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Esercito e Battaglie E' il mattino del 3 giugno del 552! Totila comanda altri attacchi, ma è tutto inutile, i cinquanta ardimentosi respingono qualunque assalto. Terminata questa azione, entrambi gli eserciti si schierano a battaglia. Narsete arringa così i suoi soldati: “ Per voi, o prodi, che dovete andare incontro a nemici chiaramente inferiori, sia per valore che per numero e, in genere, per tutta la loro preparazione militare, credo non sia necessario altro se non condurvi sul campo, con la protezione di Dio” Totila dal canto suo esorta i suoi con queste parole: “Ci troviamo sia noi che l’imperatore Giustiniano, completamente esausti e privi di ogni forza a causa delle fatiche, delle lotte e dei disagi che abbiamo sostenuto per un troppo lungo periodo. Se in questo estremo scontro usciremo vittoriosi sui nemici, essi non saranno mai più in grado di venirci a sfidare un’altra volta, mentre se saremo sconfitti noi in battaglia, non ci resterà più alcuna speranza di poter riprendere la lotta. Tenendo presenti queste considerazioni, andiamo dunque ad affrontare i nemici con tutto il nostro ardore”. Sia da una parte che dall’altra si dispongono tutti frontalmente in una falange molto allungata e profonda. Narsete comanda l’ala sinistra con tutti i suoi lancieri e scudieri e con 8000 arcieri, l’ala sinistra è occupata dagli altri soldati romani di truppa e da altri 8000 arcieri. Al centro Narsete schiera i Longobardi, gli Eruli e tutti gli altri barbari, facendoli smontare da cavallo e rimanere appiedati. All’estrema ala sinistra Narsete schiera 1500 cavalieri ad angolo rispetto al resto dello schieramento. Totila dispone in prima linea tutta la sua cavalleria, mentre lascia indietro la fanteria. Per un po’ di tempo né gli uni né gli altri danno inizio alle ostilità. Ad un certo punto Totila si fa avanti da solo, nello spazio tra i due schieramenti. “Indossava una corazza abbondantemente ricoperta d’oro e dalle piastre della corazza, dal copricapo e dalla lancia pendevano fiocchi di porpora e fregi di ogni altro genere, degni di un re. Egli dunque, montato su un imponente cavallo, si diede a caracollare con destrezza nello spazio fra i due eserciti in una specie i danza armata: fece galoppare il cavallo in un girotondo, poi in senso contrario e continuò a farlo volteggiare così in cerchio. Mentre cavalcava, gettava per aria il giavellotto e l’afferrava a volo, ancora vibrante, e lo palleggiava abilmente dall’una all’altra mano, con mille evoluzione. Nell’eseguire questi esercizi, si pavoneggiava, piegandosi all’indietro con le spalle, dondolandosi sulle anche, inchinandosi a destra e a sinistra, come uno che fosse stato accuratamente educato fin da bambino all’arte della danza”. Finita questa danza della guerra e arrivati altri 2000 cavalieri Goti, inizia la battaglia vera e propria. I cavalieri Goti si gettano alla cieca contro il cuore dello schieramento nemico, ma pagano le conseguenze della loro avventatezza. L’attacco si infrange contro le potenti milizie barbare e contemporaneamente gli arcieri sulle ali coprono i nemici di dardi. Si accende una furibonda lotta, ma il valore dei Romani spegne l’impeto dei Goti, lo stesso Procopio: “Io non posso trovare parole di elogio per qualcuno dei Romani o dei loro alleati barbari a preferenza di altri. Unico in tutti quanti l’ardimento, unico il valore e l’energia impiegata: ognuno sostenne col più encomiabile slancio l’urto dei nemici avanzati e ne respinse l’attacco”. Al tramonto i Goti cominciano a battere in ritirata e i Romani li incalzano. Perdono sempre più terreno sino a decidersi alla fuga, spaventati dal gran numero dei nemici e da quella perfetta macchina da guerra che è l’esercito romano. Addirittura, dice Procopio: “Non mostrarono alcun’intenzione di difendersi, colti dal terrore come se fossero apparsi loro dei fantasmi o fossero assaliti dal cielo”. Il ripiegamento è una rotta totale. I cavalieri si ritirano così disordinatamente che alcuni fanti sono travolti dai loro commilitoni. Quindi i fanti non possono far altro che fuggire altrettanto disordinatamente. I soldati Romani, galvanizzati da questa scena, li massacrano senza pietà. Anche Totila, l’immortale, si dà ad una fuga ignominiosa. Totila, ormai scortato da non più di 5 o 6 uomini, è raggiunto da un piccolo gruppo di cavalieri romani. Uno di questi lo ferisce gravemente, ma l’intervento di uno del suo seguito, fa sì che gli inseguitori si fermino, mentre Totila continua la sua corsa senza posa. Dopo pochi chilometri sono costretti a fermarsi, Totila non ce la fa più, è sfinito, la ferita è mortale. I suoi commilitoni lo seppelliscono e poi ripartono. I Romani pochi giorni dopo riescono a trovare il corpo del grande nemico. I soldati romani non credono ai loro occhi: l’immortale è morto! La guerra è vinta |
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