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Imperatori

Michele VIII Paleologo

a cura di Sergio Berruti

E’ giunto dunque il giorno della misericordia e, fatto mirabile!, proprio durante il regno nostro; eppure chi potrebbe citare un nostro particolare merito! E’ dunque giusto che, avendo ripreso la nostra patria, rendiamo grazie e speriamo che, così come al tempo della sua rovina tutto il resto era in decadenza, ora che si è ripresa non c’è dubbio che anche tutto il resto andrà a posto. Infatti la giustizia incostante volgerà il suo corso, le teste di molti orgogliosi si piegheranno in basso”(1). 

Così, con legittimo orgoglio, seppur conscio dell’inadeguatezza umana di fronte all’insondabile volontà divina, secondo lo storico Giorgio Pachimere si esprimeva colui che, dopo cinquantasette anni, restituiva ai legittimi proprietari quella che era stata la Regina delle Città; e così, sull’onda di un evento tanto glorioso e felice, si prospettava un futuro radioso. In realtà per Michele si preparavano anni di timori e di guerre, di divisioni e di ansie, cui mai sfuggì e che cercò di fronteggiare nel migliore dei modi, ma lasciando a chi ne avrebbe raccolto l’eredità un fardello di cui ben pochi avrebbero potuto sopportare il peso. E’ celebre il parallelo che Georg Ostrogorsky applica alle figure imperiali di Michele VIII Paleologo e Manuele I Comneno, sostenendo che tra i due sovrani vi è molto in comune, tanto nei metodi e negli obiettivi quanto, soprattutto, negli esiti, fatali in entrambi i casi per l’Impero ed i popoli che ebbero la ventura di reggere(2), poiché le comuni ambizioni universalistiche ebbero l’unico risultato di ridurre allo stremo le forze e di annientare le strutture difensive imperiali. Se ad un primo sguardo il paragone regge, in realtà le differenze sono ben più evidenti delle analogie, e senz’altro nella figura e nell’età del Paleologo vi è ben poco della grandezza e del fascino del Comneno. Quel che è certo è che l’altro non poté esimersi dal seguire percorsi già tracciati dall’ultimo, ma in un contesto drammaticamente più fosco, ostile ed immiserito.

IL LIGNAGGIO

Quella dei Paleologi era una delle famiglie che maggiormente avevano contribuito alla storia di Bisanzio. Provenienti dalla Grande Frigia, dove probabilmente avevano cospicue proprietà(3), giunsero ai vertici dello Stato durante il regno di Michele VII Ducas con il generale Niceforo, governatore della Mesopotamia. Stabilmente inseriti nell’aristocrazia militare, seppero abilmente mantenersi in posizioni di potere, legandosi alle famiglie dominanti dei Comneni, dei Ducas e degli Angeli e, dopo il 1204, quando contribuirono alla fondazione dell’Impero di Nicea, dei Lascaris e dei Vatatze.
Durante l’esilio niceno i suoi membri contribuirono efficacemente al rafforzamento della Bisanzio microasiatica per terra e per mare voluto dal basileus Giovanni III Vatatze e nel 1246 un suo membro, il megas domestikos Andronico, ebbe l’incarico di governatore di Tessalonica. In quell’occasione ebbe il governatorato di Serre e Melnik Michele, uno dei figli che Andronico aveva avuto da Teodora, nipote di Alessio III Angelo, tra il 1224 ed il 1225, sposato con un’altra Teodora, nipote del fratello di Giovanni Vatatze, Isacco. Il giovane, pur non amando particolarmente la vita militare, pareva comunque destinato alla carriera dei suoi padri, sebbene il suo carattere calcolatore, ambiguo, cinico e la sua sfrenata ambizione lo spingessero a ben altro.

IL TRONO

Grazie ad indubbie capacità personali, fascino ed una buona dose di opportunismo Michele Paleologo riuscì in breve a catturare le simpatie dell’esercito e delle gerarchie ecclesiastiche, ma con la morte di Giovanni III Vatatze e la salita al trono del figlio Teodoro II Lascaris questa brillante carriera parve giungere a brusca conclusione.  Il giovane sovrano mostrò ben presto di non essere solamente un raffinato intellettuale, ma con piglio deciso pretese di liberarsi delle famiglie aristocratiche dominanti, sostituendole con “arrampicatori sociali”(4), in una sorta di reazione politica che ha un forte parallelo con quanto era già accaduto non molti decenni prima a Costantinopoli. In effetti è difficile dar torto a quanti hanno sostenuto che nella sua breve vita l’Impero di Nicea ha visto scorrere ciò che a Bisanzio era accaduto tra il VII ed il XII secolo: molti lignaggi di gran fama e dovizie decaddero o scomparvero, per motivi economici od addirittura per estinzione; altri emersero, lottando per giungere a posizioni di potere politico ed economico. Il risultato fu, come dopo l’età di mezzo e l’età comnena a Costantinopoli, una reazione decisa da parte di Teodoro II, come era avvenuto con Andronico Comneno, ed una riapertura all’aristocrazia a ceti e famiglie fino allora rimasti nell’ombra.

