Sport nell'Impero Bizantino (parte seconda)


AlessioI - Posted on 14 marzo 2010

L’abilità della claque teatrale, era sapientemente utilizzata in occasione delle acclamazioni dell’imperatore: nel tributo rituale all’imperatore, le grandi folle riunite nell’ippodromo erano orchestrate dai capifazione (35). E’ probabile che l’accorpamento, cioè l’organizzazione unica delle fazioni bizantine, si sia verificato durante il regno di Anastasio (419-518). Prima del suo avvento, ci sono pochi riferimenti ai Blu e ai Verdi in Oriente, ma verso la fine del suo regno, il colore delle fazioni divenne preminente nel circo, e i disordini e le dimostrazioni risultano legati a tutti gli aspetti del pubblico intrattenimento. Questo periodo coincise con la crescita dell’importanza dell’imperatore come monarca assoluto, praticamente un semidio, con l’inserimento dell’acclamazione nelle cerimonie dell’ippodromo. Il numero dei Blu e dei Verdi aumentò significativamente perché in origine si contavano molti più sostenitori del teatro che del circo. Negli ultimi tempi della loro trasformazione, i Blu e i Verdi, in qualità di fazioni principali, erano associati unicamente alle cerimonie imperiali, sia dentro che fuori l’ippodromo; durante l’ultimo periodo dell’impero, la loro importanza politica poggiava sul loro ruolo nelle acclamazioni rituali dell’imperatore piuttosto che su quello di voce di opposizione all’autorità. Con la loro istituzionalizzazione come parte dell’amministrazione statale, le fazioni abbandonarono l’antica tradizione della parrhesia, o libertà di parola per tutti, che era stata un elemento importante del retaggio greco e romano (36). Questo non significa che non vi fossero lagnanze, o che gli imperatori non ascoltassero più le proteste del popolo che nell’ippodromo dava voce alle frustrazioni generate da una società strettamente controllata e centralizzata, ma di rado erano effettivamente le fazioni del circo il motore di questo tipo di proteste, e i loro tumulti erano generalmente il risultato di una forte rivalità che scaturiva dalle corse dei carri come meri eventi sportivi.
I tafferugli tra i tifosi delle corse presumibilmente scemarono a un livello insignificante nel VII secolo, dopo che le fazioni erano diventate una componente riconosciuta della corte imperiale. I tifosi divennero meno rissosi, se non altro perché facendo parte della vita ufficiale di corte, erano ormai al di sopra di quel tipo di comportamento. Così, mentre le cronache danno l’impressione di un declino dell’importanza delle fazioni, nei fatti, queste avevano semplicemente raggiunto uno status più elevato (37). Dato che i Blu e i Verdi dominavano tutti gli aspetti delle attività dei simpatizzanti, spesso se ne è dedotto che i Rossi e i Bianchi fossero spariti già nei primi tempi della storia dell’impero bizantino. Esistono invece testimonianze sufficienti per dimostrare che tutti e quattro i colori erano coinvolti nelle cerimonie imperiali fino, come minimo, alla fine del X secolo. I colori erano appaiati – generalmente Rossi con Verdi e Bianchi con Blu – e questo assetto esprimeva la contrapposizione storica presente nella corporazione dei pubblici intrattenitori (38). Siamo qui davanti ad un altro esempio di doppia natura del rituale sportivo che si trova in così tante antiche civiltà.
