L’epilessia dell’imperatore Michele IV Paflagone (1034-1041 AD): Resoconti di storici e medici
Traduzione di Emanuela Iolis
(*) J. Lascaratos e (°) P. V. Zis
Dipartimento di (*) Storia della medicina e (°) Neurologia, Facoltà di Medicina, Università Statale di Atene, Atene, Grecia
Finalità: Presentazione dell’epilessia dell’imperatore bizantino Michele IV Paflagone (che regnò dal 1034 al 1041 A.D.) e l’atteggiamento della società dell’epoca nei confronti di tale patologia.
Metodo: Ricerche nei resoconti degli storici e cronisti bizantini che si riferivano al caso dell’imperatore e sui testi medici bizantini che rivelano l’opinione della medicina ufficiale sulla patologia.
Risultati: Gli storici e i cronisti bizantini forniscono descrizioni cliniche dettagliate sulle convulsioni dell’imperatore Michele IV. Quasi tutti, esprimendo l’opinione comune, consideravano la malattia come possessione demoniaca conseguenza della punizione divina per l’adulterio dell’imperatore e i suoi atti di morte, mentre invece la corte imperiale cercava in tutti i modi di presentare eufemisticamente la sua condizione come una malattia dell’anima. Al contrario, ricerche nei testi bizantini dimostrano che i medici, già dal IV secolo, seguendo la tradizione ippocratica, credevano che l’epilessia fosse prima di tutto un problema collegato al cervello e basavano i loro trattamenti sul principio eziologico.
Conclusioni: Dallo studio della storia e dalle cronache bizantine, si può dedurre che l’imperatore Michele IV Paflagone, soffrisse di spasmi epilettici tonico-clonici diffusi. Nonostante la posizione allora sostenuta dai dotti medici bizantini, che consideravano l’epilessia un’alterazione del cervello, i resoconti mostrano i profondi pregiudizi della società civile.
L’epilessia è una delle più comuni e gravi alterazioni del cervello in tutti i paesi del mondo (1, 2). Sembra che l’impero bizantino (324-1453 A.D.) - la continuazione dell’impero romano dopo che Costantino il Grande trasferì la capitale da Roma a Costantinopoli in Oriente - non sfuggisse a questa regola. I documenti storici rivelano che, degli 88 imperatori appartenenti a svariate dinastie, sei soffrivano di epilessia (3, 4). Tra loro c’era l’imperatore Michele IV Paflagone (che regnò dal 1034 al 1041 A.D.), secondo marito dell’imperatrice Zoe Porfirogeneta. Membro di una famiglia di cambiavalute da Paflagonia, una zona dell’Asia minore, Michele fu presentato a Zoe da suo fratello, l’eunuco Giovanni Orfanotrofo, noto e potente personaggio della corte imperiale. Quest’ultimo favorì la relazione amorosa tra l’adolescente Michele (aveva meno di vent’anni) e la matura Zoe (ne aveva più di cinquanta), il suo scopo era l’ascesa della famiglia Orfanotrofa al trono bizantino. La passione amorosa portò all’avvelenamento del marito di Zoe, Romano (11) Argiro, e alla sua morte per annegamento nel bacino del palazzo reale ad opera di Giovanni Orfanotrofo e della coppia illegittima. Corrompendo il Patriarca, essi celebrarono il loro matrimonio il giorno dell’assassinio, con Michele proclamato nuovo imperatore. In generale, la sua politica avvantaggiò la classe media urbana, ma fu osteggiato dalla vecchia aristocrazia feudale cui la sua famiglia non apparteneva. Il nuovo imperatore era visto dai contemporanei come un uomo onesto ma non raffinato, un generale capace e coraggioso, come dimostrano le sue battaglie vittoriose contro il sovrano bulgaro, Peter Deljan, il capo della rivolta degli Slavi balcanici contro l’impero bizantino (4).