Molti ebbero a patire per tali scelte, e tra questi Michele Paleologo che, accusato di ”apostasia”, dunque di congiurare contro l’Imperatore, non ebbe altra scelta che rifugiarsi, come tanti prima di lui, presso il sultano d’Iconio, il notoriamente filobizantino e, tra l’altro, suo personale amico Keika’us II. Costui, in grave difficoltà interna ed esterna, profittò dei servigi offerti dall’esule, e lo pose a capo di un contingente di Greci in occasione d’una battaglia combattuta contro i Mongoli di Hülagu nei pressi di Aksaray il 15 d’ottobre del 1256. L’esito fu disastroso per i Selgiuchidi, precipitando nel caos il loro regno e aumentando le preoccupazioni di Nicea. Michele s’affrettò a rientrare in patria, grazie alla mediazione del Metropolita di Iconio, ma Teodoro, pur accettando le suppliche dell’esule, non mutò affatto l’atteggiamento ostile verso il Paleologo. In occasione d’una pesante offensiva del despota d’Epiro Michele II, più volte battuto ma mai domo, congiuntamente a Serbi ed Albanesi, Teodoro II reagì organizzando la controffensiva e ponendovi a capo il Paleologo ma, con sottile perfidia, dotandolo di così scarse forze da rendergli impossibile qualsiasi possibilità di successo. In seguito al prevedibile –e previsto– esito, Michele venne gettato in carcere a Nicea.

Piuttosto provvidenzialmente Teodoro II Lascaris scomparve, il 16 agosto del 1258, ucciso da quell’epilessia che aveva ereditato da suo padre, in forma ben più pesante. Il suo successore, Giovanni IV, era un bimbo di non più di sette o otto anni: la reggenza venne affidata all’inflessibile Patriarca Arsenio Autoreiano e a Giorgio Muzalone, uomo da tutti ritenuto di umili origini, benché il cognome sia quello d’una mobilissima famiglia risalente almeno all’XI secolo(5), e giunto, grazie alla sua amicizia con il defunto basileus, alle altissime dignità di megas domestikos, protovestiarios, protosebastos ed ancora megas stratopedarches. La reazione dell’aristocrazia nicena, messa da parte sotto Teodoro II, non si fece attendere, prendendo spunto dalla necessità di dover far fronte alla non facile situazione confinaria: già il 25 agosto, quindi pochi giorni dopo la morte dell’Imperatore, Muzalone venne massacrato a Ninfeo, l’attuale Kemalpaşa, la vera capitale dell’Impero, e la reggenza del piccolo Giovanni IV venne affidata a Michele Paleologo, insignito prima della carica di megas doux ed in seguito, il 13 novembre del 1258, di despotes. Della dignità imperiale mancava solo la sanzione ufficiale, come già accaduto in passato, e, come nel passato, anch’essa sarebbe presto giunta: Michele venne issato sugli scudi ed incoronato a Ninfeo coimperatore o il giorno di Natale del 1258 o il primo gennaio del 1259.

IL NUOVO COSTANTINO

In effetti la gravità degli eventi richiedeva più che mai necessaria una guida forte per l’Impero: il re di Sicilia Manfredi, che non nascondeva le sue ambizioni orientali, era riuscito a creare una colazione comprendente il despota Michele II d’Epiro, il principe d’Acaia Guglielmo II di Villehardouin ed il re serbo Uroš I, con l’intenzione di ridurre all’impotenza quell’Impero di Nicea che pareva sempre più vicino all’abbattimento dell’ormai moribondo Impero latino. In breve Manfredi occupò Corfù e Durazzo e, seguendo l’antico itinerario, mosse insieme agli alleati contro i territori niceni. Michele reagì inviando un esercito composto per lo più da truppe mercenarie turche, cumane ed ungheresi che, al comando del fratello, il sebastokrator Giovanni, inflisse nell’autunno del 1259 ai Franchi una sonora sconfitta nei pressi di Pelagonia, nella Macedonia occidentale, l’attuale Bitala. Indubbiamente la vittoria era stata facilitata dalla diserzione del despota epirota, che la notte precedente la battaglia, per dissapori nel frattempo insorti, aveva lasciato da soli i Franchi, ma il successo fu clamoroso, non tanto perché Giovanni Paleologo recuperò ampie zone dell’Epiro, del resto presto nuovamente perdute, quanto perché Michele II uscì dalla sconfitta molto indebolito e, soprattutto, perché tra i molti prigionieri che caddero nelle mani bizantine vi era il principe d’Acaia che, tratto in prigionia a Nicea, in cambio della libertà –e del titolo di megas domestikos–  nel 1262 dovette dichiararsi vassallo dell’Imperatore e, fatto d’importanza capitale per il futuro, cedere il Peloponneso sud-orientale con le città di Mistra e Monemvasia. Nel frattempo, tuttavia, ben altro successo era toccato in sorte a Michele VIII.

