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Imperatori

Andronico V Paleologo

a cura di Sergio Berruti

La millenaria, convulsa ed intricata epopea di Bisanzio appare come un fastoso arazzo dal quale emergono in prospettiva le immagini delle donne e degli uomini che lasciarono un’indelebile orma nel dipanarsi della trama dei secoli, in maggiore o minore misura, nel bene come nel male. Su tutte, spiccano le figure dei sovrani, garanti del corretto svolgersi dell’ordine divino e perciò, se non sempre all’altezza del ruolo svolto, mai immagini incolori od evanescenti. Tra essi non mancarono coloro che vennero insigniti della massima dignità infanti, ma spesso il destino non concesse loro di conservare il diadema fino al raggiungimento della maggiore età, oppure di ambire ad impugnare lo scettro in maniera autonoma, dal momento che spesso la necessità di conservare il trono ottenuto o la volontà di tramandare lo stesso imponeva ai basileis di porre la corona sul capo di uno o più figli non appena possibile, associandoli al potere, poiché in molti casi la  detronizzazione di colui che esercitava il potere effettivo li privò della dignità –così ad esempio accadde agli eredi di Romano Lecapeno–, oppure perché vennero prematuramente a mancare –destino che incorse, ad esempio, ad Alessio ed Andronico, figli di Giovanni Comneno.

Tali sfortunati principi non compaiono nelle liste reali, dal momento che se l’associazione al trono era pratica comune, soprattutto in assenza d’una codificata norma di successione, questa non comportava un potere effettivo od una condivisione decisa della dignità imperiale. Ma l’avvento dei Paleologi venne a mutare grandemente la gestione politica dell’Impero: Michele VIII concesse al figlio Andronico prerogative che mai nessun coimperatore aveva posseduto, forse perché consapevole di dovere il trono ad un’usurpazione, forse per contiguità ad usanze latine, e così fece Andronico stesso una volta  ottenuto il potere supremo verso suo figlio Michele IX e poi verso suo nipote, Andronico III. Con il tempo le prerogative politiche del correggente andarono vieppiù accentuandosi, andando a coincidere esattamente con quelle del primo Imperatore e giungendo al punto di entrare in conflitto con queste, complici le guerre civili che insanguinarono l’Impero nella prima parte del XIV secolo, il crollo del prestigio della dignità imperiale stessa e le lotte dinastiche che spezzarono Bisanzio per lungo tempo, creando due linee di successione ad un unico trono e frammentando l’unità imperiale in una sorta di “territorializzazione dei poteri”(1), con esiti ambigui e spesso perniciosi in politica estera ed interna.

In questo scenario trova posto anche un sovrano sconosciuto, un bimbo del quale taluni hanno negato l’esistenza, che mai compare nei testi di storiografia generale e del quale neppure si conoscono con esattezza le date di nascita e morte, ma che, seppure del tutto inconsapevolmente, finché fu in vita rappresentò un elemento di continuità con una linea politica ben precisa e, morendo in tenera età, lasciò mano libera all’attività degli ultimi basileis, Manuele II e Giovanni VIII.

Crisi dinastica: Andronico IV e Giovanni VII

Il lungo regno di Giovanni V Paleologo vide l’Impero, territorialmente ridotto sostanzialmente a qualche isola, a parte della Tracia, nonché a Costantinopoli e Tessalonica –la Morea era appannaggio pressoché indisturbato dei Cantacuzeni–, trasformarsi progressivamente in un soggetto politico la cui esistenza pareva dipendere unicamente dal momento in cui qualche potenza non avesse deciso di sferrare l’attacco finale. Schiacciato tra il dilagare degli emiri turchi, dalle ambizioni dei Serbi, dalla dipendenza da Venezia e Genova, Bisanzio non seppe trovare –né probabilmente ne aveva le possibilità– la forza di reagire, disperdendo invece le scarse risorse residue in sterili lotte dinastiche che, comunque, avevano la loro ragion d’essere in diversi modi di affrontare un futuro incerto, e che vennero ovviamente sfruttate da chi poteva avere interessi nell’ambito della residua compagine imperiale.

