Imperatori
Romano III Argiro
a cura di Sergio Berruti
Basilio II, morendo, lasciava un Impero sicuro come da lungo tempo non avveniva, consolidato sui suoi confini naturali, rispettato, temuto, prospero e ricco. Sicuramente l'entità statale più potente ed evoluta del tempo, tra i suoi vicini.
Ma era una entità che necessitava, come era avvenuto fino a quel momento, di una guida sicura, abile e forte. E Basilio a tale necessità non aveva assolutamente provveduto. Fatto ancora più incredibile, non vi pose pensiero neppure il suo successore, il fratello Costantino VIII, se non quando si trovò in punto di morte. Nonostante l'età avanzata avrebbe dovuto far comprendere all'Imperatore che non sarebbe stato aleatorio provvedere in qualche maniera alla sua successione, egli si decise a consultare i suoi collaboratori solo quando una improvvisa ma fatale malattia lo costrinse a comprendere che era giunto il suo momento. Costantino non aveva avuto che tre figlie, tutte porfirogenite: la prima, Eudocia, era da lungo tempo in un monastero; la seconda, una bella donna, Zoe, e la terza, meno piacente, Teodora, non si erano mai sposate. A loro toccava, tramite il matrimonio, dare legittimità imperiale ai loro mariti, che andavano individuati velocemente: l'Imperatore si affidò ai consigli dei suoi dignitari, il cui primo obiettivo venne individuato in un senatore di nobile e ricca stirpe, Costantino Dalasseno, e successivamente, su forte pressione del drungario Simeone, ci dice Cedreno, in Romano Argiro, o Argiropulo.
Il nuovo Traiano
Costui era un burocrate di rango senatorio, già sessantenne, nato da famiglia di proprietari terrieri anatolici, e ricopriva l'altissimo incarico di Eparca della Città. Era questa una altissima dignità che permetteva al suo detentore di gestire la polizia urbana, i mercati, l'esercizio di talune professioni quali quelle dei banchieri, dei notai o degli avvocati, i servizi giudiziari delle quattordici regioni, l'illuminazione, la rete idrica, l'annona, gli accessi degli stranieri. Era, insomma, il padrone di Costantinopoli, e a lui spettava l'onore di sposare Zoe, non fosse stato per il fatto che possedeva già, e da lungo tempo, una moglie, Elena. Ma questo non era un problema: la coppia venne fatta oggetto di pressioni e di intimidazioni d'ogni genere, ed in breve, pur essendo il suo un matrimonio felice, Elena preferì, piuttosto di mettere a repentaglio la vita sua e di Romano, accettare il divorzio e ritirarsi in un convento. Più grave, forse, era il fatto che il prescelto e la Porfirogenita fossero cugini, seppur alla lontana: infatti il nonno di Romano Argiro, suo omonimo, aveva sposato una figlia di Romano Lecapeno, allo stesso modo di Costantino VII Porfirogenito, nonno dell'attuale basileus. Ma, con l'avallo del patriarca, anche questa difficoltà venne superata. Costantino VIII ebbe il tempo di assistere al matrimonio di Zoe con Romano e quindi spirò. Il 15 novembre del 1028 Romano III e Zoe venivano incoronati.
Il nuovo Imperatore non era affatto uno sciocco, ma aveva senz'altro una eccessiva considerazione di se stesso. Michele Psello lo descrive come “uomo di statura eroica, sembrava un re da capo ai piedi”. Non era incolto, ed aveva conoscenze di letteratura greca e latina, oltre ad una infarinatura filosofica. Tuttavia pretendeva di eccellere in ogni materia letterarie e se ne vantava, circondandosi in tal modo di filosofi e retori di scarsa competenza, che ovviamente avevano la tendenza a circuire la volontà del sovrano.
Inoltre egli tendeva a ritenersi un grande condottiero, presentandosi come un novello Traiano od Adriano, se non un redivivo Alessandro Magno, e così cominciò a concepire piani d'aggressione verso ogni popolo confinante.
A Romano non mancavano i mezzi per armarsi, né gli uomini per attrezzare una campagna militare, e si pose quale obiettivo l'annessione dell'emirato di Aleppo, del resto senza alcuna vera ragione, dal momento che dai tempi di Basilio II quel territorio era tributario dell'Impero. Contro l'opinione dei suoi generali attaccò dunque Aleppo con gran spiegamento di forze. Ad Antiochia, ove era entrato in gran pompa, ricevette gli ambasciatori dell'emiro che ribadivano la loro volontà di proseguire la pace, ma ne respinse le proposte, e si mise in marcia con l'esercito verso Aleppo. Il 2 di agosto del 1030 un distaccamento di cavalleria aleppina attaccò le truppe romane: l'effetto sorpresa fu sconvolgente, la Guardia imperiale si mise in fuga e con quella l'intero esercito, che venne annientato. L'Imperatore si salvò a stento, gli Arabi si impadronirono dell'accampamento e della tenda imperiale, ove era stata abbandonata una vera fortuna, ma non della venerabile icona della Madre di Dio, che diede a Romano la forza di riportare le truppe superstiti a Bisanzio. Fu l'ultima campagna che condusse: saggiamente affidò ad altri il compito di guidare gli eserciti imperiali, ed ebbe il merito di individuare un giovane generale, Giorgio Maniace, ed inviarlo in oriente. Maniace riscattò la sconfitta del 1030, nel 1031 invase l'emirato di Aleppo, ne batté gli eserciti e lo costrinse ad accettare nuovamente la sovranità romana. L'anno successivo, spingendosi più oltre, conquistò la città confinaria di Edessa, che non apparteneva all'Impero dai tempi di Basilio II. Inoltre fondò una nuova città che, quale celebrazione del nome del sovrano, venne battezzata Romanopolis, a difesa ulteriore dei territori sottomessi.
La situazione confinaria non mutò più finché visse Romano: l'Impero aveva probabilmente raggiunto le sue frontiere naturali, e, ad Oriente, risolti i problemi di Aleppo ed Edessa, non aveva più senso cercare altre avventure militari, che avrebbero posto enormi problemi gestionali; e del resto anche in Italia la dominazione imperiale restava apparentemente stabile, mantenendo un atteggiamento offensivo. Dopo l'uscita di scena del catepano Basilio Boioanne gli arabi avevano ottenuto alcuni successi, ritornando all'attacco, ma, a partire dal 1032, il nuovo catepano Argiro, giunto con rinforzi imperiali, aveva ristabilito la situazione dell'epoca del Bulgaroctono.
L'Impero dei burocrati
Pareva dunque che la realtà statuale bizantina proseguisse senza scossoni, nella gloria e nella potenza lasciate da Basilio II: la moneta era forte come prima, l'economia in piena fioritura, l'esercito potente, i confini sicuri. In realtà non era per caso che Romano Argiro fosse salito al trono: a coloro che avevano avuto l'opportunità di imporre un loro candidato parve evidentemente giunto il momento di risolvere a loro favore l'annoso conflitto che contrapponeva il potere imperiale all'aristocrazia fondiaria. Con Romano, potente possidente anatolico e burocrate, parve fondersi il potere di questa con la forza nascente dell'alta burocrazia della Città.
Era da secoli che, per motivi economici e militari, si tentava di difendere le piccole proprietà contadine e militari dai magnati ricchi e potenti –i dynatoi -, ed in particolare la legislazione imperiale del X secolo aveva cercato di agire con la massima efficacia in tal senso. In effetti non pare che la situazione fosse così tanto drammatica da prevedere e temere la totale preminenza del latifondismo, ed è probabile che le legislazioni terriere avessero lo scopo di evitare che la nuova arricchita burocrazia cittadina acquisisse grandi proprietà terriere, piuttosto che smantellare le proprietà già esistenti, tanto più che esse erano concentrate per lo più negli altopiani anatolici. Tuttavia chi più chi meno, tutti i sovrani precedenti, come Romano Lecapeno o Niceforo Foca o Basilio II, avevano avuto quale politica primaria la lotta all'espansione terriera della potente aristocrazia e delle proprietà monastiche ai danni dei deboli piccoli proprietari. In particolare Romano Lecapeno aveva istituito la p??t?µ?s??, mirante a evitare la concentrazione di proprietà nelle mani di latifondisti, e Basilio II aveva codificato definitivamente l'a??????????. Qusta norma originava già dal nomos georgikòs e da Niceforo, e dunque i membri della comunità erano tenuti a versare quanto dovuto dai vicini insolventi o da terreni adiacenti non coltivati, potendone eventualmente fruire, ma Basilio estese l' allelengyon al latifondo: Romano III Argiro abrogò tale norma. E si cominciò pure a concedere nuovamente con gran liberalità le excussai , immunità fiscali a proprietari civili ed ecclesiastici, precedentemente pressoché annullate.
I dynatoi cominciavano a trionfare, ed iniziava lo sgretolamento della piccola proprietà agricola e militare. Del resto Romano proveniva da un ambiente nel quale s'amalgamavano ricchezza, potenza sociale ed elementi provenienti dalle classi media e colta, ed inoltre si cominciava a tirare le somme sulla situazione politica e militare dell'Impero, e si traeva una conclusione che al momento poteva anche parere comprensibile: con l'espandersi delle frontiere e con un esercito divenuto può offensivo e professionale, in cui erano usati per lo più i tagmata e ed i temi di frontiera, non si comprendeva l'esigenza di mantenere in vita il sistema tematico nelle aree non più direttamente esposte. Tanto, ovviamente, avrebbe necessariamente portato ad una riduzione degli effettivi, ma i risultati di questo movimento, ora solo all'inizio, si sarebbero palesati successivamente alla morte di Romano Argiro.
Pareva, comunque, che a Costantinopoli si ritenesse di essere giunti ad una nuova era di pace e prosperità tale da permettere lo smantellamento di quanto approntato precedentemente per l'emergenza. Lo stesso Romano, come già il suo predecessore, si diede a dilapidare il patrimonio accumulato dai Macedoni, e lo fece per opere pie. Era in effetti molto interessato alla religiosità, discuteva di argomento sacri e si mostrava molto pio, come del resto la sorella, Pulcheria, fondatrice del monastero di Esfigmenou, sul monte Athos. Restaurò con gran ricchezza il santuario della Panagìa alle Blacherne, dove venne scoperta la venerata icona della Vergine Nikopoia; spese enormi quantità di oro ed argento per restauri ed abbellimenti in Santa Sofia, la cui rendita annua portò da 100 a 180 libbre d'oro; finanziò perfino dei lavori nel Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma la sua più grande –e dispendiosa- opera fu la costruzione dell'enorme chiesa della Madre di Dio di Peribleptos, presto affiancata da un gigantesco monastero, una realizzazione che, a detta di Psello, che ne stigmatizza l'esecuzione, mise in ginocchio Costantinopoli per lo sforzo economico che comportò. E' da dire che l'importanza della Peribleptos fu enorme, e non fece che crescere nei secoli. Vi erano serbate icone e reliquie venerate, come, ancora nel XV secolo, la mano destra del Battista, o le ossa di S. Paolo di Tebe, donate da Manuele Comneno; inoltre molti sovrani vi conclusero i propri giorni, come Niceforo Botaniate o Manuele Paleologo. Oggi pressoché nulla ne rimane, a parte alcuni resti presso la chiesa Sulu Manastir.
