![]() |
||
Chi siamo |
||
Imperatori a cura di Sergio Berruti “E’ giunto dunque il giorno della misericordia e, fatto mirabile!, proprio durante il regno nostro; eppure chi potrebbe citare un nostro particolare merito! E’ dunque giusto che, avendo ripreso la nostra patria, rendiamo grazie e speriamo che, così come al tempo della sua rovina tutto il resto era in decadenza, ora che si è ripresa non c’è dubbio che anche tutto il resto andrà a posto. Infatti la giustizia incostante volgerà il suo corso, le teste di molti orgogliosi si piegheranno in basso”(1). IL LIGNAGGIO IL TRONO Molti ebbero a patire per tali scelte, e tra questi Michele Paleologo che, accusato di ”apostasia”, dunque di congiurare contro l’Imperatore, non ebbe altra scelta che rifugiarsi, come tanti prima di lui, presso il sultano d’Iconio, il notoriamente filobizantino e, tra l’altro, suo personale amico Keika’us II. Costui, in grave difficoltà interna ed esterna, profittò dei servigi offerti dall’esule, e lo pose a capo di un contingente di Greci in occasione d’una battaglia combattuta contro i Mongoli di Hülagu nei pressi di Aksaray il 15 d’ottobre del 1256. L’esito fu disastroso per i Selgiuchidi, precipitando nel caos il loro regno e aumentando le preoccupazioni di Nicea. Michele s’affrettò a rientrare in patria, grazie alla mediazione del Metropolita di Iconio, ma Teodoro, pur accettando le suppliche dell’esule, non mutò affatto l’atteggiamento ostile verso il Paleologo. In occasione d’una pesante offensiva del despota d’Epiro Michele II, più volte battuto ma mai domo, congiuntamente a Serbi ed Albanesi, Teodoro II reagì organizzando la controffensiva e ponendovi a capo il Paleologo ma, con sottile perfidia, dotandolo di così scarse forze da rendergli impossibile qualsiasi possibilità di successo. In seguito al prevedibile –e previsto– esito, Michele venne gettato in carcere a Nicea. Piuttosto provvidenzialmente Teodoro II Lascaris scomparve, il 16 agosto del 1258, ucciso da quell’epilessia che aveva ereditato da suo padre, in forma ben più pesante. Il suo successore, Giovanni IV, era un bimbo di non più di sette o otto anni: la reggenza venne affidata all’inflessibile Patriarca Arsenio Autoreiano e a Giorgio Muzalone, uomo da tutti ritenuto di umili origini, benché il cognome sia quello d’una mobilissima famiglia risalente almeno all’XI secolo(5), e giunto, grazie alla sua amicizia con il defunto basileus, alle altissime dignità di megas domestikos, protovestiarios, protosebastos ed ancora megas stratopedarches. La reazione dell’aristocrazia nicena, messa da parte sotto Teodoro II, non si fece attendere, prendendo spunto dalla necessità di dover far fronte alla non facile situazione confinaria: già il 25 agosto, quindi pochi giorni dopo la morte dell’Imperatore, Muzalone venne massacrato a Ninfeo, l’attuale Kemalpaşa, la vera capitale dell’Impero, e la reggenza del piccolo Giovanni IV venne affidata a Michele Paleologo, insignito prima della carica di megas doux ed in seguito, il 13 novembre del 1258, di despotes. Della dignità imperiale mancava solo la sanzione ufficiale, come già accaduto in passato, e, come nel passato, anch’essa sarebbe presto giunta: Michele venne issato sugli scudi ed incoronato a Ninfeo coimperatore o il giorno di Natale del 1258 o il primo gennaio del 1259. IL NUOVO COSTANTINO A Giovanni III e a Teodoro II era mancata solo l’occasione favorevole, ma l’indebolito e screditato Impero latino aveva certamente i giorni contati. Costantinopoli, il simbolo della legittimità imperiale per eccellenza, era alla portata di mano di chi avesse avuto la forza di spazzar via il risultato più evidente degli esecrabili fatti del 1204, ed il candidato più probabile era quella tra le formazioni politiche nate dalla frantumazione dell’Impero bizantino che ormai ne era l’erede incontestabile, l’Impero di Nicea. Michele provò ad attaccare la Città nella primavera