Giovanni VIII Paleologo

Alla fine del XIV secolo ciò che restava dell’Impero dei Romei era in condizione quantomai precaria. Militarmente impotente, l’Impero offriva i suoi territori quale campo di battaglia, ma non poteva partecipare ai conflitti se non come spettatore. Stretto tra Turchi, Serbi, Genovesi e Veneziani, non aveva altra scelta che destreggiarsi tra i contendenti e sperare nell’aiuto dell’Occidente, affidando la propria difesa alle Repubbliche marinare e facendo atto di vassallaggio ai sultani turchi. Economicamente abbattuto, l’Impero s’indebitava sempre più, e per sopravvivere i basileis giungevano al punto di tentar di vendere parte delle terre che ancora appartenevano loro. O quelle di cui potevano disporre, poiché ormai era invalsa una fortissima tendenza centrifuga che faceva sì che l’autocrate dei Romei non era nulla più che il sovrano di Costantinopoli, mentre il resto dei territori erano appannaggio degli altri membri della famiglia.

La giovinezza

Non fu dunque con la prospettiva di un roseo futuro che nel dicembre del 1392 o 1393, a seconda di come si vogliano interpretare i conteggi dello storico Sfranze, nacque Giovanni, primogenito di Manuele II, da poco successo a Giovanni V quale autocrate dei Romani, e di Elena Dragaš, figlia del potente nobile serbo Costantino. Tanto più che da poco era caduta in mani turche la seconda città dell’Impero, Tessalonica, l’orgoglio serbo era stato abbattuto nella piana di Kossovo e Manuele stesso aveva dovuto accompagnare il sultano alla conquista dell’ultima enclave greca in Asia Minore, Filafelfia. E gli anni successivi non furono più promettenti. segnati dall’assedio dei Turchi di Bejazet alla capitale nel 1394. Fu così che Manuele, allo scopo di chiedere aiuti militari ed economici all’Occidente, seguendo le orme di suo padre, nel dicembre del 1399 decise d’imbarcarsi per un lungo viaggio, che l’avrebbe tenuto lontano dalla sua terra per tre anni. Precauzionalmente, vista la situazione della capitale assediata, e poco fidandosi di colui che della Città sarebbe stato il reggente, l’ambizioso e volitivo Giovanni VII, Elena, Giovanni ed i suoi fratelli avrebbero soggiornato nella più sicura Morea, protetti da Venezia. Nei suoi viaggi Manuele ottenne ben poco, ma Tamerlano ad Ankara risolse temporaneamente i suoi problemi, e, al suo ritorno, egli potè permettersi di giocare con una certa abilità con i figli di Bejazet, assumendo un ruolo, talvolta, di arbitro e protettore. Nel frattempo, in seguito a trattative, Giovanni –il quale, una volta scomparso, e senza eredi, Giovanni VII, non aveva più alcun ostacolo alla successione al trono- sposava Anna, figlia di Basilio I di Mosca. Il matrimonio sarebbe durato poco, perché la sposa, ancora una bambina, morì poco dopo le nozze di peste, però l’evento servì a Giovanni per entrare di peso nell’agone politico, ed egli non fu estraneo all’appoggio dato da Costantinopoli a Mustafa contro Mometto I, nella lotta che divise i due principi turchi negli anni 1414-1415. La scelta non fu oculata, e solo Venezia riuscì a cacciare Maometto dai dintorni della capitale romea. Gli anni successivi Giovanni li trascorse tra Tessalonica -tornata ai Romani dopo la pace di Gallipoli- e la Morea, al fianco del despota Teodoro II, mentre il padre apriva con il papa Martino V caute trattative per l’unione delle Chiese. Quale supporto a tali aperture Manuele impose unioni matrimoniali ai suoi figli, e così Teodoro sposò Cleope Malatesta, imparentata al pontefice, e Giovanni Sofia, figlia di Teodoro II del Monferrato, una donna di cui efficacemente Sfranze descrive il poco attraente aspetto… Più che un matrimonio fu una farsa, Sofia visse confinata e nel 1426 fuggì da Costantinopoli per ritirarsi in un convento, ma le nozze servirono a Manuele per incoronare il figlio coimperatore, il 19 gennaio del 1421.

