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Imperatori ASCENDENZE INQUIETE PRINCIPE RIBELLE Ma qualcosa si era infranto, nel frattempo, tra Manuele ed Andronico. Come a suo tempo tra Isacco e Giovanni. L’Imperatore decise di investire il cugino, rientrato a corte, del titolo di doux di Cilicia, ma Andronico approfittò della sua posizione per tramare contro l’Impero con i Selgiuchidi e con i Franchi. Privato della carica, ebbe comunque il ducato di Belgrado, Braničevo e Niš, con Kastoria quale personale appannaggio. Tutt’altro che grato del trattamento riservato, Andronico –concordi Giovanni Cinnamo e Niceta Coniata– cominciò ben presto a stringere segreti accordi con Geza II d’Ungheria al fine di giungere ad un accomodamento che avrebbe permesso al traditore di conseguire il trono, in cambio della consegna all’Ungheria dei territori governati. Il piano si sarebbe dovuto concretizzare nell’assassino di Manuele mentre era di stanza a Pelagonia ed in un attacco di Geza a Braničevo, ma l’intercettazione delle missive tra il ribelle ed il sovrano ungherese ne provocò il fallimento: questa volta Andronico venne incatenato e gettato nelle segrete del Grande palazzo di Costantinopoli. Era l’inizio del 1155. La prigionia d’Andronico durò poco: nell’autunno del 1158, in modo a dir poco rocambolesco, il prigioniero, “tipo ardito, il più versatile degli uomini, pieno di risorse nelle situazioni difficili(3)”, riuscì ad evadere ed a lasciar Costantinopoli, ma non a far perdere le sue tracce, che gli sgherri inviati da una inferocita Imperatrice Bertha/Irene riuscirono a seguire con successo. Andronico finì nuovamente in carcere, e questa volta ci rimase a lungo. Paul Magdalino ritiene che abbiano ragione coloro che non ritengono pura coincidenza temporale la prigionia e la fuga d’Andronico con i contemporanei eventi che portarono alla cattura ed all’accecamento dell’epì tou kanikleiou, ovvero segretario imperiale, Teodoro Stippeiota e di Michele Glica, tanto più che Glica si trovava in carcere con Andronico(4). E’ probabile che tali fatti siano stati alla base della decisione di Manuele di interrompere le operazioni in Cilicia ed in Siria per precipitarsi nella Capitale, poiché era nelle intenzioni dello Stippeiota, noto esponente della oramai indebolita aristocrazia civile, di deporre il basileus ed incoronarne uno finalmente scelto dal Senato ed a lui obbediente, colto, amante della sapienza e desideroso di circondarsi di uomini tratti dall’aristocrazia senatoria: Andronico stesso, forse? Ed il fatto che Stippeiota appartenesse a quel gruppo che vedeva di cattivo occhio l’alleanza con gli Hohenstaufen spiega anche l’attivismo dispiegato dall’Imperatrice nella ricerca del principe fuggitivo. E’ ovvio che Manuele non applicasse al cugino la stessa pena inflitta ai congiurati: non era bene coinvolgere in un evento tanto spregevole un così stretto componente la famiglia imperiale. Ma appare anche ovvio e logico il coinvolgimento di Andronico in una sorta di colpo di stato che avrebbe riportato indietro la struttura imperiale alla metà del secolo precedente, come del resto sarebbe accaduto anni dopo, quando il destino finalmente avrebbe realizzato i desideri più segreti di Andronico, tanto più che sul trono sarebbe salito comunque un Comneno, e con un nome che rispettava la celebre e diffusa profezia tratta dagli Oracoli di Leone il Saggio, secondo la quale le iniziali dei sovrani d’età comnena, a partire da Alessio I, avrebbero dovuto comporre la parola AIMA. Non esistevano comunque mura tali da poter rinchiudere a lungo Andronico che, nel 1164, in maniera ancor più romanzesca rispetto a sei anni prima, riuscì a fuggire per rifugiarsi, dopo aver percorso le terre bulgare, presso il principe russo Jaroslav di Galitza, Halič, avversario del filobizantino gran principe di Kiev. Vi restò fino al 1166 quando, inaspettatamente, Manuele lo richiamò al suo fianco, offrendogli totale sicurtà ed ottenendone fedeltà, in occasione del conflitto che opponeva l’Ungheria all’Impero ed in cui molto era stato investito. La collaborazione tra i due cugini