Le cospirazioni bizantino-musulmane contro le Crociate

di Savvas Neocleous (*)

Centro di studi  su Medioevo e Rinascimento

Trinity College Dublin, College Green, Dublino 2, Irlanda

A b s t r a c t

 Questo articolo esamina le accuse dei latini di cospirazioni bizantino-musulmane contro le Crociate avanzate nel corso del XII secolo, accuse contenute in diverse cronache, resoconti e lettere. Sebbene i loro elementi sensazionalistici fossero evidenti, i racconti dei latini che ritraevano i sovrani bizantini come alleati degli “infedeli” contro le Crociate e gli Stati crociati vennero più o meno presi alla lettera dagli studiosi moderni. Un’analisi più approfondita mette in evidenza che tali accuse erano basate su voci che si erano sviluppate e diffuse tra i ranghi e le fila delle armate crociate e infine si radicarono nelle cronache  arricchendosi sempre più di elementi bizzarri. Servirono  prima ad  indicare un capro espiatorio per giustificare  il fallimento della Crociata del 1101 e della seconda Crociata poi come strumento per spiegare, interpretare, o piuttosto malinterpretare, la terza Crociata. Malgrado il fatto che, in genere, queste teorie non sembrano aver avuto grande seguito presso gli imperatori latini, i re  e i nobili, paradossalmente, fu proprio un nobile della quarta Crociata, Baldovino IX di Fiandra, insieme con i suoi chierici consiglieri, che infine le utilizzò nel maggio e giugno 1204 per giustificare la conquista latina della cristiana Costantinopoli.

Introduzione

Dopo la sua proclamazione a sovrano dell’impero latino di Costantinopoli, il 16 maggio 1204, Baldovino IX di Fiandra inviò un certo numero di  lettere in Europa che riferivano dell’inattesa piega presa dagli eventi a Costantinopoli e recavano  un dettagliato resoconto delle circostanze che avevano portato alla conquista della capitale bizantina. Quattro lettere sono arrivate fino a noi ed erano indirizzate a Papa Innocenzo III  (1198–1216), all’arcivescovo Adolfo di Colonia, all’abate di Cîteaux e tutti gli altri abati dell’ordine cistercense, e a “tutti i fedeli di Cristo” (universis Christi fidelibus) (1).

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(*) Savvas Neocleous è titolare di una laurea specialistica  in filosofia e del dottorato di ricerca in filosofia presso il Trinity College di Dublino e di una laurea presso l’università di Cipro. E’ curatore degli atti del primo e secondo  forum post laurea in studi bizantini: Sailing to Byzantium. Autore di diversi testi, tra cui “The Byzantines and Saladin: opponents of the Third Crusade?”, in Crusades 9 (2010); “Imaging Isaac of Cyprus and the Cypriots: evidence from the western historiography of the Third Crusade”, di prossima pubblicazione nel volume “From holy war to peaceful co-habitation (CEU Medievalia)”e “Representation of music in medieval Cypriot iconography: evidence from nativity scenes, pubblicato nel volume POCA 2005, Postgraduate Cypriot Archaeology.

Nella sua lettera enciclica, Baldovino si scagliava contro la città di Costantinopoli: “Questa città, nel più immorale rituale dei pagani (i musulmani) – cioè bere il sangue in segno di unione fraterna – molto spesso osava intrattenere scellerati rapporti di amicizia con gli infedeli, il suo seno generoso nutriva quegli stessi infedeli,  ai quali nel suo  arrogante orgoglio arrivò a  fornire armi, navi e vettovaglie”(2).

La lettera di Baldovino era indiscutibilmente un capolavoro di propaganda, che aveva lo scopo di legittimare la conquista latina della città cristiana di Costantinopoli.

Cosa aveva portato il neo imperatore latino di Costantinopoli – e  gli eruditi chierici nell’esercito della quarta Crociata che concepirono i contenuti della lettera enciclica – ad affermare che la capitale imperiale “molto spesso osava intrattenere scellerati rapporti di amicizia con gli infedeli”? Questo  testo esamina le accuse avanzate dai Latini su presunti  complotti bizantino-musulmani contro i Crociati nel XII secolo, ne individua le origini e le zone dove sarebbero stati perpetrati, determina se queste accuse  fossero veritiere o costruite, e infine stabilisce quali specifici episodi Baldovino e  i suoi consiglieri avessero in mente quando prepararono la lettera enciclica.

La prima Crociata (1096-1099).

Le accuse contro i bizantini di collusione con i musulmani possono essere ravvisate fin dalla prima Crociata (3). Quando Nicea si arrese ai bizantini il 19 giugno 1097, ai Turchi della città fu data la possibilità  di arruolarsi nell’impero bizantino o di tornare liberi nelle loro terre (4).  C’è da rilevare che l’imperatore Alessio (1080-1118) dipendeva pesantemente dagli stranieri che prestavano servizio nell’esercito (5), e dopo la morte di Roberto il Guiscardo nel 1085, un gran numero di Normanni si era riversato nell’esercito di Alessio (6). I Normanni, che avevano disertato l’armata di Boemondo durante la spedizione in Albania nel 1107-8, furono accolti dall’imperatore che “gli dette la libera scelta di rimanere a servire nel suo esercito o di andare ovunque essi avessero voluto”(7). Ai  Turchi di Nicea nel 1097 furono offerte le stesse condizioni dei Normanni. Agli occhi latini però i Turchi erano degli “infedeli” e il trattamento di favore da parte di Alessio inasprì il risentimento di molti  cronachisti latini contro l’imperatore bizantino. Incline ad attribuire alla condotta di Alessio il peggior movente possibile, l’anonimo autore di Gesta Francorum riteneva  che l’imperatore “li trattasse (i Turchi) con grande cautela così da poterne disporre per colpire  i Franchi e  impedire loro la Crociata” (8).

Questa tesi è ripresa  in Occidente da due dei primi tre revisori delle Gesta Francorum. Ghiberto di Nogent racconta che “il tiranno” Alessio, non solo lasciò i Turchi impuniti, ma “li accolse a Costantinopoli (…con) l’obiettivo principale (…), in caso di disaccordo con i Franchi, di avere  uomini utili per opporvisi” (9). Usando queste identiche parole, Roberto il Monaco, rivela  ‘l’inganno’ di Alessio (10). Baldrico di Dol, che curò la terza riscrittura delle Gesta Francorum, è invece molto più moderato nei suoi rilievi. Egli enfatizza due volte che “si dice” (dicitur) – prova che egli non condividesse necessariamente tale visione – che Alessio avrebbe usato i Turchi “contro i cristiani al momento opportuno e, attraverso di loro, si sarebbe ribellato contro quelli che egli invidiava (cioè i Crociati)” (11). Tuttavia, il cronachista ci offre anche un punto di vista alternativo e ragionevole per cui  il trattamento di favore riservato ai Turchi di Nicea fosse mirato   a  spingere altre città ancora in mano ai Turchi ad arrendersi.