A Giovanni III e a Teodoro II era mancata solo l’occasione favorevole, ma l’indebolito e screditato Impero latino aveva certamente i giorni contati. Costantinopoli, il simbolo della legittimità imperiale per eccellenza, era alla portata di mano di chi avesse avuto la forza di spazzar via il risultato più evidente degli esecrabili fatti del 1204, ed il candidato più probabile era quella tra le formazioni politiche nate dalla frantumazione dell’Impero bizantino che ormai ne era l’erede incontestabile, l’Impero di Nicea.  Michele provò ad attaccare la Città nella primavera del 1260, senza successo: si rendeva necessaria la presenza d’una forza navale in grado di contribuire in maniera decisiva alla presa dell’agognata preda, e l’Imperatore decise di legarsi all’unica potenza in grado di contrastare Venezia, il baluardo del traballante Imperatore latino di Costantinopoli, vale a dire Genova. Con la città ligure, desiderosa di aprire nuove e redditizie rotte commerciali, Michele VIII concluse a Ninfeo il 13 marzo del 1261 un trattato, ratificato a Genova il 10 luglio, con il quale essa veniva esentata da dazî doganali, le venivano concesse basi commerciali in numerose città dell’Impero e libertà di commerciare nel Mar Nero. In cambio Genova avrebbe allestito per Nicea fino a cinquanta vascelli, armati a spese dell’Imperatore, di cui almeno sedici nell’immediato.  L’operazione, che a Genova ben presto fruttò un interdetto da parte del Pontefice romano, inorridito per l’appoggio offerto allo scismatico Imperatore greco, a quest’ultimo non servì comunque allo scopo primario: all’alba del 25 luglio del 1261 Costantinopoli cadde nelle mani dei Niceni pressoché senza resistenza di sorta. Il megas domestikos Alessio Strategopulo, un generale di nobile famiglie che sotto Teodoro II aveva conosciuto il carcere, poi insignito della dignità di cesare, inviato con un drappello da Michele in perlustrazione, si era accorto che la Città era indifesa, dal momento che le truppe franche, confidando in una tregua ancora in vigore con Nicea, erano impegnate altrove. Profittando di un passaggio incustodito nelle possenti mura, Strategopulo varcò la porta di Pege ed entrò con i suoi uomini in Costantinopoli, seminando il panico tra i Latini: il quartiere veneziano venne dato alle fiamme, l’Imperatore Baldovino II fuggì, come tutti i Franchi che riuscirono ad averne la possibilità. Almeno tremila furono i profughi. L’antica capitale non era che l’ombra della Regina delle Città d’un tempo, magnifica e traboccante d’oro e di meraviglie, e non vi regnavano che desolazione e rovina, ma essa rappresentava ancora, più che mai, la fonte della legittimità imperiale, il suo principio vitale. La notizia della riconquista della capitale raggiunse l’incredulo Imperatore in Anatolia, a Meteorion: il 15 agosto del 1261 Michele VIII fece il suo ingresso trionfale in Costantinopoli attraverso la porta d’Oro e percorse la Città, a piedi, preceduto dall’icona della Hodegetria, fermandosi al monastero di Studio, fino alla basilica di Santa Sofia,  riconsacrata dal vescovo di Cizico, in assenza del Patriarca Arsenio, il quale in settembre incoronò solennemente nella Grande Chiesa Michele e suo figlio Andronico.