DIFFERENZE TRA I RESOCONTI DEGLI STORICI BIZANTINI E QUELLI DEI MEDICI
Resoconti di storici e cronisti bizantini
Lo storico Michele Psello (5), XI secolo, membro della corte imperiale sostiene che “l’imperatore accusava di norma violenti movimenti della testa e deviazione degli occhi prima di cadere a terra, quindi spasmi tonico-clonici e sbattimento del capo sul pavimento per poi lentamente recuperare. Spesso - continua lo scrittore - quando i suoi cortigiani notavano i primi movimenti della testa e degli occhi, lo nascondevano alla vista dei presenti dietro uno spazio tendato”.
Le volte in cui l’imperatore si recava in città o andava a cavallo, la sua scorta lo sorvegliava continuamente per cogliere qualsiasi segno iniziale di crisi, in modo da proteggerlo tempestivamente. In un‘occasione, quando non lo stavano osservando, egli cadde da cavallo mentre saltava un fosso, restando a terra in preda a spasmi intensi senza che essi fossero in grado di aiutarlo. Con il passare del tempo le sue condizioni peggiorarono, ma egli sopportò pazientemente e stoicamente il suo male (5). Verso la fine, però, quando gli attacchi divennero più frequenti e imprevedibili, l’imperatore evitava perfino di incontrare sua moglie affinché non lo vedesse in quelle condizioni (5). Alcuni autori, tra questi Psello (5) e Zonara (6) (XI secolo), sostenevano che il rifiuto di vedere sua moglie fosse dovuto all’ammonimento del suo consigliere spirituale di evitare tutti i rapporti sessuali, compresi quelli con la moglie, dopo la confessione dell’adulterio e dell’uccisione dell’imperatore Romano.
Racconta Psello (5) che, nello stadio terminale della malattia, egli pregava e finanziava iniziative caritatevoli, chiese e monasteri per placare la collera di Dio. Arrivò perfino a convocare asceti del deserto nel suo palazzo, lavando loro i piedi polverosi e offrendo loro il letto reale, mentre egli dormiva per terra con un grande pietra per cuscino. E ancora, superando la paura diffusa dei lebbrosi, lavava le loro ulcere, li abbracciava e confortava tutti (5). Questo comportamento estremo gli provocò commenti ironici dallo storico Giovanni Scilitze (7) (XI secolo), il quale osservava che sarebbe stato molto più utile per la sua anima abdicare al trono e abbandonare la moglie adultera, così invece considerava il suo Dio stupido, credendo che lo perdonasse semplicemente perché donava fondi pubblici.
Alla fine della sua vita, un nuovo male, l’edema, lo attaccò e fu il colpo finale. Psello (5) mette in risalto la sua forza di volontà, nonostante lo stato di salute molto precario e una malattia diagnosticata come incurabile gli procurassero un dolore insopportabile e e dovesse essere dai medici durante la notte. Di giorno, tuttavia, l’imperatore montava a cavallo e dirigeva personalmente le battaglie contro i Bulgari. Lo storico sottolinea come la sua grande forza di volontà avesse ragione del fragile corpo. Tuttavia, quando egli entrò trionfalmente a Costantinopoli dopo la sua vittoria militare, “le sue mani erano gonfie quanto il braccio, mentre il viso era reso irriconoscibile dall’edema” (5). Sentendosi prossimo alla morte, seguendo le orme di imperatori precedenti, egli espresse il desiderio di ritirarsi in un monastero che aveva fondato e divenne un monaco. Così fece e lì morì lo stesso giorno.