Dopo la caduta di Nicea, Alessio occupò la città con mercenari turcopoli (cavalleria con armatura leggera di origine turca) (12); questo, oltre al trattamento clemente riservato ai Turchi di Nicea, presto diede adito a voci incontrollate. Come sottolineato da Bernoldo di Costanza nel Chronicon, già nel 1100 la voce che Alessio avesse ritirato ogni sostegno ai Crociati e avesse restituito ai ‘pagani’ le città da questi riconquistate aveva raggiunto la Germania (13). Nel suo Hierosolymita (o Libellus de expugnatione Hierosolymitana), scritto tra il 1105 e il primi anni del 1106, Ekkehard di Aura, riferendo del viaggio  di Boemondo  (1105) in Occidente per promuovere il  sostegno alla Crociata che prevedeva la deposizione di Alessio (14), più esplicitamente afferma, in tono propagandistico,  che il monarca bizantino “si riconciliò con i Turchi perché aveva poca o  nessuna speranza di continuare a regnare in Oriente” e quindi “restituì ai figli del tiranno Solimano (Qilich Arslan (1092–1107)) (15) Nicea (…) che era stata da poco riconquistata con il sangue cristiano” (16). Riferendosi alla presunta cessione di Nicea ai Turchi da parte di Alessio, Ekkehard afferma: “Crimine sommamente ripugnante” (17), tuttavia, contrariamente alle affermazioni del cronachista, Nicea rimase sotto il controllo bizantino fino al 1330.

L’accusa di Ekkehard fu recepita e riproposta da uno dei più importanti storici latini del XII secolo: Otto di Freising. Nella sua Chronica, Otto registra che “Alessio scelleratamente si alleò con i Turchi (…) ed empio consegnò loro Nicea, che era stata conquistata al costo dello spargimento di tanto sangue della nostra gente” (18). E’ impossibile tuttavia che Otto, fratellastro del re tedesco Corrado III (1138-52) e uno dei comandanti dell’esercito tedesco nella seconda Crociata, non sapesse che Nicea era sotto il controllo bizantino, perlomeno al tempo della spedizione dell’esercito tedesco in Asia minore nel 1147. Ciò nonostante, lo storico decise di ribadire l’accusa di Ekkehard contro Alessio, presumibilmente perché mancava di un approccio critico a questa fonte o perché pensava che Nicea fosse stata effettivamente restituita  ai Turchi da Alessio, ma poi riconquistata ai bizantini dai suoi successori. Le insinuazioni contro Alessio, sebbene riferite alla riconciliazione con i Turchi e all’intenzione di usarli all’occorrenza contro i Crociati, non può essere considerata come un’accusa esplicita di cospirazione bizantino-musulamana.

La prima e unica accusa esplicita di complotto contro la prima Crociata si trova nel resoconto di Raimondo di Aguilers. Il cronachista indica due ragioni per cui ai primi di maggio del 1099  l’Egitto fatimide inviò un’ambasceria al campo crociato di Arqah (Akkar) per rigettare la proposta della cessione di Gerusalemme in cambio di altre città e un’alleanza militare contro i Selgiuchidi. La  prima era che  al-Afdal, visir del califfo fatimide  (19), “sapeva che noi eravamo pochi” (20), e la seconda era che il visir “sapeva che l’imperatore Alessio ci era mortalmente ostile da quando avevamo scoperto le sue lettere che ci riguardavano dopo la battaglia  contro il re di  Babilonia (cioè al-Afdal) ad Ascalon (il 1 agosto del 1099), nell’attendamento dello stesso re” (21). Il resoconto di Raimondo è stato accettato da parecchi studiosi (22), tuttavia Lilie ne ha messo in dubbio la credibilità: il fatto che “Raimondo sia il solo cronachista che riporta questa informazione (…) deve far sorgere dei sospetti (…). Se fosse vero è  estremamente improbabile che un fatto simile non fosse noto nell’armata crociata e quindi non fosse utilizzato  anche da altre fonti per la propaganda” (23). Per di più, come ha sottolineato Lilie, la proposta dei Crociati sarebbe stata comunque rigettata dagli egiziani, mentre l’affermazione che al-Afdal avesse con sé ad Ascalon le lettere bizantine non è ragionevole (24). E, più importante, all’inizio di aprile, gli inviati di Bisanzio arrivarono al campo crociato di Arqah e cercarono di convincere i prìncipi ad attendere che l’arrivo di Alessio alla fine di giugno “così che questi avrebbe potuto viaggiare con loro fino a Gerusalemme” (25).

Lungi dal tramare contro i Crociati, l’imperatore bizantino appare essere pronto, nella primavera del 1099, a marciare alla testa dell’armata crociata fino a Gerusalemme e sacrificare i suoi buoni rapporti con i Fatimidi nella speranza sia di assicurarsi la Città Santa che esercitare pressioni su Boemondo rinforzando la sua alleanza con il resto dei prìncipi crociati. Tuttavia, non è del tutto impossibile, che a seguito del ‘definitivo rigetto della proposta di Alessio’ davanti ad Arqah tra la  fine di aprile e i primi di maggio 1099, l’imperatore bizantino riconsiderasse la situazione e decidesse di cambiare la sua strategia politica, mandando un’ambasceria al Cairo per informare al-Afdal della sua definitiva rottura con i Crociati, prendendo le distanze da loro (26).

Le lettere imperiali devono essere arrivate al Cairo dopo che al-Afdal aveva lasciato la capitale fatimide alla volta della Palestina per affrontare i Crociati: le lettere  sarebbero state quindi trasmesse al visir fatimide, finendo poi nell’accampamento egiziano di Ascalon. Tali lettere, quando fossero state mandate, non avrebbero avuto alcuna parte nell’antecedente rifiuto delle proposte dei crociati su Gerusalemme; esse possono a malapena essere state infarcite di parole di odio che Raimondo di Aquilers, acerrimo nemico di Alessio, attribuisce a loro. Nelle sue lettere, l’imperatore deve essersi semplicemente lavato le mani nei riguardi dei crociati e delle loro vicende.

Nel suo Hierosolymita, che rimanda all’elaborazione di Raimondo di Aguilers, Ekkehard di Aura, come introduzione al suo resoconto sul viaggio di Boemondo in Europa occidentale nel 1105, accoglie ed rilancia l’accusa contro Alessio contenuta nel resoconto di Raimondo. Questi  sostiene che le lettere dell’imperatore bizantino ad al-Afdal rilevano “che l’imperatore Alessio era ostile a noi fino alla morte”, ma non necessariamente che Alessio incitasse il visir contro i crociati.