si rivelò fruttifera, ed Andronico ebbe modo di dispiegare le sue conoscenze delle tecniche ossidionali, ma non servì ad assicurare il giuramento d’Andronico a quel principe ungherese Béla, ribattezzato Alessio, che Manuele aveva promesso alla porfirogenita Maria e che chiedeva fosse accettato quale suo successore. Pur avendo rifiutato di giurare fedeltà al successore designato del suo Imperatore, o forse proprio per quello, Andronico venne nominato stratego sul fronte armeno, con ampî poteri e con l’appannaggio di Cilicia e Cipro. Se Manuele riteneva che tale incarico avrebbe portato alla luce le capacità militari e strategiche del cugino, responsabilizzandolo, in questo fallì, poiché Andronico si fece battere più volte dall’armeno Toros. Invece ebbe modo di mantenere vive ben altre sue qualità, del resto già note, dal momento che ad Antiochia Andronico, che “godeva delle sfrenatezze come Sardanapalo”(5), ebbe modo di frequentare e di avviare una relazione con Filippa, figlia di Raimondo di Poitiers e sorella di Maria, sposa di Manuele Comneno. Lo scandalo che sortì da tale relazione, ritenuta incestuosa come lo era stata anni prima quella con Eudocia, fu enorme, e l’ira incontenibile del basileus costrinse un sicuramente soddisfatto Andronico all’ennesima fuga, questa volta presso il re di Gerusalemme Amalrico, che gli affidò la signoria di Beirut. Ma anche qui l’ineffabile principe non si smentì, invaghendosi follemente della splendida Teodora, vedova del re Baldovino III ma, soprattutto, figlia d’Isacco, fratello di Manuele. Era troppo: Amalrico, strettamente legato a Bisanzio, non poté più garantire alcuna protezione ad Andronico che, insieme al suo nuovo amore, da cui avrebbe avuto Alessio ed Irene, che si sarebbero aggiunti a Manuele, Giovanni e Maria, nati da una precedente sposa di cui non si conosce il nome, dovette continuare lungo la strada dell’esilio, riparando prima presso il sultano Nur ad-Din e poi presso il governatore turco di Teodosiopoli, l’attuale Erzurum. Costui affidò all’esule una fortezza confinaria, da dove per anni Andronico condusse periodiche incursioni entro i confini bizantini, riportandone prigionieri da rivendere come schiavi e, probabilmente, un anatema dal Patriarca di Costantinopoli. INFIDO PROTETTORE Il 24 settembre del 1180 Manuele I Comneno cessò di vivere. Il gran carro dell’Impero che da Alessio, ininterrottamente, mai aveva cessato di correre, accelerando sotto l’energica guida di Manuele, parve fermarsi e, venendo a mancare quel sovrano che, come efficacemente testimonia Niceta Coniata, aveva moltiplicato se stesso per l’intera Ecumene, Bisanzio sentì l’esigenza di ripiegarsi al suo interno, come per un’intima necessità a ripensare se stessa. Il nuovo basileus, l’undicenne Alessio II, venne affidato ad una reggenza che aveva nella madre, la latina Maria d’Antiochia, ora monaca con il nome di Xene, la Straniera, il fulcro, ma le redini dello stato finirono intieramente nelle mani del protosebastos Alessio Comneno, un nipote del defunto Imperatore. Strisciante ma rapida giunse ben presto l’implosione del sistema, e giunse per opera della stessa porfirogenita Maria, figlia di Manuele. Costui, conscio della delicatezza della situazione che si sarebbe creata al momento della sua scomparsa, aveva pensato un consiglio di reggenza ove non vi fossero figure di spicco, anche per non creare spaccature in una compagine familiare che già Miriocefalo aveva decimato, e che necessitava di tempo per rigenerarsi, magari all’insegna di quella trasformazione dello Stato che Manuele avrebbe desiderato, da delicato sistema d’alleanze familiari a vero e proprio dominio della Corona. Non ne ebbe il tempo, è chiaro, e la rapida ascesa del protosebasto Alessio accelerò lo scollamento del sistema di potere comneno, fino ad allora basato sulla fedeltà e sui legami incrociati delle varie forze di potere politiche ed economiche ad un principe indiscusso. Il protosebasto non lo era, e la porfirogenita Maria, sentendosi defraudata di quei diritti sovrani dei quali si riteneva legittima depositaria, ben più della