 Nulla poteva ormai offuscare la gloria di Michele Paleologo in questo momento, nulla poteva ostacolarne ormai i piani, l’orgoglio, l’ambizione. Certo non poteva farlo un bimbo, sia pur detentore della legittima dignità imperiale: il piccolo Giovanni IV, rimasto a Nicea, accuratamente tenuto fuori dei festeggiamenti celebrati nella riconquistata capitale, venne deposto ed accecato il giorno di Natale e quindi rinchiuso nella fortezza di Dakibyze, sul mar di Marmara.  Michele non riuscì a far passare sotto silenzio un tale crimine, come già invece era accaduto decenni prima ad Andronico Comneno con il povero Alessio II: un’ondata legittimista di protesta si scatenò nei territori di Nicea, repressa spesso nel sangue, ed il Patriarca Arsenio, già in pessimi rapporti con il Paleologo, senza alcuna esitazione scomunicò l’Imperatore, creando una crisi che ebbe risvolti alquanto deleteri in una situazione generale niente affatto serena. Dopo alcuni anni di tensione, nel 1265, Michele VIII riuscì a spingere il Sinodo patriarcale a costringere Arsenio alle dimissioni e sostituirlo con il più malleabile Giuseppe, il quale poco dopo avrebbe perdonato l’Imperatore del gesto compiuto e l’avrebbe reintegrato nella comunità dei fedeli, ma ciò non impedì che molti fedeli al deposto patriarca, gli Arseniti, rifiutassero d’accettare l’autorità di quello nuovo, creando una pericolosa scissione nell’Ortodossia. E tali tensioni si sommavano, specialmente nei territori asiatici dell’Impero di Nicea, a timori legati allo spostamento della capitale a Costantinopoli. E’ opinione comune che la presa di quest’ultima abbia contribuito in massimo grado alla rapida perdita dei dominî bizantini in Asia Minore, a causa degli eccessivi ed insopportabili oneri che una politica imperiale, rivolta pressoché al solo Occidente, comportava. E tale opinione era già molto diffusa all’epoca, se Giorgio Pachimere, storico del resto decisamente poco amichevole nei confronti di Michele VIII stante il suo coinvolgimento nell’ambito del clero patriarcale, ricorda che il protoasekretis Senacherim “gridò in pubblico queste parole: «Che nessuno si aspetti ormai nulla di buono! Poiché i Romani occupano di nuovo la città!»”(6). Certamente furono necessarie enormi somme di denaro per restituire a Costantinopoli la dignità perduta, come per rinforzarne le difese, e molte famiglie furono spinte a risiedervi per ripopolarla. Ed altrettanto certamente per i molti nemici di Bisanzio la perdita della seconda Roma fu motivo di ulteriore astio e di ulteriori, e più virulenti, assalti, con la conseguente necessità da parte dell’Impero di mobilitare ogni possibile forza contro gli assalitori. Ma è altrettanto vero che Bisanzio ritrovava una capitale ben difendibile, economicamente redditizia e produttiva, dal momento che si trovava sulle rotte che conducevano al mar Nero ed al khanato dell’Orda d’Oro, e prestigiosa, poiché il possesso di Costantinopoli, rammenta ancora Pachimere, “era considerato sufficiente ad assicurare il trono dell’Impero a chi la occupava”(7).

Se, comunque, i problemi interni vennero tenuti a freno grazie alla forte personalità del sovrano e grazie ai suoi legami con l’aristocrazia nobiliare, rafforzati dalla concessione di numerosi privilegi quali l’esenzione di obblighi tributari e la ereditarietà delle concessioni in pronoia, ben più difficile era la situazione internazionale, in particolar modo ad Occidente.
Se Costantinopoli era tornata a Bisanzio, restavano in mano a sovrani greci dissidenti l’Epiro e la Tessaglia, così come in mano franca era il resto della Grecia ed i Balcani a Serbi e Bulgari, e costoro non aspettavano altro che il momento favorevole per attaccare nuovamente. Michele VIII usò le armi della diplomazia e della risposta armata.
Con la prima decise di riaprire con Roma le trattative sull’unione ecclesiastica, con la speranza di sventare il pericoloso asse tra il Papato ed il Regno di Sicilia, estremamente improbabile fino a quando il trono di questo era occupato da Manfredi, che dal padre Federico II aveva ereditato l’ostilità ricambiata verso la Chiesa, ma decisamente possibile quando all’orizzonte si profilò l’ingombrante presenza del fratello di Luigi IX di Francia, il conte Carlo d’Angiò, che in effetti dopo le battaglie di Benevento, 1266, e Tagliacozzo, 1268, s’insediò su quel trono che da sempre era la testa di ponte verso Bisanzio.
Con la seconda Michele passò all’attacco. In Bulgaria occupò varie città costiere e penetrò all’interno, già nel 1262. In Epiro il conquistatore di Costantinopoli, Alessio Strategopulo, si fece battere, ma il despota Giovanni, fratello dell’Imperatore, sconfisse nel 1264 Michele II, costringendolo ad un’alleanza matrimoniale. Più complesse si rivelarono le operazioni nel Peloponneso. Guglielmo II di Villehardouin, una volta libero, si era fatto sciogliere dal Papa dal giuramento cui l’aveva legato Michele VIII, il quale reagì spedendo un altro fratello, Costantino, e la flotta genovese in Peloponneso. Entrambi si fecero battere, nel 1263, e questo, insieme alla scoperta che il podestà genovese a Costantinopoli stava tramando con Manfredi, fu il pretesto per un mutamento nella politica d’alleanze di Michele il quale ruppe con Genova e si riavvicinò a Venezia. Il 18 giugno del 1265 venne stipulata una bozza di trattato tra Bisanzio e la Serenissima, nel quale a quest’ultima veniva concesso un quartiere nella Città, alcune basi commerciali, libertà di commercio nel Mar Nero ed il riconoscimento del possesso di Creta, Modone e Corone. A Venezia parve troppo poco ed il trattato non venne dunque ratificato, ma dopo che l’anno successivo Michele ebbe rinnovato l’alleanza con i rivali genovesi –che addirittura ottennero il possesso di Galata, sia pur dovendo fare atto di vassallaggio al basileus–, ma, soprattutto, dopo che Carlo d’Angiò ebbe occupato Corfù e Durazzo, mettendo in pericolo il predominio adriatico della città lagunare, si giunse alla stipula definita del trattato, il 4 aprile del 1268, a Costantinopoli, e alla ratifica a Venezia in giugno. Le condizioni erano decisamente meno vantaggiose rispetto alla prima stesura, i Genovesi avrebbero potuto mantenere i loro privilegi ed ai Veneziani non era concesso alcun quartiere bensì solo la possibilità di prendere in affitto i locali che avessero voluto, tuttavia era il massimo che al momento il “Nuovo Costantino”, come amava essere definito l’orgoglioso Michele VIII, poteva concedere.