Il cronista Zonara (6) descrive la sua malattia in termini simili e annota che “qualcuno attribuisce le convulsioni al possesso del demonio a causa suo comportamento immorale, mentre altri le vedono come sintomo di mania”. Scilitze (7) e il cronista Michele Glycas ( 8 ) (XII secolo) confermano che l’imperatore era posseduto dai demoni, ma la sua corte eufemisticamente gli attribuiva un disturbo maniacale. Il cronista Costantino Manasse (9) (XII secolo), nella sua cronaca in versi, scrive che taluni imputavano i suoi spasmi a fattori fisici (per esempio, disturbi dell’umore), laddove altri li vedevano come lotta contro i demoni. L’autore fornisce una descrizione chiara delle convulsioni forse basata su un testo più antico sconosciuto, scrivendo che “egli frequentemente cadeva a terra, emettendo schiuma e saliva dalla bocca, gli occhi si rovesciavano, le labbra emettevano lamenti e gridi indistinti con i toni inarticolati di una pecora, battendo il capo come se fosse quello di qualcun altro”. Lo storico Michele Attaliate (10) (XII secolo) aggiunge che il suo terribile male era “epilessia”, sebbene alcuni continuassero anche a sostenere che soffrisse di di “melanconia”.
L’epilessia nei testi degli scrittori di medicina bizantina
Eziologia o basi biologiche della malattia
I medici bizantini erano a conoscenza della patologia epilettica. Nei loro testi, essi riportano una varietà di trattamenti terapeutici. Oribasio di Pergamo (11), l’eminente studioso del IV secolo e medico personale del celebre imperatore Giuliano l’Apostata, crede che tale condizione sia dovuta all’”eccesso di umore del flegma che si accumula intorno al cervello e preme sui nervi, così da impedire al ‘respiro psichico’ di percorrerli” (cioè la funzione dei nervi è bloccata). Ezio di Amida (12) (VI secolo) cita l’opinione di Galeno (II secolo), cioè che tutti i tipi di epilessia hanno in comune la parte colpita: il cervello. Egli identifica tre tipi di disturbi: del cervello, dello stomaco e degli arti. Alessandro di Tralles (13) (VI secolo) trasmette la sua ricca esperienza personale sulla malattia, sostenendo che “l’epilessia è un male del cervello dove è collocato il centro della percezione della mobilità e il suo nome deriva dal verbo greco ẻπιλαμβάνεσθαι (epilamvanesthae) nel senso che nelle crisi epilettiche tutti i sensi cessano di funzionare e i pazienti non vedono, sentono o capiscono, sembrano morti e dopo l’episodio non ricordano nulla. In certi casi la disfuzione può originare dagli arti, per esempio la gamba o il tarso come un’”aura” (un soffio) che va verso il cervello”.
Paolo di Egina (14) (VII secolo) definisce l’epilessia come uno spasmo dell’intero corpo causato da danni alla funzione “ηγεμονικόν” (“zona sovrana”, riferendosi al cervello) dovuti a eccesso di “umore flemmatico o melanconico”. Tuttavia, Paolo va oltre e dà come cause di epilessia disturbi dello stomaco e dell’utero nelle donne incinte, e crede l’epilessia molto comune nei bambini, meno comune negli adulti e rara negli anziani. Leo Iatrosofista (15) (IX secolo), nel suo “Conspectus Medicinae” attribuisce l’epilessia all’ostruzione dei ventricoli del cervello e aggiunge che tale condizione è più comune nei bambini. Teofane Crisobalante (16) (erroneamente conosciuto come Nonno, X secolo), capo dei medici dell’imperatore Costantino VII Porfirogeneto, nel suo “Epitome” tratta diffusamente l’eziologia della malattia riportando una serie di pareri di medici bizantini più antichi, da Oribasio a Leo. Michele Psello (17), nel suo lavoro in versi “Carmen de Re Medica”, dà in breve le stesse eziologie, fatto che indica come queste fossero allora accettate.