Invece Ekkehard accusa il sovrano bizantino di incitare al-Afdal (Babylonicum regem) contro i Crociati, e non solo una,  ma parecchie volte “con frequenti messaggi” (frequentibus nuntiis) (27). Sebbene Ekkehard non faccia riferimento in dettaglio alle lettere ufficialmente trovate nell’accampamento egiziano dopo la battaglia di Ascalon, la sua accusa è più grave di quella che si trova nel resoconto di Raimondo: l’imperatore bizantino cospirava frequentemente con gli “infedeli” contro i Crociati.

La Crociata del 1101

La disonorevole sconfitta dei Crociati nel 1101  solo due anni dopo il clamoroso successo della prima Crociata fu uno shock per i Latini d’Occidente (28). Le due principali armate della Crociata erano quella franco-lombarda e l’aquitana-bavarese. Entrambe furono annientate dai turchi in Asia minore. Alberto di Aachen annota che, nella domenica di Pasqua, 6 aprile 1102, i superstiti della Crociata e altri coloni latini d’oltremare si riunirono a Gerusalemme per celebrare la Resurrezione, essi consigliarono Baldovino I di Gerusalemme (1100-18) di chiedere all’imperatore Alessio, tra le altre cose, di “fermare la distruzione e il tradimento dei Cristiani” (a perditione et a traditione Christianorum cessaret) e “non ascoltare i turchi e Saraceni (Turcos et Sarracenos non audiret)” (29). Come  Alberto chiarisce, i Crociati consigliarono Baldovino di avanzare tale richiesta perché la voce (fama) che circolava tra i Cristiani era che, su consiglio ingannevole dell’imperatore stesso, i lombardi e i soldati turcopoli al comando del conte Raimondo fosse stati indirizzati attraverso deserti e luoghi sperduti nelle terre desolate di Paflagonia, così che, ormai debilitati come erano dalla fame e dalle sete, potessero essere lì facilmente sopraffatti e uccisi dai turchi (30).

Tuttavia, quando Baldovino, nel tentativo di dissipare ogni dubbio, si decise ad inviare un’ambasceria ad Alessio “per confermare il loro trattato e la loro amicizia”, l’imperatore, “con un giuramento solenne nel nome di Dio (…) fugò tutti i sospetti dei Cristiani sulla morte dei Lombardi” (31). La voce che il sovrano bizantino avesse orchestrato la distruzione dell’armata lombarda è anche smentita dallo stesso Alberto di Aachen. In verità, come riportato da affidabili  e  illustri personaggi (a veridicis et nobilibus viris), Alessio non poteva assolutamente  essere incolpato di questo crimine, anzi,  spesso aveva messo in guardia l’armata sull’inospitalità dei territori, le carenza di approvvigionamenti e le imboscate dei turchi nelle zone remote della Paflagonia, e mettendoli in guardia che per queste ragioni essi non avrebbero potuto percorrere in sicurezza quella strada (32).

Perfino l’acerrimo nemico di Alessio, Ghiberto di Nogent, concesse che l’imperatore bizantino in persona “onestamente (veraciter) disse loro (ai lombardi) che non disponevano di un numero sufficiente di cavalieri per prendere una strada alternativa a quella della prima spedizione” (33). Dunque Alessio non fu esplicitamente accusato di agire d’intesa con i turchi contro l’esercito lombardo, per contro la vicenda  dell’armata aquitano-bavarese fu del tutto diversa. Infatti, all’arrivo a Costantinopoli. i capi dell’esercito vennero sommersi di regali da Alessio e fecero voto di fedeltà all’imperatore bizantino. I prìncipi avevano incontri quotidiani con l’imperatore, e i loro uomini  venivano trasportati con rapidità attraverso il Bosforo, mentre sulla riva orientale dello stretto, i Crociati tedeschi cominciavano a dubitare di Alessio.

Tra di loro c’era Ekkehard, che annotava che “girava una voce (murmur) per la quale il detestato imperatore favoriva i Turchi piuttosto che i Cristiani”, e avendo valutato la capacità offensiva  dei Crociati, incoraggiava i turchi contro di loro con frequenti messaggi (34) – ci si potrebbe tuttavia chiedere se i turchi avessero veramente bisogno di lettere e incoraggiamento da Alessio per attaccare gli “infedeli” invasori dei loro territori. Un’ondata di panico si diffuse tra i Crociati tedeschi e i pellegrini, si spinsero a immaginare che il sovrano bizantino avesse detto che  “egli avrebbe indotto  i Franchi a combattere contro i turchi come cane mangia cane” (35). Conseguentemente alcuni tedeschi in preda al panico decisero di arrivare in Terra Santa per mare.

Ekkehard  non era il solo ad affermare che Alessio incoraggiava i Turchi contro i Crociati, voci fantasiose di complotti tra l’imperatore bizantino e gli “infedeli” contro la spedizione aquitano-bavarese presto si diffusero in Occidente. Ghiberto di Nogent insinua che prima ancora che i Crociati avessero lasciato Costantinopoli, Alessio ne aveva informato i Turchi per lettera:  (… che) ‘le grasse pecore francesi stanno muovendo verso di noi, condotte da un pastore folle (cioè Guglielmo IX di Aquitania)’ ” (36).

Guglielmo di Malmesbury analogamente sottintende che Alessio avesse cospirato con i Turchi contro i Crociati aquitano-bavaresi. Nel suo Gesta regnum Anglorum, egli annota che Alessio “guidò Guglielmo (di  Aquitania) in un’imboscata dei turchi, i quali, dopo averlo isolato dai suoi 60.000 uomini armati lo lasciarono proseguire, quasi da solo, per reazione alla risposta negativa del conte, ciò a causa del suo presunto rifiuto di prestare  giuramento di fedeltà all’imperatore. In un passo successivo di questo lavoro, Guglielmo di Malmesbury ritorna sulla Crociata del 1101 e con  una rappresentazione  raffinata e retorica riferisce che “senza che Alessio se ne curasse o piuttosto proprio per questo,  (illo [Alexio] non curante vel potius procurante) egli  (Guglielmo di Aquitania) era caduto nella trappola tesa da Solimano” (38).

Alessio era percepito dagli occidentali come un potentissimo sovrano.  Non solo per la grandiosità della capitale imperiale –  senza rivali nell’Europa occidentale – ma per la splendida ospitalità  offerta ai Crociati a Costantinopoli; il sovrano bizantino fece del suo meglio per impressionarli e ostentare il suo potere e la sua ricchezza. Era considerato tanto potente da condizionare gli eventi ed era quindi ragionevole che gli fosse addebitata una catastrofe come la Crociata del 1101. Lo scenario in cui Alessio boicotta la Crociata del 1101, era considerato particolarmente suggestivo dagli Occidentali che necessitavano di una giustificazione  per il disastro. Le voci si erano ampiamente diffuse e, prontamente accettate come vere,  successivamente si arricchirono di ulteriori e fantasiosi particolari.