LIONE

L’alleanza con una potenza marittima come Venezia era più che mai necessaria, soprattutto per tenerla distante, finché fosse stato possibile, dall’Angiò, il cui scopo ultimo era la cancellazione dell’Impero di Bisanzio, piano al quale lavorava freneticamente. Nel maggio del 1267, nel palazzo pontificio di Viterbo, il re di Sicilia concluse un’alleanza con Papa Clemente IV e con il deposto Imperatore latino Baldovino II, al cui figlio Filippo diede in moglie la propria figlia Beatrice. A tale alleanza si unirono il principato d’Acaia, che alla scomparsa di Guglielmo II sarebbe entrato in possesso dell’Angiò, la Bulgaria e la Serbia, che continuavano a combattere con risultati alterni con Bisanzio.
Michele anche in questo caso riuscì a servirsi di quell’arma della diplomazia che manovrava con somma abilità per proteggersi le spalle, e creò una serie di alleanze in grado di controbilanciare alcuni dei nemici maggiormente pericolosi. Contro il sultanato selgiuchide, in temporanea ripresa, concluse un’alleanza con il mongolo Hülagu, cui promise la figlia illegittima, Maria, che poi andrà sposa al suo successore, l’ilkhanide Abaga; dopo le devastanti incursioni del 1264 e del 1271, stipulò un trattato con i Mongoli dell’Orda d’Oro, concedendo in moglie al loro maggior comandante, il principe Nogay, un’altra figlia illegittima, Eufrosine, e questo servì a controbilanciare la pressione della Serbia e della Bulgaria, insieme ad una ennesima alleanza matrimoniale che l’inesauribile Michele VIII stabilì con il re d’Ungheria Stefano V e suo figlio Andronico, proclamato per l’occasione coimperatore e pari a tutti gli effetti all’Imperatore regnante, tramite un prostagma, un editto amministrativo imperiale, emesso l’8 novembre del 1272, che garantiva al successore diritti e privilegi quali mai alcun coimperatore aveva posseduto. All’alleanza con l’Orda d’Oro, a causa dei rapporti commerciali e politici esistenti, seguì un trattato con il sultano mamelucco d’Egitto Baibars. In tal modo ogni problema ad oriente ed a settentrione pareva momentaneamente tacitato, lasciando a Bisanzio la possibilità di concentrare le forze ad Occidente. Infatti in Grecia se era stato possibile concludere un’alleanza matrimoniale con il nuovo despota d’Epiro, Niceforo, in Tessaglia ciò non aveva portato a nulla, se non ad una serie di spedizioni infruttuose che portarono il despota Giovanni, fratello di Michele VIII, a rassegnare le proprie dimissioni da comandante militare, e in Italia Carlo d’Angiò stava preparandosi insieme agli alleati per muovere la macchina approntata a Viterbo.

Michele VIII non esitò a muoversi allo scopo di guadagnare tempo, profittando della provvidenziale crociata diretta in Egitto guidata dal re di Francia, cui dovette forzatamente unirsi l’Angiò, suo fratello, e del lungo interregno papale che nel 1271 condusse all’elezione di Gregorio X. Con questi l’Imperatore intrecciò serrate trattative, ben sapendo come Gregorio fosse sensibile all’unione tra le Chiese, con l’intento di bloccare ogni manovra del re di Sicilia a danno di Bisanzio. L’obiettivo era certo d’importanza primaria ed indubbiamente giustificava la pressione che Michele fece sul suo clero e sulla sua gente affinché si potesse celebrare l’avvenuta unione in occasione del Concilio che si sarebbe aperto a Lione, tuttavia il sovrano dovette fronteggiare un’opposizione di una resistenza tale da richiedere l’impiego di metodi spesso violenti: l’odio verso i Latini era oramai troppo radicato nei cuori  di molti Greci perché potesse essere accettata senza conflitti la sudditanza alla Chiesa di Roma. Si giunse comunque al Concilio di Lione, dove Bisanzio era rappresentata dal megas logothetes Giorgio Acropolita, uomo politico e storico, dall’ex Patriarca Germano e dal Metropolita di Nicea Teofane. Il 6 luglio del 1274, alla quarta sessione, il Gran Logoteta lesse solennemente la professione di fede, nella quale venivano accettati il filioque, ripetuto tre volte, il purgatorio ed il primato del Papa. La reazione interna all’Impero di Bisanzio fu drammatica: il patriarca Giuseppe rifiutò di approvare l’unione e si ritirò nel monastero costantinopolitano della Peribleptos, per poi dimettersi l’anno successivo, sostituito dal più accomodante Giovanni XI Bekkos; il clero patriarcale e gli ambienti monastici si ribellarono apertamente, sostenuti da molti settori della popolazione, e si creò una vera e propria fazione, quella dei giosefiti, che non riconosceva il nuovo Patriarca, una ferita che si univa a quella, non ancora sanata, aperta dall’accecamento e dalla deposizione del piccolo Giovanni Lascaris; ampi settori dell’aristocrazia e della stessa famiglia imperiale si unirono al dissenso, come Costantino, il figlio di quel Giorgio Acropolita che aveva siglato a nome del basileus l’atto d’unione. E pericolosi contraccolpi si ebbero anche all’estero, dove gli storici regni nemici di Epiro, Tessaglia e Serbia ebbero buon gioco a dichiararsi paladini dell’ortodossia.