matrigna o d’un parente burocrate, degna discendente di Anna Comnena, volle porsi a capo d’una congiura il cui fine era la scomparsa di coloro che, a suo dire, usurpavano l’Impero. Né agiva da sola: molti si mostravano apertamente insofferenti alla situazione esistente, e molti ritenevano che fosse giunto il momento per un vero rivolgimento, un momento al quale non voleva né poteva essere estraneo colui che ben vedeva approssimarsi l’ora della definitiva riscossa. La congiura organizzata da Maria e da Ranieri fallì, ma fu all’origine di quella “guerra sacra” che nel marzo del 1181 vide i ribelli asserragliati in Santa Sofia, da dove li trasse, amnistiati, il Patriarca Teodosio II Boradiota: le notizie di quel conflitto, e del disordine e dell’incertezza politica che ne seguirono, portate a Eraclea Pontica dalla figlia Maria, convinsero Andronico che era giunto il tempo di agire. Riprese le redini dell’esercito che già da mesi aveva approntato ad Oinaion, composto per lo più da Paflagoni e mercenari turchi, nella primavera del 1182 l’oramai sessantenne Andronico mosse in direzione della Città, confortato dalle notizie e dai pressanti inviti ricevuti. Era da tempo che mancava dalla capitale, ma certo non era stato dimenticato quest’uomo pieno di fascino, d’aspetto ammirevole, estremamente giovanile, di altissima statura –con un luogo comune letterario Niceta Coniata lo dice alto ben dieci piedi–, di grande eleganza, dall’animo valoroso e dotato di una eloquenza brillante, suadente e seducente. La marcia d’avvicinamento non fu esente da intoppi: Nicea, retta da Giovanni Ducas, si rifiutò d’accoglierlo, ed allo stesso modo gli impedì il passaggio nel tema dei Tracesi il suo governatore, il megas domestikos Giovanni Comneno Vatatze. Incurante, Andronico proseguì, finché a Charax, nei pressi di Nicomedia, fu fermato da un esercito che, alla guida di Andronico Angelo, il protosebasto aveva allestito contro l’usurpatore. Pur disponendo di truppe inferiori di numero Andronico ebbe ragione dell’avversario che, temendo le conseguenze della sconfitta, disertò, e così il Comneno poté allestire il suo accampamento a Calcedonia, di fronte alla Città. Spaventato, il protosebasto lasciò alla flotta il compito di allontanare da sé il pericolo incombente ma, invece di combattere, il megas doux Andronico Contostefano preferì passare con le sue navi dalla parte di Andronico, oramai dunque vincitore incontrastato ed acclamato quale liberatore per le vie di Costantinopoli. Di fronte all’opinione pubblica, ancora lealista, seppur confusa, Andronico mantenne un atteggiamento cauto, omaggiando da una parte il giovane Alessio II, legittimo basileus, giungendo fino al punto di inscenare una nuova incoronazione in Santa Sofia nel maggio del 1183, ma dall’altra allontanando da Palazzo Maria d’Antiochia. L’usurpatore preparava in tal modo la sua scalata al potere, isolando sempre più il sovrano legittimo, blandendo e ricompensando chi lo appoggiava e liberandosi cinicamente e senza scrupolo alcuno di chi in qualche modo avrebbe potuto costituire un ostacolo. La figlia di Manuele, Maria, scomparve ben presto, probabilmente avvelenata, e la seguì presto il marito, il cesare Ranieri. Essi avevano forse pensato di usare Andronico per i propri scopi, ma costui non era certo uomo da poter essere manovrato. Nel settembre del 1183 venne decretata la fine della stessa Imperatrice madre: accusata di cospirare con suo cognato, Béla III d’Ungheria, colui che a suo tempo era stato promesso alla porfirogenita Maria, la vedova di Manuele venne rinchiusa nel monastero di San Diomede e quindi soffocata. L’ultimo uomo che avrebbe potuto fare ombra ad Andronico, il venerato patriarca Teodosio Boradiota, aveva deciso di ritirarsi dagli affari mondani nell’agosto, per non essere costretto ad avallare un regime tirannico e, da ultimo, l’unione tra Irene, figlia del reggente, ed Alessio, figlio illegittimo di Manuele, un matrimonio tra cugini primi che mai la Chiesa avrebbe benedetto. Venne chiamato a succedergli Basilio II Camatero, uomo vicino ad Andronico. IMPERATORE Su di un Impero