Un racconto altamente immaginifico della sfortunata  Crociata del 1101si trova nella Historia ecclesiastica di Orderic Vitalis. Orderic tuttavia manca di distinguerne le tre differenti spedizioni, dando l’impressione che un’unica armata marciasse verso l’Asia minore.  Il suo racconto include la più elaborata sintesi dei rapporti tra Alessio e i Turchi, da cui scaturiscono le più pungenti critiche all’imperatore bizantino: Alessio inviò delle navi cariche di tarterons da distribuire tra i Crociati,  con lo scopo di conoscerne il numero (39). Successivamente “mandò una stima del loro numero a Danishmend, a  Qilich Arslan e altri principi turchi, e li consigliò di riunire tutte le forze del mondo pagano incitandoli alla battaglia in Paphlagonia” (40), dove i Crociati furono infine sopraffatti. Secondo l’elaborata ricostruzione di Orderic, dopo la vittoria i turchi “restituirono all’imperatore tutta la grande quantità di tarterons che aveva ingannevolmente elargito ai Cristiani fingendo generosità. Gli fecero avere anche la metà del bottino preso al nemico sconfitto (41). I rilievi conclusivi su Alessio sono altamente critici: “tale perfido traditore fece un patto con i turchi e vendette in questo modo i fedeli agli infedeli, ottenendone in cambio una grande quantità di tarterons come prezzo del suo tradimento del sangue dei cristiani, egli ha così glorificato la sua follia (42)”.

Nonostante le accuse di diversi cronachisti occidentali secondo cui Alessio era responsabile del disastro della Crociata del 1101, le reali cause della catastrofe devono essere ricercate altrove (43). Fintanto che l’imperatore bizantino fu coinvolto, egli generosamente fornì vettovaglie, fondi e validi consigli militari che però l’armata franco-lombarda non seguì,  contingenti turcopoli furono anche affiancati alle forze franco-lombarde e aquitano-bavaresi. In breve, il comportamento di Alessio non fu sleale (44). Tuttavia, sebbene Alessio non potesse ritenersi responsabile della distruzione delle armate nel 1101, dall’inizio del XII secondo gli storici latini in Occidente e l’Oriente latino contribuirono alla diffusione e alla legittimazione della diceria che l’imperatore bizantino e i turchi fossero in combutta. Scrivendo molti decenni dopo la sfortunata spedizione, Guglielmo di Tiro, proprio come Ekkehard e Ghiberto, sosteneva che Alessio “mandava continuamente suoi emissari presso i  turchi, pregandoli di distruggere i pellegrini. Tramite numerose lettere e messaggi, egli informava i turchi dell’arrivo dei pellegrini e li avvisava in anticipo che per la loro stessa salvaguardia non dovessero subire il libero passaggio di questa grande compagnia” (45). Curiosamente, mentre nelle cronache della prima Crociata c’è un solo riferimento al complotto bizantino-musulmano e in una sola fonte, cioè il resoconto di Raimondo di Aguilers, sulla Crociata del 1101 i riferimenti a questa accusa erano molto comuni (46).

La seconda Crociata (1147-1149).

Quando le armate tedesca e francese nella seconda Crociata partirono dall’Europa occidentale al comando del re tedesco Corrado III e del re francese Luigi VII (1137-80) rispettivamente  in maggio e giugno 1147, nessuno poteva immaginare che questa spedizione si sarebbe risolta in una sonora sconfitta (47). In una lettera che l’imperatore bizantino Manuele (1143-80) mandò a Luigi nell’agosto del 1146, lo informava che era ben disposto verso di lui e ostile ai turchi, contro cui egli stava marciando con l’aiuto di Dio (48). Nell’estate del 1146 Manuele dichiarò guerra a Masud I (1116-56), il sultano selgiuco di Iconium (Konya), e marciò sulla sua capitale che cinse d’assedio. Dopo molti mesi, l’imperatore si ritirò, con l’intenzione di tornare l’anno successivo.

La partecipazione del re tedesco alla seconda Crociata e il crescente numero di Crociati in procinto di entrare sul territorio bizantino nell’estate del 1147 costrinse tuttavia Manuele ad accettare la proposta del sultano per una tregua nella primavera dello stesso anno. Molti commentatori moderni hanno sostenuto  che l’intenzione di Manuele fosse quella di tenere le mani libere per trattare con i Crociati (49). Agli occhi di molti Crociati francesi concordando una  tregua col sultano di Iconya, l’imperatore bizantino aveva tradito la causa cristiana. Il cappellano di Luigi, Odo di Deuil, che sembra così essere stato a conoscenza del contenuto della lettera di Manuele al re francese del 1146, dichiarava con disappunto che “Manuele in persona, che aveva scritto al nostro re (Luigi) di avere  intenzione di accompagnarlo nella lotta agli infedeli e che aveva riportato  su di loro una recente e importante vittoria,  aveva poi di fatto rinnovato con loro una tregua di dodici anni” (50).

Le valutazioni e le iniziative dei bizantini erano determinate dall’interesse politico piuttosto che dal fervore della fede. Gli Stati cristiani – compresi quelli crociati in Siria e Palestina – confinanti con i territori governati dai musulmani spesso concludevano accordi di pace con i vicini musulmani stringendo perfino alleanze militari strategiche. Questa politica era dettata da spregiudicate  ragioni di realpolitik (51). Tali considerazioni, però, erano fuori dalla mentalità della maggioranza dei Crociati occidentali che, avendo giurato di sterminare gli “infedeli” guardavano qualsiasi compromesso con loro come un tradimento. Mentre i Crociati francesi marciavano attraverso la valle del Meandro nei territori bizantini sud-orientali dell’Asia minore, i turchi, sconfitti dai francesi in una battaglia campale alla fine di dicembre 1148, si rifugiarono ad Antiochia, città bizantina nella zona del Meandro. Odo of Deuil colse l’occasione per  screditare Manuele che, nelle parole del cronachista, “da traditore occulto  si rivelò (dolosus proditor) aperto nemico(apertus inimicus)” (52).

