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Letteratura

Tre romanzi cavallereschi di età Paleologa

a cura di Matteo Broggini


L'eredità dell'impero latino fu solo “fumo e fuliggine”? Il romanzo bizantino di età paleologa ci consente di negarlo e  di comprendere che l'incontro forzoso tra le due civiltà fu anche occasione di crescita culturale: in esso si realizzò una sintesi tra la tradizione del romanzo ellenistico e tardo antico (come era stato recepito ed adattato al gusto bizantino in età comnena) e la più recente produzione letteraria romanza.

TRE ROMANZI CAVALLERESCHI DI ETA' PALEOLOGA:
Callimaco e Crisorroe, Beltandro e Crisanza, Libistro e Rodamne

L'imperatore con la corte entrò in città a passo lento e con atteggiamento modesto, rendendo il più fervido ringraziamento a Dio, camminando a piedi, deposta completamente l'alterigia della sua posizione imperiale. (...) L'imperatore si recò al Grande Palazzo perché era disdicevole utilizzare il palazzo delle Blacherne come dimora degli imperatori: era ancora pieno del fumo e della fuliggine italica di cui i commensali di Baldovino avevano riempito i muri della reggia (e questo era dovuto alla loro estrema rozzezza), cosicché la loro pulizia richiedeva un grande lavoro.
Giorgio Pachimere, Storie
(traduzione di Anna Clara Cataldi Palau, adattata)

I servi di Michele VIII dovettero avere il loro bel da fare a ripulire dalla “fuliggine latina” le meravigliose sale delle Blacherne  negli assolati giorni d'agosto del 1261. Eppure la storia degli ultimi due secoli dell'impero è nota: nonostante il “grande lavoro”, le tracce di quel fuoco che era arso per 57 anni non poterono essere cancellate completamente dalla riconquistata Costantinopoli.


Ma è poi vero che l'eredità dell'impero latino fu solo “fumo e fuliggine”? 

 Il romanzo bizantino di età paleologa ci consente di negarlo e  di comprendere che l'incontro forzoso tra le due civiltà fu anche occasione di crescita culturale: in esso si realizzò una sintesi tra la tradizione del romanzo ellenistico e tardo antico (come era stato recepito ed adattato al gusto bizantino in età comnena) e la più recente produzione letteraria romanza. Le caratteristiche dei modelli greci sono note ai lettori dell'articolo di Eudossia presente in questa sezione del sito; per comprendere quali influssi le modificarono, sarà necessario lasciare la Costantinopoli del 15 agosto 1261 e volgere lo sguardo ad occidente, compiendo anche un passo indietro nel tempo.

I romanzi francesi

 Nella Francia dell'XI secolo il termine “romanzo” designava semplicemente la lingua parlata dal popolo, in opposizione al latino. Cent'anni più tardi, invece, la medesima parola indicava un nuovo genere letterario di successo, scritto in ottosillabi rimati e avente come tema le gesta e gli amori di cavalieri di ogni epoca. Lo slittamento semantico era avvenuto agli inizi del XII secolo, allorché Albéric de Briançon “volse in lingua romanza” l'Historia Alexandri Magni , composta da Giulio Valerio Polemio nel IV secolo d.C.
 Alla sua prima comparsa, dunque, il romanzo non si basava su un intreccio “inedito”, ma costituiva la “traduzione” in volgare (mise en roman) di un originale latino. Il successo del Roman d'Alexandre fu notevole e portò alla composizione, verso la fine del medesimo XII secolo, di una “triade” divenuta celebre: il  Roman de Thèbes (anonimo, basato sulla Tebaide di Stazio), il Roman d'Enéas (anonimo,da Virgilio e Ovidio) ed il Roman de Troie (di Benoît de Sainte-Maure, dallo pseudo-Ditti e lo pseudo-Darete). Quasi contemporaneamente a queste opere di “materia antica” ne furono scritte altre cosiddette di “materia bretone”: i racconti popolari sul leggendario re Artù e i cavalieri della “tavola rotonda” erano già alla base della fantasiosa Historia Regum Britanniae dell'inglese Geoffroy di Monmouth (circa 1135), la cui versione romanza fu realizzata una ventina d'anni più tardi dal normanno Wace ( Roman de Brut ). Il romanzo di “materia bretone” si sviluppa in seguito con  le due redazioni della storia di Tristano e Isotta (Thomas d'Angleterre e Béroul) per raggiungere la sua espressione artistica più alta con i poemi cavallereschi di Chrétien de Troyes [i] .
Tanto nella “materia bretone” quanto in quella “antica” (in questo caso con chiaro anacronismo) al centro dell'intreccio è un cavaliere che agisce in un paesaggio e secondo valori che, anche in ambientazioni esotiche e in epoche remote, sono quelli della Francia cortese. Un esempio concreto varrà più di molte parole. Ecco in estrema sintesi la trama di Erec e Enide di Chrétien de Troyes:


Re Artù per Pasqua tiene corte a Caradigan. Proprio il giorno in cui gli altri cavalieri si apprestano a cacciare il cervo bianco, Erec passeggia in una foresta con la regina Ginevra e una sua damigella. Qui incontrano un cavaliere insolente, Ydier, accompagnato da una fanciulla e da un nano: quest'ultimo osa ferire con la frusta la damigella e poi lo stesso Erec. Partito al suo inseguimento per punire l'affronto, Erec giunge sul far della sera ad un castello e viene ospitato da un povero valvassore e dalla sua bellissima figlia, Enide: ed è amore a prima vista. Il giorno seguente, Erec sconfigge Ydier a duello e, ottenuta Enide dal padre, fa ritorno con lei alla corte di Artù, dove vengono celebrate le loro nozze. I novelli sposi si recano poi presso Lac, padre di Erec. Ha inizio un periodo di amore tenero ed esclusivo, che porta Erec a trascurare del tutto, con grande scandalo dei sudditi, l'esercizio della cavalleria. Le voci che lo accusano di essere recreant (rinunciatario) giungono all'orecchio di Enide ed essa, preoccupata, gliele rivela. Punto nell'onore, Erec decide di dimostrare di essere ancora un perfetto cavaliere: impone alla moglie di partire nel cuore della notte e di non rivolgergli la parola. Inizia così una turbinosa serie di avventure, con cui Erec può mettere alla prova tanto il suo valore cavalleresco quanto il suo rapporto amoroso con Enide, e  che culmina con l'episodio della Gioia della corte, dal chiaro valore allegorico. I due protagonisti  giungono a un castello, presso il quale si trova uno splendido giardino circondato solo da mura d'aria. In esso è imprigionato un cavaliere condannato a difendere la propria dama e ad uccidere tutti coloro che entrano. Vincendo su di lui, Erec vince anche su sé stesso e sul proprio errore: l'amore per Enide ha superato la tentazione dell'isolamento e ha trovato un equilibrio. I due sono dunque pronti per la solenne incoronazione, che si svolge a Nantes.

Alcune rapidissime osservazioni su struttura e temi.
 
Il romanzo è articolato in quattro parti: una avventura cavalleresca (1) porta l'eroe all'incontro di una donna, di cui si innamora (2), finché l'equilibrio della coppia non viene alterato da un fattore esterno (3) che innesca una serie di peripezie al termine delle quali l'equilibrio iniziale viene ripristinato (4).
  Nell'economia della trama, amore cortese e perfezione cavalleresca sono imprescindibilmente legati e traggono nutrimento e giustificazione uno dall'altro. I luoghi prediletti dell'azione sono il castello e la foresta; l'elemento magico svolge un importante ruolo nello sviluppo del racconto, e la narrazione allegorica ne amplifica i significati.

Tre romanzi cavallereschi bizantini di età paleologa

Torniamo a Costantinopoli. Portato, sulla scia delle armi, a contatto con la cultura letteraria bizantina, il romanzo francese esercitò su di essa una profonda influenza da cui nacque una triade di componimenti: Callimaco e Crisorroe, Beltandro e Crisanza, Libistro e Rodamne .  Si tratta di opere anonime, redatte in versi politici verosimilmente tra la fine del XIII°( Callimaco e Beltandro ) e la prima metà del XIV° secolo (Libistro).
 Eccone, in primo luogo, il riassunto della trama (a sua volta, un piccolo gioiello letterario, opera di B.Lavagnini, La letteratura neoellenica , Firenze, 1969, pp. 32-33; 35-36; 43/44 rispettivamente)

