Archeologia
Il relitto bizantino di Cefalù
Gianfranco Purpura - Il relitto bizantino di Cefalù
Redazione Archaeogate, 11-01-2004
Una nave bizantina, assai stretta e lunga, di provenienza orientale naufragò a Cefalù, in Sicilia, intorno alla prima metà del VI sec. d.C., affondando in pochi metri di profondità nei pressi della riva[1]. E' probabile che il dritto di prua poggiasse su di uno scoglio emergente, mentre lo scafo pesantemente zavorrato, arenandosi, veniva a formare quasi una barriera ai flutti e si distruggeva nelle sovrastrutture, disperdendo il carico nella zona sottovento.
Trovandosi a bassa profondità in prossimità di una zona abitata, immediatamente si tentò di recuperare quanto si poteva, ma i reperti imbarcati erano numerosi e pregevoli; quando finivano in frantumi sotto la sabbia ed il fango non potevano più essere individuati e tratti in salvo. Gli antichi infatti non erano in grado di effettuare scavi subacquei, anche se di modesta entità[2]. La sabbia finiva per vanificare ogni sforzo e, poi, dove esattamente cercare?
A quel tempo la Sicilia era in mano dei Goti di Totila che l'avevano invasa e Giustiniano tentava di recuperare all'Impero il Nordafrica e l'Italia, territori sui quali ormai da tempo un imperatore romano non era stato più in grado di esercitare l'antica autorità.
Da allora il grande tumulo di pietre di zavorra dello scafo naufragato, circondato dalla sabbia, ha costituito un'irresistibile attrazione per il pesce, ma anche per chi, pescando, ha notato la presenza di almeno sette ancore di ferro bizantine coeve che circondavano il rilievo dal quale fuoriuscivano tronchi di legno con corteccia, infissi a distanza regolare lungo i bordi del tumulo[3].
Il sospetto di essere alla presenza di un relitto è divenuto certezza solo quando si è notato che i tronchi, lasciati grezzi, apparivano lavorati solo nei punti d'intersezione, all'altezza di quel trave che doveva essere l'incintone, tra i legni che erano allora resti dei bagli di coperta e dei madieri. Anche nel relitto bizantino di Yassi Ada II in Turchia, del IV sec. d. C., era stato realizzato uno scafo grezzo in alcune parti esterne, per economizzare sul costo della manodopera.
Il rinvenimento del mascone di prua - la bitta con le tracce dello scorrimento della fune d'ormeggio e di parti del fasciame dello scafo - che si trova ancor oggi sepolto nei pressi del tumulo, confermava l'esistenza nel fondale di parti disgregate di uno scafo, che era andato lentamente alla deriva da un originario punto d'ormeggio, marcato da una grande ancora sul fondo alla distanza di un centinaio di metri dal sito del naufragio.
Un'altra circostanza è valsa a nascondere nel tempo il vasto giacimento archeologico: il fatto che nel XVIII sec., quando era v iceré di Sicilia Emanuele Filiberto, si era ritenuto possibile utilizzare il tumulo della nave bizantina per intraprendere la costruzione di un molo, con lo scaricarvi sopra ulteriore pietrame. Il devastante progetto era stato fortunatamente quasi subito abbandonato, ma ciò era valso a ricoprire ulteriormente i resti di quella che sembra essere stata una nave da guerra, proveniente dal Mar Nero, legata all'oscura vicenda della riconquista giustinianea della Sicilia in occasione della guerra gotica (547 – 551 d.C.).
La conferma di tale datazione - la metà del VI sec. d.C. - è offerta dagli abbondanti, coerenti ed omogenei reperti ceramici che circondano il tumulo, tra cui una lucerna con vistose tracce d'uso. La varietà dei tipi d'anfora e la scarsezza del numero di esemplari reperibili per ciascun tipo induce a pensare più ad un carico di un'imbarcazione militare, che di commercio, come nel caso della più piccola, ma quasi coeva, imbarcazione bizantina ritrovata a La Palud , in Francia[4]. Frequenti a Cefalù sono le iscrizioni greche e latine, prevalentemente di nomi propri [ Iereus , Aimes , vinu ( m ) Silvani ].
