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Imperatori

Isacco I Comneno

a cura di Sergio Berruti


Il primo dei Comneni

Quando Isacco Comneno si trovò di fronte i Senatori della Città per la prima volta, poco dopo aver preso possesso della Capitale, molti di loro furono presi da gran timore, di fronte alla freddezza con cui vennero accolti. In realtà tutto era stato ben combinato da coloro che già da tempo gestivano il potere nell'Impero, ma era pur vero che da decenni un soldato non vestiva la porpora. E poteva rivelarsi foriero di sorprese sgradite a quel Senato che si godeva quanto accumulato dalle vittorie precedenti.

La situazione

Come è noto, alla morte di Basilio II si scatenò la lotta tra l'aristocrazia civile della capitale e l'aristocrazia fondiaria militare, che vide presto soccombere la seconda, a vantaggio della nobiltà civile, dell'aristocrazia fondiaria burocratica, della nuova classe mercantile e delle classi colte. In breve, la preminenza della Capitale, il succedersi di sovrani imbelli, imposti dalla nuova classe dominante, il rilassamento delle strutture che avevano portato alla grandezza l'Impero nei secoli precedenti, portarono questo all'orlo del collasso.
Alla metà dell'XI secolo le casse dello Stato, ricolme alla morte del Bulgaroctono, erano vuote: le enormi spese affrontate dai basileis; l'estrema larghezza nei donativi ad istituzioni ecclesiastiche, ad amici e parenti; l'uso massiccio del sistema delle excusseiai , delle esenzioni fiscali, nei confronti di proprietari laici ed ecclesiastici; il sempre più frequente affidamento dell'esazione delle tasse ad appaltatori; l'espandersi delle grandi proprietà e l'inizio del sistema della concessione delle terre in pronoia, avevano ridotto drasticamente le entrate, portando tra l'altro ai tempi di Costantino IX al primo deprezzamento del nomisma. Scricchiolava inoltre molto pericolosamente la struttura militare, che, consolidata nei secoli, era stata deliberatamente smantellata: gli effettivi militari, che, giunti a superare le 250.000 unità sotto Basilio II, erano parsi decisamente sovradimensionati, vennero drasticamente ridotti; i themata vennero ridimensionati e smantellati, le proprietà dei contadini soldati non più assicurate e, nel tempo, assorbite, e gli stessi stratioti ebbero la possibilità di evitare il servizio militare tramite pagamento in denaro; aumentava la necessità di truppe mercenarie. Crollava il sistema tematico, e crollava quella potenza militare che era stata alla base dei successi di Bisanzio nei secoli precedenti. Il problema era che la sicurezza che animava i nuovi padroni di Costantinopoli era alquanto affrettata: se nell'immediato nulla pareva poter toccare la nazione più potente del momento, in breve all'orizzonte sarebbero comparsi i Normanni in Italia, Magiari, Uzi e Peceneghi nei Balcani e i Turchi Selgiuchidi alle frontiere orientali.

Il generale

Non ci si accorse subito, ovviamente, del rapido deteriorarsi della situazione, anche se campanelli d'allarme suonavano in Italia, ove con difficoltà i Romani si contrapponevano ai Normanni, nei Balcani, ove prima una rivolta dei Bulgari e poi le sempre più pressanti incursioni dei Peceneghi mettevano in seria difficoltà le inadeguate armate imperiali, e ai vertici stessi dell'Impero, privi d'una vera autorità e caratterizzati da tentativi d'usurpazione. Tuttavia il malumore serpeggiava, e l'estinzione della casa macedone ed il susseguirsi d'incapaci sul trono non poteva che affrettare una soluzione decisa che avvenne dopo circa un anno dalla intronizzazione dell'anziano Michele VI Stratiotico.  Il giorno di Pasqua del 1057 costui ricevette, come al solito, delegazioni dei vari corpi dello Stato, richiedenti favori ed elargizioni. La deputazione dei militari era composta da Catacolone Cecaumeno, duca di Antiochia caduto in disgrazia, da Isacco Comneno, da Michele Burtzes e da Costantino e Giovanni Ducas.  Tanto gli altri, burocrati, senatori, intellettuali, erano stati ricevuti amichevolmente, quanto i militari vennero maltrattati: Michele li ricoprì di improperi, a detta di Michele Psello, ed in particolare insultò Isacco Comneno, accusandolo di tradimento e d'essere il responsabile della perdita di Antiochia. Cedreno è meno drastico, e racconta che nell'incontro il basileus si limitò a non esaudire le richieste dei generali, che in buona sostanza concernevano il ripristino delle loro proprietà. Fatto sta che la deputazione si ritenne mortalmente offesa e decise la ribellione all'Imperatore, in particolare dopo che costui si accanì contro alcuni capi militari quali Briennio, che venne fatto accecare. Romano Sclero, Botaniate, Cecaumeno si levarono contro Costantinopoli e rifiutarono di proseguire le operazioni militari in corso, in un momento tra l'altro pericolosissimo, poiché l'anno precedente i Turchi Selgiuchidi di Toghrul Beg avevano preso possesso di Baghdad e premevano direttamente sulle frontiere imperiali, e scelsero quale loro capo Isacco Comneno.

