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Storia

Belisario e Santa Maria in Trivio a fontana di Trivi

articolo a cura di Nicola Bergamo e Skion (www.contubernium.it)


Lo stesso articolo è pubblicato a questo indirizzo ( clicca qui ) sul sito gemellato di www.contubernium.it

In questo post si vuole presentare una piccola sfaccettatura di una grande città con una grande storia. Molto spesso capita, proprio qui a Roma, di passare accanto a cose notevoli senza avere la possibilità di rendersene conto. Perché? Ovviamente perchè manca il tempo e l'occasione. Per il turista è difficile accorgersi di S. Maria in Trivio. E' troppo stretta fra Montecitorio, Lucina, il Corso ed i Condotti. E' per giunta appiccicata “ar Fontanone”. Come riuscire a veder le stelle in mezzo a tanto sole…
Noi cercheremo adesso di fare un po' di buio per permettere di gustare quelle piccole cose romane che renderebbero felici chiunque le potesse annoverare fra i monumenti della propria città.
Non si tratta di un excursus a caso ! Abbiamo scelto S. Maria in Trivio perchè ci riporta con la memoria ad avvenimenti storici drammatici per la città di Roma e per il mondo di allora.

L'esistenza di un unico Impero, era basata sulla concezione universalistica tipicamente romana. Vi era un solo Impero e un solo Imperatore nel mondo. E chi meglio di Giustiniano interpretava tale realtà? Quindi Roma, essendo l'antico centro dell'Impero e l'antico ombelico del mondo, doveva ritornare all'interno dei confini imperiali.
Grazie alla ferma volontà e grazie anche all'abilità del suo amministratore Giovanni di Cappadocia, conosciuto per la sua avarizia quasi patologica, Giustiano ebbe a disposizione una buona dose di denaro per attuare il suo grande progetto. Diede a Belisario, il titolo di Generalissimo, e lo mandò prima alla conquista dell'Africa vandala e poi dell'Italia Ostrogota. La prima tappa finì con un grande trionfo, mentre la seconda si trascinò per quasi vent'anni portando grandi disagi alla penisola italica.

Belisario parte dall'Africa appena riconquistata alla testa di 7500 uomini per conquistare la Sicilia e in meno di due mesi è gia sotto le mura di Napoli. La velocità delle operazioni militari dimostra due sostanziali situazioni, la prima che la popolazione e l'aristocrazia terriera erano a favore dell'impero, la seconda che il potere goto risulta essere effimero, almeno nel sud d'Italia. Napoli crea qualche problema, ma il 9 Dicembre 536, Belisario ha già conquistato Roma senza colpo ferire. Il Generalissimo è un generale all'antica, una sorta di "temporeggiatore", egli conquista e rafforza ogni caposaldo così da garantirsi sempre le retrovie e soprattutto la stabilità della affermazione imperiale nei territori. Tornando alla situazione di Roma, Belisario fece arrivare dalla Sicilia un carico di grano in previsione di un lungo assedio che si avverò con il ritorno del nuovo re goto: Vitige. Nel mese di Marzo del 537 i Goti sono sotto le mura di Roma con la bellezza di 150mila uomini (la fonte è Procopio che in molti casi non è affidabile sulle cifre). Belisario ha a disposizione pochi uomini, ma grazie alla sua abilità e all'aiuto della popolazione romana riesce a scacciare il nemico che si ritira verso Ravenna un anno dopo. Giustiano però seriamente preoccupato della situazione invia il Magister Militum Giovanni a capo di 2000 cavalieri in soccorso alla spedizione imperiale. Giovanni però si dimostra una "testa calda" e attacca subito Rimini non seguendo gli ordini di Belisario che invece credeva nella progressione lenta della guerra. Così, per venire incontro alle truppe che gli sarebbero servite di supporto, è costretto a lasciare Roma per arrivare nei pressi di Rimini. Qui convoca lo stato maggiore e conosce il nuovo personaggio che poi sarà "Il conquistatore d'Italia", ossia Narsete. La decisione viene presa: bisogna conquistare Rimini e liberare Giovanni, cosa che riesce brillantemente. Gran parte dei meriti vengono però attribuiti a Narsete che si scontra molte volte con Belisario. L'abilità del nuovo generale di origini armene è maggiore, almeno per quanto riguarda il carisma e l'abilità oratoria, creando così degli insanabili problemi tra i due. Poco tempo dopo però Belisario si riscatta liberando con pochi uomini Milano e molti villaggi vicini che si consegnano liberamente. La reazione gota però è drammatica e grazie alla collaborazione burgunda, Milano viene rasa al suolo per essersi alleata all'Impero. Le truppe inviate dal Generalissimo per aiutare gli assediati si rifiutano di guadare il Po. Giustiniano richiama così Narsete dall'Italia seguendo le pressanti richieste di Belisario, e alla fine del 539 tutta l'Italia a Sud di Ravenna torna sotto il controllo Imperiale. A Maggio del 540 ritorna a Costantinopoli per ottenere il meritato trionfo, che però non gli viene conferito, Antiochia era caduta e serve la sua abilità militare in quei luoghi. La paura della coppia Imperiale di una nuova rivolta come quella di Nika, magari capeggiata dal brillante stratega, porta all'arresto di quest'ultimo con la conseguente confisca di tutti i suoi beni. In Italia intanto, dopo la partenza del Generalissimo, le cose si stanno mettendo male per l'Impero, infatti i goti guidati dal nuovo Re Totila, vincono per ben due volte, sia a Verona che a Faenza, ristabilendo su vaste zone dell'Italia la sovranità gota. Belisario viene quindi riabilitato e inviato nuovamente in Italia. La sua carica però viene degradata a comes stabuli.
Il Generale, arrivato in Italia, riconquista Otranto nel 544 e ricostruisce le difese di Pesaro. La situazione però si rivela difficile e quindi chiede aiuto a Costantinopoli. La risposta questa volta è immediata e un nuovo esercito guidato da Isacco e da Giovanni approda in Italia. Totila però riesce a prendere Roma grazie alla defezione di un comandante romano che non segue gli ordini di Belisario. Roma così cambia "padrone" per la terza volta in pochi anni e la devastazione e l'epidemie che si diffusero la riducono ad una sorta di villaggio. Lo smacco fu così grande che costa il posto a Belisario che viene richiamato subito a Costantinopoli dove lo attende Giustiniano che, morta Teodora, lo accoglie come un vecchio amico.
Narsete finalmente con un vero e proprio esercito composto da ben 35 mila uomini, sgomina il potere goto in due battaglie, prima sulla via Flaminia e poi sulla valle del Sarno. Totila l'Immortale viene ucciso in battaglia. Nell'ottobre 552 l'Italia torna nuovamente sotto il dominio Imperiale