L’Impero, prima fase

Giovanni ufficialmente non era l’autocrate, ma nella realtà l’Impero era nelle sue mani, date le condizioni di salute sempre più precarie dell’anziano genitore che, infatti, già nel 1421 si ritirò nel monastero di Nostra Signora di Peribleptos, ove una emorragia cerebrale, nell’ottobre dell’anno successivo, lo costrinse ad abdicare pressoché totalmente dalle sue funzioni. E Giovanni nell’immediato si trovò tra le mani una bella gatta da pelare, la morte del sultano Maometto I e la lotta tra i figli Mustafa e Murad. A detta di Sfranze, contro il parere del padre Giovanni VIII si schierò apertamente con Mustafa, appoggiato del resto da molti arconti, quali Demetrio Paleologo Cantacuzeno, e non senza il favore di Venezia. Mal glie ne incolse, perché Murad, con il discreto aiuto di Genova, attaccò e sconfisse Mustafa, per poi rivolgersi furioso contro Costantinopoli, che cominciò ad assediare il 10 giugno del 1422. Fortunatamente Manuele aveva rafforzato le mura, e, comunque, ribellioni in Asia Minore e l’apparizione di un nuovo pretendente turco -fatti cui certo Giovanni non era estraneo…- liberarono la Città dalla morsa in settembre. La pausa fu breve: già l’anno successivo, racconta Ducas, Murad scatenava i suoi eserciti contro Tessalonica ed in Morea. La Morea fu saccheggiata ma Tessalonica lasciò definitivamente l’Impero, poiché l’invalido e giovanissimo despota Andronico, fratello di Giovanni, piuttosto che cedere al partito filoturco della città, e nonostante l’invio da parte del fratello d’uno stratego, decise di cedere -gratuitamente- la seconda città dell’Impero a Venezia, nel settembre del 1423, per poi finire la sua vita nel monastero del Pantokrator, col nome di Acacio. E le disgrazie non finirono qui: Demetrio, l’altro fratello di Giovanni, entrò in conflitto con lui e chiese asilo ai Genovesi di Pera, ostili a Venezia; Teodoro di Morea non fu da meno, e la sua vicinanza con il papa provocò il blocco di qualsiasi discorso sull’unione. E i Turchi erano ancora alle porte della Città. Alla fine del 1423 Giovanni partì per Venezia, e poi toccò Milano, Mantova e Pavia, per poi incontrarsi in Ungheria con Sigismondo, allo scopo di dirimere i dissidi esistenti e promuovere una lega cristiana contro i Turchi. Il tutto, ovviamente, senza esiti apprezzabili. Nel frattempo Elena Dragaš, reggente a nome del figlio, a Costantinopoli, firmava la pace con Murad, accettando nuovamente il ruolo di vassallo del sultano.