Le fazioni erano incaricate del cerimoniale nelle apparizioni pubbliche dell’imperatore. I loro doveri rituali riguardavano ovazioni programmate, applausi, canti e inni ed erano fortemente influenzati dalla liturgia e dall’ideale cristiano. I dettagli di questi rituali sono descritti nel Libro delle Cerimonie, scritto nel X secolo da Costantino VII Porfirogeneto, questo documento indica che tali pratiche erano messe in atto già nel VI secolo (39). Il maggior peso politico dei Blu e dei Verdi nasceva dalle loro ruolo nelle incoronazioni imperiali. Nessun imperatore poteva considerarsi nel pieno della sua carica finché non fosse stato adeguatamente celebrato dal popolo nell’ippodromo, sotto la regìa dei Blu e dei Verdi. Talvolta, la proclamazione ufficiale veniva bloccata dalle fazioni per ragioni politiche, ma questo accadeva solo in periodi di grave conflitto e la soluzione di tale conflitto era nei fatti influenzata da esponenti dello Stato piuttosto che dai sostenitori del circo. Perciò, sebbene le fazioni avessero il potere di negare l’approvazione ad un nuovo imperatore, in pratica questo potere era raramente usato. (40)
Sebbene la corsa delle bighe fosse lo sport più importante a Bisanzio e dominava le cronache dello sport e i divertimenti nell’impero orientale; tuttavia, la sua posizione di preminenza non fu raggiunta che nel VI secolo. Prima, gli sport più popolari erano quelli dell’arena romana: lotta tra gladiatori, venationes ed esibizioni di bestie feroci. A Costantinopoli, questi eventi erano presentati nell’area conosciuta come il Cynegion. L’ultimo riferimento documentato a questa struttura risale al 537 (41); dopo quella data, tali spettacoli erano probabilmente tenuti nell’ippodromo, sia negli intervalli tra le corse e che come esibizioni autonome. Alla fine del VI secolo, tuttavia, questi forme di sport non erano più rappresentate. La lotta tra gladiatori fu la prima a scomparire: mutamenti del gusto, sfavore dell’imperatore, le spese e la difficoltà di reperire gladiatori furono fattori determinanti nella scomparsa di questo sport un tempo così popolare. A Roma, l’ultimo evento di questo tipo si pensa abbia avuto luogo nel 439 o 440 (42), mentre in Oriente, le lotte gladiatorie cessarono nel tardo IV secolo. Le venationes, cioè le lotte tra uomini e bestie, durarono più a lungo; in Oriente, Anastasio le vietò nel 498, l’ultima manifestazione a Roma fu nel 523 (43), le esibizioni di bestie feroci, invece, continuarono a essere organizzate nell’impero d’Oriente. Inoltre, l’analisi dei dittici consolari del tempo rileva che la forma di venatio praticata a Costantinopoli durante la prima decade del VI secolo è differente da quella dell’Impero d’Occidente in tempi precedenti.
I dittici consolari, creati per celebrare la nomina alla carica di console, erano costituiti da due pannelli cernierati di avorio inciso, e donati dal nuovo console ai notabili più importanti (44). Ne veniva prodotto un gran numero per il console, e molti dittici lo rappresentavano mentre presenziava ai pubblici spettacoli al teatro, al circo e all’arena. La porzione inferiore di ciascun pannello era lavorata con figure e scene di spettacoli, proprio alcune di queste hanno dato un’idea della venatio in stile bizantino. E’ evidente, dallo studio di questi dittici, che la brutalità e la violenza, così comuni nelle venationes romane, non erano previste nella versione bizantina. Le armature pesanti e gli scudi del venator occidentale scompaiono per essere sostituiti da un varietà di arnesi atti a proteggere i combattenti, sia umani che animali, e concepiti anche per fornire uno spettacolo più leggero per il pubblico.
Le scene riprodotte propongono le mosse e i gesti del circo moderno piuttosto che i mortali combattimenti del Colosseo. Un pannello del dittico di Areobindo del 506 (45) illustra i modi usati dal venator per evitare il contatto con gli animali: i cancelli ai lati dell’arena erano tenuti aperti dagli assistenti nel caso in cui un inerme venator o un acrobata avesse l’urgenza di un’uscita precipitosa. Una stretta piattaforma formata da due pali e due assi permetteva all’acrobata di tenersi fuori dalla portata dell’animale. Uno dei due lottatori era protetto da un’alta barriera mobile a stecche o da uno scudo. L’altro saltava al di sopra dell’animale in avvicinamento con l’aiuto di un’asta, identificata da Jennison come il “Contobolon” (46). Infine, i due uomini si posizionavano in canestri attaccati a pali e oscillavano scartando l’animale con un movimento altalenante, con l’aiuto di una corda annodata all’estremità dei pali.