che, tuttavia, andava a pezzi. Già da tempo Kilidj Arslan di Iconio, “saputo che era passato nell’Ade colui che egli temeva come un masso incombente sulla testa(6)”, aveva ripreso ad attaccare le frontiere imperiali che, sguarnite, non offrivano resistenza, e così erano cadute Sozopoli, l’attuale Uluborlu, Cotieo, l’attuale Kütahya, ed Antalya si trovava in stato d’assedio. Nei Balcani, poi, l’intera costruzione così faticosamente eretta da Manuele I si sgretolava rapidamente: Stefano Nemanja, resosi indipendente, unì la Zeta alla Rascia e prese a devastare periodicamente i territori imperiali, saccheggiando Belgrado, Braničevo, Niš e Sofia, insieme a Béla III d’Ungheria, che a sua volta, rotta l’alleanza con Bisanzio, aveva conquistato Dalmazia, Croazia e la regione di Sirmio. Ma anche le province davano segni di fermento: già durante la reggenza d’Andronico il megas domestikos Giovanni Comneno Vatatze, duca dei Tracesi, si era reso protagonista d’una ribellione che aveva visto l’esercito regolare, comandato da Andronico Laparda, sconfitto davanti a Filadelfia, l’attuale Alaşehir, e che si era esaurita solo dopo la morte del Vatatze, seguita dalla vendetta e dalle repressioni d’Andronico. Ma questo episodio non era destinato a restare isolato. Nella prima metà del 1184 si ribellarono Isacco Angelo e Teodoro Cantacuzeno a Nicea, Teodoro Angelo a Prusa, ora Bursa, e Lopadio, attualmente Ulubad. Andronico non esitò a mettersi in marcia e, mentre Alessio Brana riportava alla ragione Lopadio, strinse d’assedio Nicea. Le operazioni furono lunghe e contraddistinte da episodi di efferata brutalità, ma, ucciso il Cantacuzeno, Nicea decise di arrendersi: Isacco Angelo venne risparmiato ed inviato a Costantinopoli, ma la città venne punita ferocemente, come in seguito accadde a Prusa, presa d’assalto. Nel frattempo, tuttavia, Costantinopoli perdeva definitivamente il controllo su Cipro, in virtù d’una vicenda che ebbe quale protagonista un altro dei tanti insoliti personaggi che popolano la Bisanzio della fine del XII secolo. Isacco era un nipote del fratello di Manuele, anch’egli di nome Isacco, ed era governatore della Cilicia armena negli anni che videro la scomparsa del grande basileus. Scomparso Manuele, Isacco venne catturato dagli Armeni e consegnato a Boemondo d’Antiochia: riscattato, tramite l’intervento dei cavalieri Templari che si occuparono della somma necessaria, Isacco poté tornare a Costantinopoli, dove Andronico decise di affidargli il governo di Cipro, benché Niceta Coniata sostenga che tale nomina fosse falsa, sostenuta tramite documenti contraffatti. Ciò che conta, comunque, è che Isacco, una volta giunto sull’isola, non riconobbe più alcuna autorità, assumendo in seguito il titolo imperiale, né valse a nulla il fatto che Andronico facesse sterminare la famiglia del ribelle, come era sua consuetudine. Le ribellioni non risparmiarono Costantinopoli e videro protagonisti quei settori dell’aristocrazia comnena che avevano inizialmente appoggiato Andronico: venne alla luce una congiura che pareva ordita dal megas doux Andronico Contostefano e da Andronico Angelo, ed in seguito fallì un tentativo di ribellione promosso da quell’Andronico Laparda sconfitto dal Vatatze. Tutti soffocati nel sangue, questi complotti erano comunque spie d’un diffuso malessere cui l’Imperatore rispose con l’unica cura che pareva conoscere: il terrore. L’Impero venne avviluppato in un manto di sangue, in uno scenario degno dei più truculenti racconti dell’orrore. Le repressioni promosse da Andronico non risparmiarono alcun settore sociale, ed investirono con crudeltà inusitata oppositori reali o presunti, insieme alle loro famiglie ed ai loro conoscenti. Tra le vittime vi furono persino il genero Alessio, privato della vista –un dono che l’Imperatore amava distribuire con larghezza-, la figlia Irene, monacata ed un loro segretario, tal Mamalo, arso vivo. Tutto quello che Alessio, Giovanni e Manuele avevano creato rovinava, né, del resto, sarebbe stato nelle possibilità d’Andronico di porre un freno al crollo che investiva l’Impero. Scioltosi il sistema