L’Impero, seconda fase

Il 21 luglio 1425 il basileus Manuele II, monaco, con il nome di Matteo, si spegneva. L’elogio funebre fu letto da Bessarione, poi vescovo di Nicea. Giovanni VIII diveniva autocrate e, primo tra i suoi predecessori, non volle mai farsi affiancare da coimperatori. Anzi, come già aveva dimostrato con il suo intervento a Trebisonda, tentò di bloccare ed invertire le tendenze centrifughe dell’Impero. Senza peraltro riuscirci… Due anni dopo si sposò per la terza volta, e questa volta la scelta, fatta, probabilmente, non con ragioni politiche o dinastiche, cadde su Maria Comnena, figlia dell’imperatore Alessio IV di Trebisonda. una donna la cui straordinaria bellezza e grande moralità son testimoniate da molti, tra cui lo storico Ducas. Giovanni senz’altro ne era perdutamente innamorato, tanto da cadere in una profonda depressione, da cui mai più si riprese, dopo la sua morte, avvenuta nel 1439, quando lui era lontano da Costantinopoli. Comunque, poco dopo il matrimonio, se non con Demetrio, decise di dirimere i dissidi almeno con il fratello Teodoro e, accompagnato da Costantino Dragazes, altro suo fratello, veleggiò verso la Morea. Questa volta viaggiava con una sua propria flotta, e non con navi Veneziane, testimonianza dello sforzo dispiegato nel dotare l’Impero di alcune proprie unità navali. Teodoro e Costantino, che gli era stato affiancato come despota, si misero all’opera per rafforzare militarmente il despotato e, tra l’altro, alle Echinadi, davanti al golfo di Patrasso, Demetrio Lascari Leontari sconfisse la flotta dei Tocco, duchi di Acaia. A quel punto Carlo Tocco chiese la pace e diede in isposa nel 1428 la figlia Maddalena a Costantino Dragazes, con le sue terre peloponnesiache in dote. E la situazione progredì ulteriormente, con la conquista di Patrasso nel 1429, ratificata dal sultano. I Romei erano padroni del Peloponneso. Ma l’altra faccia della medaglia fu la conquista turca di Tessalonica ed il massacro che ne seguì, il 29 marzo del 1430. Del resto era da sette anni che la città era veneziana, non più romana. La presa di Patrasso aveva ulteriormente raffreddato i rapporti con papa Martino V, parente dei signori di quella città, e le conquiste in Morea spazientito Venezia, Ora, dopo il 1430, la situazione politica venne ad evolvere in senso favorevole a Giovanni. Martino V moriva e, in ottemperanza a quanto deciso, si apriva a Basilea il Concilio Ecumenico. I Padri conciliari decisero di appoggiare i desideri di Giovanni VIII e accettarono la sua richiesta ad affrontare il problema dell’unione delle due Chiese. Ovviamente i problemi sorsero subito, e da più parti. I romei non accettavano di dipendere da un paese latino, il patriarca di Costantinopoli, Giuseppe II, pur non contrario di principio all’unione, non intendeva partecipare al Concilio, e, soprattutto, i Padri conciliari si scontrarono con il nuovo pontefice, Eugenio IV, per ragioni dottrinali. Le trattative sull’unione si fermarono almeno fino al 1435, quando ripresero vigorosamente, tanto da parte dei Padri conciliari di Basilea quanto da papa Eugenio: era da tempo, probabilmente, che Costantinopoli non si sentiva tanto corteggiata! Alla fine Eugenio IV convinse la maggioranza dei Padri conciliari a trasferire il Concilio a Ferrara e Giovanni VIII convinse Giuseppe II a partecipare al Concilio stesso.

L’Unione

Lasciati a Costantinopoli la madre Elena ed il fratello Costantino quali reggenti, Giovanni s’imbarcò il 25 novembre del 1437 alla volta di Venezia. Lo accompagnava una delegazione imponente, di cui facevano parte tra l’altro Giuseppe II, il fratello Demetrio, il metropolita di Efeso Marco Eugenico, il vescovo di Nicea Bessarione, il giudice universale dei Romani Giorgio Scolario, il filosofo Gemisto Pletone. Molti non avevano aderito all’invito, soprattutto Basilio di Mosca, contrario all’unione, ed il despota Giorgio Brankovic di Serbia, stretto tra Turchi e Ungheresi. In seguito s’aggiunse, comunque, Isidoro, metropolita di Kiev. Il Concilio s’aprì il 9 aprile del 1438. e si rivelò estenuante. Discussioni infruttuose, cronica mancanza di fondi e financo la peste tormentarono i lavori, che, comunque, vennero disertati da tutti i sovrani europei, fatta eccezione per la presenza dell’inviato del duca di Borgogna. Nel gennaio del 1439 il concilio fu spostato a Firenze, dove almeno i Medici avrebbero offerto un aiuto finanziario, ed a marzo ripresero i lavori. Finalmente Giovanni riuscì a vincere l’intransigenza dei suoi e, risolto il problema del filioque e della supremazia del vescovo di Roma, l’unione divenne realtà, sancita dalla bolla papale Laetentur Caeli, emanata il 16 giugno 1439. Gli unici a non firmare furono Marco Eugenico, esicasta convinto, e Demetrio, che del resto, quale laico, non era tenuto a farlo. Nell’ottobre del 1439 la delegazione rientrò in patria, su navi mercantili veneziane, con molte speranze ma ben poco in mano, se si eccettuano due galere e 300 balestrieri scelti, e per Giovanni fu un rientro ben triste, per la notizia della morte della moglie, tanto che fino a tutto il 1441 non partecipò più agli affari di stato. E fu, forse, un bene, perché l’unione venne gestita in sua assenza dalla madre, antiunionista convinta, e da Costantino, che alla madre era legatissimo. Non ci furono né repressioni né problemi insormontabili, in questa fase, e del resto l’unione non era stata la volontà del solo Giovanni. Già suo padre l’aveva prospettata, e comunque Giovanni era appoggiato da gran parte dell’aristocrazia romea e degli arconti della capitale. Lo stesso mesazon Luca Notara, che sosteneva di preferire il turbante turco alla mitra latina, sostenne che l’unione era il male minore. Il fatto è che di fronte alla tolleranza della corte la risposta di chi non accettava l’unione fu assai violenta, e, probabilmente a causa della delusione per la scelta del successore di Guiseppe II, l’unionista Metrofane e non l’antiunionista Gennadio l’Athonita, suo protetto, Marco Eugenico non esitò a legarsi a Demetrio ed ai Turchi per cercare di rovesciare Giovanni VIII. La ribellione dimostrò il poco seguito che in quel momento avevano i capi antiunionisti, tuttavia portò Murad -affiancato da Demetrio- davanti a Costantinopoli, allontanato da un trattato di pace. Era, comunque, il segnale che, qualora le speranze riposte in quell’atto non avessero trovato forma concreta, tutte le lacerazioni insite nella società bizantina sarebbero esplose.

