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Venezia e Bisanzio

Venezia e i Comneni*

a cura di Nicola Bergamo


La crisobolla di Alessio I Comneno, e la nascita dell’espansione commerciale veneziana in Oriente

Il rapido deteriorarsi della forza imperiale bizantina dopo la morte di Basilio II, sancì un ulteriore cambiamento nella politica in Italia, soprattutto dopo l’avvento dei Normanni, che in pochi anni riuscirono a scacciare gli imperiali da Bari conquistandola nel 1071. Non contenti, si imbarcarono e attaccarono direttamente la costa greca con la volontà di conquistare Costantinopoli.
In quegli anni l’impero bizantino era riuscito a darsi un nuovo Basileus di grande valore, ossia Alessio I Comneno, e quando i Normanni decisero di crearsi una testa di ponte, conquistando Durazzo, agì con rapidità e con risolutezza. Data la gravità della situazione, l’imperatore chiese aiuto al sultano selgiuchide affinché gli inviasse dei mercenari, e a Venezia, affinché potesse contribuire con la flotta per bloccare gli invasori. Anna Comnena, unica fonte coeva che tratta di questi rapporti diplomatici, ci narra che vennero inviati degli emissari nella città lagunare promettendo grandi guadagni commerciali, in cambio una grossa flotta avrebbe distrutto i Normanni nell’Adriatico. La proposta allettò i veneziani che avrebbero guadagnato nuovi spazi commerciali inoltre la grossa colonia stanziata a Durazzo spingeva per un intervento diretto da parte della madre patria. Così una potente flotta salpò al comando del Doge Domenico Selvo e riuscì ad assolvere il suo compito tanto che i veneziani vennero ricompensati per l’appoggio dato, e il crisobullo che venne donato da Alessio I Comneno al doge, rimarcò il sodalizio e concesse notevolissimi vantaggi commerciali. La data della firma imperiale, viene fatta risalire al maggio del 1082 (1), quando la situazione era davvero disperata, e quando lo stesso imperatore soggiornava nella capitale. Vennero concessi titoli nobiliari, forti somme di denaro, delle proprietà e cosa forse più gradita alleggerimenti dei dazi commerciali.
La stessa Anna afferma che “la maggior concessione fu l’aver reso il loro commercio esente da imposte in tutte le regioni soggette all’impero dei Romani, così che essi poterono liberamente esercitarlo a loro piacimento senza dare neppure un soldo per la dogana o per qualsiasi altra tassa imposta dal tesoro, in modo da essere al di fuori da ogni altra autorità romana”. Come conseguenza, le nuove concessioni commerciali permisero una vasta diffusione del mercato veneziano nel levante, tanto da poter cancellare ogni forma di concorrenza, composta in gran parte dalle altre città marinare italiane.

