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Filosofia

Retorica e logica

a cura di Claudio Bergamo


Per capire cosa sia la retorica e quali siano i suoi diversi significati, dobbiamo necessariamente parlare di dialettica platonica. Cos’è la dialettica per Platone? E' il metodo della filosofia, è un procedimento seguendo il quale il pensiero riflette con sé stesso, discute con sé stesso per elevarsi progressivamente alle verità superiori, alle idee in sé. Ma questo discutere della ragione con sé stessa, non significa che ciò possa avvenire solo privatamente, in un solo individuo che pensa per sé: il dialogo tra più persone è infatti la massima espressione della ricerca della verità per Platone. Partire da opinioni diverse e contrastanti (ossia dal mondo della doxa, dal mondo dell’opinabile, del soggettivo) e giungere a verità certe sulle quali non si può che convenire è quindi il procedimento dialettico. Tale metodo si configura come il tentativo di ricondurre il molteplice all’uno, di poter elevare la propria anima al di sopra del mondo del divenire della corruttibilità e dalla impermanenza per permetterle di contemplare la sua origine divina, ossia il mondo delle idee. Si capisce dunque che la dialettica platonica nasce per contrapporsi criticamente alla retorica ed alla argomentazione sofistica. Infatti retori e sofisti sono coloro che hanno dato autonomia alla parola e sciolto il legame che la parola aveva con le cose. Cosa significa? La verità, al tempo dei sacerdoti orfici e dei poeti, si raggiungeva attraverso dio o attraverso pratiche di purificazione; comunque “si raggiungeva”, “si cercava”, il che significa che la verità era un qualcosa di stabile e già dato e che il compito del poeta o del sacerdote era quello di raggiungerla. Il compito del sofista o del retore, è invece quello di crearla: se le parole sono state svincolate dalle cose, non si riferiscono più ad esse, non c’è subordinazione delle parole alle cose ma il contrario. Le parole hanno le loro regole in sé, non hanno leggi da rispettare o schemi che le trascendono con i quali confrontarsi: le parole creano le verità instabili. Non si parla più della verità certa, immutabile ed autofondata ma di infinite verità che, create dai discorsi sofistici, cambiano continuamente. Le verità del sofista sono tali in quanto persuadono, seducono, suggestionano. La retorica è quindi l’arte di padroneggiare la parola. Essa, fin dalla sua nascita in Magna Grecia, si configura come una ricerca dimostrativa delle buone argomentazioni che rendono il discorso credibile (come dirà Aristotele) e fa leva sull’aspetto emotivo-psicologico dell’interlocutore. Protagora, infatti, crede che la retorica serva a rendere forte anche il discorso più debole: non essendoci una verità assoluta, è possibile predicare qualità opposte della stessa cosa e la retorica faceva proprio questo, costruiva discorsi opposti intorno ad ogni argomento. Per Gorgia, invece, la retorica è una tecnica, non una scienza e si avvicina alla dialettica: egli, nelle dispute filosofiche, si serviva dell’antitesi, ossia sosteneva un determinato punto di vista mostrando gli effetti negativi del suo opposto. Vi sono inoltre molti argomenti retorici divenuti famosi quali “Il sorite” (se tre non è molto e quattro non è molto, e non lo è cinque, quando si passerà da poco a molto?), “il velato” (se uno che si avvicina è un nostro conoscente, ed è velato, insieme lo conosciamo e non lo conosciamo) e “il mentitore” (quello che dico è falso; ciò, in apparenza, non può essere né vero né falso). Per Platone la retorica “è artefice della persuasione che fa credere, ma non di quella che fa sapere intorno al giusto e all’ingiusto”. Per cui la dialettica platonica si contrappone alla retorica perché per Platone vi è una sostanziale unità tra verità e giustizia, tra logica e dialettica, tra dimostrazione e argomentazione; sono tutte identità che non potrebbero mai permettere un’oscillazione di senso come quella stabilita dai sofisti. Dire che le verità vengono create dai discorsi vuol dire ammettere che la verità può non corrispondere al Bene, all’ideale, al giusto. E ciò per Platone è inammissibile. Ed è qui che interviene Aristotele con la costruzione della logica: egli vuole chiarire la differenza tra logica e dialettica, tra dimostrazione e argomentazione, vuole, in un certo senso, divaricare l’unità platonica di strumento e contenuto (ripresa in seguito dagli stoici ma soprattutto da Cicerone con la retorica come tecnica dei discorsi virtuosi e buoni). Egli fu il primo analizzare sistematicamente e a formulare la logica con la serie di scritti poi denominata “Organon”, termine che significa “strumento”. Si capisce quindi che essa non è interna alla filosofia, non è un suo contenuto ma è più uno strumento del quale la filosofia si avvale (in realtà tale denominazione non fu decisa da Aristotele per cui non possiamo dire con sicurezza quale fosse il posto della logica nella classificazione del sapere). In generale possiamo dire che la logica aristotelica tratta delle inferenze: lo stagirita disse che “inferenza è l’enunciabile in cui, poste alcune cose, per il fatto che esse sono, segue di necessità qualcosa di distinto da esse”.
Infatti la forma più perfetta di inferenza è quella costituita dal sillogismo: date due premesse, una maggiore e una minore, segue necessariamente una conseguenza che è diversa dalle premesse ed è vera solo se esse sono vere. Si può parlare quindi sia di necessità logica, per cui la conseguenza derivante dalle premesse non può che essere quella, sia di deduzione, ossia di un procedimento logico che consente, a partire da dati singolari e particolari, di giungere all’universale. La logica aristotelica si divide in due parti principali: l’apodittica che porta a conoscenze vere e certe (“scientifiche” per così dire) e la dialettica che porta a conoscenze opinabili. Per cui è questa la critica che muove al suo maestro: l’oggetto del discorso non può aspirare alla “certezza scientifica”, ma rimane confinato nell’universo sterminato dell’opinabile, nel mondo della doxa. La dialettica “non dimostra nulla e non è costituita per cogliere l’universale”: non è dimostrativa perché non afferma ma interroga; pur essendo affine alla filosofia (che è scienza dimostrativa fondata sul metodo deduttivo che coglie l’universale ed ha intenti unicamente speculativi) avendo anch’essa finalità conoscitive, la dialettica se ne discosta perché il suo obiettivo non è cogliere la verità in sé, ma la confutazione dell’avversario. La retorica, invece, pur muovendosi sullo stesso terreno della dialettica, è interessata a “individuare i mezzi appropriati di persuasione” e a costruire discorsi lunghi. Essa si differenzia pure dalla sofistica che è conoscenza solo apparente perché si basa su opinioni generalmente non reali o condivisibili e non ha intenti conoscitivi ma ha l’obiettivo “di raggiungere una fama che procuri guadagni”. Per cui, per Aristotele, né la dialettica, né la retorica e tanto meno la sofistica, possono essere considerate dimostrative, non hanno valenza da un punto di vista speculativo, conoscitivo ma solo pratico. Con delle eccezioni però: nonostante la dialettica non sia una conoscenza certa, di tipo apodittico, essa può servire non solo in campo pratico (basti pensare all’etica) ma anche in quello filosofico (così come la retorica di cui diremo più tardi). Essa è utile in due sensi: innanzitutto, serve ad considerare ogni cosa da entrambi i lati e quindi permette una più facile distinzione tra vero e falso, inoltre serve ad indagare i principi delle scienze. A questo punto può sorgere un dubbio: come fa la dialettica, che è pratica e quindi non apodittica, a riflettere sui principi della scienza, che in quanto tale è certa ed evidente? La risposta è semplice: i principi delle scienze, per la loro stessa natura, ossia per il fatto che sono il fondamento delle scienze dimostrative, non possono essere indagati apoditticamente o dimostrati. Devono essere presupposti negli eventuali tentativi di fondarli perché essi costituiscono l’ossatura dell’indagine scientifica. Quindi è compito della dialettica quello di sondare i principi primi delle scienze perché essa non deve presupporre quei principi che vuole analizzare.