di alleanze e di intrecci familiari tra l’aristocrazia civile, quella militare ed il clan dominante dei Comneni, drasticamente ridotto in parte a causa di Miriocefalo ed in parte grazie alle purghe promosse da Andronico –le ricerche di Alexander Kazhdan confermano che la presenza dei Comneni nell’élite governativa crollò dall’89 al 43%(7)–, automaticamente si dissolse anche il legame che teneva unite le province alla capitale, tanto più che, come ancora conferma il Kazhdan, venne ad aumentare enormemente l’importanza di quell’aristocrazia civile cui comunque Andronico –e forse anche suo padre– era già legato prima di salire al trono, fino a superare l’epoca d’Alessio I e, addirittura, gli anni della metà dell’XI secolo. Ancora, nei ranghi della nobiltà civile emersero nuove famiglie e molte assunsero incarichi militari. E’ dunque evidente che, bruscamente, Bisanzio vide interrotta una naturale evoluzione delle sue strutture politiche e sociali, in favore di un arretramento dell’orologio della sua storia di quasi un secolo e mezzo. Riapparvero persino nelle stanze del potere gli eunuchi che, sotto Giovanni e Manuele, erano stati relegati ad incarichi minori, estromessi dall’esercito e dall’apparato statale(8). Tutto ciò non poteva che avere il risultato di creare un vuoto di potere che, in assenza d’una guida forte, non poteva essere colmato. Le province cominciarono a sollevarsi ma non più, come prima, per raccogliere le forze necessarie a rovesciare il governo centrale, ma allo scopo di conseguire l’autonomia, privando dunque Costantinopoli di preziose entrate e costringendola a continue spedizioni militari costose e pericolose; le frontiere cominciarono a cedere, a causa della scarsa attenzione e delle scarse risorse riservate all’esercito, alla flotta ed alle fortificazioni; l’Impero si chiuse in un pericolosissimo isolamento, ribaltando completamente la tradizionale politica comnena. Né paiono del tutto accettabili o credibili le notizie, per lo più riportate da Niceta Coniata, relative al buon governo di Andronico: avrà pure questo sovrano blandito la folla con donativi, per ingraziarsela, ed avrà pure riaffermato l’obbligo di non attaccare e saccheggiare i vascelli naufragati, norma del resto già esistente nel Digesto e nei Basilici, ma è difficile credere che abbia soppresso gli abusi dei potenti o che abbia seguito criteri meritocratici nella redistribuzione degli incarichi, se è vero, come è vero, che l’inetto Romano, governatore di Durazzo, era una sua creatura, come lo era il fido e crudele Stefano Agiocristoforita. Molto semplicemente ad un regime ne seguiva un altro, con tutte le conseguenze del caso. Per quanto riguarda la rifioritura delle province, alleggerite fiscalmente, probabilmente Michele, fratello di Niceta, non rammentava che Atene era uno di quegli oria, distretti marittimi, le imposte dei quali servivano all’allestimento ed al mantenimento della flotta comnena, smantellata sotto Andronico, ed altri uomini, per lo più di Chiesa, che lamentavano la pesantezza del fisco nelle regioni periferiche non rammentavano che la sicurezza delle aree di confine, principalmente in Asia minore, era fondata sul costoso ma necessario mantenimento delle fortificazioni e delle truppe: non per nulla i Selgiuchidi ebbero buon gioco nel violare i territori bizantini non appena Andronico assunse il potere, e non per nulla le principali rivolte al suo regime esplosero in Asia minore. LA FINE DEL TIRANNO Fu dunque facile per il normanno Guglielmo II accondiscendere alle richieste d’intervento giunte presso la sua corte da esuli provenienti da Costantinopoli, costretti alla fuga dalle persecuzioni del tiranno. Erano un parente di Manuele I, tal Alessio Comneno, con il suo seguito, ed un ragazzo, accompagnato da un monaco, che si spacciava per lo stesso sfortunato Alessio II, cui in effetti somigliava tanto nel fisico quanto nell’atteggiamento. Lo sforzo bellico fu enorme, e venne approntata dal regno di Sicilia una flotta d’almeno 200 navi: le vie che la spedizione avrebbe seguito erano le stesse già percorse dal Guiscardo e da