del 1260, senza successo: si rendeva necessaria la presenza d’una forza navale in grado di contribuire in maniera decisiva alla presa dell’agognata preda, e l’Imperatore decise di legarsi all’unica potenza in grado di contrastare Venezia, il baluardo del traballante Imperatore latino di Costantinopoli, vale a dire Genova. Con la città ligure, desiderosa di aprire nuove e redditizie rotte commerciali, Michele VIII concluse a Ninfeo il 13 marzo del 1261 un trattato, ratificato a Genova il 10 luglio, con il quale essa veniva esentata da dazî doganali, le venivano concesse basi commerciali in numerose città dell’Impero e libertà di commerciare nel Mar Nero. In cambio Genova avrebbe allestito per Nicea fino a cinquanta vascelli, armati a spese dell’Imperatore, di cui almeno sedici nell’immediato. L’operazione, che a Genova ben presto fruttò un interdetto da parte del Pontefice romano, inorridito per l’appoggio offerto allo scismatico Imperatore greco, a quest’ultimo non servì comunque allo scopo primario: all’alba del 25 luglio del 1261 Costantinopoli cadde nelle mani dei Niceni pressoché senza resistenza di sorta. Il megas domestikos Alessio Strategopulo, un generale di nobile famiglie che sotto Teodoro II aveva conosciuto il carcere, poi insignito della dignità di cesare, inviato con un drappello da Michele in perlustrazione, si era accorto che la Città era indifesa, dal momento che le truppe franche, confidando in una tregua ancora in vigore con Nicea, erano impegnate altrove. Profittando di un passaggio incustodito nelle possenti mura, Strategopulo varcò la porta di Pege ed entrò con i suoi uomini in Costantinopoli, seminando il panico tra i Latini: il quartiere veneziano venne dato alle fiamme, l’Imperatore Baldovino II fuggì, come tutti i Franchi che riuscirono ad averne la possibilità. Almeno tremila furono i profughi. L’antica capitale non era che l’ombra della Regina delle Città d’un tempo, magnifica e traboccante d’oro e di meraviglie, e non vi regnavano che desolazione e rovina, ma essa rappresentava ancora, più che mai, la fonte della legittimità imperiale, il suo principio vitale. La notizia della riconquista della capitale raggiunse l’incredulo Imperatore in Anatolia, a Meteorion: il 15 agosto del 1261 Michele VIII fece il suo ingresso trionfale in Costantinopoli attraverso la porta d’Oro e percorse la Città, a piedi, preceduto dall’icona della Hodegetria, fermandosi al monastero di Studio, fino alla basilica di Santa Sofia, riconsacrata dal vescovo di Cizico, in assenza del Patriarca Arsenio, il quale in settembre incoronò solennemente nella Grande Chiesa Michele e suo figlio Andronico. Nulla poteva ormai offuscare la gloria di Michele Paleologo in questo momento, nulla poteva ostacolarne ormai i piani, l’orgoglio, l’ambizione. Certo non poteva farlo un bimbo, sia pur detentore della legittima dignità imperiale: il piccolo Giovanni IV, rimasto a Nicea, accuratamente tenuto fuori dei festeggiamenti celebrati nella riconquistata capitale, venne deposto ed accecato il giorno di Natale e quindi rinchiuso nella fortezza di Dakibyze, sul mar di Marmara. Michele non riuscì a far passare sotto silenzio un tale crimine, come già invece era accaduto decenni prima ad Andronico Comneno con il povero Alessio II: un’ondata legittimista di protesta si scatenò nei territori di Nicea, repressa spesso nel sangue, ed il Patriarca Arsenio, già in pessimi rapporti con il Paleologo, senza alcuna esitazione scomunicò l’Imperatore, creando una crisi che ebbe risvolti alquanto deleteri in una situazione generale niente affatto serena. Dopo alcuni anni di tensione, nel 1265, Michele VIII riuscì a spingere il Sinodo patriarcale a costringere Arsenio alle dimissioni e sostituirlo con il più malleabile Giuseppe, il quale poco dopo avrebbe perdonato l’Imperatore del gesto compiuto e l’avrebbe reintegrato nella comunità dei fedeli, ma ciò non impedì che molti