriori importanti novità che si verificarono nel V secolo. Una di queste era costituita dalla pantomima danzata, una innovazione greca che era particolarmente popolare nel V secolo. Già dal I secolo A.D., i migliori artisti godevano di largo seguito, e i danzatori pagavano piccoli gruppi di sostenitori con funzione di claque per assicurare in tal modo un adeguato apprezzamento del pubblico (34). Il comportamento turbolento tenuto dagli spettatori della pantomima danzata spesso sfociava in disordini, con il risultato che gli spettacoli erano frequentemente interdetti dalle autorità e condannati dalla Chiesa. Col tempo, la claque cominciò a comparire anche nelle dimostrazione politiche nelle città delle province, e i tumulti che ne seguivano indussero infine le autorità a porre questa pratica sotto il controllo imperiale. Questo fu realizzato assimilando i sostenitori del teatro agli artisti e ai tifosi delle corse delle bighe. Il risultato fu la creazione di un’unica corporazione, articolata in quattro categorie di pubblici intrattenitori con una gerarchia amministrativa nominata dall’autorità imperiale, e a ciascuna categoria era assegnato uno dei tradizionali colori del circo. In tal modo, le corse venivano organizzate da professionisti dell’ippodromo, cioè membri della corporazione, e tutte le spese erano pagate con fondi pubblici, in tal modo, le corse delle bighe divennero del tutto dipendenti dal finanziamento e dall’amministrazione imperiale. Nel VI secolo, ormai, anche gli altri spettacoli pubblici di pantomima danzata e le esibizioni di bestie feroci erano gestiti attraverso la corporazione, e insieme con le corse delle bighe, dipendevano direttamente dalle autorità imperiali. Precedentemente, gli spettatori dell’ippodromo non erano stati particolarmente turbolenti, ma, dopo l’accorpamento, gli elementi violenti del teatro si trasferirono al circo, causando tumulti e disordini che dettero ai Blu e ai Verdi una pessima reputazione.
(segue parte seconda su articolo successivo)
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