Un altro dittico mostra ancora i canestri basculanti e l’asta per saltare; i cancelli aperti da ciascun lato hanno ovviamente la funzione di via di fuga, con un acrobata colto mentre si muove verso il cancello e l’assistente da dentro che si sbilancia in fuori per richiuderlo rapidamente con un cappio di corda (47). Un arnese curioso si vede in un terzo dittico (48): si tratta di un oggetto a forma di uovo, cavo, sufficientemente grande per contenere un uomo, fornito di aperture attraverso cui l’acrobata poteva far passare la mano per poi ferire l’animale. Jennison lo ha definito “Canistrum” descrivendone la funzione: “L’animale inferocito gli piomba sopra, lo fa rotolare velocemente per tutta l’arena, tra le risate degli spettatori che raddoppiano quando lo strano contenitore rotola indietro lentamente e con regolarità per poi attaccare lo sconcertato avversario”. Il pericolo non è del tutto eliminato, una gamba o un braccio potevano finire tra i denti o gli artigli, ma il rischio di morte era praticamente scongiurato (49). Sul dittico di Anastasio (un pronipote dell’imperatore) del 517, si possono vedere rappresentate le barriere a stecche, le fruste e le corde per bloccare l’animale (50). E’ chiaro che questa forma di intrattenimento non era senza rischi, ad esempio si vede un acrobata morso ad una gamba nonostante la frusta guizzante! Ma non tutte le esibizioni di bestie feroci erano incruente, infatti un dittico del 507 contiene scene fedeli alla venatio di stile romano (51). Si vedono quattro venatores che combattono dei leoni con le lance e tutti riescono ad infilzare gli animali in modo risoluto. La spalla sinistra e gli avanbracci dei venatores sono coperti da una sorta di protezione, e ciascun venator è collocato vicino a un cancello, pronto a uscire rapidamente se necessario.
Le lotte e le esibizioni di bestie feroci furono frequenti e popolari nell’impero bizantino fino all’inizio del VI secolo, anche se a quell’epoca la maggior parte aveva già perso la crudeltà e la pericolosità degli passati spettacoli in Occidente. Jennison diceva che “la religione cristiana, sebbene non avesse potuto eliminare gli spettacoli, aveva fatto tuttavia in modo da renderli notevolmente meno duri” (52). Chastagnol descriveva gli eventi come ‘‘des jeux édulcorés, simples exhibitions de bêtes, avec simulacres de combats et exercices d’adresse ou d’acrobatie”(53), cioè “dei giochi edulcorati, semplici esibizioni di bestie feroci, con finti combattimenti ed esercizi di destrezza o di acrobazia”. La spesa enorme per procurarsi gli animali, così come l’effettiva difficoltà di trovarli, furono importanti fattori della definitiva scomparsa di questo tipo di esibizioni. Così, al tempo in cui la corsa delle bighe raggiunse il picco di popolarità, i combattimenti con le belve feroci avevano già cessato di esistere nell’impero bizantino.
Non tutti gli sport di Bisanzio erano retaggio della Grecia o di Roma. Infatti, la Persia fece conoscere al mondo il polo e a un certo punto, questo gioco di atleti a cavallo si fece strada anche a Costantinopoli, dove divenne l’attività preferita dell’aristocrazia. L’introduzione del polo nell’Impero bizantino è generalmente attribuita dagli storici a Teodosio II, che regnò dal 408 al 450. Il gioco era conosciuto come tyzkanion, presumibilmente una variante del nome persiano tyzkanisterion; Basilio I (867-886), un appassionato di questo sport, fece costruire un campo da gioco entro le mura imperiali, che misurava settanta iarde (55). Il polo appare essere un’attività propria dell’aristocrazia nell’impero bizantino e si può supporre che questo sport, come la corsa delle bighe, facesse parte dei rituali imperiali. La presenza degli imperatori è frequentemente annotata, e siccome tutte le attività imperiali negli ultimi tempi erano legate ai rituali, anche al polo sarebbe stata riservata questa finalità.
La forma di polo praticato a Bisanzio è di particolare interesse. Secondo le più dettagliate descrizioni disponibili, il gioco assomigliava piuttosto a un lacrosse a cavallo. Lo storico, John Kinnamos, segretario di Manuele I Comneno (1143-1180), descriveva una partita di polo, giocata nell’inverno del 1166-67 dal suo sovrano, come segue (52): alcuni giovani schierati in posizione contrapposta lanciano una palla di cuoio, della grandezza di una mela, in un punto al centro del campo. Quando la palla si ferma sul terreno, i giocatori a cavallo si lanciano a tutta velocità l’uno contro l’altro verso il trofeo. Ciascuno tiene nella destra un bastone piuttosto lungo, alla cui estremità è attaccato un largo cappio scandito all’interno da corde di budello essiccate, intrecciate a formare una rete. Ogni schieramento cerca di spostare la palla con l’arnese per depositarla per primo all’estremità opposta a quella assegnatagli all’inizio del gioco. Ogni qualvolta la palla, manovrata dai bastoni, arriva dall’altra parte segna un punto per la squadra. Questo è uno sport rischioso e pericoloso. E’ costantemente necessario per ciascun partecipante scartare indietro, oscillare sui fianchi, far ruotare il cavallo velocemente su se stesso in ogni sorta di corsa e assecondare tutti i movimenti che la palla fa (56). Chiaramente, il cappio reticolato all’estremità del bastone e l’abilità di agganciare la palla implica un gioco in cui questa era raccolta e manovrata, quindi lanciata tramite l’arnese, diversamente dai colpi previsti nella variante con la mazza. E’ nelle cronache che i crociati francesi, presenti a Bisanzio nei secoli XII e XIII, si interessarono allo sport del polo come era giocato a Costantinpoli e lo introdussero in Francia, cambiandone il nome da tyzkanion a chicane (57). Diem sostiene che ovunque si diffuse, il polo era praticato anche nella variante a piedi (58) . E’ perciò possibile che, un gioco con palla e bastone, simile al lacrosse, si sviluppasse in Francia come variante del tyzkanion. Henderson suggeriva questa possibilità, quando osservava che la chicane era associata alla soule e che la soule era un antenato del moderno lacrosse (59). Sebbene qualche obiezione a questa tesi sia stata sollevata (60), tale legame può certamente essere esistito, a seguito della diffusione del polo bizantino in Occidente.