Venezia e Manuele Comneno, crisi nei rapporti diplomatici

Dopo la morte di Alessio, gli succedette il figlio Giovanni, e Venezia inviò subito un’ambasciata per chiedere il rinnovo dei privilegi commerciali. I mercanti lagunari si erano accorti di quanto potesse essere vantaggioso e florido quel mercato, e tale era la ricchezza che avevano incamerato in poco tempo, che divennero superbi tanto che “trattavano alle stessa maniera un cittadino e un servo.”
Giovanni quindi decise di congelare il crisobullo donato dal padre, spinto anche dal comportamento degli alleati che divenne quasi intollerabile nella capitale. La minoranza latina divenne riottosa e dimostrò anche una certa superbia quando trafugarono il corpo di santo Stefano protomartire da una chiesa di Costantinopoli per portarlo in patria. All’inizio Venezia non reagì, ma colse l’occasione quando Baldovino II re di Gerusalemme chiese aiuto per difendere il regno latino in Palestina. Venne inviata una robusta flotta con a capo lo stesso dge, nella persona di Domenico Michiel, e levò le ancore nell’agosto del 1121, con a bordo ben quindicimila uomini. L’esercito veneziano tentò un primo attacco all’isola di Corfù ma non riuscì nella cattura della cittadella difesa dagli imperiali, proseguì per la terra santa, dove ottenne diversi successi. Nel 1124, ritornò presso le coste bizantine e colpì nuovamente, Rodi venne saccheggiata, così come Chio, Samo, Lesbo e Andro, le scaramucce durarono fino alla primavera seguente quando la flotta ritornò a Venezia. Nell’agosto del 1126, si arrivò ad un accordo tra le parti. La base della trattativa, rimase la crisobolla di Alessio, almeno per quanto riguarda i diritti commerciali, ma venne integrata con degli obblighi che i veneziani dovevano rispettare nei confronti di Bisanzio, e così venne siglata la riappacificazione.
Manuele I Comneno, divenne imperatore di Bisanzio, quando suo padre Giovanni morì l’8 aprile del 1143. Anche il nuovo basileus, non rinnovò il crisobullo con i veneziani. Non vi fu però alcuna forma di rappresaglia tanto che si può pensare a delle trattative riservate tra le due parti che però non portarono a nulla di concreto. Il 1147, fu un anno terribile per il governo imperiale, dato che Ruggero II re di Sicilia, conquistò Corfù e depredò le ricche città di Tebe e Corinto, mentre Manuele era impegnato con la seconda crociata. Appena le truppe latine uscirono dai confini imperiali per arrivare in terra santa, il basileus, riorganizzò le forze per colpire i Normanni e anche in questa caso, come fece suo nonno prima di lui, chiamò Venezia che rispose subito alla richieste allestendo una flotta. Il nuovo crisobullo donato da Manuele, concepiva un ampliamento del quartiere veneziano a Costantinopoli e un nuovo scalo marittimo, oltre alle già pregresse concessioni commerciali. In cambio Venezia si impegnava a garantire una flotta che avrebbe aiutato quella bizantina e l’esercito imperiale.
            Nel 1167, Manuele, dopo che i suoi tentativi di riconquistare gli antichi domini in Italia meridionale erano svaniti velocemente, si lanciò nella riconquista della costa dalmata. Nel luglio dello stesso anno ottenne una importante vittoria su Stefano III d’Ungheria, e la Dalmazia, la Croazia, la Bosnia e Sirmio con tutto il suo territorio, passarono sotto il controllo imperiale, rafforzando così l’egemonia di Bisanzio nella penisola balcanica. Questo fatto allarmò Venezia che considerava proprio il controllo sul litorale adriatico, e cambiò politica estera avvicinandosi ai Normanni e facendo sposare i due figli del doge con le principesse ungheresi. Quando arrivarono gli ambasciatori imperiali, il doge rifiutò l’aiuto richiesto da Manuele. La situazione rimase abbastanza incerta, finché il 12 marzo del 1171, l’imperatore ordinò l’arresto di tutti i veneziani residenti nella Basileia, comprese l’esproprio dei loro beni. Le cifre parlano chiaro, si trattò di una rappresentazione di efficienza della burocrazia imperiale, dato che ben diecimila persone nella sola città di Costantinopoli, vennero incarcerate. La reazione non si fece attendere, a Venezia si armò una potente flotta con a capo Vitale Michiel che conquistò velocemente diverse postazioni sulla costa bizantina. Manuele mandò degli ambasciatori per temporeggiare, e vi riuscì perfettamente dato che i veneziani stessi caddero nella trappola e dovettero ritornare in patria a mani vuote. Il Basileus era riuscito a liberarsi dei lagunari, che però tentarono ogni possibile altra carta politica per riuscire a ricostruire la loro egemonia commerciale. Dopo varie prove andate a vuoto, i veneziani firmarono con il re di Sicilia un’alleanza, e questo sembrò smuovere Manuele che nel 1179 accettò i negoziati. Secondo Niceta Coniata, l’imperatore risarcì gli ex-alleati con svariati doni, mentre secondo le fonti latine, sembra che questa azione sia stata avviata molti anni più tardi. La situazione peggiorò ancora quando morì il Comneno, lasciando un giovane figlio e una moglie normanna, uccisi entrambi da Andronico, suo cugino, che ne prese il potere. L’odio antilatino scoppiò ferocemente nella capitale, e vennero trucidati quasi tutti gli “estranei”, colpevoli secondo i locali, di essersi arricchiti alle spalle dei bizantini.
Questo atteggiamento di rivalsa da ambedue le parti fu così radicato e così sentito, che portò alla quarta crociata, con danni nefasti per il decadente impero bizantino, e con grandi glorie e ricchezza per la nascente potenza veneziana.