fedeli al deposto patriarca, gli Arseniti, rifiutassero d’accettare l’autorità di quello nuovo, creando una pericolosa scissione nell’Ortodossia. E tali tensioni si sommavano, specialmente nei territori asiatici dell’Impero di Nicea, a timori legati allo spostamento della capitale a Costantinopoli. E’ opinione comune che la presa di quest’ultima abbia contribuito in massimo grado alla rapida perdita dei dominî bizantini in Asia Minore, a causa degli eccessivi ed insopportabili oneri che una politica imperiale, rivolta pressoché al solo Occidente, comportava. E tale opinione era già molto diffusa all’epoca, se Giorgio Pachimere, storico del resto decisamente poco amichevole nei confronti di Michele VIII stante il suo coinvolgimento nell’ambito del clero patriarcale, ricorda che il protoasekretis Senacherim “gridò in pubblico queste parole: «Che nessuno si aspetti ormai nulla di buono! Poiché i Romani occupano di nuovo la città!»”(6). Certamente furono necessarie enormi somme di denaro per restituire a Costantinopoli la dignità perduta, come per rinforzarne le difese, e molte famiglie furono spinte a risiedervi per ripopolarla. Ed altrettanto certamente per i molti nemici di Bisanzio la perdita della seconda Roma fu motivo di ulteriore astio e di ulteriori, e più virulenti, assalti, con la conseguente necessità da parte dell’Impero di mobilitare ogni possibile forza contro gli assalitori. Ma è altrettanto vero che Bisanzio ritrovava una capitale ben difendibile, economicamente redditizia e produttiva, dal momento che si trovava sulle rotte che conducevano al mar Nero ed al khanato dell’Orda d’Oro, e prestigiosa, poiché il possesso di Costantinopoli, rammenta ancora Pachimere, “era considerato sufficiente ad assicurare il trono dell’Impero a chi la occupava”(7). Se, comunque, i problemi interni vennero tenuti a freno grazie alla forte personalità del sovrano e grazie ai suoi legami con l’aristocrazia nobiliare, rafforzati dalla concessione di numerosi privilegi quali l’esenzione di obblighi tributari e la ereditarietà delle concessioni in pronoia, ben più difficile era la situazione internazionale, in particolar modo ad Occidente. LIONE Michele VIII non esitò a muoversi allo scopo di guadagnare tempo, profittando della provvidenziale crociata diretta in Egitto guidata dal re di Francia, cui dovette forzatamente unirsi l’Angiò, suo fratello, e del lungo interregno papale che nel 1271 condusse all’elezione di Gregorio X. Con questi l’Imperatore intrecciò serrate trattative, ben sapendo come Gregorio fosse sensibile all’unione tra le Chiese, con l’intento di bloccare ogni manovra del re di Sicilia a danno di Bisanzio. L’obiettivo era certo d’importanza primaria ed indubbiamente giustificava la pressione che Michele fece sul suo clero e sulla sua gente affinché si potesse celebrare l’avvenuta unione in occasione del Concilio che si sarebbe aperto a Lione, tuttavia il sovrano dovette fronteggiare un’opposizione di una resistenza tale da richiedere l’impiego di metodi spesso violenti: l’odio verso i Latini era oramai troppo radicato nei cuori di molti Greci perché potesse essere accettata senza conflitti la sudditanza alla Chiesa di Roma. Si giunse comunque al Concilio di Lione, dove Bisanzio era rappresentata dal megas logothetes Giorgio Acropolita, uomo politico e storico, dall’ex Patriarca Germano e dal Metropolita di Nicea Teofane. Il 6 luglio del 1274, alla quarta sessione, il Gran Logoteta lesse solennemente la professione di fede, nella quale venivano accettati il filioque, ripetuto tre volte, il purgatorio ed il primato del Papa. La reazione interna all’Impero di Bisanzio fu drammatica: il patriarca Giuseppe rifiutò di approvare l’unione e si ritirò nel monastero costantinopolitano della Peribleptos, per poi dimettersi l’anno successivo, sostituito dal più accomodante Giovanni XI Bekkos; il clero patriarcale e gli ambienti monastici si