La presenza di ceramica sigillata chiara di pregio, come nel caso di un grande bacino, conferma l'impressione di agiatezza che producono i reperti di bordo. Il modello originario di raffigurazione di tale bacino rappresentava forse i titolari delle due partes imperii , contrapposti con i simboli della regalità (la stella) e della pace (la colomba).
Nel sito sono stati ritrovati, oltre a numerosi reperti lignei ed anfore, attrezzi di ferro d'ogni genere - come lime, mazze, zappe, vanghe bidente - frammenti di zolfo, un lingotto di rame, uno scandaglio. Reperti della cambusa poppiera – come frantumi di pentole, tegami, mattoni del focone anneriti dal fuoco si rinvengono ad est, ad una estremità del giacimento. U n foculus , sorta di fornello mobile di bordo, che consentiva di cuocere producendo al contempo acqua calda, sembra provenire dai dintorni del tumulo[5]. In base alla documentazione subacquea - in parte sepolta in situ ed in parte esposta nell' Antiquarium di Imera[6] - almeno dal IV sec. a.C. l'insenatura era stata frequentata come ancoraggio.
Una spada dal tumulo bizantino rievoca il probabile carattere militare del giacimento, ribadito da palle di pietra e da un enigmatico reperto litico, che potrebbe essere parte di un'antica catapulta. Ancora più difficile da interpretare è un tubo di ferro, incastonato in una massiccia trave lignea, in un incavo ad "U"[7]. Si potrebbe pensare ad un cannone quattrocentesco, ma reperti di tale età sono assolutamente assenti in questo tratto di costa. Non è stato mai ritrovato il tubo lanciafiamme di un dromone bizantino, che, alimentato da un mantice, scagliava dalla prua l'inestinguibile fuoco greco, mistura a base di zolfo, minerale raffinato in panetti, i cui frammenti sono presenti nel sito. Anche se il fuoco greco appare utilizzato nella battaglia di Creta contro la flotta araba intorno alla metà del VII sec. d.C., sembra che sia stato preceduto da un più antico surrogato[8]. E' però evidente che un'ipotesi di tale rilevanza non può essere neppure formulata in assenza di un recupero, che attualmente non è stato realizzato, anche se resta possibile. Il dubbio che i primi cannoni quattrocenteschi abbiano potuto avere, tale struttura non a caso e che cioè siano stati modellati su più antichi strumenti di guerra, appare comunque certamente fondato.
Una prospettiva di ricerca offerta dal giacimento bizantino di Cefalù è costituita infine dalla composizione della zavorra, non solo formata da pietre di tipo particolare (granito rosa, pietre micacee, marmo bianco), ma anche da elementi architettonici di pregio, forse resti dello spoglio di edifici diruti: parte di una colonnina, un capitello, la cornice di un ambone intarsiata con pietre colorate e divelte, frammenti di lastre ed il basamento di un portale in marmo proconnesio, un frammento di panneggio di una statua togata. Si potrebbe supporre che il grande scafo, di oltre una trentina di metri di lunghezza e con un elevato coefficiente di finezza, sia stato pesantemente zavorrato anche con materiali edili di risulta, abbandonati in prossimità degli scali d'alaggio dell'ignoto porto di partenza, dopo un evento disastroso come un terremoto. Poco prima dell'invio della flotta di trecento dromoni per la riconquista giustinianea della Sicilia sotto il comando dell'anziano funzionario Liberio nel 547 d.C.[9], Costantinopoli e le zone adiacenti erano state danneggiate da un forte scuotimento della terra[10].