Giovanni V tentò disperatamente la carta della mediazione tra le forze in gioco, sottomettendosi all’ottomano Murad, sottomettendosi a Roma, pagando a caro prezzo l’appoggio delle repubbliche marinare. Gli esiti dal punto di vista politico ed economico furono assai scarsi, mentre ben più rilevante si rivelò l’aggravarsi d’una ferita da tempo aperta nel tessuto connettivo della società romea, tanto grave da non permettere ad una parte di accettare serenamente l’accantonamento od il ridimensionamento di tradizioni ritenute vitali ed essenziali. Senz’altro agevolato dalla disgregazione del sistema autocratico romeo, il figlio maggiore di Giovanni, Andronico IV, entrò in aperta opposizione alla politica paterna, ed in ciò senz’altro supportato dai molti che non approvavano né la sottomissione a Roma né il cedimento passivo agli Ottomani. Giovanni V aveva tradito i campioni dell’Ortodossia in occasione della battaglia sulla Maritza, si era prostrato innanzi al Papa di Roma, si era dichiarato vassallo di Murad, in un contesto dove cresceva con vigore un movimento spirituale e politico ostile all’abbraccio con l’Occidente e con la Chiesa di Roma,  visti quali strumenti persecutorî nei confronti di quell’identità religiosa che, al contrario, molti tra gli emiri turchi, non ancora uniti sotto lo scettro ottomano,  parevano proteggere e preservare. Andronico IV divenne il campione di quel movimento, il cui fulcro erano molti ambienti della spiritualità monastica, ed entrò presto in violento contrasto con la volontà paterna.
In occasione del forzato soggiorno veneziano di Giovanni V il principe si rifiutò di confiscare i beni monastici necessari al finanziamento di quanto richiesto, con il risultato di veder finire in stato d’accusa tutti i più stretti collaboratori, alla fine del 1371. Due anni dopo venne parzialmente accecato, insieme al figlio neonato, quale punizione per aver tentato un colpo di stato, in collaborazione con uno dei figli dell’ottomano Murad, avente il fine di detronizzare il basileus ed il sultano. Nel 1376 finalmente Andronico IV guadagnò l’agognata preda, Costantinopoli, ma per breve tempo, poiché neppure tre anni dopo Giovanni V e l’altro figlio, Manuele II, riguadagnarono il controllo della Città, cacciando Andronico ed il figlio, cui comunque venne riaffidato l’appannaggio di cui godevano a Selimbria, Rodosto, Eraclea e Panido.

La morte dell’irrequieto Andronico, avvenuta in seguito ad un ennesimo colpo di mano contro il padre, nel 1385, non pose affatto termine alle divisioni, dal momento che il figlio, Giovanni VII, era pronto a seguire la tradizione paterna con altrettanto vigore. Da Selimbria Giovanni riprese a tessere trame contro la politica seguita dal nonno e, presumibilmente in seguito ad un soggiorno presso l’alleata Genova, il cui appoggio era già stato utile ad Andronico IV, riuscì ad occupare Costantinopoli il 14 aprile del 1390, costringendo Giovanni V a rifugiarsi in una fortezza presso la Porta d’Oro.

E qui forse entra in scena il nostro piccolo, sfortunato e sconosciuto protagonista.

L’Imperatore dimenticato

Benché taluni si ostinino ancora a rifiutarne l’esistenza, le uniche certezze riguardo ad Andronico V sono la sua nascita e la sua morte prematura, perché non è possibile stabilire quando, come e dove tali eventi abbiano avuto luogo(2). Ne testimoniano l’esistenza una monodia funebre, piangente la scomparsa a soli sette anni d’un Imperatore figlio di Giovanni VII, ed una pisside eburnea proveniente da Tessalonica rappresentante un corteo imperiale nel quale spiccano Giovanni stesso ed Andronico V, conservata nella collezione di Dumbarton Oaks. Appare dunque sicuro che Giovanni VII vide proseguire la sua linea dinastica con un figlio, Andronico V, probabilmente nato dalla genovese Irene, figlia di Francesco II Gattilusio, poi monaca con il nome d’Eugenia. Come appare sicuro che lo fece incoronare coimperatore, per poi vederne la scomparsa prematura, quando il piccolo aveva soli sette anni, dal momento che è noto che la linea di Selimbria s’estinse con Giovanni VII. Resta incerto quando Andronico nacque, quando scomparve e quando si svolse il suo sia pure fittizio regno, e qui conviene riprendere il racconto.

Il possesso di Costantinopoli da parte di Giovanni VII fu brevissimo: il 7 settembre dello stesso 1390 lo zio Manuele II, con l’aiuto degli Ospitalieri e grazie al silenzio degli Ottomani, liberò il nonno e cacciò dalla Città nipote e Genovesi. Taluni, ad esempio Ivan Djurić(3), situano in questi brevi mesi l’incoronazione d’Andronico V, che quindi sarebbe nato poco prima. Giovanni VII avrebbe deciso l’occupazione della Capitale e la rapida incoronazione del figlio neonato quale legittimazione dei diritti al trono dello stesso in contrapposizione a quelli di Manuele II,  che a questo punto sarebbero passati in secondo piano, ed ancor più quelli d’un suo eventuale erede, poiché inferiori come prestigio ed anzianità. Altri, al contrario, pensano che non vi fu alcun Andronico V, ma che costui sarebbe da riconoscere nello stesso Giovanni VII, in virtù del fatto che tale sovrano talora volle farsi chiamare Andronico, con il preciso scopo di collegarsi idealmente alla figura del padre, ma come s’è visto tale ipotesi appare priva di fondamento.