Generalmente, le altre attività sportive e ricreative a Bisanzio differivano molto poco da quelli praticate da altre parti. Le terme romane, ad esempio, furono costruite per tutto l’impero, e soddisfacevano analoghe esigenze sociali e ricreative. Byron annotava che “i bagni turchi erano in realtà una diretta emanazione di quelli romani mutuati da Bisanzio” (61), e che nel 430, Costantinopoli vantava otto terme pubbliche e 153 private. La caccia, tradizionale attività dell’aristocrazia, era entusiasticamente sostenuta dagli imperatori, e al cacciatore bizantino era offerta una eccitante e stimolante scelta di animali feroci: leoni, gazzelle, leopardi, antilopi, ippopotami, volpi, cervi, orsi e lepri. Infine, tra gli sport aristocratici comparve il torneo di cavalieri in stile occidentale. Alla metà del XII secolo, le giostre si svolgevano all’ippodromo, e dopo la conquista latina del 1204, i tornei si tenevano in Grecia e ovunque nell’impero (62).
Le attività fin qui descritte erano urbane o aristocratiche, ma anche gli abitanti delle campagne partecipavano a una varietà di attività ricreative. Le occasioni più importanti erano costituite dalle fiere o dalle manifestazioni religiose, che offrivano l’opportunità di confrontarsi al tiro con l’arco, nella danza, la lotta, la corsa e la scherma con armi di legno. A dispetto della riprovazione della chiesa per questo tipo di intrattenimento, lo Stato ne riconosceva il valore sociale e lo sosteneva. Gli abitanti delle campagne erano anche allietati da illusionisti girovaghi, acrobati e equilibristi sulla corda; in tal modo, gli spettacoli, di solito rappresentati solo nelle città o centri urbani, avevano la possibilità di essere goduti anche da coloro che vivevano nelle zone rurali.

Uno studio sullo sport nell’impero bizantino non sarebbe completo senza accennare alla cessazione dei Giochi olimpici, perché fu dentro i confini territoriali e temporali dell’impero che la più importante delle manifestazioni atletiche di tutta l’antica Grecia cessò di esistere. E’ largamente sostenuto che l’ultima celebrazione dei Giochi si tenne nell’anno 393, presumibilmente in base ad un editto di Teodosio il Grande (379-395). Tuttavia, qualche storico degli sport antichi ha messo in discussione questa data. Howell e Howell studiarono le fonti relative alla fine dei Giochi olimpici ed esaminarono il Codice Teodosiano, una raccolta di decreti imperiali fino al 438 A.D. Howell e Howell sostenevano infatti che “non esiste assolutamente un decreto di Teodosio che abolisce i Giochi di Olimpia” e che non ci sono prove sufficienti per collocare la fine dei Giochi olimpici nel 393 o 394 A.D.” (63) E neanche Robinson riteneva che tale data fosse l’unica possibile, infatti citava due fonti: lo storico, Cedreno, che collocò la fine dei Giochi al regno di Teodosio il Grande; e un commentatore di Luciano, che pose gli anni finali sotto il regno di Teodosio II (408-450) (64). Drees propone il 425 A.D. quale data finale, basando le sue conclusioni su un incendio che distrusse il tempio di Olimpia nel 426 (65). Infine, va notato che Cedreno, lo storico del XII secolo dalla cui opera è stata tratta la data del 393, traeva informazioni egli stesso da lavori di storici più antichi, quindi il suo lavoro non gode di una autorità indipendente (66). Perciò, è possibile che la sua data sia stata generalmente adottata solo come una riproposizione di ipotesi basate sui decreti antipagani di Teodosio il Grande.