Gianfranco Purpura
Dipartimento di Storia del Diritto - Università di Palermo
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Note
[1] Purpura, Il relitto bizantino di Cefalù, Sicilia Archeologica, 51, 1983; Id., Rinvenimenti archeologici sottomarini nella Sicilia occidentale, Sicilia Archeologica, 57 - 58, 1985, pp. 51-57; Id., Nuovi rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale, Atti IV Rassegna di Archeologia subacquea (Giardini, 1989), Giardini, 1992; Id., Rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale, Archeologia subacquea 3, Suppl. al n. 37-38/1986, Bollettino d'Arte, Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, pp. 139-160; Id., Nuovi rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale (Quadriennio 1986-1989), Archeologia subacquea. Studi, ricerche e documenti, Roma, I, 1993, pp. 163-184; Id., Archeologi in fondo al mare, Kalós. Arte in Sicilia , luglio- agosto 1998, pp. 6–15; Id., Il relitto bizantino di Cefalù: ultimo atto?, XIV Rassegna di Giardini, 27 – 29 ottobre 2000 [=Archaeogate (www.archaeogate.org/subacquea) , ottobre 2000]. La zona era stata presa in considerazione già nel 1974 senza notare l'esistenza del relitto, ma riscontrando la presenza di numerose ancore bizantine (Purpura, Alcuni rinvenimenti sottomarini lungo le coste della Sicilia nord occidentale, Sicilia Archeologica, VIII, 28 -29, agosto-dicembre 1975, pp. 57-84).
[2] In un relitto romano in Sardegna con un carico di pesce in conserva, studiato da Edoardo Riccardi si riscontra che con grande fatica subacquea si era giunti a segare persino i madieri emergenti dalla sabbia per recuperare qualche pezzo di legno, ma non erano stati raccolti gli oggetti di pregio dispersi a pochi metri di profondità sotto un velo di sabbia. Anche il carico integro del relitto di Comacchio (inizi del I sec. d.C.), insabbiato in prossimità della riva, dimostra la sorprendente potenzialità dei giacimenti a bassa profondità. Cfr. F. Berti, Rinvenimenti di archeologia fluviale ed endolagunare nel delta ferrarese, Archeologia Subacquea 3, Bollettinod'Arte, Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato, Suppl. al n. 37-38, Roma, 1987, pp. 25 ss.
[3] Nell'estate del 1980, mio fratello, Alessandro Purpura, autore delle foto che corredano il testo, mi segnalava la presenza di "tronchi d'albero" emergenti dal fondo.
[4] L. LONG, G.VOLPE, Note préliminaire sur l'épave de la Palud à Port-Cros (Var) : un chargement d'amphores de l'antiquité tardive, in : Bonifay M. et al. (ed), Marseille romaine et tardive : études de matériel , Lattes, Aix-en-Provence, 1995 (Etudes massaliètes 5)
[5] Beltrame, Vita di bordo in età romana, Roma, 2002, pp. 61-3; Purpura, Un foculus dai dintorni del relitto bizantino di Cefalù, Archaeogate 12 giugno 2003.
[6] Purpura, Antiquarium di Imera: il relitto bizantino, Archaeogate, 2001.
[7] Purpura, Il relitto bizantino di Cefalù: ultimo atto?, XIV Rassegna di Giardini, 27 – 29 ottobre 2000, Archaeogate, ottobre 2000
[8] Mercier, Le feu gregeois, Paris, 1952; Partington, A history of greek fire and gunpowder, Cambridge, 1960; Hall, Note di pirotecnica militare, Storia della Tecnologia, II, Torino, 1962, pp. 380 ss.
[9] Procopio, Guerra Gotica III, 39-40; IV, 24. Le navi dei Goti erano in parte imbarcazioni sottratte all'impero d'Oriente.
[10] Guidoboni, I terremoti prima del Mille in Italia e nell'area mediterranea, Bologna, 1989, pp. 696 ss. segnala eventi tellurici a Costantinopoli nell'ottobre 541 ed il 16 agosto 542; a Corinto e a Cizico nel 543; ad Afrodisia, Dionisiopoli, Odesso nel 544/545; di nuovo a Costantinopoli l'8 aprile 546 e nel febbraio 548; in Egeo e Palestina nel 551.