Questa chiesa anticamente chiamata in Xenodochio (per la vicinanza di un centro di accoglienza per stranieri e pellegrini) o in Fornica, ( era quasi sicuramente vicino alle arcate dell'acquedotto Claudio i cui pochi resti in zona si possono trovare non lontanto, presso il Nazareno) fu edificata probabilmente al termine della guerra gotica. Fu ricostruita in età barocca cambiando altri nomi (legati soprattutto alle confraternite religiose a cui venne via via affidata la chiesa) ma anche cambiando decisamente l'aspetto, fino a giungere a noi col nome di S.Maria in Trivio (il trivio esiste ancora. La piazza però si chiama “dei Crociferi” dal nome dell'antica confraternita).
Per quanto possa essere motivo d'interesse, non indagheremo tanto sulla storia millenaria di questo edificio,

quanto sul motivo per cui esso fu edificato. Questa epigrafe può essere illuminante al riguardo.



Hanc vir patricius Vilisarius Urbis amicus * ob culpe veniam condidit eccle
siam * hanc hic circopedem sacram qui ponis in edem * ut miseretur eum
sepe precare DM * ianua hec est templi DNO defensa potenti

L'epigrafe è dell'inzio del XII secolo, in distici leonini. E' murata a circa quattro metri di altezza sul muro perimetrale sinistro della chiesa. In origine sormontava l'ingresso principale. La lettura non è immediata sia per il corpo del testo quasi continuo, sia per i numerosi nessi consonantici, infine per la monottongazione. Signa distinguestes sono presenti là dove è stato inserito un asterisco nella traslittarazione qui presentata.
La versione sciolta dell'epigrafe è la seguente:

Hanc vir patricius Belisarius Urbis amicus ob culpa(a)e veniam condidit eccle/siam
Hanc hic circopedem sacram qui ponis (sic!) in (a)edem ut miseretur eum
s(a)epe precare (sic!) D(eu)m ianua h(a)ec templi D(omi)no defensa potenti

Questa è la versione più probabile. Sono state tuttavia riscontrate differenti letture che vanno però a cozzare inevitabilmente con l'esame autoptico dell'originale.

Traduzione:

“Belisario, vir patricius, amico di Roma, costruì questa chiesa per l'espiazione di una colpa. Chiunque poggi il calzare qui, in questo sacro edificio, sempre preghi Dio affinchè abbia misericordia di lui (di Belisario). La porta della chiesa è difesa dal Signore (onni)potente.”

Lo scisma avvenuto il 16 luglio del 1054 ad opera dei due inviati del Papa Leone IX conoscitori approssimativi della religione cristiana, e soprattutto di quella orientale, contro il Patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario, portò ad un gravissimo trauma. D'accordo, già molti scismi avevano preso vita tra Roma e la Nuova Roma, perché preoccuparsene? Questa volta però la situazione divenne presto grave, ormai l'Occidente era abbastanza forte da poter imporre delle scelte all'Oriente che, invece, dal punto di vista politico e militare stava lentamente decadendo. In poco tempo tutte le fratture mai ricomposte dai vari concili emersero tutte d'un colpo portando a grossi traumi in seno alle due comunità cristiane. Il potere imperiale attraversava quello che l'Ostrogorsky chiama “Dominio dell'aristocrazia burocratica della città”, che perdurò fino al 1081, anno dell'ascesa di un dei più importanti imperatori bizantini, ossia Alessio Comneno. Il nuovo basileus volle riaprire la questione della chiesa romana, però ebbe poco tempo per affrontare questo serio problema, dato che le truppe turche erano affacciate sulla sponda orientale del Bosforo. Alessio chiese quindi aiuto alla cristianità occidentale, ma in forma di mercenari al soldo imperiale che avrebbero permesso la riconquista dei territori persi dopo la battaglia di Manzikert. Invece dall'Occidente arrivarono i crociati che nelle due spedizioni fatte, la prima e la seconda crociata, portarono così tanti e gravi problemi all'impero, che il patriarca Michele di Anchialo disse al nipote di Alessio, Manuele Comneno imperatore, “Se siamo dominati dagli infedeli, non ne risentiamo alcun danno, per contro, se stringiamo una qualsiasi alleanza con gli italiani, pagheremo tale scelta a caro prezzo poiché essa sarà un pericolo che minaccia lo stesso dogma. Che un Amareno domini pure il mio corpo fisico, ma non accada che l'Italiano possa interferire sulla mia anima, al primo mi sottometto senza aderire, mentre se acconsento all'altro sulla fede, strappo via da me stesso il mio Dio.”
Le crociate e le concessioni economiche date agli Italiani, portarono ad uno serio scontro tra i due polmoni della cristianità, quello che sembrava uno scisma ricomponibile sotto ogni punto di vista, divenne invece un profondissimo solco che ancora oggi è difficile da richiudere. Dopo la seconda crociata, l'odio che propagò l'imperatore tedesco e il re francese in Europa, avvicinò ancora di più l'impero di Bisanzio ai musulmani considerati molto più giusti degli odiati latini. L'odio e l'invidia che provarono gli occidentali per Costantinopoli e il suo impero scoppiò come un bubbone nel 1204, anno della quarta crociata, chiamata non a caso “crociata fratricida”. Lo stesso papa Innocenzo III, tentò di ricomporre almeno di facciata la situazione, ma fallì miseramente, optò quindi per una lasciva concessione ai “crociati” che permise la costruzione dell'Impero Latino d'Oriente. Questo progetto fu così effimero e così poco seguito che durò pochi anni. Quando i bizantini ritornarono in possesso della loro capitale, l'odio per i latini era, se possibile, ancora più marcato, tanto che il famoso detto “meglio il turbante del Sultano che la tiara del Papa” venne coniato in quel periodo e reso tristemente famoso dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi.

La guerra romano-gotica e la IV Crociata vengono così ad unirsi idealmente in questa epigrafe che testimonia si la costruzione di S. Maria in Trivio ma anche una tremenda tensione politica e dottrinale fra le due Roma. Tensione che in sei secoli non si è mai sopita, anzi, arriva ora al punto di rottura. Qual è la “colpa” di Belisario? L'aver permesso, suo malgrado, che Roma patisse tante sofferenze durante la guerra gotica, oppure la deposizione di papa Silverio, dietro mandato dell'imperatrice Teodora? E quale valenza propagandistica ha l'incisione di questa epigrafe a sei secoli di distanza dai fatti narrati in un periodo quale quello della IV crociata? Di sicuro, che uno dei più brillanti generali di uno dei più grandi imperatori della Nuova Roma dovesse farsi perdonare qualcosa dall'Urbe risultava estremamente utile nella guerra politica, militare, dottrinale ed ideologica che travagliava in quegl'anni i “Romani” d'Oriente ed Occidente.

La chiesa oggi



Due epigrafi che ricordano la ricostruzione della chiesa nel XVI sec





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