L’ipotesi di una data più tarda è altrettanto valida che il 393. Durante il regno di Teodosio II, gli editti contro le pratiche pagane erano ricorrenti e rafforzati dal decreto che tutti i templi e gli altari pagani dovevano essere distrutti; tali editti furono proclamati nel 408 e ancora nel 435 (67). Perciò, si può anche supporre che gli ultimi Giochi olimpici si siano tenuti nel 405; o forse nel 433, quando ormai l’altare di Zeus non si ergeva più a simbolo di autorità religiosa. Teodosio il Grande non era, apparentemente, contrario alla pratica delle antiche tradizioni vicino ai templi pagani, perciò nel 399 decretò così: “Abbiamo già abolito i riti profani con una legge giusta, di conseguenza non consentiamo le assemblee di cittadini e il godimento di tutto ciò che è stato abolito. Da qui noi decretiamo che, secondo le antiche tradizioni, gli intrattenimenti saranno forniti alla gente, ma senza alcun sacrificio o empia superstizione, e sarà consentito di frequentare pubblici convivi a richiesta dei cittadini” (68). Nell’ambito di queste restrizioni, quindi, i Giochi olimpici avrebbero potuto continuare, ma senza i sacrifici a lungo associati con tali manifestazioni. Inoltre, gli eventi sportivi di atletica in genere non furono soppressi in quegli anni. Sembra che tali eventi si svolgessero fino a gran parte del VI secolo, tanto che il Codice Giustinianeo del 528 ancora conteneva una norma che esentava dagli obblighi civili quegli atleti che erano stati incoronati vincitori come minimo tre volte in una cerimonia sacra (69). Secondo Bury, il Codice Teodosiano suggeriva che i Giochi fossero ancora tenuti a Delfi durante il regno di Teodosio II (408-450) (70). Il marchio dell’origine pagana non era ovviamente sufficiente per sradicare queste pratiche; ad esempio, le venationes, che pure derivavano dagli antichi riti pagani, prosperarono per buoni cento anni dopo che Teodosio il Grande aveva abolito i sacrifici pagani. E il paganesimo esplicito, come espressione di idee pagane, fu tollerato fino al 529, anno in cui Giustiniano chiuse la Scuola di Atene.
In considerazione del labile indizio sul 393, come anno degli ultimi Giochi olimpici e la continuazione di attività analoghe per un numero di anni dopo quella data, è forse più verosimile supporre che i Giochi semplicemente cessarono con gradualità. Robinson lo suggeriva indicando le invasioni barbariche, il declino economico, o eventi naturali catastrofici quali possibili cause della loro cessazione (71), mentre Cameron indicava il mutamento dei gusti e la scomparsa delle palestre pubbliche come il fattore principale di cambiamento (72). Chiaramente, la questione è ancora irrisolta e la prova che porterebbe a una risposta univoca è stata distrutta o non è stata ancora trovata.

In conclusione, ogni tentativo di generalizzazione su Bisanzio presenta difficoltà, perché questa complessa civiltà, che ha attraversato undici secoli, concentrò entro i suoi confini, in tempi diversi, la maggior parte del mondo civilizzato del Mediterraneo, dell’Asia minore e quella parte dell’Europa ora conosciuta come i Balcani. Tuttavia, esistono determinate caratteristiche che l’Impero bizantino ha mantenuto durante tutta la sua storia: esso era romano per ideologia, governo e diritto; greco per cultura e disposizione intellettuale e cristiano per religione. La sintesi di questi elementi, unita alla sua posizione strategica come crocevia di civiltà, dette a Bisanzio le caratteristiche distintive, e influenzò i modelli e lo sviluppo delle sue tradizioni sportive.
Lo sport di Bizanzio fu originale? E se così, in che modo? Se per originale s’intende non avere simili o uguali, allora, sotto certi aspetti, alcune delle tradizioni e delle attività sportive furono effettivamente differenti da qualsiasi altra comparsa prima e dopo. Le palesi differenze erano apprezzabili nello sport più popolare: la corsa delle bighe. Mescolati con gli appassionati del teatro, i tifosi del circo divennero una componente ufficiale, pur se turbolenta, del cerimoniale imperiale, e dato che lo stato amministrava e finanziava tali corse, era in grado di esercitare una forma di controllo che andava oltre la semplice sovvenzione. Il risultato fu un accentramento burocratico che meglio può essere descritto come una versione medievale dello “sport nazionalizzato”.
