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Imperatori a cura di Mirko Ratti Parlare di Giovanni Zimisce vuol dire ricordare il protagonista di tre delle maggiori imprese militari di quella che è definita l’epopea bizantina e cioè la spedizione nel cuore del Califfato abbaside che vide l’esercito romano giungere a pochi chilometri da Bagdad, la spedizione in Siria e Palestina che portò Zimisce alle porte di Gerusalemme e la campagna contro i Russi che portò la frontiera imperiale a coincidere col corso del Danubio, cosa che non accadeva dal regno di Maurizio. Giovanni Zimisce era l’amante dell’imperatrice Teofano, donna molto bella e molto più giovane di Niceforo Foca; inoltre i rapporti tra i due uomini dopo la campagna in Cilicia si erano guastati e Zimisce era stato messo da parte da Niceforo. Alla morte del suo predecessore Zimisce si trovò in una situazione molto delicata. Si era inimicato la potente famiglia dei Foca la quale sino alla fine del regno di Basilio II non perse la speranza di riconquistare il trono. Il Patriarca e la Chiesa posero tre condizioni per incoronarlo: che esiliasse l’imperatrice Teofano, che Zimisce non avesse ucciso personalmente Niceforo e che abrogasse le leggi di Niceforo che limitavano l’aumento delle proprietà ecclesiastiche. Zimisce accettò le condizioni del Patriarca e fu incoronato il giorno di Natale del 969. Giovanni Zimisce discendeva dalla famiglia che aveva dato le origini al gran generale Giovanni Curcuas, era un armeno nato in una piccola città del distretto di Khozan e in prime nozze aveva sposato una sorella di Barda Sclero. Il suo primo atto fu di esiliare Leone Foca e suo figlio Niceforo a Chio e di ordinare all’altro figlio di Leone, Barda, stratego dei temi di Chaldia e di Colonea, di non mettere piede fuori d’Amasea. Giovanni incaricò il cognato Barda Sclero di tenere a bada i Russi e questi li affrontò ad Arcadiopoli obbligandoli ad evacuare la Tracia. Nel 970 Barda Foca si proclamò Imperatore e Giovanni gli inviò contro Barda Sclero, che si dimostrò un abile diplomatico, convincendo i generali del seguito di Foca a passare dalla parte del legittimo Imperatore. Barda Foca fu esiliato anche lui a Chio. Il pronunciamento della famiglia Foca fece decidere l’imperatore a sposare una principessa porfirogenita per rafforzare la sua posizione, e la scelta cadde su Teodora, una figlia di CostantinoVII. Giovanni, rafforzata la sua posizione, decise di affrontare i Russi. Inizialmente egli tentò la via diplomatica ma Svjatoslav rispose in maniera tale da obbligare Giovanni a cominciare le operazioni militari: ”Se i Romani non vogliono pagare, non resta loro che ritirarsi dall’Europa, dove non hanno alcun diritto di restare, e andarsene in Asia”. Nel 970 una flotta di 300 navi fu inviata sul Danubio allo scopo di tagliare la ritirata russa. Giovanni invase la Bulgaria e conquistò Preslav scacciandovi i Russi e catturando lo zar dei Bulgari, Boris. Alla notizia della caduta di Preslav, Svjatoslav andò incontro all’Imperatore che il 23 aprile 971, dopo una terribile battaglia, lo sconfisse obbligandolo a trincerarsi a Dorystolum. Mentre l’Imperatore era impegnato davanti a Dorystolum, Leone e Niceforo Foca entrarono segretamente nella capitale ma fortunatamente grazie alla fedeltà del drungarios Leone e del parakoimomenos Basilio vennero catturati e questa volta entrambi accecati e deportati nell’isola di Prote. Nel luglio del 971 Svjatoslav cercò di rompere l’assedio, ne seguì una tremenda battaglia che si concluse con la disfatta dei Russi. Il trattato di pace offerto da Zimisce a Svjatoslav fu più che onorevole e i Russi abbandonarono la Bulgaria per ritornare a Kiev, ma sulle rapide del Dnepr furono attaccati da Kurja Khan dei Peceneghi, ex alleato dei Russi, e qui trovò la morte Svjatoslav il cui teschio divenne la coppa con cui Kurja brindava assieme ai suoi boiari. Il trionfo nella capitale fu splendido, sul carro trainato da quattro cavalli bianchi c’era un’icona della Vergine, Boris seguiva a piedi il carro e giunto nel foro venne deposto dal titolo di Zar e nominato magister. La perdita dell’indipendenza politica portò anche alla soppressione del patriarcato bulgaro e tutta la diocesi bulgara passò sotto l’autorità del patriarca di Costantinopoli. Zimisce riuscì anche a riappacificarsi con Ottone I dando in sposa al figlio del sovrano tedesco sua nipote Teofano. Il matrimonio venne celebrato a Roma il 14 aprile del 972 ponendo fine ad una pericolosa frattura tra i due imperi. Zimisce libero da ogni problema in occidente partì per l’oriente per rafforzare la posizione dell’impero. Antiochia era stata assediata per 5 mesi da un esercito egiziano e per rompere l’assedio si rese necessario l’intervento delle forze dei temi orientali. Zimisce nel 972 attraversò l’Eufrate e il 12 ottobre prese Nisibi, poi puntò su Martinopoli (Mayyafariqin) ma non riuscì a prenderla, quindi rientrò nella capitale. Il comando delle operazioni in oriente fu affidato ad un armeno, Mleh, che il 4 luglio del 973 fu sconfitto nei pressi d’Amida da Hibat Allah, fratello dell’emiro di Mossul. Zimisce nel 974 raccolse un grande esercito in oriente e prima di dirigersi verso l’Eufrate puntò verso l’Armenia, la sua patria, sempre divisa a causa di una nobiltà bellicosa e indipendente. Nel 973 l’Armenia aveva trovato l’unità attorno ad Ashot III forse per paura di un attacco romano dopo l’annessione della provincia armena di Taron. Proprio a nord di Taron, Ashot aveva raccolto un enorme esercito di 80.000 uomini. Zimisce prima di addentrarsi in territorio mussulmano decise di incontrare i suoi compatrioti per rassicurarli delle sue intenzioni e una volta riconfermato il trattato di amicizia tra i due popoli ottenne anche 10.000 guerrieri da Ashot. Da Mus, capoluogo del Taron, Zimisce scese su Amida e Martinopoli che si arresero, poi raggiunse Nisibi che trovò deserta. Addentrandosi sempre più a sud, giunto alle porte di Bagdad tornò indietro. Il perché abbia rinunciato ad occupare Bagdad rinunciando alle sue immense ricchezze, non è chiaro, lo storico Leone Diacono dice che i mussulmani praticarono la tattica della terra bruciata e l’esercito romano privo di vettovaglie dovette ritirarsi, mentre Matteo d’Edessa dice che un grosso esercito egiziano partendo da Damasco occupò Tripoli e Beirut e puntò verso Antiochia minacciando le retrovie dell’esercito dell’Imperatore, obbligandolo a ritirarsi.
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