Boemondo, ma questa volta ad attenderla non c’era Alessio I. Andronico era solo, senza alleati, senza una flotta e senza alcuna capacità difensiva, tanto più che neppure Venezia, legata ai Normanni da un trattato stipulato nel 1175, sarebbe intervenuta in sua difesa. Nel giugno del 1185 cadde nelle mani dei Normanni Durazzo, la cui difesa il duca Romano, marito della figlia dell’Imperatore, Maria, neppure tentò, e a quel punto le truppe siciliane impegnarono senza incontrare resistenza alcuna la Via Egnazia. Nel frattempo la flotta occupava senza problemi Corfù, Cefalonia, Zante. L’obiettivo era la città di Tessalonica, che venne investita per terra e per mare. Non vi fu alcun coordinamento tra i difensori, decisamente male organizzati dall’incapace governatore della città assediata, Davide Comneno, e le truppe tardivamente mandate in soccorso da Andronico, e così dopo breve assedio Tessalonica, il 24 agosto del 1185, capitolò. Il saccheggio ed i massacri che seguirono sono ben testimoniati da Niceta Coniata nella sua storia e da Eustazio, vescovo della città devastata, nella sua Espugnazione, ma non servirono a spingere Andronico ad alcuna reazione di rilievo. I Normanni, non appena si sentirono sazi del bottino e del sangue versato, ripresero la loro marcia lungo la Egnazia, diretti verso la Regina delle Città, accompagnati dall’esule Alessio Comneno, neppure contrastati dalle truppe che l’Imperatore aveva mobilitato, attestate in difesa della capitale ove Andronico attendeva paziente ed apparentemente incurante di quanto accadeva. Evidentemente confidava nella mitica imprendibilità di Costantinopoli e, perciò, con lo scopo di eliminare qualsiasi residua opposizione che avrebbe potuto rendere poco sicura la Città, decise la morte di tutti coloro che fossero stati anche solo sospettati di tradimento. Tra questi vi era Isacco Angelo, della cui cattura s’incaricò lo stesso Stefano Agiocristoforita, che tuttavia da carnefice si trasformò in vittima. Dopo aver ucciso colui che era stato il braccio armato d’Andronico per anni, Isacco cavalcò euforico verso la Chiesa Grande, dove cercò rifugio. Era l’11 settembre del 1185, ed il giorno successivo Isacco era già divenuto il simbolo vivente della ribellione contro il regime instaurato da Andronico, fino al punto da essere acclamato Imperatore. Andronico cercò brevemente d’opporsi, ma valutata la drammaticità della situazione ben presto decise di cedere la corona e non già al successore designato, Giovanni, ma a quel Manuele che spesso aveva contestato le azioni paterne. L’abdicazione tardiva, tuttavia, si rivelò del tutto inutile, ed Andronico decise di fuggire dalla Città, imbarcandosi. Lo accompagnavano la moglie Anna ed una donna di nome Maraptica, che Niceta Coniata identifica come prostituta. Questa volta la fuga all’abile ed astuto Andronico non riuscì: arrestato mentre tentava di raggiungere la salvezza presso i Turchi dagli uomini di Isacco Angelo, Andronico venne gettato in catene nella prigione di Anema, donde venne tirato fuori solo per essere sottoposto ai più atroci ed inenarrabili supplizî, narrati da Niceta Coniata in un’orgia di puro orrore tale da far impallidire il racconto della morte di Creusa e Creonte nella Medea di Euripide o quello delle spaventose sofferenze di Eracle nelle Trachinie di Sofocle. Né miglior destino venne riservato al coimperatore Giovanni il quale, catturato mentre era alla testa delle truppe che, con scarsi risultati, si opponevano ai Normanni, venne accecato in modo tanto brutale che morì per le ferite subite. La stessa pena venne riservata al fratello, Manuele. I resti martoriati di Andronico, che era stato appeso a due colonne, vennero dopo giorni raccolti e gettato in una fossa, ben differentemente da come egli aveva sperato quando nei giorni della gloria aveva rinnovato ed ampliato la chiesa dei Santi Quaranta Martiri affinché un giorno potesse accogliere le sue spoglie mortali. Note (1)Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, Fond, Lorenzo Valla, 1999 Milano, vol. II,pag. 23
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