Per Aristotele ci sono tre generi di discorso retorico: deliberativo rivolto a qualcuno che deve prendere decisioni (ambito politico), giudiziario rivolto a chi deve giudicare (ambito giuridico) ed epidittico che deve suscitare lode o biasimo (conferenze). Il retore, inoltre, deve tener conto del pubblico con cui ha a che fare, deve quindi riuscire a non annoiare il suo interlocutore e a convincerlo o commuoverlo. L’oratore dev’essere quindi credibile, deve riuscire a incidere sul suo pubblico ed emozionarlo e deve ricorrere ad argomentazioni atte a mostrare il vero (il vero o ciò che si vuole far passare per vero). Le armi del retore sono l’entimema e l’esempio: il primo è un particolare tipo di sillogismo rivolto solamente al pubblico e che in quanto tale parte dall’opinabile, dal probabile e non giunge alla verità o alla certezza ma unicamente a ciò che tale appare; il secondo non è altro che la base e ciò che costituisce la premessa del primo: l’entimema, per giungere ad una conclusione, parte dall’enumerazione di casi particolari, o esempi. In conclusione, nonostante ciò, la retorica è utile per Aristotele per almeno quattro motivazioni:1) per non perdere una causa giusta per propria colpa; 2) perché alcune persone si convincono di più con le nozioni comuni che con le dimostrazioni “scientifiche”; 3) perché padroneggiare le argomentazioni di tesi opposte consente una migliore conoscenza della questione ed una più efficace capacità di confutazione; 4) perché è giusto che l’uomo sia in grado di difendersi con le parole tanto quanto lo sa fare con il corpo.


Bibliografia :

U. Galimberti, Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli

C. Natali, Istituzioni di storia della filosofia antica



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