L’accusa di Odo, tuttavia, non aveva alcun fondamento: la sua credibilità risulta indebolita proprio perché precedentemente aveva affermato che l’imperatore bizantino aveva avvisato il re francese, che era a Efeso, dell’imminente attacco turco “esortandolo a rifugiarsi nei castelli imperiali” (53). Chiaramente, perciò, Manuele avrebbe difficilmente dato il suo appoggio, ovvero non era proprio al corrente del presunto accordo tra i turchi e gli abitanti di Antiochia, “una misera cittadina”, come Odo stesso la descrive (54). C’è da aggiungere che, durante l’avanzata dei Crociati francesi attraverso i territori bizantini dell’Asia sud-occidentale, un considerevole  numero di genti locali, rese ostili dai saccheggi dei Crociati, si allearono spontaneamente con i turchi. Odo di Deuil annota che i turchi e i ‘greci’  “erano nostri comuni nemici (unanimes inimici) (55) (…) progettavano la nostra (dei francesi) distruzione in molti modi, perciò, sebbene essi fossero storicamente nemici, si accordarono per perseguire questo scopo” (56). Phillips sostenne la tesi che i ‘greci’ potessero aver cooperato con i Selgiuchidi per stabilire buone relazioni con loro: “i Crociati sarebbero passati ma i turchi sarebbero rimasti e non potevano permettersi di inimicarseli” (57). Si può aggiungere che sebbene a livello politico l’impero bizantino e il sultanato selgiuchide di Iconya fossero nemici storici in Asia minore, a lungo andare i loro continui contatti, specialmente nella valle del Meandro, portarono allo sviluppo di buone relazioni a livello locale tra i due gruppi (58). D’altra parte, l’avanzata francese attraverso l’Asia minore era stata caratterizzata da saccheggi e razzie (59). Questo spiega in termini pratici perché un buon numero di genti locali, inclusi gli abitanti di Antiochia del Meandro, decise di fare causa comune con i selgiuchidi contro i francesi (60).

Nel 2003, Harris ha sostenuto che la parte più credibile della cronaca di  Odo fosse  quella dove Manuele incoraggiava attivamente i turchi ad attaccare i Crociati che avanzavano attraverso l’Asia minore” (61). Questa affermazione, tuttavia, si basa su un falso presupposto: infatti soltanto in un’occasione effettivamente Odo allude al fatto che Manuele fosse in combutta con i Turchi, cioè quando si riferisce all’episodio in cui i Turchi si rifugiarono ad Antiochia sul Meandro. Denunciando Manuele come nemico dichiarato il cronachista insinua che il monarca bizantino avesse consentito la ritirata dei turchi nella città bizantina. Per quanto riguarda invece le popolazioni di lingua greca nel sud-ovest dell’Asia minore che fecero causa comune con i Selgiuchidi contro i francesi, Odo non ne attribuisce la responsabilità all’imperatore.

Inoltre, una più accurata disamina delle fonti della spedizione crociata francese in Asia  minore rivela che nessun autore latino accusa Manuele di cospirare con i turchi per distruggere la Francia. Di fatto, la sola accusa esplicita rivolta a Manuele, non di cospirazione ma, precisamente di connivenza negli attacchi  contro l’armata francese, viene proprio dalla penna del re Luigi. Sebbene nella sua lettera inviata da Antiochia al suo reggente, l’abate Suger di Saint-Denis, Luigi riferisce che i francesi furono ricevuti con gioia e onori dall’imperatore di Costantinopoli, tuttavia dice anche che i Crociati soffrirono molte perdite in Asia Minore “a causa del tradimento dell’imperatore bizantino, dato che i Turchi col suo permesso entrarono nelle sue terre per contrastare i soldati di Cristo” (62). Anche se Luigi sembra avere considerato Manuele un complice degli assalti turchi, escludendo un suo intervento diretto, tuttavia dal punto di vista del re deve esserci stata poca o nessuna differenza in termini di responsabilità morale. Nonostante questo, il sovrano francese non si nasconde il fatto che il tracollo dei francesi fosse anche dovuto ai loro stessi errori oltre che ai costanti agguati dei banditi, alle gravi difficoltà sul terreno e in molti luoghi mancanza di approvvigionamenti che presto portarono alla carenza di cibo. Come osserva Mayr-Harting, Luigi dette poca importanza al presunto tradimento nella sua lettera (63). Per di più, vale la pena di notare che nel discorso indirizzato ai suoi baroni in Adalia e citato da Odo, Luigi non faceva nessun riferimento alla perfidia bizantina (64).

L’accusa che Luigi rivolge a Manuele di avere consentito che i turchi entrassero nel suo territorio per contrastare i Crociati ha una qualche credibilità? Runciman sostiene che Manuele non poteva fornire sufficienti forze per coprire la lunga linea di confine in Asia minore, specialmente perché era impegnato in una guerra contro Ruggero II di Sicilia (1130-54), egli non avrebbe potuto perciò impedire l’incursione delle bande turche in Anatolia (65). Studiosi più tardi come Magdalino e Phillips hanno pure messo l’accento sui limiti dell’autorità di Manuele sulle zone di confine tra gli imperi  bizantino e elgiuchide (66), e soprattutto, il re francese sembra avere sopravvalutato il controllo di Manuele sull’Asia minore occidentale. Sebbene Luigi accusasse Manuele di aver consentito ai turchi di entrare nel suo impero, tale accusa non sembra avere avuto grande seguito nell’armata francese, e ancora di più non fu mai confermata nelle cronache del tempo. Nemmeno Odo di Deuil accusò l’imperatore di Bisanzio di avere concesso ai turchi di entrare nel suo territorio e attaccare i francesi.

Per contro, l’opinione di Odo di Deuil sull’armata tedesca della seconda Crociata era diversa. Egli sosteneva che dopo la disfatta in Asia minore i Crociati tedeschi “maledicevano l’idolo di Costantinopoli (Manuele)”, che aveva dato loro una “guida infedele” (conductorem et traditorem) (67). Secondo le fonti del cronachista, la guida fornita da Manuele aveva consigliato ai tedeschi di rifornirsi a Nicea con provviste solo per otto giorni, li aveva poi condotti a perdersi nelle montagne ed era infine fuggita  per condurre quindi i turchi “alla preda” (68). I tedeschi, o piuttosto Odo, erano del tutto sicuri che Manuele, avendo fornito all’armata tedesca una  falsa guida “aveva fatto  quanto in suo potere per umiliare  la fede cristiana e rafforzare il paganesimo, incoraggiare gli intimiditi pagani e fiaccare il nostro (dei Crociati) ardore” (69). Come nel caso della sfortunata crociata del 1101, i Crociati nei ranghi della spedizione tedesca erano sensibili ai racconti di complotto alla ricerca di qualcuno su cui gettare la colpa del proprio fallimento. In Manuele  e nella guida bizantina essi trovavano un comodo capro espiatorio, Manuele era percepito dai tedeschi come un monarca potente: l’imperatore bizantino li aveva senza dubbio convinti di questo quando i crociati tedeschi soggiornarono a Costantinopoli. Dopo tutto, era un obiettivo della diplomazia bizantina “fare colpo sui “barbari”, che non conoscevano la natura speciale dell’imperatore, della sua città e del suo impero” (70). Il fatto che Manuele fosse considerato dai tedeschi potentissimo e pertanto capace di dettare il corso degli eventi, lo fece considerare responsabile della loro sconfitta  in Asia minore. Tuttavia, contrariamente all’accusa dei tedeschi e di Odo di aver fornito all’armata tedesca un conductorem et traditorem, Manuele non aveva direttamente ed esplicitamente ordinato alla guida di tradire i tedeschi in favore dei turchi o di complottare contro di loro. A parte Odo di Deuil, non ho trovato altri autori in Occidente che menzionassero o facessero allusioni all’imperatore bizantino o a guide che avessero agito in accordo con i turchi (71).