Callimaco e Crisorroe

Il romanzo di Callimaco e Crisorroe racconta di un re che aveva tre figli. Il più audace dei tre gli sarebbe successo sul trono. Partono insieme per assalire il castello del Drago, ma solo Callimaco trova l'audacia necessaria per arrampicarsi sulle mura, e penetrare nel castello incantato. Si aggira nell'interno. Grandi stanze deserte con tavole imbandite. In una bellissima sala trova una fanciulla appesa per i capelli al soffitto. Di lì a poco voci e tuoni: arriva il Drago. Per consiglio della ragazza, il giovane si nasconde dentro un grande orcio d'argento. Il Drago dà da mangiare alla fanciulla, dopo averla sottoposta a tormenti, poi cade in un sonno profondo. Callimaco trova così modo di uscire dal suo nascondiglio, di uccidere il Drago e di liberare la fanciulla. Quest'ultima racconta la sua storia. Essa era una principessa; per averla, il Drago aveva ucciso i suoi genitori. La ragazza grata si abbandona al suo liberatore, ma la loro fedeltà è di breve durata. Un principe passa di là e si innamora della fanciulla. Vorrebbe averla. Ma il suo seguito è troppo esiguo per tentare l'assalto al castello del Drago. Ci vuole un esercito. Ritorna dunque in patria, si provvede di truppe e si prepara alla conquista del castello. Ma cade ammalato di male d'amore. Una vecchia maga si offre di risanarlo e gli dà una mela d'oro che ha una doppia virtù: uccide e risana. Lo conduce coi suoi soldati alla fortezza del Drago, fa venire fuori, con inganno, Callimaco e gli offre insieme con la mela la morte. Crisorroe viene così a cadere nelle mani dell'altro aspirante. I fratelli di Callimaco accorrono al castello. Lo trovano morto colla mela sul petto. Gliela pongono sotto le narici, ed egli risuscita. Appreso che Crisorroe è stata portata via, Callimaco se ne va in incognito e diviene giardiniere del suo rivale. Ogni notte vede la fanciulla nel giardino, e passa con lei ore felici. Il re lo viene a sapere. Crisorroe e il giardiniere sono sottoposti a giudizio. Il finto giardiniere riesce a dimostrare la propria origine, induce al pentimento il rapitore e può finalmente allontanarsi recando seco la diletta Crisorroe
.

Beltandro e Crisanza

L'eroe Beltandro è figlio del re di Romania (cioè di Bisanzio) Rodofilo, ma poiché il padre lo ha in uggia e gli preferisce il fratello Filarmo, egli abbandona la patria con tre compagni. Intanto Filarmo aveva persuaso il padre a richiamarlo. Ventiquattro cavalieri partono alla sua ricerca, ma egli non accetta di ritornare. Va errando così per l'Asia Minore e per la Turchia (allora un piccolo stato vicino all'Armenia) e compie prodezze di ogni sorta. Giunto presso a Tarso vede un fiume, al di sopra delle cui acque brillava una stella, vagante nel cielo. Egli si mette in cammino per trovare la fonte, seguendo la stella di fuoco, e dopo dieci giorni di marcia giunge ad un palazzo fabbricato sopra una rupe di porfido. Di là sgorgava il fiume di fuoco. Dai merli del palazzo teste di leoni in oro guardano lo sbigottito viandante. Al di sopra di una porta di diamante una iscrizione avverte Beltandro che egli si trova davanti al castello di Amore. Fra le cose strane e mirabili che egli vede nel castello vi è anche una iscrizione che lo riguarda. Vi si predice che egli avrebbe amato la figlia del re di Antiochia. In quel mentre un amore alato lo invita a presentarsi al sovrano d'Amore, il quale gli consegna uno splendido scettro. Egli dovrà darlo alla più bella tra quaranta fanciulle che sono dinanzi a lui. Egli trova la più bella, e le consegna lo scettro. Parte quindi per Antiochia, dove si mette alle dipendenze del re. Ivi, nella persona della figlia del re, Crisanza, riconosce la più bella tra le fanciulle incontrate nel castello d'Amore. Egli fa la sua conoscenza e ogni notte si incontra con lei nel parco del palazzo. Sorpreso dalla guardia del palazzo, è messo in prigione e sottoposto a giudizio. Fedrocatza,la fida ancella di Crisanza, lo salva col dichiarare che per lei il giovane entrava nel giardino reale. Costretto a sposarla con un matrimonio che resta soltanto apparente, Beltandro continua i suoi incontri notturni con la principessa, sinché una sera la rapisce e fugge con lei. Al traghetto di un fiume il seguito annega, e con esso la fida Fedrocatza. Beltandro e Crisanza giungono salvi a imbarcarsi sopra una nave dei Romani. Intanto Filarmo era morto e Rodofilo faceva ricercare Beltandro per averlo come suo successore.