La struttura dopo la riforma Comnena

La battaglia di Manzikert avvenuta nel 1071, sancì la perdita della parte orientale dell’impero a favore dei Turchi Selgiuchidi. Molti storici attribuiscono a questa sconfitta, la data del definitivo declino, arrestato solamente in parte, dalla forza della dinastia Comnena. Comunque, la battaglia ebbe un risvolto sicuro, ossia la quasi distruzione dell’esercito di Bisanzio. Quasi tutte le forze erano state utilizzate in quel frangente, tanto che due fonti parlano di ben 300mila uomini, altre di 200mila, 400mila e 600mila. Matteo di Edessa afferma addirittura che fossero più di un 1milione di persone. Le fonti mussulmane, soprattutto Imad ad-Din, ricordano un esercito variegato formato da ogni razza, infatti vi erano contingenti di russi, cazari alani, uzi, cumani etc. Gli indigeni invece, sembra provenissero da molte province occidentali e da quasi tutte quelle orientali, soprattutto i temutissimi anatolici, formando così il nerbo dell’esercito imperiale, inoltre vi era un contingente al seguito dell’imperatore, composto da truppe variaghe e cavalleria del Tagmata.
Gran parte del seguito era formato da ingegneri, lavoratori, servi, e quindi non sono poi così distanti le cifre che abbiamo riportato prima, anche se notevolmente esagerate. E’ credibile che l’esercito effettivo potesse contare su meno di 100mila uomini, che per un esercito medievale, era comunque qualcosa di impressionante. Comunque, Romano IV Diogene, che guidò la spedizione contro l’invasione turca di Alp Arslan, perse la battaglia con quasi tutto l’esercito ed egli stesso finì prigioniero dei nemici. Michele Psello, narratore dell’epoca, anche se la sua cronaca è condita da forti richiami partigiani e gran parte delle volte avverse allo stesso Romano, disse:

Si bardò dunque della completa armatura stratiotica snudò la spada contro i nemici; e, come ho udito dire da molti, di quanti gli si paravano dinnanzi parecchi uccise e gli altri costrinse alla ritirata. Ma poi, quando quelli che tiravano contro di lui riconobbero chi era, i loro colpi lo incalzarono tutt’intorno ed egli cadde da cavallo, colpito, e poi fu fato prigioniero, e l’imperatore dei Romani fu trascinato in ceppi al comando nemico e il nostro esercito si dissolse. E fu solo una minoranza a trovar scampo, mentre del grosso dei soldati parte vennero presi prigionieri e parte furono fatti carne da macello.

