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Araldica

Da Roma a Washington: il lungo volo dell'aquila

a cura di Enrico Elmitri

Ci si sorprende come l'aquila sia ancor oggi il simbolo di numerosi Stati e governi; eppure non è il simbolo più antico, né tantomeno il più significativo. Molti sono, infatti, gli emblemi che avrebbero titoli maggiori di questo volatile che - stando al film "Il vento e il leone" - lo stesso Theodor Roosevelt disprezzava.Come mai, allora, l'aquila (spesso sostituita da volatili simili, come il condor, tipico dell'America Latina) ha finito col prendere il sopravvento?I motivi sono molteplici: innanzitutto il fatto che l'aquila viene da sempre riconosciuta come "regina dei cieli", e - in effetti - il fatto che voli a quote molto alte può avere indotti molti popoli (romani inclusi) a considerarla come la massima espressione della sovranità, ma può anche darsi che essa venisse semplicemente considerata come un simbolo piuttosto facile da riprodurre; in ogni caso, essa finì ben presto per rimpiazzare diversi altri animali-simbolo diffusi in tutti o quasi i Paesi, i popoli e le civiltà, quali leoni, cinghiali, ecc.Uno dei primi popoli ad adottare un volatile quale simbolo di sovranità fu, manco a dirlo, quello egiziano, che ornò la corona bianca dell'Alto Egitto (odierno Sudan) con la testa di un avvoltoio, mentre la corona rossa del Basso Egitto (corrispondente all'attuale Repubblica Araba dell'Egitto) aveva quale cimiero la testa del cobra: allorché il faraone Djoser riunificò le due metà dell'Egitto, le corone furono sovrapposte e i cimieri accostati a formare un unico simbolo. Anche il disco solare di Ra era, però, spesso raffigurato alato; alate erano le sfingi e le dee preposte alla custodia delle tombe e dei defunti (due figure alate di ispirazione egiziana figuravano anche sul coperchio dell'Arca dell'Alleanza); Oro, figlio di Osiride e divinità solare, era un falco, per cui si può intuire che l'adozione di un rapace non era prerogativa solo dei romani. Anche molti popoli orientali (tra cui sumeri, assiri e babilonesi) si servirono di figura alate per rappresentare divinità (spesso metà uomini e metà animali) o l'idea stessa della sovranità, sempre comunque connessa al culto del sole.Furono però proprio i romani a fare dell'aquila il simbolo araldico per eccellenza, alternato - soprattutto dopo l'affermazione del Cristianesimo - alla croce. A dire il vero non tutti i labari erano sormontati dall'aquila, che contraddistingueva in primo luogo il terminale delle insegne recanti il nome e numero della legione: coorti e manipoli (equivalenti grosso modo agli odierni battaglioni e compagnie) avevano, infatti, come simbolo una mano racchiusa entro un serto d'alloro.In ogni caso, al momento della divisione dell'Impero Romano (285 d.C.) l'aquila poteva essere considerata il simbolo araldico e statuale per eccellenza, ma entrò in crisi quando Costantino il Grande lo affiancò alla croce alla vigilia della battaglia del ponte Milvio (313 d.C.), all'indomani della quale - sconfitto il rivale Massenzio - egli stesso emise l'Editto di tolleranza relativo alle confessioni diverse da quelle pagane allora esistenti, meglio conosciuto come Editto di Milano.Circa l'adozione dell'aquila bicipite (= a due teste) vi sono varie versioni. Una fantasiosa ne attribuisce l'invenzione ad Armin, condottiero dei germani, che sorprese il console Quinto Varo e lo annientò nella selva di Teutoburgo; in tale circostanza egli legò insieme le aquile che ornavano i labari delle legioni distrutte e le esibì a lungo come trofeo, prima di essere a qua volta sconfitto ed esiliato da Tiberio (figlio adottivo di Augusto e suo successore).L'ipotesi più credibile pare, tuttavia, essere quella secondo la quale furono proprio i bizantini ad inventarla onde rappresentare la pretesa di ricostruire l'unità dell'Impero Romano (peraltro mai realmente avvenuta). Di tale emblema esistettero nel corso dei secoli due versioni: una bianca su fondo rosso (tipica, per es., di Serbia e Montenegro) ed una nera su fondo oro (Monte Athos, Grecia, Impero Asburgico, Russia Zarista, ecc.); pare ne esistesse anche una versione dorata su fondo nero, ma le testimonianze in merito sono piuttosto scarse.Ad ogni buon conto, la diffusione dell'aquila quale emblema statuale in area germanica e in area slava derivò in primo luogo dalla creazione del Sacro Romano Impero, che Karl Heristal (passato alla Storia col nome di Carlo Magno) istituì su sollecito di papa Leone III subito dopo la sua incoronazione (Roma, 25 Dicembre 800 d.C.): in segno di omaggio verso gli imperatori romani, dei quali si considerava erede e continuatore, Carlo Magno adottò l'aquila, facendola incidere sul sigillo imperiale; questo spiega come mai l'attuale stemma di Stato tedesco raffiguri un'aquila nera col rostro (= becco) e le zampe rosse su fondo oro, ispirando in tal modo anche la bandiera nazionale tedesca a strisce orizzontali nero-rosso-oro.Tale emblema venne poi ripreso dagli Hohenstaufen, la dinastia sveva cui appartennero Federico I Barbarossa e suo nipote Federico II, che però virarono il campo in argento (dunque bianco), che poi passò agli Hohenzollern, che con gli Hohenstaufen condividevano la comune origine renana e la radice del cognome, per poi divenire principi di Brandeburgo, re di Prussia e, infine, imperatori di Germania (1871-1918): in quest'ultima circostanza il cancelliere prussiano Otto von Bismarck creò la nuova bandiera del Reich, che ai colori prussiani (nero e bianco) unì quelli anseatici (bianco e rosso) a significare che, pur sotto l'egida prussiana, il nuovo Impero nasceva con una struttura federale.Anche Napoleone adottò l'aquila come simbolo del proprio Impero, facendola raffigurare di tre quarti di colore dorato su fondo azzurro son la corona imperiale in capo, uno scudetto con la cifra "N" sul petto ed il turcasso di Giove (in origine un fascio di fulmini, poi ridotto a due tortiglioni fiammeggianti) tra gli artigli.La Polonia fu un altro Paese (forse l'unico in questo senso in Europa Orientale) ad adottare l'aquila monocipite come emblema di Stato; non essendovi indizi sicuri sull'araldica del periodo in cui regnarono i Piast, è quasi certo che furono gli Jagelloni (già granduchi di Lituania) ad esportare il simbolo, di colore bianco su fondo rosso. Tale emblema divenne talmente popolare che, anche dopo l'estinzione degli Jagelloni, esso continuò a rappresentare la Polonia pure quando essea fu smembrata tra la Prussia , la Russia e l'Austria, per essere ripristinato nel 1918 con la corona sul capo a rappreesntare la sovranità popolare e l'autorità dello Stato. Lo stesso regime comunista mantenne in vigore l'aquila bianca su fondo rosso, ma soppresse la corona, ripristinata solo all'indomani della caduta del muro di Berlino (1989).L'adozione dell'aquila da parte degli Stati Uniti e del Messico ha, invece, tutt'altra origine. Il Paese centroamericano la fa, infatti, risalire alla fondazione della capitale Tenochtithlàn (oggi Città del Messico), sorta dove una leggenda sosteneva sorgesse - in mezzo al lago Texcoco - uno scoglio dominato da un cactus su cui un'aquila stava divorando un serpente asonagli da poco catturato. Tale simbolo fu posto sulla bandiera messicana (simile alla nostra come forma e disposizione dei colori) sin dal momento dell'indipendenza (1821), e non fu abolito neppure quando l'arciduca Fernand Maximilian, fratello del kaiser Franz Josef ed ultimo vicerè del Lombardo-Veneto, divenne imperatore del Messico, anche se dal 1968, anno in cui nel Paese latinoamericano si svolsero le Olimpiadi, il serto che contornava il simbolo si aprì lasciando libera la parte superiore.  