Quadro clinico
A proposito del quadro clinico dell’epilessia, Oribasio (18) chiarisce che è caratterizzato da spasmi e da fasi croniche asintomatiche. Non descrive gli spasmi né lo fa Ezio di Amida. Paolo di Egina (14) è il primo medico bizantino a dare una valida descrizione clinica degli spasmi, indicando come la caduta a terra e i gridi inarticolati siano preceduti da astenia, mal di testa, pallone del volto, movimenti incontrollati della lingua, che alcuni pazienti si mordono. Secondo l’autore, il sintomo principale della crisi epilettica è la schiuma alla bocca. Sostiene che talvolta il paziente mostra incontinenza di urina, feci e occasionalmente sperma. In qualche caso, la crisi si ripete a brevi intervalli regolari, può diventare permanente e porta alla morte (probabilmente ciò che s’intende oggi per stato epilettico).
Leo Iatrosofista (15) e Teofane Crisobalante (16) scrivono che la manifestazione dell’epilessia è uno spasmo improvviso di tutto il corpo con caduta a terra del paziente che presenta schiuma alla bocca. Gli scrittori aggiungono che il disturbo viene chiamato popolarmente “demonio” (cioè, possessione) e follia. . Ancora, Teofane pone l’accento sul fatto che ci sono altri sintomi che variano a seconda dell’eziologia. Se il male è primariamente nella testa, i pazienti hanno “leggero mal di testa, scotoma, ambliopia e rallentamento dei riflessi”. Se invece comincia nello stomaco, hanno mal di stomaco e spasmi clonici. Se però ha origine in un altro organo i malati sentono l’”aura” che sale verso il cervello e avvertono l’attacco imminente. Michele Psello (17) definisce l’epilessia come un “male che provoca spasmi tonici e clonici per tutto il corpo”.
Trattamento
Oribasio (11, 18) differenzia il trattamento dell’epilessia nella fase acuta e nel periodo intermedio asintomatico. Durante gli spasmi, egli raccomanda impacchi con sostanze oleose e di pulire la bocca dalla flegma vischioso con le dita o con una piuma prima immersa nell’olio. Suggerisce anche far rinvenire il paziente usando varie sostanze per stimolare il senso dell’odorato. Nella fase asintomatica, invece, raccomanda una forte dose di farmaci, specialmente purghe, come l’elleboro, l’aloe e il convolvolo, clisteri, salassi, cupping sulla schiena o l’ipocondrio, impacchi di acqua fresca, bagni e ipnosi praticata con una pozione contenente pavavero.
Ezio di Amida (12) propone gli stessi trattamenti di Oribasio, aggiungendo inalazioni di fumo ottenuto dalla combustione di fegato di capra. Inoltre cita le cure dei medici dell’antichità Asclepio di Bitinia, Didimo, Archigene, Dioscoride, Posidonio e Galeno. Alessandro di Tralles (13) offre una ricca varietà di sostanze allora accettabili per questo disturbo, ma aggiunge qualche tocco di magia, come amuleti con radici di varie piante. Egli giustifica tale prescrizione perché “qualche paziente preferisce terapie di questo tipo e il medico si sente obbligato a tenerne conto”. Paolo di Egina (14) aggiunge di evitare un’eccessiva attività sessuale. Leo Iatrosofista (15) considera l’epilessia incurabile e suggerisce solo una dieta appropriata.
Teofane Crisobalante (16) meticolosamente cita tutti i trattamenti conosciuti dai libri degli antichi medici bizantini, persino amuleti fatti di erbe da portarsi intorno al collo. L’elenco di tutti questi rimedi nel vademecum di Teofane indica che i rimedi terapeutici del periodo di Oribasio erano ancora in uso. L’autore aggiunge qualche altra erba dalla sua conoscenza diretta o sostanze della medicina empirica, come “i fumi della coda seccata di un cane da caccia” di cui aveva saputo da un contadino di Corfù e nuovi amuleti.