Libistro e Rodamne

Tornato in patria, Clitovo racconta alla vedova Mirtane, sua vecchia fiamma, la storia di amore di Libistro e Rodamne, alla quale sono intrecciate le sue personali vicende. In uno stretto sentiero solitario Clitovo aveva incontrato , un giorno, un cavaliere melanconico. Cercò di apprendere la cagione della sua tristezza, e quegli soddisfece il suo desiderio. Egli era il principe latino Libistro, signore di Livastro. Egli non sapeva che cosa fosse amore, ma un giorno che, uccisa in caccia una colomba, vide cader morto ai suoi piedi il compagno di lei, conobbe la forza di quel sentimento. Altra volta, in sogno, l'affetto e il desiderio lo condussero al tempio d'Amore, dove due donne, Giustizia e Verità, gli insegnarono cosa sia amore. (...) Libistro apprende che è destinato a sposare Rodamne, figlia del re del castello d'argento (Argirocastro), che una cattiva maga gli avrebbe fatto perdere la sua sposa, che avrebbe errato un anno intero per ritrovarla, e che alla fine sarebbe diventato re di Argirocastro. Libistro partì così alla ricerca della bella, recando con sé cento nobili cavalieri. Giunti al magico Argirocastro, del quale è re Crise, manda con l'arco numerosi messaggi d'amore alla bella Rodamne, e durante una caccia conquista il suo cuore. Vince in duello Verderico, re d'Egitto, che aveva rapito Rodamne. Per premiare il suo valore, Crise gli dà la figlia e lo fa erede al trono. La felicità della coppia è di breve durata. Durante una caccia, incontrano un mercante del Cairo, che offre loro un anello magico, Libistro se lo infila al dito e cade morto. I compagni li tolgono l'anello ed egli torna in sé, ma nel frattempo Rodamne e il mercante sono spariti. Nuove avventure di Libistro per ritrovare l'amata. Arrivato a questo punto, Clitovo inserisce nel racconto la sua storia personale. Nipote del re della Litavia, in Armenia, s'era innamorato della cugina Mirtane, la quale, benché fidanzata, rispondeva al suo amore. Il re lo fece mettere in prigione. Qui la narrazione si interrompe bruscamente per una lacuna. Riprende la storia di Libistro. Clitovo e Libistro apprendono da un sogno che Rodamne si trova nelle mani del re d'Egitto. Procedendo nel viaggio incontrano la maga che aveva aiutato Verderico nel rapimento. La maga dà loro particolari sullo stato di Rodamne: il re straniero non le aveva torto un capello, e la infelice principessa attendeva di giorno in giorno notizie del suo Libistro. Clitovo cerca di Rodamne e prepara il suo incontro con Libistro, poi fuggono tutti insieme alla volta di Argirocastro, dove Clitovo sposa Melanzia, sorella di Rodamne. Dopo la morte di lei egli ritorna in patria per raccontare a Mirtane tutte le sue avventure