Il rapporto tra il circo e la chiesa cristiana fu ugualmente unico. Data la condanna dottrinale dello sport pagano in Occidente, il consenso accordato alle corse da parte della chiesta bizantina sarebbe potuta sembrare una contraddizione nella politica della chiesa. Ma tale approvazione fu concessa malvolentieri e solo per motivi di opportunità; sembra piuttosto che la Chiesa bizantina semplicemente non riuscisse a contrastare la diffusa popolarità delle corse e lo stretto legame dell’imperatore con questo sport. E, dal momento che l’impero bizantino era governato da un imperatore autocratico, il cui status di semidio gli conferiva una posizione superiore a quella dei patriarchi, questi ultimi accettarono la cristianizzazione delle corse, consentendo ai rappresentanti delle fazioni di avere un ruolo nella liturgia imperiale. Il cerimoniale dell’ippodromo, e il legame dell’imperatore con le vittorie nelle corse, rivela così una società in cui i canoni dello sport più popolare furono modificati ad uso del governo, cioè di un’autocrazia cristiana. Le venationes dell’impero bizantino si distinguevano dall’antica versione romana per una sostanziale assenza di violenza e di morte. Questi eventi sportivi non erano lotte contro bestie feroci in senso tradizionale, ma finti combattimenti ed esercizi di destrezza e, nello stesso tempo, affascinanti esibizioni di animali selvaggi ed esotici. L’assenza di pericolo e di risvolti ansiogeni in spettacoli di puro intrattenimento, suggerisce una società più civilizzata, in cui il Cristianesimo riservava una più alta considerazione alla vita umana di quella che le generazioni precedenti avevano mostrato.
L’altro sport che aveva sviluppato caratteristiche originali era il polo, la versione bizantina era certamente diversa da ogni altro tipo di polo giocato altrove. Ma ci si potrebbe chiedere se la differenza dell’equipaggiamento ovvero il diverso modo di raccogliere e scagliare la palla fosse effettivamente distintivo oppure semplicemente una variante locale di scarsa importanza.
Tuttavia, sotto un importante aspetto, lo sport bizantino non fu unico: Bisanzio non introdusse alcuno sport originale nel mondo antico o medievale. Semplicemente esso mutuò un numero di attività che facevano parte del retaggio greco e romano. Eppure, le varianti in alcuni sport, e il modo in cui lo sport, come istituzione, fu usato per ulteriori fini sociali e politici, rende questo capitolo della sua storia interessante e unico. Infine, si deve rimarcare che fu proprio entro i margini del periodo bizantino che un certo numero di sport vennero a cessare, dopo secoli di popolarità nel mondo mediterraneo. Questo impero fu testimone della fine del mondo antico e, con esso, la fine delle palestre pubbliche, degli eventi atletici, delle corse delle bighe e della venatio, tutti sport che avevano avuto la loro genesi nelle antiche civiltà greca e romana.

*Barbara Schrodt è Professore Associato presso la School of Physical Education and Recreation - University of British Columbia, Vancouver, British Columbia, Canada.

Note

1. Vedi H. A. Harris, Sport in Greece and Rome (London: Thames and Hudson, 1972), pp. 238-243; Rachel Robinson, Sources for the History of Greek Athletics in English Translation (Cincinnati: R. Robinson, 1955), pp. 203-232.
2. Edward Gibbon, The Decline and Fall of the Roman Empire, 3 volumi, ed by J. B. Bury (New York: The Heritage Press, 1946), Vol. 2, p. 1604.
3. Alan Cameron, Circus Factions. Blues and Greens at Rome and Byzantium (London: Oxford University Press. 1976)
4. Ibid., p. 211.
5. Ibid., p. 308.
6. Alan Cameron, Porphyrius the Charioteer (London: Oxford University Press, 1973), p. 63
7. Ibid., p. 256
8. Ibid., pp. 209-210.
9. Ibid., p. 155.
10. René Guerden, Byzantium Its Triumph and Tragedy, trad. Di D.L.B. Hartley (London: George Allen and Unwin, Ltd , 1965), pp. 62-63; vedi anche Tamara T. Rice, Everyday Life in Byzantium (London: B. T. Batsford, Ltds., 1967) p. 149.
11. Cameron, Porphyrius . . . , p. 181.
12. Robert Byron, The Byzantine Achievement. An Historical Perspective (New York: Russell and Russell, Inc., 1964), p. 72.