Costui, esponente eminente dell'aristocrazia militare terriera anatolica, era il capo naturale dei rivoltosi. Non giovanissimo –era nato intorno al 1005-, discendeva da una famiglia proveniente da Comne, vicino ad Adrianopoli, che possedeva estesi possedimenti a Castamone, in Paflagonia. Suo padre, Manuele Erotico, aveva seguito una brillante carriera sotto Basilio II ottenendo i titoli di Protospatario, Curopalate, Stratego e Prefetto d'Oriente. Uomo dotato di grande carisma, Isacco, dice Psello, “era infatti preminente non solo per nascita ma anche per aspetto regale; la sua nobiltà d'animo e fermezza di carattere erano anche eccezionali. Uno sguardo… bastava ad ispirare rispetto”. Un po' per ritrosia di facciata, un po' perché effettivamente avrebbe preferito evitare lo spargimento di sangue romano, Isacco inizialmente rifiutò l'onore e l'onere che gli si offriva; tuttavia di fronte all'insistenza di Michele –e, probabilmente, non ignaro del fatto d'avere degli appoggi a Costantinopoli stessa-, accettò l'acclamazione delle sue truppe che, l'8 giugno del 1057, lo proclamarono imperatore. Michele VI inizialmente tentennò, poi, contro la volontà dei suoi consiglieri, tra cui Psello, decise l'attacco. Una armata piuttosto disunita e composita, comandata dall'eunuco Teodoro, mosse dalla capitale e si attestò a Nicomedia, permettendo ad Isacco di occupare Nicea senza colpo ferire. Quindi ad Hades, nei pressi di Nicea, avvenne lo scontro, il 20 agosto. Inizialmente le truppe lealiste, in maggior numero, ebbero la meglio; quindi il valore personale di Isacco Comneno e di Catacolone Cecaumeno fece la differenza: i lealisti vennero disfatti, e lo stesso Teodoro entrò a patti con Isacco. Michele VI a questo punto accettò i consigli che a suo tempo non aveva preso in considerazione, e decise di trattare: ad Isacco venne inviata una delegazione che gli offriva il titolo di Cesare e l'adozione, prefigurante la successione al trono. I componenti erano Michele Psello, il senatore Teodoro Alopo e Costantino Licude, già µes???? di Costantino IX Monomaco, insomma, la classica espressione di quello che Lemerle definisce il governo dei filosofi. La delegazione venne ricevuta amabilmente, il 24 agosto a Nicomedia, e la descrizione dell'apparizione d'Isacco è uno dei brani più impressionanti dell'opera storica di Psello, ed ebbe esito positivo, nonostante la contrarietà di taluni membri dell'entourage di Isacco, quali Cecaumeno. Le visite si ripeterono, nei giorni seguenti, con lo scopo di perfezionare gli accordi tra Isacco e Michele, ma nella realtà, come appare chiaro dai racconti di Scilitze, per prolungare artificiosamente le trattative così da permettere ad Isacco di proseguire la sua marcia d'avvicinamento alla capitale, e all'interno della stessa alla quinta colonna che affiancava il ribelle di preparare il colpo di stato. Il 31 agosto del 1057 i Senatori ed il Patriarca Michele I Cerulario deposero Michele VI, ed il Patriarca lo costrinse ad indossare vesti monacali, ed il giorno successivo Isacco, che nel frattempo era giunto a Crisopoli, entrò in trionfo nella Città, accompagnato dalle acclamazioni e dalla gioia festosa degli abitanti, accolto, dice Psello, “come se fosse Dio stesso”. Lo stesso Michele Cerulario pose in Santa Sofia il diadema imperiale sul capo di Isacco Comneno.

L'Imperatore ed il Patriarca

  Pareva che si realizzasse l'ambizione di quella combinazione tra aristocrazia civile e la Chiesa che aveva agevolato l'ascesa al trono di Isacco: costui avrebbe tenuto a bada l'aristocrazia terriera militare ma avrebbe dovuto tenere in debito conto chi gli aveva assicurato la corona. Ed in effetti il basileus inizialmente si mosse con discrezione: trattò alquanto freddamente il Senato, verso il quale non aveva alcun rispetto, ma senza gli eccessi che il suo predecessore aveva avuto nei suoi confronti, Psello venne insignito dell'alta dignità senatoriale di proedro e Licude riottenne la carica di mesazon , ed inoltre concedette molto al Patriarca: l'amministrazione di Santa Sofia venne ceduta al Patriarcato, e per la prima volta il suo Grande economo non fu più di nomina imperiale. Tuttavia Isacco si rendeva conto che i suoi progetti necessitavano di un giro di vite deciso, e che la salvezza dell'Impero doveva necessariamente prevedere lo scontro con i poteri che lo avevano accettato.

Non era del resto uomo che poteva essere manipolato con semplicità. Infaticabile, lavorava ininterrottamente, senza prender riposo. L'unico suo svago era la caccia, e ciò gli sarà fatale. Scilitze lo descrive come “un grande condottiero in guerra, un terrore per i suoi nemici, gentile verso i suoi amici”, ma il suo obiettivo era ridare all'Impero la gloria militare, poiché era comunque un soldato, e lo dimostrò simbolicamente coniando monete nelle quali si faceva rappresentare non più con il labaro, ma impugnando una spada. Ovviamente, secondo le tradizioni di Bisanzio, la guerra era per lui l'ultima spiaggia, e fu ben felice di risolvere diplomaticamente i contrasti con i Selgiuchidi, intimoriti dalle dimostrazioni di forza romane, ed i Magiari: anche perché si rendeva conto che ogni aggiunta significava una sottrazione, come disse lui stesso, e che la eliminazione di stati cuscinetto e l'eccessiva vicinanza con il nemico avrebbe portato prima o poi ad un conflitto che, nel caso turco, sarebbe stato d'esito quantomeno dubbio; tuttavia in Italia, dove oramai anche la Calabria stava cadendo nelle mani del Guiscardo, Reggio venne rafforzata e per la prima volta da anni si sentì l'intervento imperiale, e, soprattutto, non appena fu possibile Isacco dispiegò l'esercito contro i barbari Peceneghi, che traversando costantemente il Danubio creavano enormi problemi all'Impero. La campagna si risolse con il dissolvimento dell'orda pecenega, che in pratica non accettò neppure lo scontro, ma lungo la strada per il ritorno l'armata imperiale venne investita da una tempesta di inusitata violenza, ben descritta da Psello ma soprattutto da Anna Comnena, che causò non poche vittime.

Una politica di rafforzamento militare presupponeva comunque denaro, ed Isacco non esitò a reperirlo rompendo con le tradizioni ormai invalse da anni. Soppresse i donativi in denaro, sospese ed abrogò le molte esenzioni fiscali, aumentò la tassazione e, soprattutto, assicurò la certa riscossione delle entrate. Abrogando le esenzioni, richiese la restituzione di molte delle terre imperiali a suo tempo concesse a nobili e clero, rendendo nulli provvedimenti antecedenti la sua incoronazione, e con tale provvedimento confiscò molte proprietà agli aristocratici, alla Chiesa, ai monasteri, suscitando ovviamente l'ira dei soggetti colpiti. Psello critica quello che ritiene un atteggiamento avventato e frettoloso, ma ad esempio Attaliate sostiene che tali provvedimenti non potevano che giovare, tra l'altro, alla moralizzazione dell'ambiente monastico, giunto a livelli inaccettabili di potere e ricchezza.  Comunque tutto ciò creò un grave clima di insoddisfazione da parte di chi, dopo aver agevolato l'ascesa al trono di Isacco, si aspettava da lui gratitudine, ed in particolare si aprì una situazione particolarmente conflittuale con il Patriarca, Michele Cerulario, che non esitò ad accusare il basileus di ingratitudine, minacciando di deporlo, giungendo persino a calzare i pedila purpurei all'Imperatore riservati, sostenendo che era ben poca la differenza tra il sacerdozio e la sovranità, avendo già probabilmente in mente di farli calzare, quegli stivaletti, al suo parente Costantino Ducas.

In effetti raggiungeva in questi anni il suo apice l'annoso conflitto tra le due autorità, le due spade, quella temporale e quella spirituale, che da Basilio I e da Leone VI si stava risolvendo lentamente a favore della seconda. Scomparsa la dottrina della homoiosis , della assimilazione divina del basileus, oramai si sosteneva con sempre maggior forza che, come ricorda Silvia Ronchey*, è la Legge il vero basileus che sta sopra i basileis, e che è il Patriarca la vera immagine vivente ed animata di Dio. Il clero –insieme all'aristocrazia- limitarono sempre più la basileia, e si giunse ad una netta separazione delle funzioni, dove il Patriarca era il signore delle anime ed il basileus il signore dei corpi. Ma a Michele Cerulario ciò non bastava, ed il suo tentativo di prevaricare la potestà imperiale, come già in parte gli era riuscito con Costantino Monomaco, si scontrò con la ferrea volontà di Isacco Comneno, che della basileia aveva un altissimo concetto, quello che poi porterà i suoi discendenti a riportarne la visione ai pristini splendori, tanto che Eustazio di Tessalonica potrà dire di Manuele Comneno  che “regna con Dio come un dio in terra”.
Il conflitto tra l'Imperatore ed il Patriarca scoppiò violento, ed il secondo ebbe la peggio. Isacco l'8 novembre del 1058 depose ed esiliò Cerulario, che però rifiutò di abdicare alle sue funzioni. L'Imperatore a questo punto convocò un sinodo per accusare il Patriarca d'eresia, ed incaricò Psello di redigere l'atto d'accusa. Il sinodo venne convocato fuori dalla Città per evitare tumulti popolari, ma non servì: l'indomito Michele Cerulario nel frattempo si spense, da una parte liberando Isacco da un pericoloso avversario, dall'altro lasciando l'alone del martirio, che sull'Imperatore venne a pesare come un macigno. Il raffinato, astuto ed accorto Costantino Licude venne eletto al soglio patriarcale, dimostrando in tal modo quello che sarebbe stato il futuro.

La riscossa della nobiltà

Il basileus aveva ottenuto una vittoria di Pirro, con la sconfitta del Cerulario. Ora era del tutto solo, osteggiato dalla Chiesa, aborrito dai dynatoi , abbandonato dal popolo, che non gli perdonava quello che riteneva un attacco alle istituzioni religiose. Il suo regno non poteva non avere le ore contate, e Chiesa e poteri civili si allearono nuovamente per affrettare un doveroso cambio di timoniere. L'occasione giunse dopo una lunga giornata di caccia, nel novembre del 1059, al termine della quale Isacco risentì d'una forte e perniciosa infreddatura. In breve tale malanno si aggravò, portando con sé febbre e tremiti convulsi, tali da far pensare al basileus di trovarsi in pericolo di vita. Questa situazione, se non provocata, ben venne sfruttata da coloro che circondavano l'Imperatore, il quale, benché Psello assicuri che non vi sia stata alcuna pressione in tal senso, totalmente sfiduciato e crollato in uno stato di profonda apatia, decise di abbandonare il trono per la vita monacale. L'Imperatrice, la combattiva e volitiva Caterina, figlia di Ivan Vladislav di Bulgaria, cercò in ogni modo di dissuadere il marito da tale volontà, invano, e venne deciso che il successore sarebbe stato il nobilissimo e vacuo Costantino Ducas, presidente del Senato, con gran gioia dei dynatoi costantinopolitani, poiché Isacco non aveva figli, al di là di Manuele, oramai morto da tempo, e di Maria, che sarebbe entrata in convento con la madre di lì a poco, ed il fratello, Giovanni, aveva manifestato di non avere alcuna aspirazione al trono. Tuttavia la salute di Isacco parve migliorare, causando grave preoccupazione nell'Imperatore designato e nell'aristocrazia, che partì all'attacco, cercando di costringere all'abdicazione con le buone e con le cattive il Comneno, la cui malattia del resto riprese, tanto che, solo e pieno di sconforto, in dicembre vestì definitivamente l'abito monacale e si ritirò nel monastero di San Giovanni in Studio, ove trascinò la sua esistenza ancora per un paio di anni, fino al 1061. 
Solo dieci anni ancora, e sarebbe giunta Mantzikert…
  * Ronchey S., Lo Stato bizantino, Torino, Einaudi



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