Tuttavia lo scopo che Michele VIII si prefiggeva non poté non dirsi raggiunto: il Pontefice romano costrinse Carlo d’Angiò a siglare un armistizio di due anni con Bisanzio e Venezia rinnovò il trattato, sia pure non più con durata quinquennale, ma solo biennale.  Inoltre, profittando della tregua perdurante nella fase delle trattative, l’Impero aveva potuto permettersi di attaccare sui fronti più caldi. In Albania vennero riprese Berat e Butrinto e poste in stato d’assedio Durazzo e Valona; in Peloponneso, retto ormai da governatori angioini, le truppe imperiali avanzarono in Arcadia; In Tessaglia le operazioni segnarono il passo ma sul mare l’impulso dato da Michele alla ricostruzione della dissolta flotta imperiale diede i suoi frutti, grazie alle incursioni, spesso al limite della pirateria, compiute da molti capitani al servizio del basileus, quali il mercenario d’origine veronese Licario, insignito del titolo di megas doux, che portarono alla riconquista di gran parte dell’Eubea e di molte isole egee, spesso a danno dei possedimenti veneziani. La stessa Creta venne messa a soqquadro grazie all’appoggio fornito da Bisanzio ai ribelli locali.

I VESPRI

Il vantaggio raggiunto fu notevole ma solo momentaneo: già Gregorio X chiese ripetutamente prove certe del rispetto dei termini dell’Unione, e la situazione precipitò con la sua scomparsa. Dell’interregno papale ne volle approfittare Carlo d’Angiò, che nell’autunno del 1280 attaccò le coste albanesi con un esercito composto da almeno ottomila uomini, guidati dal Sully, con l’intento di percorrere l’usata e nota via verso Costantinopoli. La guarnigione bizantina di Berat, investita dagli angioini, resistette ben oltre le previsioni, in attesa dell’arrivo delle forze imperiali, che giunsero nella primavera dell’anno successivo. Nel marzo del 1281 le truppe bizantine, guidate dal nipote di Michele VIII, Michele Tarcaniota Glabas, sconfissero e dispersero gli Angioini, ed il Sully venne fatto prigioniero.  Grazie a questa dura sconfitta l’Angiò comprese che il successo eventuale delle proprie ambizioni sarebbe giunto solo in virtù di una più vasta coalizione e di un attacco via mare, ed il via alle operazioni venne dato dall’ascesa al soglio pontificio nel febbraio del 1281 del francese Martino IV, decisamente ben disposto nei confronti del re di Sicilia.

Prendendo quale pretesto la mancata applicazione dei principî scaturiti dall’unione il Papa scomunicò e dichiarò deposto Michele VIII e, a luglio, nel palazzo pontificio d’Orvieto benedì l’alleanza tra Carlo e Venezia, ormai del tutto insoddisfatta del comportamento di Bisanzio. Vennero coinvolte, come era prevedibile, Tessaglia, Serbia e Bulgaria, e tutti i preparativi vennero stabiliti con cura: l’attacco sarebbe partito nell’aprile del 1283, ma l’avanguardia si sarebbe mossa già nel maggio del 1282. Questa volta la sorte di Costantinopoli pareva segnata, quand’ecco che a Palermo, il 31 marzo del 1282, esplose una rivolta che ben presto infiammò l’intera Sicilia, evento che è passato alla storia con il nome di Vespri siciliani. La flotta approntata per la spedizione in Oriente venne data alle fiamme, e le truppe angioine vennero impiegate per una riscossa che si rivelò impossibile quando, nell’agosto dello stesso, l’esercito aragonese di Pietro III, genero del defunto Manfredi, intraprese la vittoriosa conquista della Sicilia. A nulla servirono gli appelli di Papa Martino IV, all’Angiò fedele, affinché gli Aragonesi fossero cacciati, e financo Venezia si rifiutò di fornire le proprie navi, guadagnandosi un interdetto papale.  Michele VIII era salvo, come per miracolo, ma è molto probabile che a questo miracolo non fosse affatto estraneo, soprattutto alla luce di quanto lui stesso rivelò nell’autobiografia che introduce il typikon, l’atto di fondazione, del monastero di San Demetrio a Costantinopoli(8), sostenendo “di essere stato agente di Dio nell’attuare la liberazione dei siciliani”(9): senz’altro colui che poi fu cancelliere d’Aragona, Giovanni da Procida, fece da intermediario tra il basileus e Pietro III, e l’oro bizantino fu assai utile all’allestimento della flotta aragonese come all’attività degli agitatori aragonesi e bizantini che si rivelarono essenziali per l’esplosione dei Vespri. Fu l’ultimo ed il più clamoroso successo diplomatico del Nuovo Costantino, ed allontanò per sempre dall’Impero bizantino gli artigli ormai spuntati dello sconfitto re di Sicilia.

