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Letteratura

Il romanzo bizantina di età Comnena

a cura di Silvia Perucchetti


Nonostante il lungo periodo di silenzio che intercorse dalla composizione degli ultimi romanzi erotici ellenistici tardoantichi alla rinascita del genere in età comnena (XII secolo), a Bisanzio autori come Achille Tazio, Eliodoro, Senofonte Efesio, Longo, Giamblico non vennero mai dimenticati: le loro opere vennero lette, commentate, a volte criticate, a volte elogiate; gli gnomologi ne conservavano e ne divulgavano i passaggi divenuti famosi, le massime o le sentenze (poi destinate a rimanere veri e propri proverbi per interi secoli); persino esponenti del clero, monaci, insegnanti di filosofia ne consigliavano la lettura, inquadrandola (e dunque salvandola ) in un'ottica didattico-educativa nonostante i contenuti spesso scottanti trattati nella trama.

Nella produzione romanzesca di epoca comnena ci rimangono sostanzialmente quattro opere (tutte in versi tranne la terza): Rodante e Dosìcle 1 di Teodoro Prodromo, Drosilla e Carìcle di Niceta Eugeniano, Ismine e Isminia di Eustazio (o Eumazio) Macrembolìta, e Aristandro e Callitea di Costantino Manasse, del quale rimangono però solo frammenti di tradizione indiretta. Il romanzo comneno ricalca generalmente le caratteristiche ed il canovaccio del romanzo tardoantico, in parte ereditato dalla Nea di Menandro: una coppia di bellissimi giovani, innamoratisi solitamente con un colpo di fulmine [1] (ma vedremo come Macrembolita eluda questo topos ), deve patire la separazione forzata [2] e mille peripezie, pericoli, tentazioni, attentati alla castità della protagonista femminile, prima di potersi finalmente ricongiungere [3] per il sospirato matrimonio; compaiono i medesimi topoi che animavano le vicende letterarie di età ellenistica: assalti di pirati, battaglie sanguinose (descritte spesso dall'autore con esplicite concessioni al registro macabro), rituali di corteggiamento, scene di banchetto, descrizioni di luoghi esotici, meravigliosi, intriganti e pericolosi allo stesso tempo - anche se quest'ultima caratteristica tende ad affievolirsi, in un'epoca di inquietudine come quella comnena, segnata dai molteplici assalti esterni alle frontiere bizantine.  

Tuttavia, rispetto ai canovacci antichi in ambito bizantino assistiamo all'introduzione di diverse novità: innanzitutto, la trama si modifica nel segno di una maggiore linearità, perdendo interesse per complesse e ingarbugliate peripezie, e per l'elemento esotico (come si è accennato sopra); la successione degli eventi diventa poi una sorta di intelaiatura di relativa importanza nella quale inserire i cosiddetti "pezzi di bravura", ovvero brani di maniera sostanzialmente fini a se stessi con cui gli autori mostravano la propria competenza retorica: ecco quindi l' ekphrasis (la descrizione dettagliata di un oggetto, di un giardino, di un'opera d'arte), il lamento del protagonista (spesso rivolto contro la Tyche , la sorte, invidiosa e maligna), le lettere d'amore, i discorsi e le dissertazioni paradossali nate da un'aporia, e tutti quegli esercizi stilistici che nel corso del romanzo si configuravano come sezioni autonome.

Spesso questi brani convenzionali venivano poi effettivamente estrapolati dal testo, per essere studiati come exempla dagli allievi di retorica; è evidente quindi quanto il carattere del romanzo comneno fosse elitario, destinato (con l'utilizzo di una lingua non certo attica ma sicuramente atticista ) ad un pubblico intellettuale - o che comunque aveva un'istruzione che andasse oltre il livello elementare; al contrario, il romanzo di età paleologa 2 veniva letto da un pubblico più vasto, e la lingua utilizzata dagli autori era quella demotica - corrispondente al volgare occidentale.  

Sulle cause all'origine della rinascita del genere romanzesco a secoli di distanza dall'età tardoantica c'è tutt'ora disaccordo tra gli studiosi: alcuni (Roderick Beaton, per esempio) la spiegano vedendo nell'epoca comnena uno specchio della temperie storico-culturale che investiva la società ellenistica, tra inquietudini e visioni pessimistiche del futuro, governato dal caso; ecco allora che un argomento come le vicende amorose di una coppia di giovani poteva costituire un tranquillo "punto di approdo" con cui dimenticare temporaneamente le proprie angosce. Ma oltre alla suggestiva ipotesi di Beaton (senza dubbio interessante ma che non spiega la presenza di sezioni retoriche tutt'altro che di svago in un genere letterario che avrebbe dovuto in primo luogo distrarre il lettore bizantino), anche altri hanno proposto la loro idea: per Carolina Cupane l'origine del fenomeno è da ricercarsi principalmente nelle influenze della letteratura occidentale su Bisanzio; altri ancora preferiscono sottolineare il rinato interesse per la Grecia antica, oppure ulteriori influenze di tipo orientale.

In ogni caso, la soluzione dell'enigma è ancora lontana; la stessa datazione dei quattro romanzi comneni non è ancora sicura - solitamente l'ordine accettato dalla maggior parte degli studiosi vede Macrembolita come più antico, a seguire Teodoro Prodromo, Niceta Eugeniano e poi Costantino Manasse; il primo viene invece posposto a tutti gli altri dalla stessa Cupane, che rileva in esso diversi elementi probabilmente tratti dalla tradizione occidentale, e per questo prove di una sua composizione più tarda.  

Teodoro Prodromo (1100 - 1150/70), Rodante e Dosicle
 

Composto da 9 libri e scritto prevalentemente in dodecasillabi, questo romanzo utilizza come modello principale quello tardoantico de Le Etiopiche di Eliodoro. Nonostante sia ancora aperta la questione della datazione dell'opera (oscillando dagli anni 1135/38 al periodo tra 1152 e 1166), Teodoro Prodromo è l'autore del quale abbiamo più notizie; scrittore prolifico e versatile, della sua produzione ci rimangono anche poesie encomiastiche, scritti teologici, agiografie, satire ed epigrammi, nonché scritti grammaticali. Lo spazio dedicato alla vicenda erotica è modesto, mentre grande importanza è data all'apparato di sezioni "di maniera"; talvolta vi si ritrovano reminiscenze lessicali della poesia liturgica, da leggere però in chiave ironica, all'interno di paradossali dibattiti retorici.  

Niceta Eugeniano , Drosilla e Caricle  

Molto probabilmente allievo di Teodoro Prodromo, Niceta Eugeniano sceglie di rifarsi direttamente al romanzo del suo maestro, oltre che a quello di Eliodoro: ecco quindi la medesima ripartizione in 9 libri e l'uso di dodecasillabi misti ad esametri. Una maggiore attenzione è dedicata all'argomento amoroso, attingendo dal patrimonio erotico alessandrino, sia epigrammatico che elegiaco, ma anche dal romanzo tardoantico Dafni e Cloe di Longo, singolarmente ambientato in un contesto bucolico-pastorale - mentre i coevi canovacci ellenistici preferivano ritrarre la società e l'ambiente cittadini.  

Eumazio (o Eustazio) Macrembolita (1130 ca - 1185), Ismine e Isminia  

Decisamente differente dai romanzi descritti sopra, quest'opera è ripartita in 11 libri ed è scritta in prosa.

La tradizione manoscritta comprende, al momento, più di 40 testimoni, per la maggior parte vergati in Italia tra XVII e XVIII secolo, ma l'evidente fortuna dell'opera sembra essere direttamente proporzionale all'assenza di notizie biografiche sul suo autore. Macrembolita si discosta dagli altri romanzieri anche nella scelta dei modelli: sua fonte principale è Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio, famoso quanto Le Etiopiche di Eliodoro ma celebre anche per i numerosi passi sensuali e sconvenienti; come accennato in precedenza, il colpo di fulmine tra i due protagonisti non avviene simultaneamente, ma è Ismine ad innamorarsi per prima di un Isminia ancora inesperto e timido. In seguito alle ripetute avances di lei (e grazie ai consigli e alle spiegazioni del suo servo, già iniziato all' ars amandi ) anche Isminia si scopre finalmente innamorato, ed i ruoli tra i due subiranno un ribaltamento - o meglio, torneranno alla consuetudine dei canovacci erotici tardoantichi: sarà dunque la bella Ismine, ora, a "subire" il corteggiamento dell'amato, sforzandosi di fronteggiare la tentazione di concedersi a lui prima del matrimonio.

E' dunque evidente la distanza (anche limitandosi al solo livello della trama) che intercorre tra il romanzo di Macrembolita e gli altri, sostanzialmente coevi - sul problema della datazione si veda quanto riportato sopra -: non solo il colpo di fulmine avviene unicamente in uno dei futuri amanti, ma le prime avances sono opera della protagonista femminile. Ancora, Carolina Cupane ha enfatizzato ulteriormente le peculiarità di Ismine e Isminia portando all'attenzione degli studiosi alcuni elementi che ne proverebbero la dipendenza da influssi occidentali: nella lirica allegorico-amorosa provenzale si trova infatti il topos di Eros, il dio d'amore, rappresentato come vero e proprio re, circondato da una corte di feudatari e vassalli, e nel romanzo di Macrembolita quest'immagine (inedita per il mondo bizantino) occupa un posto centrale, soprattutto nella prima parte dell'opera.

Il dodecasillabo bizantino

a cura di Matteo Broggini e Silvia Perucchetti

I
l dodecasillabo o trimetro giambico bizantino è un verso affascinante.

Nella sua struttura coesistono due sistemi metrici differenti: uno deriva dalla poesia greca classica, l'altro è tipicamente bizantino. Da una parte, infatti, il dodecasillabo è un metro accentuativo, in cui il ritmo è ottenuto dalla somma degli accenti di parola, scrupolosamente posizionati. Ad esempio, il primo verso di Drosilla e Caricle suona, (pronunceremo il greco come facevano i bizantini)

Nìn tu feravgùs asteràrchu fosfòru

ossia gli accenti tonici cadono su prima, quinta, ottava e undicesima sillaba, con una pausa nella lettura dopo la quinta.

Tuttavia, il dodecasillabo è anche la continuazione in epoca bizantina dell'antico trimetro giambico, un metro cosiddetto “quantitativo” perché l'accento metrico non coincide con quello di parola, ma cade su determinate sillabe considerate, per una serie di fattori, quantitativamente “lunghe”. Nel caso del verso citato, la lettura “quantitativa” suonerebbe

Nin tù feravgus àsterarchu fòsforu

Tra le due letture, i bizantini impiegavano senz'altro quella tonica. Tuttavia ogni verso doveva essere irreprensibile anche sotto l'altro aspetto, quello quantitativo. La composizione di un dodecasillabo era quindi un'impresa non da poco: richiedeva una profonda conoscenza della lingua e delle regole delle versificazione antica e un'estrema abilità poetica. Infatti, chi, leggendo i versi di Teodoro Prodromo o di Niceta Eugeniano può dire di SENTIRE che sotto la loro scorrevole musicalità si nasconda un'intricata architettura compositiva?

Nel suo aspetto accentuativo, il dodecasillabo bizantino prevede alcuni elementi fissi, in particolare:

1)      un accento sull'undicesima sillaba

2)      una pausa (o clausula) dopo la quinta e/o dopo la settima sillaba

_____________________

Note

  1. Come nell'età tardoantica, i titoli dei romanzi riportano i nomi dei due protagonisti, anteponendo quello femminile a quello maschile. Tuttavia le opere erano ben note anche semplicemente sotto il nome dell'eroina.
  2. Per una trattazione in merito al romanzo di età paleologa si legga il relativo articolo di Matteo Broggini

Bibliografia

Conca, Fabrizio . Il romanzo bizantino del XII secolo , Torino, UTET, 1994.

Cupane, Carolina . Il romanzo , in Lo spazio letterario del Medioevo - Le culture circostanti , a cura di G. Cavallo, Roma, Salerno Editrice, 2004.

Maltese, Enrico Valdo . Atene e Bisanzio. Appunti su scuola e cultura letteraria nel Medioevo greco , in La civiltà dei Greci. Forme, luoghi, contesti , a cura di M. Vetta, Roma, Carocci, 2001.

Maltese, Enrico Valdo . Il romanzo bizantino , in Storia della civiltà letteraria greca e latina , diretta da I. Lana ed E. V. Maltese, Torino, UTET, 1998.



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