Il punto di vista dei coloni latini di Siria e Palestina era, però, una faccenda differente. Guglielmo di Tiro, lo storico latino d’Oltremare, riferisce che la guide ‘greche’ “deliberatamente condussero le legioni tedesche su strade fuori mano e in luoghi che offrivano al nemico ottime opportunità di attaccare e sconfiggere un popolo credulone” (72), per poi fuggire  nottetempo. Le guide bizantine attirarono i tedeschi in posti remoti “sia perché così erano stati istruiti dai loro capi (de mandato domini) o perché corrotti dai turchi” (73). In un passaggio successivo della sua Historia, Guglielmo ammetteva che “era opinione comune  (dicebator publice), ed era probabilmente vero, che del transito sui pericolosi tragitti percorsi dai tedeschi l’imperatore bizantino fosse non solo a conoscenza ma che ne fosse il mandante (de conscientia et mandato)” (74). Lo storico evita di citare per nome Manuele, imperatore che egli ammirava, e più tardi nella sua elaborazione lo elogiò, per  minimizzare qualsiasi imbarazzo nei suoi lettori. L’espressione dicebatur publice, utilizzata da Guglielmo di Tiro richiede ulteriori approfondimenti. Guglielmo studiò in Europa occidentale per più di vent’anni(sedici anni nelle università di Parigi e Orléans, e il restanti anni a Bologna), tornando nel regno di Gerusalemme non prima del 1165 (75). Una domanda sorge spontanea: dove si era creata  questa “opinione comune”?  In Francia, dove Guglielmo soggiornò dal 1146 al 1162 circa, o nell’Oriente latino? Se prendiamo per buona la Francia, ci scontriamo con l’improbabile scenario in cui  queste insinuazioni  parlano  del  sabotaggio bizantino ai danni della spedizione tedesca, ma nulla dicono del presunto ostruzionismo dei bizantini nei confronti dei francesi. La mancanza di questo riferimento specifico ci fa concludere che dicebatur publice si riferisce all’Oriente latino. Come poteva Guglielmo sapere questo, dal momento che non era mai stato “oltremare” a quel tempo? Come lo stesso storico ci riferisce, per il suo resoconto della seconda Crociata, egli “spesso si rivolgeva ai sapienti (latini d’Oltremare) e a quelli la cui memoria di quel periodo era ancora fresca” (76). Questi uomini senza dubbio informarono Guglielmo delle voci secondo cui i bizantini avevano tradito la spedizione tedesca. Queste dicerie, nate nei ranghi tedeschi, sembrano essere circolate in Oriente subito dopo la seconda Crociata e furono credute e registrate come vere, dai cristiani d’Oriente non latini. Difficile da credere sia casuale che il resoconto dell’anonimo cronachista siriaco sulla spedizione crociata tedesca fosse così coerente con quello di Guglielmo di Tiro (77). Sebbene non ci sia una esplicita relazione testuale tra la Historia di Guglielmo e la Cronaca dell’anonimo siriaco, gli scrittori delle due opere devono, almeno nell’opinione di questo autore, essere basati sulle stesse dicerie nate in Oriente, perché i loro racconti sulla spedizione tedesca presentano elementi sovrapponibili.

Per stabilire se Manuele avesse tradito i tedeschi nella seconda Crociata, dobbiamo esaminare quel che lo stesso re tedesco dice dell’imperatore bizantino e le sue guide. Le accuse di Odo e di Guglielmo contro le guide bizantine non sono sostenute dalle prove fornite in una lettera di Corrado e dal discorso del re tedesco citati da Odo. Nella sua lettera di gennaio/febbraio 1148 all’abate Wibald di Stavelot e Korvey, Corrado nel racconto della disfatta non fa alcun riferimento al tradimento da parte delle guide bizantine (78). La lettera del re non solo non sostiene la tesi di Odo e di Guglielmo, ma la contraddice addirittura. Corrado riferisce che i tedeschi erano partiti per Iconya portando con sé tutte le provviste che potevano, e non, come suggeriva Odo, che avevano dovuto limitarsi a rifornimenti sufficienti per  soli otto giorni. Il monarca tedesco raccontava che, per portare a termine la spedizione rapidamente, si era diretto verso Iconya per la via  più breve; in nessun punto egli accusa le guide bizantine di aver portato i tedeschi fuori strada. Per di più, Corrado non fa riferimento alla fuga delle guide e nemmeno alle accuse di aver consegnato i tedeschi ai turchi. Un discorso di Corrado, formulato immediatamente dopo la disfatta dei tedeschi in Asia minore e citato da Odo di Deuil, attribuiva  la responsabilità della “malasorte” del sovrano tedesco alla sua follia e a quella della sua gente (79). Corrado accusava se stesso di non aver reso i giusti ringraziamenti a Dio quando aveva lasciato la Germania con la sua armata, e di non aver emendato il suo stile di vita (80). Per di più, il re tedesco dava la responsabilità del disastro tedesco alla sua stessa presunzione e arroganza che offendevano Dio (81). Corrado non avanzò nessuna accusa ai bizantini. Se l’avesse fatto, un accanito oppositore di Bisanzio, come  Odo,  sarebbe stato certamente più che felice di riportarlo. Come il re tedesco, Otto di Freising non dette la colpa della disfatta tedesca alle guide bizantine né nella sua Chronica né nelle Gesta Friderici I imperatoris.

