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Bisanzio e il SudItalia

Le gravine di Puglia


a cura di Pentesilea

A tutti è stato insegnato sin dall’infanzia che ‘l’uomo primitivo’ viveva nelle grotte… Ebbene nelle gravine si può vedere quel che ci è stato detto: qui infatti il fenomeno carsico e la natura delle rocce hanno creato, nei tempi geologici, le condizioni di riparo per l’uomo, appunto le grotte.
Queste, però, sono state utilizzate non solo nella preistoria; infatti gli studiosi hanno evidenziato che il fenomeno del ‘vivere in grotta’ nelle gravine è stato caratteristico anche del Medioevo.
Per un certo periodo si è creduto che l’origine di questi insediamenti fosse legata alla colonizzazione dei monaci bizantini fuggiti dall’oriente a seguito della lotta iconoclastica promossa dall’Imperatore Leone III l’Isaurico nel 726 d.C., il quale intendeva combattere, per più ragioni, il culto e la diffusione delle immagini sacre.

Così i monaci fuggitivi si sarebbero insediati in queste grotte dei ‘costoni tufacei’ dell’Italia meridionale. Oggi appare ridimensionata l’idea dell’influenza monastica nell’origine di questi insediamenti e si riconosce il loro carattere ‘civile’ e precedente alla presenza monastica. Probabilmente il fenomeno degli insediamenti rupestri va collocato nel periodo della fine dell’Impero Romano d’Occidente ed inquadrato nel generale clima di insicurezza reale e psicologica di quei secoli: entrarono in crisi le strutture statali e quelle delle città, aumentarono le imposizioni dei popoli barbari ed inoltre si accrebbero le incursioni dal mare, per cui le popolazioni delle pianure costiere si rifugiarono nelle gravine, pur conservando abitudini della loro originaria civiltà urbana.

Può darsi che in seguito, nei secoli centrali del medioevo, la scelta di vivere ‘in grotta’ sarà dipesa anche da motivazioni economiche: probabilmente era più conveniente asportare materiale, ‘scolpire l’abitazione’, piuttosto che realizzare costruzioni all’aria aperta. Più in là poi, intorno al IX-X sec., parallelamente al generale processo di ‘incastellamento’ d’altura (le motte), le gravine avranno svolto la stessa funzione difensiva.  Comunque il problema relativo alle origini della scelta del ‘vivere in grotta’ non è stato esaurientemente risolto a causa della frammentarietà della documentazione. Certamente il ‘vivere in grotta’ non è mai stato nel Medioevo segno di marginalità rispetto alle ‘normali’ forme di urbanizzazione all’aria aperta, ma è apparso come un modello insediamentale integrato a quello ‘propriamente’ urbano. E’ per questo che in sede storiografica si è voluto indicare con ‘civiltà rupestre’ la realtà storica di questi agglomerati. Questi luoghi hanno espresso infatti una cultura materiale, spirituale ed artistica ancor oggi visibilmente riconoscibile: ‘villaggi cinti da mura di fortificazione o sbarramenti, serviti da strade d’accesso, attraversati da sentieri e scalette, con magazzini, impianti igienici, sepolcreti organici con tombe familiari’ (Giovanni Uggieri).

La vita spirituale ed artistica delle chiese rupestri è rintracciabile negli affreschi (o ciò che resta di essi) e nelle loro architetture che ricalcano per molti versi le forme di quelle all’aria aperta. Proprio la fioritura artistica è l’elemento che meglio evidenzia, rimarca e sottolinea gli scambi culturali ed i collegamenti tra queste comunità ed il più ampio panorama storico pugliese del medioevo: dal periodo in cui la Puglia gravitava nell'orbita politica bizantina al successivo periodo di dominio normanno, per giungere poi a quello svevo ed angioino (XV sec.), nel quale si assiste ad un declino quasi generale dei villaggi rupestri a causa di molti fattori interagenti, non ultimi le conseguenze della crisi economica e demografica della metà del Trecento e le varie riforme dell’organizzazione fondiaria aragonese. La storia delle gravine è leggibile inoltre nelle abitazioni, le case-grotte: il periodo preistorico si riconosce nelle cavità naturali poco o per nulla modificate dall’intervento dell’uomo; l’età medievale presenta invece grotte modificate e adattate dall’uomo oppure interamente scavate per propri usi specifici. In origine queste abitazioni sono formate da un ambiente polivalente, in seguito invece da più ambienti, come le case a pianta quadrangolare articolate in più vani tra loro comunicanti. Spesso nel prospetto di abitazioni basso medievali si può vedere l’ingresso della grotta modellato in muratura. All’interno della casa-grotta si ricavavano, nelle pareti, nicchie per ripostigli ed anche alcove per letti, piccole cavità porta lucerne, buchi per cavicchi ed incassi per strutture lignee. Sul soffitto o sopra la porta d’ingresso si creavano aperture per l’aerazione e per la luce del giorno. Inoltre si escavavano cisterne e contenitori o piccole conche sotto il pavimento. Diverse abitazioni erano affiancate da stalle, magazzini per derrate ed attrezzi oppure da recinti per il bestiame o per le colture di ortaggi. L’aspetto generale dell’insediamento visto dall’alto si mostrava, grazie alla più ricca presenza boschiva dell’epoca, meglio nascosto di oggi e risultava essere un luogo inaccessibile per chi non conoscesse i ripidi e tortuosi sentieri fiancheggiati da strapiombi.