13. J.B. Bury, History of the Later Roman Empire, 2 Volumes (New York: Dover Publications, Inc., 1958) Vol. 1, p. 81 n.2
14. Cameron, Porphyrius . . . , pp. 183-184.
15. Ibid., p. 57
16. Jerome Carcopino, Daily Life in Ancient Rome (New York: Yale University Press, 1940), p. 214
17. Cameron, Porphyrius . . . , p. 182.
18. Arnold Toynbee, Constantine Porphyrogenitus and His World (London: Oxford University Press. 1973), p. 500-501
19. Guerden, Byzantium. . . . , p. 53-54,
20. Cameron, Porphyrius. . . . , p. 53.
21. Procopius, trans. by H. B. Dewing, 7 Volumi (London: Wm. Heinemann, Ltd., 1961), Vol. 1, History of the Wars, p. 221.
22. Cambridge Medieval History (più oltre indicato come CMH), 8 Volumi (London: Cambridge University Press, 1967), Vol. 4, The Byzantine Empire, 2 Parts, J.M. Hussey, ed., Part 2, p. 137.
23. H. W. Haussig, History of Byzantine Civilization, trad. J.M. Hussey (London: Thames and Hudson, 1971), p. 191.
24. CMH, Vol. 4. The Byzantine Empire, Part 2, p. 92.
25. Cameron, Circus Factions. . . . , p. 153.
26. CMH, Vol. 4, The Byzantine Empire, Part 2, p. 104.
27. Ibid., Part 1, p. 17.
28. Tra i manufatti che testimoniano il ruolo ricoperto dall’imperatore nell’ippodromo, c’è la base scolpita dell’obelisco di Teodosio il Grande, che mostra il sovrano e la sua famiglia che guardano le corse dal kathisma; vedi Cameron, Porphyrius . . . , pls. 19-22.
Inoltre, una corona indossata dall’imperatore nel corso durante la visita di un nobiluomo contiene figure di sostenitori del circo che danzano, suggerendo un collegamento tra l’imperatore e le corse; vedi Haussig, History. . . ., p. 191. Numerosi dipinti, tessuti e mosaici che rappresentano l’imperatore come triumphator nell’ippodromo illustrano i suoi doveri cerimoniali dopo una corsa: egli conduceva la sua quadriga intorno alla pista, indossava l’alloro del vincitore, quindi saliva sul trono per distribuire i premi; ibid.
29. Traduzione dal greco di Cameron, Porphyrius. . . ., p. 249, lines 5-6.
30. Sebbene l’elaborato rituale associato alla partecipazione dell’imperatore alle corse sia stato iniziato da Cesare Augusto, implicito nella pratica romana era il concetto tradizionale di civilitas, cioè con il princeps seduto come cittadino tra cittadini. Ma già al tempo di Teodosio (379-395), l’imperatore d’Oriente era diventato un autocrate assoluto designato da Dio, e “non era più necessario o perfino opportuno parlare di civilitas di un sovrano che doveva il suo trono a Dio e non agli uomini”, vedi Cameron, Circus Factions. . . ., p.178.
31. A. Rambaud, De Byzantine Hippodromo et Circensibus Factionibus (Paris, 1870), citato in Bury, History.. . ., Vol. 1, p. 86.
32. La maggior parte di questa sezione è tratta da Cameron: Circus Factions. Blues and Greens at Rome and Byzantium. In questa importante pubblicazione, Cameron dimostra che la tradizionale visione delle fazioni del circo bizantino, accettata senza discussioni fin dall’inizio del XX secolo, nasce da traduzioni e interpretazioni errate di antichi documenti e opere. L’idea che le fazioni rappresentassero differenti aree residenziali, inclinazioni religiose e classi socioeconomiche perdura dal 1904, quando fu proposta per la prima volta in un articolo di G. Manojlovic; vedi Circus Factions. . . . , p. 1. La accurata e meticolosa analisi che Cameron ha fatto delle fonti originali ha rivelato errori in questa teoria, egli infatti ha rigettato il concetto dei partiti popolari che caratterizzano diffusamente gli altri resoconti storici su Bisanzio. Il suo lavoro non è facile da leggere e solleva un numero di domande che mancano di risposte esaurienti, tuttavia presenta argomenti convincenti. Non c’è dubbio che la sua tesi sia in linea di massima corretta e cioè che le fazioni del circo fossero composte da tifosi, burocrati e atleti e che alle fazioni fosse dato un ruolo ufficiale nelle cerimonie imperiali. I suoi dati sono in contrasto con quasi con tutto ciò che è stato scritto in epoca moderna sulle fazioni bizantine e, come suggerito da più di un recensore del suo lavoro, questa parte della storia di Bisanzio deve essere riscritta. E’ il caso di annotare che Cameron non è il solo storico che abbia confutato la visione delle fazioni del circo come demes. Anche Guerden l’ha fatto e si riferisce a una simile valutazione avanzata da Carcopino (vedi Guerden Byzantium. . . . , p. 53-54).