ribellarono apertamente, sostenuti da molti settori della popolazione, e si creò una vera e propria fazione, quella dei giosefiti, che non riconosceva il nuovo Patriarca, una ferita che si univa a quella, non ancora sanata, aperta dall’accecamento e dalla deposizione del piccolo Giovanni Lascaris; ampi settori dell’aristocrazia e della stessa famiglia imperiale si unirono al dissenso, come Costantino, il figlio di quel Giorgio Acropolita che aveva siglato a nome del basileus l’atto d’unione. E pericolosi contraccolpi si ebbero anche all’estero, dove gli storici regni nemici di Epiro, Tessaglia e Serbia ebbero buon gioco a dichiararsi paladini dell’ortodossia. Tuttavia lo scopo che Michele VIII si prefiggeva non poté non dirsi raggiunto: il Pontefice romano costrinse Carlo d’Angiò a siglare un armistizio di due anni con Bisanzio e Venezia rinnovò il trattato, sia pure non più con durata quinquennale, ma solo biennale. Inoltre, profittando della tregua perdurante nella fase delle trattative, l’Impero aveva potuto permettersi di attaccare sui fronti più caldi. In Albania vennero riprese Berat e Butrinto e poste in stato d’assedio Durazzo e Valona; in Peloponneso, retto ormai da governatori angioini, le truppe imperiali avanzarono in Arcadia; In Tessaglia le operazioni segnarono il passo ma sul mare l’impulso dato da Michele alla ricostruzione della dissolta flotta imperiale diede i suoi frutti, grazie alle incursioni, spesso al limite della pirateria, compiute da molti capitani al servizio del basileus, quali il mercenario d’origine veronese Licario, insignito del titolo di megas doux, che portarono alla riconquista di gran parte dell’Eubea e di molte isole egee, spesso a danno dei possedimenti veneziani. La stessa Creta venne messa a soqquadro grazie all’appoggio fornito da Bisanzio ai ribelli locali. I VESPRI Prendendo quale pretesto la mancata applicazione dei principî scaturiti dall’unione il Papa scomunicò e dichiarò deposto Michele VIII e, a luglio, nel palazzo pontificio d’Orvieto benedì l’alleanza tra Carlo e Venezia, ormai del tutto insoddisfatta del comportamento di Bisanzio. Vennero coinvolte, come era prevedibile, Tessaglia, Serbia e Bulgaria, e tutti i preparativi vennero stabiliti con cura: l’attacco sarebbe partito nell’aprile del 1283, ma l’avanguardia si sarebbe mossa già nel maggio del 1282. Questa volta la sorte di Costantinopoli pareva segnata, quand’ecco che a Palermo, il 31 marzo del 1282, esplose una rivolta che ben presto infiammò l’intera Sicilia, evento che è passato alla storia con il nome di Vespri siciliani. La flotta approntata per la spedizione in Oriente venne data alle fiamme, e le truppe angioine vennero impiegate per una riscossa che si rivelò impossibile quando, nell’agosto dello stesso, l’esercito aragonese di Pietro III, genero del defunto Manfredi, intraprese la vittoriosa conquista della Sicilia. A nulla servirono gli appelli di Papa Martino IV, all’Angiò fedele, affinché gli Aragonesi fossero cacciati, e financo Venezia si rifiutò di fornire le proprie navi, guadagnandosi un interdetto papale. Michele VIII era salvo, come per miracolo, ma è molto probabile che a questo miracolo non fosse affatto estraneo, soprattutto alla luce di quanto lui stesso rivelò nell’autobiografia che introduce il typikon, l’atto di fondazione, del monastero di San Demetrio a Costantinopoli(8), sostenendo “di essere stato agente di Dio nell’attuare la liberazione dei siciliani”(9): senz’altro colui che poi fu cancelliere d’Aragona, Giovanni da Procida, fece da intermediario tra il basileus e Pietro III, e l’oro bizantino fu assai utile all’allestimento della flotta aragonese come all’attività degli agitatori aragonesi e bizantini che si rivelarono essenziali per l’esplosione dei Vespri. Fu l’ultimo ed il più clamoroso successo diplomatico del Nuovo Costantino, ed allontanò per sempre dall’Impero bizantino gli artigli ormai spuntati