Alla fine di questa battaglia, gran parte dell’esercito di Bisanzio si sgretolò, e permise al sultano selgiuchide di conquistare quasi tutto l’oriente bizantino, arrivando a Nicea, che divenne la capitale del nuovo regno mussulmano. Le lotte per il potere successivo a questa disfatta furono aspre e coinvolsero la aristocrazia militare capitanata dalla nascente famiglia dei Comneni, e quella burocratica, residente principalmente nella capitale, guidata dai Dukas. Si arrivò ad un compromesso nella figura di un giovane generale, “poiché l'Imperatore notò che Alessio era tenuto in alta reputazione da tutti nonostante fosse ancora quasi imberbe, lo nominò Generale in capo dell'Occidente e lo onorò al rango di Proedros.
Una volta arrivato al potere Alessio, dovette arginare questo problema ed intervenire energicamente sulla questione militare. Essendo egli stesso, proveniente dalla famiglia aristocratica più abile nell’arte guerresca, riorganizzò dal fondo, la struttura dell’esercito, istituendo la pronoia. Questa nuova struttura si basava sulla concessione di parti di territorio di demanio imperiale, a ufficiali dell’esercito che ricevevano appezzamenti di terra, al posto del denaro che così poteva essere risparmiato dalla finanza centrale. Il contratto prevedeva che per tutta la durata della vita del nuovo signore, i paroikoi dovessero essere a sua disposizione, e nel caso di guerra, sarebbero dovuti essere armati e addestrati, a spese del Pronoiario. Questo permetteva una drastica riduzione delle spese militari, ora in carico ai signori dei Pronoia, e allo stesso tempo una ricostruzione dell’esercito su base indigena, che tanto era risultata vincente nel periodo iconoclasta e macedone. La differenza tra un pronoiarios e uno stratiota, si bavosa principalmente sullo stato sociale, infatti sulla nuova struttura vi erano a capo, ufficiali, uomini d’arma stranieri, capi mercenari, aristocratici militari, mentre su quella del themata, gli strategos, erano in gran parte di origini umili.
Il pronoiaros doveva prestare servizio militare a cavallo, vestire armatura pesante, ed addestrare o assoldare un numero di soldati in proporzione all’ampiezza del proprio possedimento, avendo, secondo contratto, anche l’obbligo di inquadramento della popolazione, cosa sconosciuta al capo tematico. L’atto del pronoia avveniva tramite una concessione della cancelleria imperiale, direttamente per mano dello stesso Basileus, non era ereditario, non era alienabile, e tutte le possibili ulteriori concessioni, erano legate alla sola persona che riceveva questo dono. Con questa sistema, l’esercito imperiale fu ricostruito, anche grazie a robusti inserimenti di mercenari occidentali e turchi. La forza militare che poté scatenare successivamente Alessio contro i Normanni, e suo figlio Giovanni contro i turchi in Asia Minore, dimostrò quanto questo sistema fosse utile. Nel periodo di Manuele, la riforma andò a regime, tanto che supportò l’intera campagna di antico stampo imperiale, imposta dal giovane sovrano.

La guerra contro i Normanni

I Normanni arrivarono in Italia, come pellegrini, in seguito furono chiamati come mercenari, e dopo il 1071, furono padroni di quello che era l’antico katepanato. La caduta di Bari, infatti, sancisce la definitiva perdita di Bisanzio, di tutto il meridione italiano a favore del capo indiscusso di tutti i Normanni, Roberto di Altavilla detto il Guiscardo. Una volta conquistato e affermato il suo potere, questo intraprendente condottiero, che Anna definisce come “temperamento tirannico, astuto di pensiero e coraggioso nell'azione, estremamente ingegnoso nel pianificare attacchi alle ricchezze di facoltosi possidenti e ancor più ostinato nel metterli in pratica”, decise di conquistare l’impero di bisanzio e la sua capitale Costantinopoli. Radunò un esercito di sedicimila uomini, e salpò da Brindisi nel 1081, per approdare alla città di Epidammo, meglio conosciuta come Durazzo, prima però conquistò Corfù, che divenne la sua base strategica per gli ulteriori attacchi.
Per contrastare la forza normanna, Alessio contattò tutti i toparchi d’Oriente, che in quel periodo combattevano valorosamente i turchi, affinché gli inviassero quanti più truppe erano in grado di potergli dare. Allo stesso tempo inviò come nuovo governatore, suo cognato Giorgio Paleologo, affinché difendesse la città di Durazzo, per arginare l’avanzata del Guiscardo, furono ben fortificati i luoghi, e utilizzati speciali sistemi in previsione di un assalto della città. Le truppe nemiche arrivarono quindi a Durazzo il 17 giugno del 1981, pronte per un assedio, tanto che furono caricate nei dromoni, tutto quanto era necessario per un assedio e la città bizantina, si preparò alla difesa, guidata dal Paleologo, uomo esperto d’armi e temprato dalle guerre in Oriente. I Normanni aveva costruito un’immensa torre, alta come le mura della città, e ricoperta da pelli affinché non bruciasse nel caso avessero usato il fuoco liquido, e alla sua estremità, vi erano poste diverse catapulte, pronte a scagliare i loro pesanti proiettili direttamente all’interno del recinto murario. Alessio venne informato della situazione critica, nella quale versava la strategica città di Durazzo, infatti, se fosse caduta in mano nemica, avrebbe permesso al Guiscardo di percorrere la via Egnatia, per giungere fino a Costantinopoli. Decise quindi di chiamare in aiuto gli stessi Turchi, che avrebbero rimpolpato il debole esercito imperiale, e i Veneziani (2), che invece avrebbero dovuto attaccare la flotta nemica alle spalle. Il doge Domenico Selvo, dopo aver ricevuto “formali promesse”, si mise egli stesso a capo di una vasta flotta, tanto che Anna ci dice “allora allestiscono subito una flotta con ogni specie di navi e fanno vela verso Durazzo in perfetto ordine”. Arrivarono quando la città di Durazzo era già sotto assedio, si fermarono per attraccare nelle vicinanze, “ebbero paura” vedendo che le navi normanne montavano “macchine belliche di ogni genere.” Lo scontro venne posticipato al giorno seguente, e la flotta alleata, ebbe la meglio sulle navi capitanate da Boemondo, che dovette ritirarsi lasciando la costa indifesa. I veneziani così poterono attraccare e sbarcare le proprie truppe da terra, che attaccarono coadiuvati dalle forze del Paleologo, che uscì con i suoi uomini da Durazzo. Lo scontro fu violento, tanto che Anna ci narra che addirittura si raggiunse “persino il quartiere di Roberto”, e sembra che la battaglia andò a favore delle truppe alleate, dato che i Veneziani “fatto gran bottino, ritornarono alle proprie navi e si imbarcarono”, mentre gli uomini guidati da Paleologo, ritornarono all’interno delle mura. Alessio, sembrò pienamente soddisfatto del comportamento degli alleati, tanto che inviò al doge, “molti presenti” e “infiniti doni”, credendo forse di aver già inferto un colpo mortale al nemico. Invece Roberto tentò di forzare il blocco navale imposto dai veneziani che di fatto chiudeva ogni possibilità di rifornimento dalle terre italiane, ma non vi riuscì anche grazie all’intervento della flotta bizantina, capitanata da Mauriziò.
La situazione rimase in fase di stallo, lasciando l’esercito normanno bloccato tra Durazzo e il mare, tanto che Alessio, una volta nominato reggente Isacco, partì da Costantinopoli alla testa di un vasto esercito, “e vi aveva posto a capo gli uomini più valorosi delle truppe scelte.”