DISCUSSIONE
La questione della diagnosi del male dell’imperatore Michele IV non lascia spazio al dubbio che si trattasse di spasmi epilettici generalizzati tonico-clonici (grande male). Questo si evince dal quadro clinico fornito dai cronisti e dagli storici bizantini e specialmente da due affidabili autori: in primo luogo il filosofo Michele Psello che studiò e praticò la medicina e, come membro della corte imperiale, fu testimone oculare del comportamento dell’imperatore, e poi il cronista suo contemporaneo Giovanni Zonara. Il quadro clinico coincide con quello descritto dalla maggior parte dei medici bizantini. Secondo i resoconti degli storici e dei cronisti, l’imperatore dapprima rovesciava gli occhi e poi presentava violenti movimenti del capo, perdita di coscienza, caduta a terra, spasmi tonico-clonici e cianosi della pelle e delle mucose. Il primo sintomo della crisi erano gli occhi rovesciati che mettevano sull’avviso il suo entourage per sottrarlo alla vista e al contatto con estranei. Questo sintomo appare in più della metà di questi attacchi per pochi secondi prima della perdita di coscienza (19). Tutte le testimonianze di storici e cronisti bizantini riportano che la malattia dell’imperatore era cominciata nell’adolescenza e non ci sono notizie di un’altra malattia, trauma o origini genetiche. Quindi, con tutta probabilità, si trattava di un’epilessia primaria o essenziale o idiopatica.
Lo spazio tendato messo a punto dal suo seguito era ovviamente inteso a proteggere l’immagine dell’imperatore; inoltre, si sa dai tempi antichi, come l’anonimo scrittore del Corpus Hippocraticum “Sulle malattie sacre” sostiene, che i pazienti affetti da epilessia hanno la tendenza a nascondere la loro condizione. Per la stessa ragione, il re probabilmente evitava gli incontri con la moglie quando le crisi divennero particolarmente violente e frequenti. Nelle ultime fasi della malattia l’imperatore manifestava una ossessiva religiosità che arrivava al punto di fare il bagno ai lebbrosi, la cui malattia era la più temuta dell’epoca. Sembra che Michele si fosse messo totalmente nelle mani di Dio, probabilmente si manifestò in lui un complesso di colpa dovuto ai suoi atti immorali e ai suoi crimini.
Questo eccesso di religiosità potrebbe essere attribuito ai cambiamenti di personalità frequentemente riscontrati in persone affette da epilessia. Sebbene al giorno d’oggi i dati sulla iper-religiosità in questi pazienti intesi come categoria siano trascurabili (20), in passato, specialmente ai tempi di Bisanzio, ciò poteva verificarsi. La depressione (“melanconia”), come confermato da un storico, è uno più frequenti disturbi dell’umore nel’epilessia (21). L’edema, che apparve nell stadio finale della malattia dell’imperatore, è probabilmente estraneo all’epilessia ed è possibile che fosse il risultato di una sindrome nefrosica (c’è il sospetto che fosse stato avvelenato dalla moglie con l’arsenico) o forse collasso cardiaco (22). E’ possibile, tuttavia, che l’edema aggravasse i sintomi, aumentando gli spasmi come confermano gli storici.
La differenza tra l’approccio sociale e quello scientifico verso la malattia ancora deve essere considerata. I medici bizantini, come l’analisi delle loro teorie dimostra, sapevano molto bene che l’epilessia era un disturbo organico, principalmente causato da una anomalia del cervello, che la maggior parte di loro attribuiva ad alterazioni degli umori, secondo la teoria umorale ippocratica. Alcuni di loro esprimevano il convincimento che la malattia originasse da un’altra parte del corpo, ma che alla fine arrivasse al cervello. Tra loro Paolo di Egina collocava l’origine nell’utero delle donne incinte, una notazione dovuta alle convulsioni simil-epilettiche dell’eclampsia (1), che Galeno nel suo libro “Galeni de venae sectione adversus Erasistratum liber”, aveva già inserito. Questo concetto razionale del male, che non era più guardato come di origine divina dai medici, seguiva i princìpi della medicina ippocratica e i trattamenti suggeriti dai medici erano mirati a un approccio eziologico alla malattia (regolare l’equilibrio degli umori).
E’ comune alla maggioranza degli autori bizantini evitare di riferirsi alla malattia dell’imperatore nominandola apertamente, sebbene essi diano una descrizione piuttosto dettagliata della sintomatologia dell’epilessia, che coincide nelle linee generali con quella degli autori di medicina contemporanei. Perfino Psello, che era medico, non fa riferimento al nome. Un solo autore, un secolo più tardi, scrisse esplicitamente che l’imperatore Michele era affetto da epilessia.
A parte Psello, tutti gli altri storici e cronisti bizantini riportano la diffusa versione popolare per cui la condizione dell’imperatore era da considerarsi possessione causata dalla punizione divina per l’adulterio e l’assassinio, a dimostrazione di un radicato pregiudizio, non solo nelle culture europee, ma anche in quelle di tutto il mondo (23,24). Alcuni cronisti sostengono che, per coprire lo stigma della possessione, la corte imperiale eufemisticamente la chiamava “mania”, che era considerata una forma di malattia mentale (25).
Taluni adottarono il pregiudizio popolare senza esitazione, laddove altri, come Zonara e Manasse, suggerivano che dietro alla possessione c’è un’altra eziologia molto razionale. Molti storici e cronisti bizantini avevano una vasta cultura, normalmente in materia storica, legale, teologica e letteraria. Tuttavia, le fonti storiche non forniscono alcuna informazione sulla loro cultura medica o su una particolare conoscenza dei testi medici, salvo due eccezioni: Michele Psello e la storica Anna Comnena (XI secolo). Sappiamo che Scilitze, Zonara e Glycas ricoprivano alte posizioni nella corte imperiale e nell’amministrazione dello Stato, mentre Manasse era vescovo di Naupaktos, con una notevole cultura teologica e letteraria (26). Dobbiamo tenere presente, tuttavia, che i cronisti riportavano nei loro scritti principalmente l’opinione corrente del popolo, e sebbene alcuni avessero una discreta cultura medica, essi tendevano a esprimere le idee che trovavano il gradimento dei loro lettori.
I resoconti dei cronisti bizantini, che costituivano la massima espressione della pubblica opinione (vox populi), confermano che l’epilessia continuava ad essere considerata una condizione demoniaca, un risultato della punizione divina, esattamente come nelle società europee dall’antichità al medioevo e oltre (23,24,27). Questo atteggiamento della comunità è confermato in lavori altrimenti scientifici di Alessandro di Tralles e dai riferimenti di Teofane ad amuleti vegetali contro l’epilessia, che il primo dei due autori sentì anche il bisogno di giustificare. L’uso di queste “medicine botaniche” aveva una natura magica e non empirica, così come in altre culture antiche (24).
Le differenze perciò tra resoconti medici e storici potrebbero essere considerate il risultato di profondi pregiudizi sociali, sebbene la mancanza di conoscenze e di familiarità con testi medici nel caso di molti scrittori e forse la lenta diffusione di conoscenze mediche durante questa epoca possono avere avuto un ruolo. Questo periodo è stato considerato da molti storici moderni come uno con pochi progressi in campo medico in confronto al primo periodo bizantino (28).
CONCLUSIONI
Gli storici e i cronisti bizantini forniscono quadri clinici caratteristici degli spasmi dell’imperatore Miche IV Paflagone, che ci permettono di concludere che questi è stato affetto da epilessia con spasmi generalizzati tonico-clonici (grande male). Il loro approccio tuttavia non è razionale nei confronti di una condizione che, nella forma del grande male “provoca sensazioni forti e ambivalenti nelle persone che vi assistono” (23). Come indica lo studio dei testi di eminenti medici bizantini, questi ultimi avevano una notevole conoscenza dell’epilessia e le loro descrizioni degli spasmi hanno molte similarità con gli attacchi di cui soffriva l’imperatore, secondo gli autori bizantini.