dello sconfitto re di Sicilia. L’ASIA MINORE Tutto ciò certo non agevolò il mantenimento dei territori anatolici: il despota Giovanni, fratello dell’Imperatore, nel 1269 condusse una spedizione vittoriosa contro i Turcomanni, ma è sicuro che già all’epoca il confine fosse spostato a nord lungo il fiume Sangario, l’attuale Sakarya, a soli 150 km. dalla capitale, per effetto dell’avanzata delle genti di Ömer, in greco Amurios, come è sicuro che da quell’anno a sud l’intera Caria venne assorbita da altre genti turcomanne. Tra il 1278 ed il 1282 al coimperatore Andronico II venne affidato il compito di ristabilire il controllo imperiale su ciò che restava dell’Asia Minore, ma le operazioni militari non ebbero alcun esito, tanto più che il definitivo crollo del sultanato selgiuchide, caduto sotto i colpi dei Mamelucchi, aveva lasciato libertà d’azione ai nomadi: agli inizi degli anni ’80 la valle del Meandro cadde nelle mani della tribù del turcomanno Menteše. Nel 1282 intervenne personalmente l’Imperatore, quantomeno per tentare di salvare la Bitinia, riuscendo a rafforzare il confine sul Sangario ed a spingersi fino a Lopadion, Ulubad, ma Michele dovette interrompre rapidamente la spedizione per intervenire in Europa: alla fine del suo regno dei possedimenti asiatici bizantini restava niente più che alcune piazzaforti assediate, che cadranno nel breve volgere di pochi anni. REIETTO Per tornare ai paragoni, è impossibile fare un parallelo con altre epoche: Bisanzio, impero balcanico ed anatolico insieme, aveva sempre potuto contare su almeno una delle due parti, e se dopo Mantzikert a Bisanzio era rimasta la penisola balcanica quale riserva, ora neppure più quella parte era disponibile, perché scomposta in una miriade di principati in perenne lotta tra loro. Non poteva che essere il principio della fine, accelerato da tendenze separatistiche e centrifughe prodotte dalla stessa politica di Michele VIII, e che solo la sua personalità, finché fu in vita, poté frenare. La garanzia della conservazione del potere per sé e per la sua famiglia costrinse l’Imperatore a concedere benefici d’ogni sorta alle grandi proprietà aristocratiche ed ecclesiastiche, nell’ambito d’un territorio di superficie molto limitata, con ciò riducendo drasticamente l’autorità statale e le entrate fiscali e, quel che è peggio, il contatto, dopo il 1261, con le usanze feudali creò una sovrapposizione del modello feudale latino sul sistema bizantino della pronoia(12), portando rapidamente al collasso la concezione tradizionale di Stato come era visto a Bisanzio. Le conseguenze di tale politica furono drammatiche, e, unite ad errori fatali, ridussero l’Impero in pochi decenni ad un principato regionale. Andronico II già da almeno un decennio esercitava i pieni poteri imperiali, tuttavia c’è da credere che la notizia della scomparsa di suo padre dovette lasciarlo molto preoccupato: Michele, tornato in tutta fretta dalla Bitinia, si preparava a marciare contro il sebastokrator Giovanni di Tessaglia, quando presso Pacomios, in Tracia, venne a morte. Era l’11 dicembre del 1282, ed al sovrano, che comunque aveva salvato più volte il suo Impero da orde di nemici decisi a distruggerlo, vennero rifiutati i conforti d’una sepoltura cristiana. Troppo recente era l’onta della sottomissione religiosa e culturale agli odiati Latini, troppo aspra era stata la lotta, troppo netta la divisione, e sarà compito del figlio di porre fine a tutto ciò, con pazienza e tatto, e nonostante tutto impiegherà decenni. (1)Albini U.- Maltese E. V., Bisanzio nella sua letteratura, Garzanti Libri, 2004 Milano, p. 704 |
![]() |
Parte Riservata Accedi all'area riservata |
![]() |
Contributi e articoli inviati per accedere clicca qui |
||
© 2003-2006 - Associazione Culturale Bisanzio
Sito web con aggiornamenti non rientranti nella categoria dell'informazione periodica stabilita dalla Legge 7 Marzo 2001, n.62.