Intanto Roberto, avvicinando ulteriormente le macchine d’assedio alla mura della città, lanciava un poderoso attacco, tanto che Giorgio Paleologo fu costretto ad una sortita che per poco non gli costò la vita. La situazione non sembrò cambiare, tanto che il Guiscardo tentò un ulteriore attacco grazie ad un nuova torre che gli avrebbe permesso un assalto definitivo, ma anche in questo caso, le mura e la prontezza difensiva del Dux, glielo impedirono.
L’imperatore, affrettandosi, arrivò nei pressi di Durazzo e fece acquartierare l’esercito costruendovi delle trincee, nella posizione più agevole e più strategicamente favorevole. Scelse un altura, dove vi era il santuario di Nicola, e li “piantò un campo trincerato”, poi iniziò le trattative e le discussioni con i propri generali per escogitare l’attacco al campo normanno. La strategia imperiale, si delineò su di un attacco a sorpresa nella notte, direttamente sul campo di Roberto, preso da due lati, e condotto dalle truppe mercenarie. Una volta che la situazione si fosse evoluta, lo stesso imperatore avrebbe guidato la carica direttamente contro il centro dello schieramento nemico. Nella notte però le truppe normanne lasciarono il campo per pregare nel santuario dedicato a S. Teodoro, e così il piano svanì. Alessio agì di conseguenza e spostò le “schiere sul pendio lungo il mare”, lasciò libere le truppe mercenarie con il compito di colpire la tende di Roberto, e trattenne a sé, invece il reggimento variago, che però fu fatto scendere dai cavalli. Divise l’esercito in “falangi”, diede il comando al’ala destra, Cesare Niceforo Melisseno, mentre a quella sinistra il gran domestico Pacuniaro, il centro invece fu guidato dallo stesso imperatore. Tra la prima fila composta da soldati mercenari di stirpe barbarica, e la linea del Basileus, vi erano una moltitudine di arcieri pronti a colpire i normanni, e a loro difesa erano state scelte, le truppe variaghe guidate da Nampite.
Alessio, quindi, decise per l’attacco, e tutto il suo esercito si mobilitò “seguendo la riva del mare”, mentre da Durazzo partirono degli assalti per creare un’azione diversiva. Roberto gestì la situazione, e mandò un “distaccamento di cavalleria” con il preciso compito di creare confusione nelle linee nemiche e di “trascinare lontano di là qualche guerriero dell’esercito romano”. Lo scontro ebbe inizio, e i cavalieri normanni guidati da Amiceta, tentarono un assalto alle truppe variaghe, che però venne respinto violentemente. La situazione sembrò volgere a favore dei bizantini, fino a quando la stessa moglie longobarda di Roberto, Sichelgaita, spronò l’esercito, cavalcando imbracciando “una lunga lancia” ella stessa contro le armate nemiche, infondendo rinnovato vigore ai fuggitivi. Infatti, il reggimento dei variaghi, spintosi troppo oltre nelle file nemiche dal vigore guerresco e dall’odio contro il popolo dei normanni, iniziò a mostrare segni di cedimento e di stanchezza, e Roberto, accortosi del fatto, lanciò un corpo di fanti contro di loro, trucidandoli tutti. Quelli che riuscirono a scappare, furono rincorsi e arsi vivi presso il santuario “dell’arcistratego Michele”, lasciando così un fianco scoperto che venne duramente colpito dagli assalti delle truppe normanne che infine ebbero la meglio. L’esercito bizantino si sfaldò, tanto che perirono gran parte dei generali, e tanti figli dell’aristocrazia imperiale, come Costantino Ducas e Niceforo, inoltre le truppe alleate turche, vista la situazione si misero in fuga, sancendo così la vittoria normanna. Lo stesso Alessio dovette difendersi dalla baldanza di taluni soldati normanni spinti fino alla sua persona, Anna racconta l’abilità combattiva del padre, e la sua agilità nel rimanere vivo ai ripetuti assalti nemici. Alla fine, l’esercito bizantino dovette arretrare fino a Tessalonica, a nulla servirono i ripetuti tentativi per ribaltare la sconfitta, Roberto una volta conquistata Durazzo, ebbe strada libera verso Costantinopoli. Allora Alessio, una volta accertata l’impossibilità di vincere il Guiscardo con lo scontro militare, si servì dell’abilità diplomatica che allontanò