Gli USA decisero, invece, di adottare come proprio simbolo l'aquila di mare (meglio conosciuta come aquila americana) contrapponendola al leone, simbolo della Gran Bretagna, Paese allora dominante le tredici colonie d'oltreoceano. Tale decisione derivò dal fatto che molti degli Stati e dei governi europei (primo tra tutti la Francia , che però all'epoca usava tre gigli d'oro su fondo azzurro) che sostenevano la ribellione avevano l'aquila come simbolo, e che - come abbiamo detto - essa era abbastanza facile da riprodurre; ma l'aquila era - insieme al lupo e all'orso - anche uno dei principali simboli dei pellerossa, che la associavano al culto del sole, rendendo in questo gli indigeni del Nuovo mondo simili agli antichi egizi.Ad ogni buon conto, il simbolo portò, alla lunga, fortuna agli americani, tanto da essere ancora oggi il simbolo della potenza e della democrazia statunitense, e da essere portata persino sulle uniformi dei colonnelli e dei capitani di vascello del grande d'oltreoceano.

Sebbene questi siano gli esempi principali, non sono, però, gli unici: gli stessi goti e longobardi rappresentarono l'aquila nelle proprie insegne militari e civili, ma anche in ornamenti e gioielli sia maschili che femminili, molti dei quali giunti sino a noi (da studi recenti pare, però, che si tratti più di fenici che di aquile), ed anche l'Indonesia ha come proprio emblema l'aquila, simbolo di Garuda (una divinità locale molto antica, da cui prende il nome anche la compagnia aerea di bandiera locale).anche molti Paesi musulmani riconoscono l'aquila come proprio simbolo. Ne esistono due versioni: quella quraish, che prende il nome dalla tribù di cui faceva parte il profeta Muhammad (adottata, per es., dalla Libia), e quella cosiddetta "di Saladino", più stilizzata, adottata - tra gli altri - dai palestiesi e dall'Iraq.

Vi sarebbero molti altri casi di cui parlare, ma lo spazio e il tempo non ce lo concedono; speriamo, in ogni caso di esere stati - per quanto lunghi - abbastanza chiari ed esaustivi sull'argomento

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