Sia Corrado che Otto erano in una posizione privilegiata per sapere se i bizantini avevano sabotato la spedizione e nessuno dei due li considerò responsabili della catastrofe e, sebbene tutti e due avessero avuto l’opportunità di scaricarne la responsabilità sulle guide bizantine, essi non lo fecero (82). Nella sua lettera di gennaio/febbraio 1148 a Wibald, Corrado stesso parlava di suo “fratello Manuele, imperatore dei greci” con grande affetto (83). E ancora: il fatto che, quando si ammalò ad Efeso, Corrado accettò di buon grado l’invito di Manuele a tornare nella capitale imperiale per la convalescenza, supporta la tesi che il re tedesco non considerasse il sovrano bizantino il  traditore della spedizione tedesca in Asia minore. Inoltre, il fatto che Corrado cementasse un stretta alleanza con Manuele dopo la Crociata si contrappone alla tesi dell’inganno bizantino. Come Lilie rileva, “sembra improbabile che il rispetto di se stessi dei tedeschi avrebbe consentito di accettare un tale oltraggio – per non chiamarlo tradimento  – dai bizantini senza reagire (84)”.

Curiosamente, le due sole accuse esplicite contro Manuele di collusione con i turchi sono fatte dal Patriarca giacobita Michele il siriaco e dallo storico bizantino Niketa Coniato. Phillips e Harris hanno utilizzato i dati forniti da queste due fonti per dimostrare “che Manuele incoraggiò attivamente i turchi ad attaccare i Crociati che transitavano in Asia minore” (85). Il patriarca Michele annotava che l’imperatore bizantino aveva ingannevolmente mandato i Crociati in zone remote dove molti morirono di fame e di sete, mentre molti altri venivano massacrati dai turchi (86). Inoltre, Michele in seguito accusò Manuele di aver “agito di concerto con i turchi” e di aver “ostacolato (i Crociati) in vari modi per due anni” (87).

Quanto è credibile il racconto della seconda Crociata fatto dal Patriarca? In primo luogo, Michele il siriaco scriveva nel tardo XII secolo, ben dopo la Crociata. In secondo luogo, le armate crociate entrarono in territorio bizantino in luglio e agosto 1147, in secondo luogo i crociati tedeschi furono sconfitti a novembre dello stesso anno, mentre i francesi lasciavano la bizantina Adalia in febbraio 1148. I crociati rimasero in territorio bizantino solo per sette mesi. Come avrebbe potuto Manuele ostacolarli per due anni, come Michele afferma? In terzo luogo, sebbene il patriarca accusasse Manuele di essersi alleato con i turchi, nessun dettaglio viene dato sull’entità e la durata di questo patto. Il Patriarca Michele  non seppe distinguere nemmeno tra le armate tedesca e francese. Il presunto tradimento di Manuele dei crociati tedeschi era stato ventilato nell’Oriente cristiano e il patriarca Michele senza dubbio ne era venuto a conoscenza e lo aveva in parte riportato.

Lo storico bizantino Niketa Choniate riportava che “anche se malato l’imperatore (Manuele) era presente e  aveva pianificato e ordinato di infliggere sofferenze tali così da essere una memoria indelebile per la posterità e seminare qua e là tensione,  tensione che avrebbe alimentato un movimento contro i “Romani”. I turchi avevano fatto le stesse cose nei confronti dei tedeschi quando, in un’altra occasione,  Manuele li aveva persuasi con le lettere e  istigati a muovere guerra (88)”. Choniate probabilmente cominciò la sua Historia prima del 1204, ma la integrò e rielaborò circa mezzo secolo dopo la seconda Crociata. La presa e il sacco di Costantinopoli nella quarta Crociata probabilmente influenzò la sua visione della storia bizantina. Dal suo punto di vista, la seconda Crociata aveva allontanato Bisanzio dall’Occidente per condurla  infine al disastro del 1204, Choniate era perciò predisposto a criticare  Manuele per come aveva gestito la seconda Crociata (89). Oltre alla ricostruzione a tinte forti, ci sono  molti errori e omissioni nel racconto di Choniate (90). Tutti questi fattori giocano contro l’affidabilità della sua testimonianza. La sua accusa che  “Manuele li (i turchi) aveva persuasi con le lettere e  istigati a muovere guerra” contro i tedeschi è priva di fondamento. Come osserva Lilie, “i tedeschi non potevano essere aiutati. Il loro inoltrarsi nel Dorylaion li portò inevitabilmente fuori dal territorio bizantino a scontrarsi con le forze selgiuchidi, che dovevano essersi sentite direttamente minacciate, per questo non c’era bisogno di lettere dell’imperatore al sultano” (91). La consegna dei tedeschi nelle mani turchi era una diceria che circolò in Oriente dopo la seconda Crociata, una versione che sembra essere stata accolta nel racconto di Choniate (92).

La terza Crociata (1189-1192).

Le narrazioni latine della Crociata del 1101 che ritraggono  il monarca bizantino come alleato degli “infedeli” sono molto meno numerose rispetto a quelle della  terza Crociata e la logica che le incarnava era del tutto diversa. Le storie apocrife sulle terza Crociata erano il risultato di incomprensioni e interpretazioni errate. Come nella prima e nella seconda Crociata, anche nella terza Crociata, l’armata tedesca, sotto la forte leadership dell’imperatore Federico Barbarossa (1156-90), lasciava Regensburg l’11 maggio 1189 per marciare via  terra  verso la Terrasanta  (93). Prima della partenza dall’Europa, l’imperatore tedesco aveva scambiato ambascerie con il  suo omologo bizantino, Isacco II (1185-95, 1203-4) che gli aveva garantito il passaggio in sicurezza attraverso il territori dell’impero bizantino nonché privilegi economici. Nonostante questo, la prossima partenza dell’imperatore tedesco suscitava nei bizantini e nel loro imperatore una  grande – e ingiustificata – paura (94). Il periodo che seguì la discesa in campo di Federico sembra essere stato testimone di un’ondata di timori bizantini sulla caduta di Costantinopoli ad opera dei  tedeschi (95). Con tali profezie che circolavano nella capitale imperiale, un Isacco in preda al panico “tamponò la posterna   Kilokerkos con arenaria lime e mattoni cotti” (96). La sua paura raggiunse livelli di isterismo e l’imperatore era ormai determinato a fermare i tedeschi con tutti i mezzi a sua disposizione. Dato che le loro serie e oneste intenzioni erano di liberare Gerusalemme e non certo di conquistare Costantinopoli, i Crociati tedeschi non arrivarono a capire che l’ostilità di Isacco nei loro confronti nasceva dal fatto che egli percepiva l’armata tedesca come una minaccia per la sicurezza della capitale bizantina.