Epilogo   

Il frutto dell’unione giunse presto, e fu quella lega cristiana che Giovanni cercava da sempre, ed alla quale per quel che poteva cercò di partecipare. In seguito alla chiamata pontificia Ladislao di Polonia, l’ungherese Giovanni Hunyadi, Giorgio Brankovic, con l’apporto della flotta veneziana, aderirono alla crociata, e questa partì di vittoria in vittoria. Niš, Sofia, Kunovica. Il sultano era impegnato in Asia Minore, anche perché il basileus aveva scatenato un nuovo pretendente e sollevato Ibrahim Beg di Caramania. Impegnato su due fronti, Murad decise di scendere a patti, e Ladislao e Brankovic accettarono la pace. Il Papa e Giovanni reagirono furiosamente, e il primo impose la prosecuzione della crociata, ma fu una decisione disastrosa, poiché le forze cristiane che affrontarono i Turchi a Varna, il 10 novembre 1444, erano stremate e inferiori numericamente, e furono distrutte. Giovanni si precipitò a rendere omaggio a Murad, ma sapeva che il suo destino era segnato, e così inviò il metropolita di Amasia, Pacomio, in Occidente a chiedere aiuto. Invano. Nel frattempo tra l’altro era morto papa Eugenio IV, ed il successore, Niccolò V, pareva sordo alle istanze romee. Nel giugno del 1448 i Turchi attaccarono in forze Costantinopoli, ma le loro forze si infransero contro le mura e contro le fortificazioni del Kontoskalion: fu una soddisfazione per Giovanni, che aveva speso molto nel ripristino delle mura della città. Ma fu l’ultima, ed una delle poche, poiché il 31 ottobre morì, dopo breve malattia. Gli fu risparmiata, almeno, la notizia della sconfitta subita da Hunyadi a Kosovo.

Fu seppellito, come suo padre, nel Pantokrator, insieme all’amata Maria Comnena, ma non vi fu un sacerdote disposto a compiere i riti funebri, fu composta una sola monodia in suo onore e nella liturgia la madre -quella stessa madre cui Giovanni era stato tanto legato- vietò che il suo nome fosse pronunciato insieme a quello degli altri basileis.
Senz’altro questo trattamento non lo meritò. La sua adesione all’unione non portò ad alcuna persecuzione, e comunque la sua posizione fu tutt’altro che isolata. Varna e Kosovo furono le ultime crociate e fallirono, ma con altro esito Giovanni sarebbe stato giudicato diversamente. Non fu servo ossequioso delle potenze che dominavano Bisanzio. Tentò di dotare l’Impero d’una flotta, impose tasse di importazione ed esportazione, aumentò il kommerkion, pretese il pagamento dei servizi portuali. tentativi presto abortiti, ma quantomeno li fece. Combatté la decentralizzazione del potere, non cedette un metro quadro dell’impero a nessuno e volle ridare dignità all’impero e all’idea d’impero: fu per questo che saccheggiò i tesori del Pantokrator prima di partire per il Concilio, per offrire l’immagine il più possibile splendida di sé e del suo seguito agli Occidentali. E senz’altro in questo riuscì, lasciando vivida testimonianza nei contemporanei, e promuovendo quella diffusione della grecità che tanto contribuirà al nostro Rinascimento.  Purtroppo era tardi: quattro anni e mezzo dopo la sua morte la fine sarebbe arrivata.

Djuric I., Il crepuscolo di Bisanzio, Roma, Donzelli

autore: SERGIO BERRUTI

Nicola

Author: Nicola

Share This Post On
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: