Imperatori
Costantino X Ducas
a cura di Sergio Berruti
Isacco I Comneno aveva rappresentato una breve pausa lungo la strada che avrebbe dovuto portare al trionfo dell'aristocrazia civile costantinopolitana, un momento che essa stessa aveva accettato ma che rischiò, fino all'ultimo, di risultare estremamente pericoloso per il perdurare dei poteri forti che da decenni aspiravano alla piena gestione dello Stato.
La stirpe e l'intronizzazione
Costantino Ducas non era certo un homo novus. Nato nel 1007, proveniva da una famiglia che vantava un albero genealogico incredibilmente illustre, sia pur foriero di molti dubbi. I Ducas provenivano certamente dall'Anatolia, e, come solitamente accadeva alle famiglie originarie di quell'area, si erano contraddistinti nell'attività militare. Andronico, suo padre, era stato stratego di Bulgaria e protospatario, e lui stesso in prime nozze aveva sposato la figlia del nobile generale Costantino Dalasseno. Ma, per segnare ancora più questa caratteristica, ben consapevoli dell'importanza che la nobiltà di stirpe rivestiva nella mentalità romana i Ducas decisero di legare la loro famiglia ad alcuni dei più celebrati eroi della storia recente patria, e vantarono di discendere da quella stirpe d'origine cappadoce che era entrata in conflitto, alla fine dell'VIII secolo, con Irene, in seguito alla dispute sulle immagini, e poi si era distinta per la sua fedeltà al potere imperiale e per l'aver donato a Bisanzio alcuni dei suoi maggiori generali, come Alessio ed Andronico Moselé, che Ducellier* sostiene essere stati gli avi dell'eroe Digenis Akrites, ed i Ducas che rammenta lo stesso Psello, benché Zonara –come ricorda Kazhdan**- sostenga che con il futuro basileus non c'entrassero nulla, vale a dire l'Andronico valente stratego di Leone VI che, osteggiato violentemente dall'intrigante Samonas, dovette riparare presso gli Arabi; Costantino, suo figlio, che, acclamato imperatore dopo la morte di Alessandro, venne fatto massacrare per volontà di Nicola Mistico insieme a Gregorio, suo figlio, ed a ben tremila sostenitori; Panterio, imparentato a Romano Lecapeno e da lui considerato tanto abile nelle cose militari da esser quasi preferibile a Giovanni Curcuas.
Eppure cotanta stirpe, pur da lui vantata, non produsse in Costantino Ducas alcuna attitudine militare, ed egli preferì seguire le sue tendenze, che erano quelle dell'uomo di lettere. Fu parte integrante di quei circoli intellettuali e filosofici che rendevano illustre Costantinopoli e, insieme a Costantino -poi Michele- Psello, Costantino Licude e Giovanni Xifilino, rappresentò quel “governo dei filosofi” che giunse ad avere un peso preponderante nel governo di Bisanzio. La sua preminenza nell'aristocrazia civile e senatoriale ed il suo stretto collegamento con il potente clero bizantino venne simboleggiata dall'incarico di presidente del Senato che a Costantino venne affidato e dal suo matrimonio con la bellissima, intelligente e nobile Eudocia Macrembolitissa, nipote del Patriarca Michele Cerulario. E fu proprio il potente Patriarca a ipotizzare il trono per Costantino Ducas. L'insurrezione dei militari che portò Isacco Comneno a cingere la corona parve bloccare sul nascere questa ambizione, ma Michele Cerulario aveva in mente il suo pupillo, quando minacciava Isacco di scalzarlo dal trono ed indossava lui stesso i pedila purpurei al basileus riservati.
L'occasione giusta coincise con la malattia di Isacco Comneno che, per l'Imperatore, si aggiungeva ad un crollo psichico frutto della solitudine e dell'ostilità comune di chi lo circondava. Nel novembre del 1059 Isacco decise l'abdicazione e optò per la pace del monastero, non senza pensare al futuro dell'Impero che, certo su insistenza di consiglieri tutt'altro che disinteressati, mise nelle mani di Costantino Ducas. La momentanea ripresa dalla malattia parve far mutare opinione al basileus che, comunque, venne posto di fronte al fatto compiuto. Psello racconta: “Feci sedere (Costantino Ducas) sul trono imperiale, calzando ai suoi piedi i sandali di porpora… ed il Senato gli concesse la sua approvazione unanime”. Tanto bastò a far comprendere ad Isacco che una ulteriore dilazione avrebbe posto a rischio non solo il trono ma la vita stessa, sua e dei suoi cari, e Costantino, il 26 dicembre, venne acclamato Imperatore. Isacco, ottenuta sicurtà per la moglie, la figlia, il fratello ed i nipoti, si ritirò tra le mura dello Studio.
Il regno dei filosofi
La basileia di Isacco Comneno venne all'istante cancellata nella sua interezza, e Costantino X si collegò direttamente al regno di Costantino Monomaco.
Il nuovo imperatore non era uno sciocco, ma era quanto di più lontano ci si potesse aspettare in quel momento. Era fondamentalmente un amministratore, un burocrate, ed il continuatore di Scilitze, legato agli ambienti della nobiltà militare, ci dice che egli stesso ammetteva apertamente di preferire d'esser conosciuto come buon retore piuttosto che come grande Imperatore. Ed in effetti piuttosto che alle cure dell'Impero volle dedicarsi alle sue due grandi passioni, l'oratoria –che Psello ci dice non avesse studiato, ma a cui era naturalmente portato- e gli studi giuridici, una passione che accomunava l'Imperatore a colui cui era stata affidata la cattedra della nuova facoltà di giurisprudenza sotto Costantino Monomaco, Giovanni Xifilino, e che, divenuto nel frattempo abate a Trebisonda, lo stesso Costantino X Ducas vorrà quale successore di Costantino III Licude sul seggio patriarcale, perpetuando così la tradizione dei Patriarchi potenti ed espressione della nuova ed influente classe colta. Del resto, e Psello lo conferma, Costantino Ducas sentiva d'avere una missione, che non era quella di portare gloria all'Impero quale specchio della Gloria celeste –ed infatti ribadì più volte, ad esempio in una novella del 1065, che l'Imperatore non è altro che un uomo-, bensì quella di essere dispensatore di giustizia e di essere garante dell'ordine, e per questo Costantino, che era uomo molto pio, volle mostrarsi estremamente moderato ed alieno a qualsiasi tipo di punizione corporale.
Con tutto ciò, e proprio per l'ambiente da cui proveniva, la situazione dello Stato continuò lungo la via che i successori di Basilio II aveva tracciato. Gli uomini che assunsero la guida dell'Impero erano gli stessi che l'avevano retto fino ad allora, i rappresentanti della nobiltà civile e del clero come Psello, Licude e Xifilino. Michele Psello giunse ai vertici del potere in virtù dell'amicizia intima che lo legava al basileus, e che lui stesso vanta con grande intensità: “diventammo così intimi l'uno con l'altro”, scrive, “che ci scambiavamo visita frequentemente, rivelando in ciò una dilettevole amicizia”. Ritornarono in auge gli eunuchi, ed iniziò la sua ascesa politica quell'eunuco Niceforo, più conosciuto col soprannome di Nicefotitze che gli fu attribuito per la sua bassa statura, che diverrà onnipotente sotto Michele VII Ducas, dopo esser stato cacciato in prigione alla fine del regno di Costantino X per il suo inetto e corrotto governo di Antiochia. Le impopolari riforme di Isacco vennero abrogate e si riprese ad elargire donativi ed immunità alla nobiltà civile ed al clero. Divenne sempre più appariscente il fenomeno dell'espansione dell'aristocrazia burocratica, che si impinguava con l'ingresso nei suoi ranghi della nuova borghesia mercantile, il Senato si espanse a dismisura ed ebbe la tendenza a democraticizzarsi: si assisteva alla fusione tra l'aristocrazia civile e la classe media, come sostiene Kazhdan, fenomeno che arricchiva la prima ma che andava, ovviamente, a discapito della seconda, bloccandola sul nascere. La compravendita delle vuote ma prestigiose cariche onorifiche, è logico, divenne la norma, come lo divenne nuovamente la concessione in appalto dell'esazione fiscale. Tutto ciò aveva un prezzo e questo venne pagato dalla sicurezza dell'Impero, purtroppo in un momento storico che, al contrario, avrebbe necessitato di ben altra politica. Scilitze, che non esita a tacciare di mediocrità Costantino Ducas, sostiene che costui permise ai barbari di assaltare l'Impero, impuniti. In effetti per coprire i costi derivanti dalle molte prebende connesse alla smisurata espansione delle cariche concesse e per ovviare al crollo delle entrate nelle casse dello stato vennero tagliati in modo allarmante gli effettivi militari, e ciò in connessione con l'ostilità del basileus e dei suoi sostenitori alla nobiltà militare ed alla stessa parsimonia naturale dell'Imperatore. Ovviamente la dissoluzione dell'esercito rese necessario l'utilizzo di forze mercenarie, riempiendo l'armata imperiale di Uzi, Peceneghi, Variaghi, Normanni, Franchi, che pesavano non poco sulle casse statali, insieme ai tributi che sempre più spesso divenivano necessari per allontanare il pericolo dalle frontiere.
Frontiere che divenivano sempre più insicure, tanto sui Balcani, quanto ad Oriente, quanto in Italia, lasciate sguarnite e prive d'adeguata difesa.
La presenza imperiale in Italia era prossima alla scomparsa, ridotta pressoché alla sola città di Bari, ed il colpo finale lo diede papa Niccolò II concedendo a Roberto il Guiscardo il titolo di Duca di Puglia, Calabria e Sicilia. Costantinopoli tuttavia non accettò passivamente la scomparsa della sua secolare permanenza in Italia, e nel 1060 inviò truppe che riuscirono a liberare Taranto, Brindisi ed Otranto; nel frattempo Costantino X avviava trattative con l'imperatore tedesco Enrico IV e con l'allora antipapa. Tutto vano. L'anno successivo le città appena riconquistate tornavano sotto il dominio normanno, ed un ulteriore invio di truppe, nel 1066, servì solo a ritardare il crollo definitivo, favorendo la temporanea ripresa di Taranto e Brindisi.
I Balcani, già tormentati da quei Peceneghi che Isacco aveva ricacciato oltre il Danubio, videro l'affacciarsi dell'orda degli Uzi, spinti dai Cumani a valicare, in numero di ben 600.000, le frontiere imperiali. Le truppe romane e bulgare vennero distrutte dall'assalto barbaro, e gli stessi comandanti, Basilio Apocapa e Niceforo Briennio, caddero nelle mani dei nemici, che dilagarono senza alcun freno, saccheggiando Tracia, macedonia e Grecia. Costantino, del tutto alieno alle armi, decise di intervenire con un ritardo che lo stesso Psello stigmatizza, approntando un esercito di 150.000 uomini, ma venne prevenuto da una terribile pestilenza che infuriò tra i barbari, decimandoli e costringendoli a valicare nuovamente il Danubio, nel 1065. Quelli tra gli Uzi ed i Peceneghi che non erano tornati sui loro passi entrarono al servizio di Bisanzio.
Il fronte più drammatico era quello orientale. I Turchi Selguchidi di Togrul Beg con velocità impressionante avevano invaso i paesi arabi e, con la conquista di Baghdad, si erano posti quali strenui difensori dell'ortodossia sannita, dilagando, con altrettanta rapidità, verso le terre dei Fatimidi egiziani e dei Romani. I quali, con chiaro istinto suicida, avevano appena eliminato l'unico stato cuscinetto, il regno armeno di Ani, ed avevano smobilitato le truppe tematiche confinarie d'Armenia, terra che storicamente era stata un reale baluardo per l'Impero, per forza, per lealtà e per uomini. Costantino X Ducas non fece altro che rendere più grave la situazione, continuando la politica di repressione della Chiesa armena che aveva iniziato il Patriarca Michele Cerulario, mentre i Selgiuchidi attuarono una politica di grande liberalità religiosa, tanto che Matteo di Edessa si produrrà in grandi elogi per Malik Shah, successore di Alp Arslan. Il risultato fu che i Selgiuchidi di Alp Arslan conquistarono Ani nel 1064 e, senza incontrare resistenza apprezzabile, si spinsero fino a saccheggiare Cesarea nel 1067, attestandosi a poco più di cento km da Ancyra. Costantinopoli, che fino ad allora non si era resa conto del pericolo, cominciò a tremare.
Epilogo
L'Imperatore non fece in tempo ad assumere altre iniziative perniciose: nell'ottobre del 1066 aveva cominciato ad accusare i primi sintomi di quella malattia che entro pochi mesi l'avrebbe portato alla tomba. Certo della sua volontà di creare una dinastia duratura, fin dal comparire del male volle assicurare la sua discendenza, ed affidò al fratello Giovanni, in cui riponeva grande fiducia e che aveva nominato Cesare, i suoi figli, Costantino e Michele, proclamati coimperatori fin dal 1060, Andronico, scomparso presto, la bella Zoe, che sposerà Adriano, fratello di Alessio Comneno, e Teodora, che entrerà in convento con il nome di Arete. In effetti tali precauzioni apparivano necessarie, a causa della situazione politica e militare fortemente compromessa: già nel 1060 era stato scoperto e sventato un complotto, di cui faceva parte anche l'Eparca della Città, destinato a rovesciare Costantino mentre rientrava a palazzo, cui del resto non seguirono atrocità, poiché i ribelli vennero solamente privati dei beni ed esiliati. Era comunque un segnale di debolezza del potere imperiale che seguiva i complotti che avevano contrassegnato il regno di Costantino Monomaco, in particolare.
Il male che colpì l'Imperatore attraversò fasi alterne, che, talora, parvero concedergli speranza, ed in una di queste Costantino cambiò le sue ultime disposizioni, affidando, certo non senza più o meno velate pressioni, la sua discendenza al Patriarca Giovanni VIII Xifilino ed alla moglie Eudocia, la quale dovette sottostare al voto di non contrarre più matrimonio. Tale decisione fu, comunque, quella definitiva, poiché il 21 maggio del 1067 Costantino X si spense. Venne sepolto nel monastero di Molibotos, nei pressi della Porta d'Oro.
Eudocia assunse la reggenza per i figli, ma ben presto le drammatiche notizie provenienti da Cesarea spinsero lei ed il Patriarca ad infrangere il voto fatto al morente Costantino: giungeva il momento di Romano IV Diogene.
* Ducellier A., Cristiani d'Orient e Islam nel Medioevo, Torino, Einaudi
** Kazhdan A, Ronchey S., L'aristocrazia bizantina, Palermo, Sellerio