L’ASIA MINORE

La liberazione dall’incubo angioino permise a Michele di volgere finalmente lo sguardo ad oriente, ove la situazione negli anni era precipitata. E’ opinione generale che la vocazione imperiale ed universalistica del Paleologo abbia portato alla distruzione di quanto faticosamente costruito durante gli anni di Nicea, in virtù della vorticosa politica occidentale da lui voluta e condotta senza alcun risparmio di mezzi, e ciò ci ricollega al paragone dell’Ostrogorsky citato in introduzione.  Non si tratta ovviamente di teorie avventate, e già i contemporanei di Michele VIII ebbero questa netta impressione. Se i sovrani niceni riuscirono a stabilizzare i confini orientali tramite la costruzione ed il rafforzamento di dispositivi difensivi, la concessione in pronoia di proprietà a possidenti che mantenevano milizie permanenti, la cessione di terreni e salari a soldati confinari, akritai, al contrario Michele VIII, allo scopo di poter concretizzare le proprie ambizioni ad occidente, a tale scopo distolse dal fronte orientale ogni risorsa militare e finanziaria, riducendo esenzioni fiscali ed il soldo agli akritai e, spesso, spostandone molti sul fronte balcanico. La realtà è tuttavia più complessa. Michele dovette senz’altro metter mano a tutte le risorse possibili per affrontare un pericolo mortale, nella speranza che ad oriente il sistema d’alleanze reggesse, e che soprattutto reggesse il controllo selgiuchide su quello che era davvero il reale problema, il dilagare delle tribù turcomanne ostili tanto ai Cristiani quanto all’indebolito sultanato selgiuchide stesso: già nel 1260 le truppe bizantine dovettero combattere, con successo, i Turcomanni che avevano occupato la città di Laodicea, l’attuale Denizli, appena ceduta dal sultano Keika’us II all’alleato Michele. Eppure, nel momento di maggiore forza, pare che le forze romee non potessero contare più di 20.000 effettivi, per lo più mercenari, dei quali non pochi immobilizzati nelle guarnigioni(10), ben altra forza rispetto agli imponenti eserciti d’età comnena. Senz’altro vi fu dunque un indebolimento dei sistemi difensivi in Anatolia, che del resto poca resistenza potevano offrire alla capillare penetrazione turcomanna, ben differente da un attacco nemico in forze e molto meno prevedibile e contrastabile, e che trovava comunque appoggi anche in quelle popolazioni confinarie bizantine che avevano imparato a convivere con i vicini musulmani, grazie ai continui contatti commerciali ed anche culturali, dal momento che grande era la tolleranza tanto tra i Selgiuchidi quanto tra i Turcomanni verso i Cristiani, se è vero che ancora all’epoca d’Andronico III, dunque molto tempo dopo, in Asia Minore si contavano ben 54 vescovi metropoliti, dunque tanti quanti ve ne erano in Europa(11), e considerando che i territori turchi erano terreno fertile per movimenti di forte tendenza sincretistica come quello del Mevlana, grande mistico alle esequie del quale parteciparono in massa Cristiani ed Ebrei. Aspetto non trascurabile, alla luce della convulsa situazione religiosa che si viveva a Bisanzio.

Tutto ciò certo non agevolò il mantenimento dei territori anatolici: il despota Giovanni, fratello dell’Imperatore, nel 1269 condusse una spedizione vittoriosa contro i Turcomanni, ma è sicuro che già all’epoca il confine fosse spostato a nord lungo il fiume Sangario, l’attuale Sakarya, a soli 150 km. dalla capitale, per effetto dell’avanzata delle genti di Ömer, in greco Amurios, come è sicuro che da quell’anno a sud l’intera Caria venne assorbita da altre genti turcomanne. Tra il 1278 ed il 1282 al coimperatore Andronico II venne affidato il compito di ristabilire il controllo imperiale su ciò che restava dell’Asia Minore, ma le operazioni militari non ebbero alcun esito, tanto più che il definitivo crollo del sultanato selgiuchide, caduto sotto i colpi dei Mamelucchi, aveva lasciato libertà d’azione ai nomadi: agli inizi degli anni ’80 la valle del Meandro cadde nelle mani della tribù del turcomanno Menteše. Nel 1282 intervenne personalmente l’Imperatore, quantomeno per tentare di salvare la Bitinia, riuscendo a rafforzare il confine sul Sangario ed a spingersi fino a Lopadion, Ulubad, ma Michele dovette interrompre rapidamente la spedizione per intervenire in Europa: alla fine del suo regno dei possedimenti asiatici bizantini restava niente più che alcune piazzaforti assediate, che cadranno nel breve volgere di pochi anni.