Le reazioni del popolo nei confronti dell’imperatore malato erano quelle che ci si aspetterebbe da una società religiosa medievale. Credevano nella possessione demoniaca dell’imperatore dovuta alla punizione divina per i suoi peccati. La corte imperiale nascondeva l’epilessia di cui era probabilmente consapevole, sostenendo invece che l’imperatore soffriva di “mania”. La loro scelta di presentarla come un disturbo mentale piuttosto che come epilessia rivela il profondo clima di pregiudizio di quell’epoca nei confronti degli sfortunati che soffrivano di questa malattia.
NOTE
1. Temkin 0. The falling sickness. 2nd edition. Baltimore: The Johns Hopkins Press, 1971.
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4. Lascaratos J. Diseases of the Byzantine emperors. Athens: J and J Hellas, 1995.
5. Repauld E. Michel Psellos. Chronographie. Tom I. Paris: Société d’Edition “Les Belles Lettres,” 1967.
6. Büttner-Wobst T. loannis Zonarae annalium. Vol. III. Bonn: Weber,1897.
7. Thurn I. Zoannis Scylitzae synopsis historiarum. Berlin: Gruyter, 1973.
8. Bekker I. Michaelis Glycae chronographia. Bonn: Weber, 1836.
9. Bekker I. Constantine Manasses chronographia. Bonn: Weber, 1837.
10. Brunet de Presle W. Michael Attaliota historia. Bonn: Weber, 1853.
11. Raeder I. Oribasii collectionum medicarum reliqviae. Vol. IV.Lipsiae et Berolini: Teubner, 1933.
12. Olivieri A. Aetii Amideni libri medicinales. Vols. V-VIII. Berolini:Academia Litterarum, 1950.
13. Puschmann T. Alexander von Tralles. I. Band. Amsterdam: Hakkert,1963.
14. Heiberg IL. Paulus Aegineta. Vol. I. Lipsiae et Berolini: Teubner,1921.
15. Ermerins FZ. Anecdota medica Graeca. Amsterdam: Hakkert, 1963.
16. Bernard JS. Theophanis Nonni epitome de curatione morborum. Vol. I. Amsterdam: Gotha, 1794.
17. Ideler IL. Physici et medici Graeci minores. Vol. 1. Amsterdam: Hakkert, 1963.
18. Raeder I. Oribasii synopsis ad Eustathium. Libri ad Eunapium. Amsterdam: Hakkert, 1964.
19. Adams RD, Victor M, Ropper AH. Principles of neurology. 6th ed. New York McGraw-Hill, 1997.
20. Devinsky 0, Vazquez B. Behavioral changes associated with epilepsy.In: Brumback R, guest ed. Neurologic clinics. Philadelphia:Saunders, 1993.
21. Perrine K, Congett S. Neurobehavioral problems in epilepsy. In: Devinsky 0, ed. Neurologic clinics. Philadelphia: Saunders, 1994.
22. Lascaratos J. Kylices tranquillators of live. A historical and medical approach to poisoning in the Byzantine period. Athens: J and J Hellas, 1994.
23. Jilek-Aall L. Morbus Sacer in Africa: some religious aspects of epilepsy in traditional cultures. Epilepsia 1999;40:382-6.
24. Elferink JGR. Epilepsy and its treatment in the ancient cultures of America. Epilepsia 1999;40:1041-6.
25. Drabkin IE. Caelius Aurelianus on acute diseases and on chronic diseases. Chicago: The University of Chicago Press, 1950.
26. Krumbacher K. History of the Byzantine literature. Vol. 1. Athens: Gregoriades, 1974.
27. Makris G. Zur Epilepsie in Byzanz. Byz Zeitschrift 1995;88:363-404.
28. Hunger H. Byzantine literature. Vol. 3. Athens: National Bank’s Cultural Foundation, 1994.
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