Le chiese rupestri presentano in genere una pianta semplice pseudo rettangolare con una o più absidi e nicchie laterali; e le pareti sono rivestite di affreschi (oggi non ben conservati) e a volte intorno ad esse viene rilevato un banco nel masso calcareo con funzione di sedile. Un tipo più complesso di chiesa è quella a tre absidi, suddivisa in navate da pilastri anch’essi scavati nel tufo. In alcune di queste chiese vi è un muro che divide la zona santuario dal resto della cappella e da esso si aprono un ingresso centrale e due secondari in corrispondenza delle absidi. Questo muro, in genere adorno di immagini, è detto iconostasi. Entro le absidi si trova spesso il plinto degli altari aderente alla parete oppure staccato da essa secondo il diverso rito liturgico, latino o greco. In certi casi, nel suolo della cripta, si notano escavazioni circolari che sembrano vasche o pozzi adibiti probabilmente ad uso battesimale (ad es., Mater Christi di Castellaneta, provincia di Taranto). Il soffitto delle chiese rupestri è generalmente piano ma non sempre: a volte presenta adattamenti che sembrano riprodurre la copertura delle chiese a cupola (ad es. Chiesa della Candelora a Massafra).

Considerando la pittura parietale, non solo nei suoi aspetti agiografici ma anche decorativi, essa ci rinvia a tre nuclei culturali fondamentali: quello legato al mondo bizantino, che funge da sostrato culturale, quello legato alla tradizione crociata e quello associato ad un ambito culturale e devozionale locale, autoctono. Delle immagini dei santi ancora conservate nelle chiese rupestri circa il 90% si riferiscono a santi di origine greca, ma anche quelle di santi di origine occidentale erano ben conosciute in ambito greco-bizantino, come si evince dall’iconografia testimoniata nel Sinassario di Costantinopoli. Bisogna ricordare che la matrice bizantina degli affreschi è stata comunque filtrata dall’elemento locale che ha posto la cultura figurativa rupestre all’interno di più ampie scuole pittoriche, com’è il caso del Pantocratore del San Nicola di Mottola (prov. di Taranto) che evidenzia aspetti di una cultura stilistica in linea con la scuola miniatoria palatina di Monreale (Palermo). Ma, in sostanza, che cosa significa vedere pitture di matrice bizantina? Che cosa c’è alla base dei motivi figurativi posteriori, occidentali?

La caratteristica principale dell’arte bizantina sta nel passaggio dal ‘sensualismo’ antropomorfo del mondo antico ad un alto contenuto spirituale che l’immagine doveva ‘evidenziare’: l’immagine non viene più concepita come una somiglianza materiale del soggetto rappresentato. Al pittore bizantino interessa l’immagine di una ‘similarità spirituale’ mentre al pubblico bizantino non importa il realismo delle fattezze umane e dei movimenti, ma contemplare l’immagine spirituale. Alla luce di ciò i tratti delle figure sono stereotipati; gli sguardi sono fissi e statici.  Così il rapporto visivo che si stabilisce osservando le immagini degli affreschi rupestri pone al centro l’idea della figura umana come segnale, simbolo dell’immagine realisticamente intesa. Il rapporto con il nostro passato ed il giudizio su tali opere deve essere stabilito proprio su questo assunto. L’influenza culturale occidentale, normanna, sveva, angioina, modificò lo schematismo rigidamente bizantino delle pitture rupestri. Basti pensare ad alcuni elementi iconografici del periodo angioino che, partiti da Taranto, fecero eco nelle gravine circostanti, come le chiome, le corone regali, i gioielli, la ricchezza delle vesti di cui esemplare testimonianza è la raffigurazione di Santa Margherita nell’omonima chiesa rupestre di Mottola.
E’ importante inoltre accennare a quanto il movimento delle crociate abbia suscitato nell’immaginario anche di questi luoghi, se pensiamo agli attributi di San Giorgio della chiesa di Laterza (scudo crucisegnato, l’elmo ecc.).  In ultima analisi è doveroso accennare alla dinamica del trapasso dal rigidismo bizantino al dinamismo dello stile occidentale. Si pensi all’affresco della Madonna della Buona Nuova di Massafra che, rispetto all’immobilismo dell’arte bizantina è reso ‘quasi terreno’, tanto da evocare lo stile delle famose scuole pittoriche romana e toscana che, nei secoli XIII e XIV, per prime infransero tali schemi.

Si ringrazia Giovanni Battista Valentini.


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