REIETTO

Che quello di Michele VIII sia stato l’ultimo momento di gloria della nuova Roma è pensiero generalmente accettato, ed il suo regno è visto come l’ultimo guizzo di potenza imperiale prima d’un lungo e triste periodo di tenebre. Non c’è dubbio che Michele seppe usare con estrema efficienza le poche risorse che la situazione gli concedeva, e che riuscì a essere un tessitore di intrecci diplomatici di diabolica abilità, tuttavia ciò non toglie che alla sua scomparsa l’Anatolia fosse pressoché perduta, e che in Europa all’Impero non fossero ritornati l’Epiro, la Tessaglia, la Beozia, l’Attica, gran parte del Peloponneso, le isole maggiori, oltre, ovviamente, la Serbia e la Bulgaria, e che taluni di questi stati potevano ancora essere potenziali nemici pericolosi, di fronte ai quali poco poteva una forza militare limitata ed uno Stato economicamente debole e socialmente diviso.

Per tornare ai paragoni, è impossibile fare un parallelo con altre epoche: Bisanzio, impero balcanico ed anatolico insieme, aveva sempre potuto contare su almeno una delle due parti, e se dopo Mantzikert a Bisanzio era rimasta la penisola balcanica quale riserva, ora neppure più quella parte era disponibile, perché scomposta in una miriade di principati in perenne lotta tra loro. Non poteva che essere il principio della fine, accelerato da tendenze separatistiche e centrifughe prodotte dalla stessa politica di Michele VIII, e che solo la sua personalità, finché fu in vita, poté frenare. La garanzia della conservazione del potere per sé e per la sua famiglia costrinse l’Imperatore a concedere benefici d’ogni sorta alle grandi proprietà aristocratiche ed ecclesiastiche, nell’ambito d’un territorio di superficie molto limitata, con ciò riducendo drasticamente l’autorità statale e le entrate fiscali e, quel che è peggio, il contatto, dopo il 1261, con le usanze feudali creò una sovrapposizione del modello feudale latino sul sistema bizantino della pronoia(12), portando rapidamente al collasso la concezione tradizionale di Stato come era visto a Bisanzio. Le conseguenze di tale politica furono drammatiche, e, unite ad errori fatali, ridussero l’Impero in pochi decenni ad un principato regionale.

Andronico II già da almeno un decennio esercitava i pieni poteri imperiali, tuttavia c’è da credere che la notizia della scomparsa di suo padre dovette lasciarlo molto preoccupato: Michele, tornato in tutta fretta dalla Bitinia, si preparava a marciare contro il sebastokrator Giovanni di Tessaglia, quando presso Pacomios, in Tracia, venne a morte. Era l’11 dicembre del 1282, ed al sovrano, che comunque aveva salvato più volte il suo Impero da orde di nemici decisi a distruggerlo, vennero rifiutati i conforti d’una sepoltura cristiana. Troppo recente era l’onta della sottomissione religiosa e culturale agli odiati Latini, troppo aspra era stata la lotta, troppo netta la divisione, e sarà compito del figlio di porre fine a tutto ciò, con pazienza e tatto, e nonostante tutto impiegherà decenni.

(1)Albini U.- Maltese E. V., Bisanzio nella sua letteratura, Garzanti Libri, 2004 Milano, p. 704
(2)Ostrogorsky G., Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1993 Torino, pp. 435-436
(3)Kazdhan A.-Ronchey S., L’aristocrazia bizantina, Sellerio Editore, 1999 Palermo, p. 333
(4)Lilie R. J., Bisanzio la seconda Roma, Newton&Compton Editori, 2005 Roma, p. 469
(5)The Oxford Dictionary of Byzantium, ed. A. Kazdhan, New York-Oxford 1991, s.v.
(6)Ronchey S., Lo Stato bizantino, Einaudi, 2002 Torino, pp. 130-131
(7)Albini U.-Maltese E. V., cit., p. 711
(8)Guillou A. in La civiltà bizantina, UTET, 1981 Torino, p. 57
(9)Nicol D. M., Venezia e Bisanzio, Rusconi Libri, 1990 Milano, p. 272
(10)Ostrogorsky G., cit., n.57 p. 515
(11)Guillou A., cit., p. 175
(12)Ronchey S., cit., p. 128

 


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