33. Cameron, Circus Factions. . . . pp. 216-217
34. Ibid., pp. 234-236.
35. Ibid. ,p .259
36. CMH, Vol. 4, The Byzantine Empire, Part 1, p. 12
37. Cameron, Circus Factions. . . . , p. 310.
38. Ibid. ,p p 4. 5-46.
39. Ibid. ,p .16.
40. Ibid., pp. 262 ff.
41. Cameron, Porphyrius. . . ., p. 229.
42. Michael Grant, Gladiators (Hammondsworth, Middlesex: Penguin Books, Ltd., 1971). p. 118.
43. J.P.V.D. Balsdon, Life and Leisure in Ancient Rome (New York: McGraw-Hill Book Company, 1969) p. 252.
44. La serie di dittici consolari comincia nel V secolo e continua fino al 541, quando Giustiniano abolisce il consolato, vedi O.M. Dalton, Byzantine Art and Archaeology (London: Oxford University Press, 1911), p. 196-197.
45. Alice Bank, pl. 34. Byzantine Art in the Collections of Soviet Museums (Leningrad: Aurora Art Publishers, 1977),
46. George Jennison, Animals for Show and Pleasure in Ancient Rome (Manchester: Press, 1937) p. 180. Manchester University
47. Pierre and Janine Soisson, Byzantium, trad. di David Macrae (Geneva: Minerva, 1977), pp. 64-65.
48. Marcel Dunan, ed., Larousse Encyclopedia of Ancient and Medieval History (London: Paul Hamlyn, Ltd., 1963), p. 236.
49. Jennison. Animals for Show. . . . , p. 180.
50. Rice, Everyday Life. . ., p. 87.
51. John Beckwith, The Art of Constantinople (London: Phaidon Press, Ltd., l96l), p. 33.
52. Jennison, Animals for Show. . . . , p. 179.
53. A. Chastagnol, “Le Sénat romain sous le régne d’Odoacre.” Antiquitas, 3 (1966), cited in Cameron,Porphyrius. . . ., p. 228.
54. Carl Diem, Weltgeschichte des Sports und der Leibeserziehung (Stuttgart: Cotta. 1960), p. 335.
55. Anthony Bryer, “Byzantine Games,” History Today, 17 (July, 1967), p. 457.
56. John Kinnamos, Deeds of John and Manuel Comnenus, trans. by Chas. M. Brand (New York: ColumbiaUniversity Press, 1976), p. 198.
57. Diem, Weltgeschichte . . ., p. 335-336.
58. Ibid., p. 339.
59. Robert W. Henderson, Ball, Bat and Bishop: The Origin of Ball Games (New York: Rockfort Press, Inc , 1947), pp. 28-29, 40.
60. Simri contesta la tesi di Henderson, sostenendo che “non c’è nulla che indichi una diretta relazione tra i due giochi”; vedi Uriel Simri, “The Religious and Magical Function of Ball Games in Various Cultures” (dissertazione non pubblicata Ed.D., West Virginia University, 1966), p. 104.
61. Byron, Byzantine Achievement. . . ., p. 248.
62. Bryer, “Byzantine Games,” p. 459.
63. Max and Reet Howell, “The Role of Theodosius the Great and Theodosius II in the Closure of the Ancient Games: Fact and Fiction,” p. 12. Scritto presentato presso North American Society for Sport History Convention, 1980.
64 Robinson, Sources. . . ., p. 207.
65. Ludwig Drees, Olympia; Gods, Artists, and Athletes (London: Hutchinson and Co., 1964), p. 159.
66. CMH, Vol. 4, The Byzantine Empire, Part 2, p. 236.
67. Clyde Pharr, The Theodosian Code and Novels and the Sirmondian Constitutions (New York: Greenwood Press, 1952), pp. 475-476.
68. Ibid., p. 475.
69. Robinson, Sources. . . ., p. 208.
70. Bury, History. . . ., Vol. 1, p. 370 n.2.
71. Robinson, Sources. . . ., p. 207.
72. Cameron, Circus Factions. . . ., p. 217.

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