Il tradimento
In fin dei conti Romano Argiro, pur non essendo riuscito a dar vita ad una sua dinastia, non aveva motivi per temere per il futuro suo e dell'Impero: in effetti il pericolo era molto più vicino di quanto potesse immaginare, ed era rappresentato da colei cui doveva il trono, Zoe Porfirogenita. Lei, sposandolo, aveva pensato di poter gioire ancor più di quanto aveva fatto precedentemente del potere e degli onori connessi al suo ruolo, e di poter goder di ogni piacere della vita. Lui sperava in un erede, ma, oltre alla sua età, c'era da fare i conti con l'età della moglie, giunta, al momento del matrimonio, a 48 anni. La coppia si sottopose a pratiche d'ogni genere, giungendo al punto di utilizzare arti magiche, ma senza esito di alcun tipo. Quando comprese la verità, Romano s'allontanò da Zoe, anche fisicamente, e l'allontanò anche dalle stanze del potere e-soprattutto- dal Tesoro, concedendole nulla più d'un appannaggio fisso. Zoe, frustrata e furiosa, cominciò a meditare vendetta, e questa giunse nei panni e nell'astuzia d'un monaco eunuco, Giovanni l'Orfanotrofo.
Costui era un uomo d'umile origine, proveniente dalla Paflagonia, e di famiglia dedita a commerci non propriamente ortodossi. Sotto Basilio II era giunto all'incarico di protonotario, e successivamente, con abilità mista a totale assenza di scrupoli, s'era fatto strada nelle stanze del potere, occupandosi tra l'altro d'opere pie, giungendo ad una certa confidenza con l'Imperatore. La crisi della coppia imperiale non passò certo inosservata alla sua mente, che elucubrò un piano diabolico. L'occasione fu, nel 1033, la presentazione di suo fratello all'Imperatore: Michele era un gran bel ragazzo, e Zoe ne restò fulminata. Psello è insuperabile, nella descrizione: “i suoi occhi ardevano in modo tanto abbagliante quanto la bellezza dell'uomo, ella cadde subito vittima del suo fascino e da una sorte d'unione mistica concepì amore per lui”. La matura innamorata non visse più che per il suo giovane Michele: cercò in ogni modo di frequentare l'Orfanotrofo, per incontrare il fratello, e quando aveva l'occasione diveniva sempre più pressante, incoraggiandolo a cedere. Ben ammaestrato dall'eunuco, Michele cedette alla passione dell'Imperatrice, poiché si rendeva conto che questa era la via per giungere alla gloria, ed in breve la tresca giunse ad esser nota a tutti. Meno che a Romano, che fu l'ultimo a sapere e comunque, anche quando ne venne a conoscenza, non volle prestarvi credito. E non volle neppure prestar fede anche a chi, come Pulcheria, lo metteva in guardia: prima o poi la moglie infedele e l'amante avrebbero cercato di eliminarlo.
Pulcheria non vaneggiava: i piani dell'Orfanotrofo e di chi era al corrente del complotto erano ben chiari. La stessa Zoe non aveva remore nel preannunciare l'impero a Michele, e non solo a lui. Cominciarono con il veleno, lentamente. Romano cominciò a deperire, la sua pelle si ricoprì di ulcere, cominciò a perdere i capelli, non dormiva più, il suo umore diveniva sempre più instabile, perdeva appetito, gonfiava senza alcuna ragione apparente. Tuttavia l'azione del veleno appariva evidentemente troppo lenta, e l'Imperatore affidandosi a medici resisteva, ragion per cui Michele ed i suoi compari concepirono l'assassinio: mentre Romano si riposava in una delle piscine vicino ai quartieri imperiali del Palazzo, preparandosi alle cerimonie del Venerdì santo, alcuni uomini lo assalirono e lo annegarono. Estratto dalla piscina agonizzante, l'Imperatore si spense l'11 aprile del 1034. Il giorno dopo il Patriarca Alessio I Studita era costretto da Zoe ad unirla in matrimonio con Michele. Romano, secondo le sue volontà, venne sepolto nella chiesa della Peribleptos.
Michele Psello, Imperatori di Bisanzio (Cronografia), Fond. Lorenzo Valla