La struttura tripartita del romanzo tardoantico e comneno (colpo di fulmine – separazione – ricongiungimento) è sostituita da quella occidentale, quadripartita: un cavaliere deve abbandonare la patria  in cerca di avventure (1) e giunge presso un misterioso castello, che è direttamente o indirettamente collegato all'incontro con una fanciulla di cui si innamorerà (2). La felicità della coppia è interrotta da una separazione (3); il ricongiungimento avviene solo dopo una serie di avventure che coinvolgono in particolare il protagonista maschile (4).
  Per influsso della maniera occidentale, viene a cadere uno dei topoi fondamentali del romanzo tardoantico, quello che imponeva che la castità degli innamorati, nonostante i ripetuti assalti di molti pretendenti, perdurasse sino alla fine delle peripezie: probabilmente è questo l'elemento maggiormente innovativo, il “punto di rottura” più evidente del nuovo romanzo cavalleresco greco rispetto alla tradizione anteriore.
  Uno spazio fino ad allora inusitato nel mondo greco è concesso all'elemento magico e meraviglioso, che svolge un ruolo decisivo nello sviluppo dell'azione: una mela stregata ( Callimaco ) o un anello fatato ( Libistro ) sono causa di una temporanea morte del protagonista e del rapimento dell'eroina; il terribile castello del Drago e l'onirico castello di Amore sono il luogo in cui il sentimento amoroso si accende.
   L'influsso della narrativa francese tuttavia non cancella elementi retorici e motivi tipicamente bizantini: riguardo a questi ultimi, se nelle prime due parti il contenuto della trama è di chiara derivazione occidentale (il cavaliere errante alla ricerca dell'avventura ; il castello come luogo-chiave della narrazione), in seguito l'afflato eroico si perde e la narrazione tende ad assumere le caratteristiche di un tipico romanzo greco. Ciò è evidente in modo particolare in Callimaco e Crisorroe (l'intrepido eroe si trasforma, dopo il rapimento dell'amata, in un languido e disperato amante che accetta, cosa impensabile per un suo “omologo” francese, di fingersi giardiniere presso il rivale e di aspettare il pentimento di questi per riottenere l'amata)  ed in Beltandro e Crisanza .
 Elementi retorici tipicamente greci sono il costante impiego di ampie digressioni ( ekphraseis : ad esempio la minuziosa descrizione del castello del Drago in Callimaco , vv. 177-438,  e di quello di Amore in Beltandro , vv.243-483), di elaborati discorsi, monologhi e lamenti (ad esempio, Crisorroe ai vv. 471-496 e 629-722; Callimaco ai vv. 1673-1738; i fratelli di Callimaco ai vv.1349-1398)

La lingua dei romanzi

A differenza di quelli di età comnena, redatti in un artificioso greco “atticizzante”, i romanzi di età paleologa sono scritti in greco cosiddetto “volgare”.
  Di cosa si tratta e cosa significa il suo impiego?
  Nella sua millenaria storia, la lingua greca aveva subito una profonda trasformazione morfosintattica e lessicale: alcuni elementi si erano persi (tra gli altri, il caso dativo, l'aoristo secondo, il perfetto e il piuccheperfetto, l'infinito) sostituiti da strutture alternative, spesso  innovative (in ordine, il nesso preposizionale eis e accusativo, l'aoristo primo, le forme perifrastiche con il verbo avere, le subordinate introdotte da na); il lessico si era trasformato, spesso arricchendosi di prestiti da altre lingue. Tali trasformazioni furono percepite come un inesorabile allontanamento dalla purezza del greco classico e dalla magnifica civiltà che attraverso di esso si era espressa. Per questo, gli uomini di cultura si espressero per lo più in un greco “purificato”, una sorta di artificiosa continuazione della koiné ellenistica, frequentemente arricchita da elementi del greco neotestamentario.
  Noteremo solo cursoriamente che questo vero e proprio “pregiudizio” classicista rende assai complicato ricostruire un quadro attendibile della storia linguistica del millennio bizantino.
 Del resto, nemmeno il greco “volgare” dei nostri romanzi, nonostante il suo indubbio valore documentario, rispecchia fedelmente la lingua effettivamente parlata nella Costantinopoli dell'epoca: la persistenza, accanto a tratti “moderni”, di elementi morfosintattici e lessicali “colti” suggerirebbe che si trattasse piuttosto di una lingua “di maniera”, in cui ciò che più conta sono il “colore” popolare e il piacere del divertissement.
  L'elemento forse più curioso di questo “volgare letterario” è rappresentato da quelle parole (sostantivi, verbi o aggettivi) di chiara origine latina, francese o italiana. Esse sottolineano una volta di più il debito culturale della Bisanzio paleologa nei confronti dell'occidente: un debito culturale dalle molteplici sfaccettature, dalla moda all'esercito, dalla caccia agli ideali aristocratici.
  Qualche esempio renderà bene l'idea: ?aßa????e?? (cavalcare), st??ta (strada), pa??t?? (palazzo), ??µp?? (campo), f??ss?t?? (esercito), p??ta (porta), fa?????? (falcone), ?????? (cortese), ß?a???  (brache), p??p????  (popolo).

