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Arte e Archiettura

San Michele in Acerboli (Acervulis) a Sant'Arcangelo di Romagna (RN)

a cura di Carlo Valdameri

San Michele in Acerboli (Acervulis) a Sant'Arcangelo di Romagna (RN) .Presso San’Arcangelo di Romagna (RN), ai piedi del colle ove attualmente si trova il paese, sorge la pieve di San Michele in Acerboli (Acervulis).

Come è intuibile dal nome, la pieve si trova sul luogo ove anticamente si era costituito il Pagus Acerbolanus, ovvero l’originario abitato del quale sono state ritrovate tracce durante alcuni scavi archeologici condotti nei passati decenni e che, verosimilmente si dissolse in epoca medievale per ricostituirsi sulla sommità del vicino Monte Giove. Tra l’altro, dai ritrovamenti effettuati si ricaverebbe che l’economia della zona, in epoca romana, gravitasse attorno a diversi insediamenti produttivi i quali sono stati identificati come fornaci. Per quanto poi riguarda la pieve, essa, nonostante i rifacimenti ed i danneggiamenti subiti nel tempo, conserva ampiamente la struttura che probabilmente si può considerare originaria e che può essere datata, ormai concordemente, alla fine del V°- inizi VI° secolo. (1)

Si sarebbe quindi in presenza di una basilica edificata durante il periodo finale della dominazione gotica della penisola italiana o, più probabilmente, in quello immediatamente successivo, quando il dominio bizantino subentrò a quello dei Goti. In ogni caso, come ha evidenziato Eugenio Russo, il raffronto tra la tipologia delle murature nonché quello che riguarda gli stili architettonici sembrano indicare significative analogie tra alcuni particolari della struttura di San Michele in Acerboli e quelli di chiese come Sant’Apollinare in Classe (VI sec.) . Sempre poi inquadrando la pieve del Pagus Acerbolanus nel contesto dell’architettura bizantina del VI secolo, in uno studio compiuto negli anni ’80, sempre Eugenio Russo ha evidenziato similitudini tra alcune caratteristiche costruttive della chiesa di San Giovanni in Studios a Costantinopoli (i cui resti sono tuttora abbastanza conservati e leggibili) con quelle della chiesa romagnola per la quale, a questo punto, si può ipotizzare una progettazione di un architetto attivo nella Capitale in quello scorcio di anni.
Per completezza, va inoltre evidenziato come altri confronti fossero stati già proposti da alcuni studiosi anche con un’altra chiesa romagnola, probabilmente coeva a S. Michele anche se assai più manomessa, che si trova nelle colline presso Forlì e che è San Giovanni in Barisano.

Tentando poi di descriverne in linea di massima le strutture, è possibile segnalare come San Michele in Acerboli si presenti come un edificio ad una navata, originariamente aperta da una trifora in facciata (ora occultata dal campanile romanico) e da una serie di ampie finestre a doppia ghiera - cioè con lo stipite “sbalzato” a “gradini”, com’è tipico in molte costruzioni tardo – antiche - nonché da una serie di porte aperte lungo la navata le quali oggidì si mostrano tutte murate ad esclusione di quella di accesso. (2) Queste porte, in particolare, sono state oggetto di diverse ipotesi circa la loro funzione. Esse sono in numero di sette (compresa quella attualmente aperta): due presenti nella muratura dell’arco trionfale ai due lati dell’abside (una per lato) , mentre altre due si trovano distribuite su ciascuna parete della navata. A proposito del significato di queste porte, si è accennato, da parte di diversi autori, ad un possibile simbolismo legato al numero delle aperture stesse, od anche a un espediente del progettista per “movimentare” la vista sulla navata. A questo tipo di considerazioni- che, sia chiaro, non ci sembrano affatto da scartare in via di principio, ma bensì da integrare ed approfondire - per quel che vale, chi scrive intende aggiungere le proprie.
A parere del sottoscritto, le porte potrebbero essere spiegate in funzione di un porticato, addossato a tutti i lati della muratura, del quale si ipotizza l’esistenza nella situazione più antica della chiesa.
Sempre secondo questa ipotesi, le funzioni del porticato sarebbero state quelle, ne più ne meno, di protiro in quanto struttura necessaria ad ospitare penitenti e catecumeni presente in pressoché tutte le chiese paleo-cristiane.
Da questo punto di vista, ci pare che spunti interessanti si possano ricavare dall’osservazione di esempi quali quello offerto da una chiesa siciliana (datata addirittura al IV sec.) come è quella dedicata a San Foca che si trova a Priolo San Gallo (SR).

http://utenti.lycos.it/beniculturali/id59.htm la quale originalmente forse mostrava strutture identificabili come narteci addossati lateralmente alla navata. Ammesso questo, ne conseguirebbe che le sette aperture sarebbero state concepite semplicemente per permettere la comunicazione tra l’interno della chiesa e l’esterno dove, evidentemente, era previsto si riunisse un numero piuttosto alto di persone. Segnaliamo anche che, quando San Michele in Acerboli fu sottoposta ai primi restauri nel 1912, esistevano edifici addossati alle pareti e forse non è da escludere che essi fossero interpretabili quali resti o ricostruzioni parziali dell’ipotetico nartece.

(K. Bull Simonsen: La chiesa di San Michele in Acervulis, in Sant’Arcangelo di Romagna "Alto medioevo" I Venezia, 1967.)

Tra l'altro, parrebbe possibile immaginare, per la chiesa di Sant’Arcangelo, anche una struttura porticata molto "leggera", sebbene sembri irragionevole pensare che per ospitare i catecumeni non si sia considerato un riparo di una qualche consistenza. Comunque le tracce presenti sui muri estremamente tormentati della navata difficilmente permettono di essere interpretate, dati gli evidenti pesanti risarcimenti compiuti nel tempo.


(1) Studi tuttora fondamentali per approfondire la conoscenza dell’edificio possono essere considerati:
E. Russo: La pieve di San Michele Arcangelo a Sant’Arcangelo in "Studi romagnoli" 1983.
K. Bull Simonsen: La chiesa di San Michele in Acervulis, in Sant’Arcangelo di Romagna "Alto medioevo" I Venezia, 1967.

(2) Non si intende naturalmente in questa sede approfondire altri aspetti dell’edificio che pure meriterebbero di essere discussi ed evidenziati.

Ci limitiamo quindi a citare:

a) i resti di mosaici che fanno pensare ad una costruzione originaria ricca e di “alta” committenza;
b) la presenza di una cripta, sicuramente aggiunta nei secoli del Medioevo (e probabilmente coeva al campanile), verosimilmente distrutta per aggiornare la chiesa alle esigenze della Liturgia tridentina. Di essa esistono segni evidenti nell’abside ed alcune frammentarie strutture;
c) elementi lapidei medievali o forse anche più antichi, quali il rilievo scolpito attualmente riutilizzato come base d’altare ed anche il fonte battesimale.
d) infine l’interessante dibattito che si aprì sulla effettiva dedica a San Michele, in relazione alla documentazione riguardante un’iscrizione ove si citerebbe una presunta originaria dedica ai SS.
Giovanni e Paolo;
e) il fatto, assai importante per la percezione del “sacro” degli antichi, che la chiesa parrebbe orientata nella direzione del sorgere del sole il giorno dei SS. Giovanni e Paolo. Vedi, in proposito:

http://spazioinwind.libero.it/iconografia/Acerboli.htm

Immagini riguardanti la chiesa si possono trovare in:

http://spazioinwind.libero.it/iconografia/Acerbolinartece.htm

http://spazioinwind.libero.it/iconografia/Acerboli.htm



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