E’ invece sicuro che, sotto la pressione di taluni ambienti di corte e, in particolare, della grave situazione politica in cui versava l’Impero, Manuele II, oramai primo Imperatore, propose al nipote Giovanni VII, allora a Selimbria, una riconciliazione in forma di doppia adozione: lo zio avrebbe adottato il nipote, il quale a sua volta avrebbe adottato Giovanni VIII, il figlio ed erede che a Manuele era appena nato. Non compare in questa formula Andronico V, è evidente, ed è il motivo per il quale alcuni, come Alain Ducellier(4), sostengono che in quell’anno, il 1393, Giovanni VII non aveva avuto ancora alcun erede. La stessa ipotesi verrebbe confermata dalla successiva riconciliazione tra i due Imperatori, avvenuta il 4 aprile 1399, quando con ogni probabilità Manuele, spinto dalla necessità di recarsi in Occidente a perorare la causa del minacciato Impero, ripropose l’adozione di sei anni prima. Ed anche in questo caso non appare in maniera evidente un figlio di Giovanni VII.

A costui venne affidata la difesa dell’assediata Costantinopoli da Manuele II il quale, lasciata la già numerosa famiglia in Morea, partì per l’Occidente nel dicembre del 1399. Giovanni regnò sulla Città quale sovrano, ed è in questo periodo che taluni storici collocano la nascita e l’incoronazione di Andronico V da parte d’un padre che si sentiva padrone dei destini dell’Impero, tanto da tentarne la vendita dei diritti al re di Francia, da ipotizzare un abboccamento con il Sultano per porre termine all’assedio, da avviare trattative con Timur, in vista d’Ancyra, e da gestire, non senza abilità, le fasi preliminari dei negoziati di pace con gli eredi di Beyazit. Tanto spiegherebbe la reazione di Manuele II che, non appena giunto in patria, rifiutò di concedere Tessalonica in appannaggio a Giovanni, come promesso, ma lo esiliò a Lesbo, causando un conflitto che si esaurì solo dopo alcuni mesi, nell’autunno del 1403, e solo dopo che al nipote non restò alcuna prospettiva di riscossa.
Giovanni VII, privato d’appoggi tali da poter fronteggiare ad armi pari Manuele, ottenne comunque il governo di Tessalonica, che resse con tranquillità fino alla morte, avvenuta nel settembre del 1408. La scomparsa dell’ancora giovane sovrano avvenne sicuramente alcuni mesi dopo che Andronico V, il suo unico figlio, colui per il quale, probabilmente, si era scontrato tante volte con il primo Imperatore, si era spento. Non sappiamo quando questo luttuoso evento avvenne, né quale fu la causa, per quanto sia lecito pensare che debba senz’altro vere contribuito a gettare in uno stato di profonda prostrazione un genitore già colpito da una serie di sconfitte. Forse qualche malattia infantile, forse quella peste che continuava a mietere vittime nei Balcani, e che aveva colpito alcuni anni prima lo stesso Manuele negli affetti. Sicuramente, se situiamo la nascita del bimbo nel 1400, la sua morte avvenne nel 1407, e questo potrebbe spiegare perché Manuele incoronò coimperatore Giovanni VIII nell’autunno dello stesso anno.

Quello che appare certo è che l’estinzione della linea di Andronico IV, in virtù della prematura morte d’Andronico V, permise a Manuele II di gestire con mano ferma gli anni del suo regno, concedendo a lui ed in seguito a Giovanni VIII una relativa libertà d’azione che altrimenti sarebbe stata loro negata, con ogni probabilità, dalla contemporanea presenza di uno o più soggetti legittimati ritualmente ad agire in maniera autonoma e, sicuramente, non conforme.

 

(1)Gallina M. in Djurić I., Il crepuscolo di Bisanzio, Donzelli Ed., 1995 Roma, p. XV
(2)Per una bibliografia relativa ad Andronico V cfr. Oxford Dictionary of Byzantium, Oxford University Press, Oxford-New York 1991, s.v.,  p. 96, e Djurić I., cit., n. 72,  p. 263
(3) Djurić I., cit, p. 37

(4)Ducellier A., Einaudi, 2001 Torino, p. 451 sgg.
 


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