così Roberto dal suolo imperiale, vedendolo costretto al precipitoso ritorno in patria, per via di rivolte fomentate dall’oro bizantino. Boemondo fu nominato nuovo generale, e guida per la conquista dell’impero, ma si dovette aspettare il ritorno del Guiscardo nel 1084 perché la situazione ritornasse a favore dei normanni. Rioccupò Corfù che era ritornata nell’alveo imperiale, e conquistò Cefalonia il 17 luglio del 1085. Sembrava che nessuno potesse fermare il valente guerriero normanno, ma proprio quando si apprestava ad attaccare nuovamente, morì di peste, concludendo così la spinta espansionistica normanna. La guerra prese, se possibile, ancora maggior vigore, durante il regno di Manuele Comneno, quando, la rinnovata monarchia normanna, attaccò Tebe e Corinto, saccheggiandole di ogni bene prezioso, e facendo diversi prigionieri, specialmente tra i maestri della lavorazione della seta. Il sovrano bizantino ebbe la mani legate e non poté intervenire, così non fu per il successivo attacco a danni della strategica isola di Corfù dato che la situazione con i crociati si era stabilizzata, ora, dopo il loro ingresso in terra Selgiuchida.  Gli eserciti erano a disposizione del Basileus per una giusta rappresaglia contro i Normanni che avevano conquistato la rocca dei Corciresi. Manuele convocò tutti gli esperti militari e i suoi consiglieri, per arrivare alla decisione di colpire il nemico, con una guerra anfibia. Furono armate circa mille navi di ogni genere, quelle da carico, quelle ricolme di fuoco liquido, i brigantini, quelle a cinquanta remi, mentre l’esercito di terra era cosi vasto da non poterlo contare. La guerra così ebbe inizio, e Manuele sicuro della sua forza e delle sue decisioni, nominò a capo della marina Megas Doux Stefano Contostefano, e a capo della fanteria il gran domestico Giovanni. Gli alleati veneziani si unirono alla flotta imperiale sulle coste per cingere d’assedio l’intera isola, mentre lo stesso Manuele, si mise alla testa del suo esercito partendo dalla capitale per arrivare fino alla rocca di Corfù. Il primo tentativo, quello diplomatico, non ebbe alcun esito e quindi si decise di attaccare la rocca con la forza delle armi. La posizione della rocca, rendeva quasi impossibile ogni forma di attacco, facilitando però il ruolo dei difensori che arrecavano gravi danni alle truppe imperiali. La situazione divenne ben presto grave per le truppe imperiali che non riuscivano ad indebolire le potenti difese della rocca, lo stesso Magas Doux morì travolto da schegge di pietra, subito sostituito dal Gran Domestico Giovanni. Dopo tre mesi di lungo assedio senza aver alcun tipo di risultato, Manuele decise di circumnavigare l’isola a capo della nave ammiraglia per cercare un punto debole, e dopo un attenta ricerca rivelatasi con un nulla di fatto, optò per la costruzione di una scala di legno protetta da un’armatura. Si progettò quindi, una torre d’assedio per poter espugnare la rocca; la sua base veniva posta su delle imbarcazioni, e la struttura in legno e in metallo veniva costruita direttamente con materiali proveniente dalla barche. Poco dopo, scoppiò una violenta rissa tra veneziani e romei, e man mano che il tempo passava la situazione sembrava sempre più compromessa, fino a che il Gran Domestico, dopo aver tentato in tutti i modi di placare gli animi, fece uscire, prima la guardia personale e poi una parte dell’esercito. Lo scontro segnò la fuga dei veneziani nelle loro navi e sembrò sancire una apparente calma, ma i lagunari non contenti, diedero fuoco alle imbarcazioni imperiali, e si spinsero cosi avanti che, presa la nave ammiraglia, si fecero beffe di Manuele, vestendo e idolatrando un etiope vestito in maniera sontuosa e simile al sovrano bizantino. Il Comneno in questo caso dimostrò tutta la sua freddezza che tanto aveva colpito il padre Giovanni, mandò dei famigliari dai veneziani affinché gli concedessero il perdono imperiale arrecato alla figura dell’imperatore e al suo popolo. La vendetta non era certo una scelta saggia in quel particolare momento, e una possibile guerra fratricida avrebbe compromesso in maniera definitiva la riuscita della missione, comunque il fatto rimase nell’animo del sovrano romeo. Niceta Coniata ci racconta che :

Ma anche se per il momento ingoiò l’ira, nel suo animo continuò a tenere in caldo lo sdegno come una scintilla sotto la cenere finchè, quando le circostanze lo permisero, poté accenderlo, come a tempo opportuno si dirà (3)

L’assedio ripartì, le macchine da guerra scagliarono grandi quantità di pietre e gli arcieri nuvoli di frecce, ma sembrava che la fortezza non volesse cadere. Manuele però doveva dimostrare che la sua forza, e quindi quella dell’impero, era indissolubile e nessuno poteva porsi contro, tanto meno i corfioti che solo poco tempo dietro pagavano i tributi ai Romei. Decise quindi di muoversi per via diplomatica, ed ottenne subito un risultato. La rocca ormai era a corto di cibo e di viveri, si lasciò convincere dalla abilità oratoria di Manuele di cedere le armi e di tornare nell’ovile imperiale. I Normanni furono lasciati liberi di tornare in patria e le porte furono spalancate all’esercito di Bisanzio che entrò nella fortezza di Corfù. Dopo aver lasciato un presidio di germani all’interno della base appena conquistata, svernò a Valona per partire alla volta della Sicilia. Si accorse ben presto che l’impresa era difficile, quasi impossibile per via delle tempeste e della forza del mare che non sembrava volersi placare. Il suo disperato tentativo fu cosi deleterio che distrusse quasi tutta la flotta, egli stesso riuscì a stento a salvarsi per ritornare in patria. Manuele decise così di abbandonare temporaneamente l’attacco al Regno di Sicilia.

* Parte di una saggio intitolato "Gli eserciti di Bisanzio e Venezia nel periodo Comneno" a cura di Nicola Bergamo

(1) Non si è ancora certi sulla sicurezza della data. Sembra però che Alessio I, durante il soggiorno a Costantinopoli nel maggio del 1082, si impegnò con i veneziani e pagò il debito con il crisobullo. E’ probabile quindi che in questo frangente, ossia nell’intermezzo della guerra bizantino-normanna, abbia ceduto alla richieste dato il periodo di forte crisi nel quale versava l’impero. L’aiuto militare dato dai marciani avrebbe permesso una vittoria alleata contro il Guiscardo. Vedi G. RAVEGNANI, M. POZZA, (anno 1082)

(2) E con promesse e doni invitò anche i Veneziani (dai quali proviene ai Romani il colore blu –veneto- nelle gare dell’ippodromo); promise loro alcuni vantaggi e altri glieli offrì subito, a patto che essi volessero armare tutta la loro flotta e raggiungere al più presto Durazzo, allo scopo sia di difendere questa città sia di ingaggiare un’aspra lotta con la flotta di Roberto ( Alessiade IV, II, 2) ibidem.

(3)N. CONIATA p. 201. Questo è uno dei motivi scatenanti per il quale Manuele avrebbe fatto imprigionare tutti i Veneziani residenti nell’impero qualche anno dopo. Il rapporto che viene descritto in questo caso dal cronista bizantino, dimostra quanto fosse labile l’alleanza.

Bibliografia 

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P. LAMMA, Oriente e occidente nell'alto medioevo : Studi storici sulle due civiltà, Antenore, Padova, 1968.
J. HALDON, State, army and society in Byzantium : approaches to military, social and administrative history, 6th-12th centuries, Variorum, Aldershot, 1995
J. HALDON, Warfare, state and society in the Byzantine world, 565-1204, UCL Press, London, 1999.
Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio : Narrazione cronologica. Volume 1., Libri 1.-14., Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1994.

G. RAVEGNANI, M. POZZA, I trattati con Bisanzio 992-1198, Il cardo, Venezia 1993



 


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