Il metro

Abbiamo già avuto occasione di ricordare che il metro dei romanzi di età paleologa è il decapentasillabo o verso politico. Esso rappresenta una delle principali creazioni metriche bizantine: dopo le sue prime attestazioni (IX secolo) godette di sempre crescente fortuna, fino a divenire il metro per eccellenza della poesia tardobizantina e neogreca.
  La sua struttura si mostra da subito estremamente regolare: è composto da 15 sillabe e prevede alcuni elementi fissi, in particolare un accento tonico sulla penultima sillaba e una pausa dopo l'ottava sillaba, ossia [ii] :

xxxxxxxx|xxxxx ?u


In prossimità della pausa (o, più correttamente, clausula) è previsto un altro accento fisso, che può cadere sulla sesta o sull'ottava sillaba.

xxxxxuu ?|xx….

xxxxx ?uu|xx…

La posizione degli altri accenti tonici è, invece, variabile e concorre a creare il ritmo del verso. Nella sua evoluzione, il decapentasillabo tende ad assumere un ritmo prevalentemente giambico, ossia ad essere accentato sulle sillabe pari :


u ?u ?u ?uu |u ?u ?u ?u

u ?u ?uuu? |u ?u ?u ?u

Sono queste le forme standard più frequentemente utilizzate nei nostri romanzi.
 Il rischio di un'eccessiva monotonia è evitato attraverso varianti ritmiche, in particolare spostando l'accento iniziale di uno o di entrambi gli emistichi (dalla seconda alla prima sillaba e dalla decima alla nona) oppure, sebbene più raramente, accentando le sillabe dispari (ritmo trocaico).

Bisanzio paleologa e narrativa cavalleresca occidentale

Non è naturalmente possibile ricostruire con certezza i vari momenti della penetrazione dei romanzi occidentali a Bisanzio. È  financo banale, d'altra parte, notare che nei 57 anni di dominazione latina sulla capitale la corte costantinopolitana non poté restare indifferente alle opere in voga in occidente.
  Ma cosa garantì una certa continuità nell'interesse per la letteratura romanza a Costantinopoli anche nei decenni che seguirono la restaurazione dell'impero?
  La corte imperiale, si sa, non perse i suoi contatti con l'occidente, bensì li rinsaldò con opportune fusioni dinastiche. Imperatrici di origine latina furono Iolanda di Monferrato, sposa di Andronico II, e Anna di Savoia, sposa di Andronico III. Anche se la circolazione di originali romanzi a corte non è direttamente documentata, è ragionevole pensare che l'entourage delle basilissai «dovette (...) diffondere (...) temi e motivi, se non testi, (...) di quella letteratura narrativa cavalleresca in volgare, scritta prevalentemente alla sua origine per un pubblico aristocratico femminile e di quella poesia erotica e allegorica di cui la donna era nell'Occidente medievale sia dedicataria che fonte d'ispirazione» [iii] .
  Ad ogni modo, la diffusione, a partire dal XIV secolo, di versioni greche di opere occidentali, talmente aderenti all'originale da presupporre un rapporto diretto, “visivo” con esso ( Polemos ths Troados, Florio e Plaziaflore, Storia di Apollonio di Tiro, Teseida ), dimostra che i testi circolavano, se non a Costantinopoli, almeno sul territorio dell'impero. Dove? Ironia della sorte, tutta una serie di informazioni e di “indizi”   [iv] porterebbe ad un'area che, nonostante il disappunto degli ultimi basileis, all' impero in realtà non apparteneva più: la Morea francese.

                                                                     

Se buono è l'inizio ma il seguito è cattivo (…) tutto è cattivo; ma se il bene è in coda, alla fine della vita, ogni cosa è buona, mille volte benedetta.
Beltandro e Crisanza, vv.1343-1347
(traduzione C.Cupane)

[i] Nonché, sebbene con caratteristiche proprie, i Lais di Maria di Francia. Accanto alla “materia antica” e a quella “bretone” esistettero anche altri generi di romanzo che non riguardano direttamente il tema di questo articolo: si tratta del romanzo “satirico” ( Roman de Renart ), del romanzo “idilliaco” ( Aucassin et Nicolette ) e di quello “allegorico” ( Roman de la Rose )

[ii] Indico con il simbolo ? la sillaba accentata, con U la sillaba non accentata, con X la sillaba che può essere ora accentata ora non accentata.

[iii] Caroliina Cupane , Romanzi cavallereschi bizantini, Torino, 1995, p. 24.

[iv] Cfr. C. Cupane , op. cit., p. 29 e note (con bibliografia)



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