Nel loro tentativo di comprendere l’atteggiamento negativo di Isacco verso la Crociata, i tedeschi non sorprendentemente conclusero che il monarca bizantino complottava con gli “infedeli” (97). Come ci dice Choniate, nell’ottobre 1189, “i tedeschi erano arrivati alla conclusione che niente avrebbe potuto muovere l’imperatore (Isacco) a violare  il solenne giuramento  dei cristiani d’Occidente salvo che egli avesse concluso una pace con il re dei Saraceni (Saladino – 1171-93), e che in accordo con i loro rituali solenni di amicizia, essi si fossero aperti una vena nei loro petti con l’offerta di bere vicendevolmente il sangue che ne sgorgava (98)”. L’anonimo autore della Historia de expedition Friderici imperatoris, la più nota fonte diretta sulla spedizione tedesca della terza Crociata, rivela anche il movente ipotizzato dietro l’arresto e l’incarcerazione degli ambasciatori tedeschi che erano stati inviati a Costantinopoli prima dell’esercito crociato e cioè che  il sovrano bizantino “desiderava offrire questo favore al suo ‘amico e federato’ Saladino il Saraceno, il nemico della croce e di tutti i cristiani” (99).

Le accuse e le suggestioni sulla cospirazione bizantino-musulmano contro i Crociati si propagarono rapidamente in Occidente. Un’eloquente testimonianza di questo e della sensibilità dimostrata da non pochi occidentali verso queste suggestioni, sono tre testimonianze  di Latini d’Occidente negli ultimi mesi del 1189, dopo che l’ostilità di Isacco verso i Crociati tedeschi era divenuta aperta e sempre più violenta (100). La  prima si trova nel Chronicon del monaco tedesco Magnus di Reichersberg (101): si tratta di una lettera,  inviata in Occidente da un anonimo corrispondente occidentale in Palestina che  non ha indirizzo e finisce bruscamente (102). Il testo delinea un resoconto particolareggiato che accusa gli imperatori bizantini Andronico I (1183-85) e Isacco di collusione con il sultano musulmano Saladino contro i regni  crociati e la terza Crociata.

Nel 1185, Saladino e Andronico I avevano concluso un Trattato solenne per stabilire un equilibrio di potere  contro i turchi selgiuchidi in Asia Minore (103). Secondo la lettera presente nell’opera di Magnus, in base al Trattato (confederatio), Saladino e Andronico si sarebbero accordati per sottomettere sia il sultanato di Iconya che i regni crociati e di conseguenza spartirsi le terre. Saladino avrebbe acconsentito a pagare pegno a Isacco, cioè a governare  Gerusalemme e la costa siriaco-palestinese come feudo dell’imperatore bizantino (104). In altre parole, il potente sultano non solo avrebbe accettato la spartizione dei territori conquistati, lasciando la parte del leone a Isacco, ma sarebbe addirittura diventato vassallo dell’imperatore. L’affermazione che Saladino, il campione della guerra santa contro i cristiani, avesse giurato solennemente di amministrare Gerusalemme e la costa siriaco palestinese come vassallo dell’imperatore cristiano è debole, se non implausibile (105).

E’ probabile che nel 1186, l’imperatore Isacco, che aveva deposto Andronico nel 1185, avesse mandato un’altra ambasceria a Saladino per ribadire l’alleanza (106). L’autore anonimo dell’informazione di Magnus riferisce della conferma dell’alleanza – confederatio come la chiama lui – e dichiara che, di conseguenza, quando Alessio, il fratello di Isacco, fu catturato ad Acri dai Latini d’oltremare, il sovrano bizantino ordinò (mandat) al sultano “di insorgere con forza  contro i Cristiani d’oltremare, che erano i più grandi nemici di entrambi” e liberare suo fratello (107). Isacco stesso avrebbe dovuto attaccare i Latini d’oltremare così che la loro terra potesse essere spartita come stipulato nel suddetto Trattato bizantino-musulmano. Per di più, secondo l’anonimo corrispondente, l’imperatore mandò una flotta di 80 navi in aiuto di Saladino, ma questa fu annientata al largo dell’isola di Cipro dall’ammiraglio normanno Margaritone. Il sultano invase il regno di Gerusalemme, e sconfitti i franchi a Hattin (4 luglio 1187), occupò quasi tutto il loro territorio. Come l’anonimo autore annota, Saladino, dopo il  suo trionfo, mandò a Isacco splendidi doni “per celebrare la sua vittoria” (108) e l’alleanza bizantino-musulmana fu di conseguenza rinnovata (109). Subito dopo, ricevuta la notizia dell’avvicinamento delle armate della terza Crociata, il sultano inviò un ambasceria a Isacco con preziosi doni, insieme a farina  e frumento  avvelenati e una botte di vino, anch’esso avvelenato, destinati allo sterminio dei Crociati tedeschi. Desiderando verificare l’efficacia del vino, Isacco convocò un cristiano latino alla presenza degli inviati di Saladino e gli ordinò di aprire la botte,  una volta apertala, questi fu ucciso dai fumi del veleno (110).

Tuttavia c’è da dire che tutte le accuse dell’anonimo autore contro Isacco erano senza fondamento. Nel  1186, una flotta bizantina di 70 navi era stata effettivamente inviata nel Mediterraneo orientale, dove fu sconfitta da Margaritone. Il bersaglio della flotta, però non era il regno di Gerusalemme  ma l’isola ribelle di Cipro, che era governata in maniera indipendente da Isacco Comneno, che si era proclamato imperatore fin dal 1184 (111). L’affermazione che Saladino avrebbe attaccato i Latini d’oltremare su ordine di  Isacco allo scopo di liberare suo fratello è palesemente in conflitto la realtà storica, il sultano mosse guerra al regno di Gerusalemme in risposta all’aggressione latina (112). Persino la credenza che Saladino, in quanto uomo di Isacco, prendesse gli ordini di buon grado dall’imperatore  è fuorviante e tradisce una visione occidentale fondamentalmente distorta della politica in Oriente. La storia bizzarra per la quale Saladino avrebbe inviato farina, frumento  e vino avvelenato allo scopo di sterminare i  Crociati, senza dubbio piaceva agli occidentali medievali, ma non poteva avere alcun fondamento nella realtà.

La seconda testimonianza che accusa Isacco di complottare con Saladino per distruggere il contingente tedesco della terza Crociata è una lettera presente  in due fonti inglesi del tutto indipendenti  tra di loro (114): le Gesta regis Henrici secundi di Roger di Hoveden e Ymagines historiarum di Ralph di Diceto (113). Secondo Roger di Hoveden, il testo originale, che era anonimo e  scritto alla fine del 1189 (115), fu letto alla Christiana plebs riunita nella cattedrale di St. Paul a Londra, per pregare in occasione  della conquista della Terra Santa (116). In quel periodo, Ralph di Diceto era diacono di St. Paul (eletto nel 1180), fatto che può ben spiegare la sua conoscenza della lettera. Una copia, probabilmente eseguita immediatamente al suo ricevimento o poco dopo, si trova anche nel testo di Roger di Hoveden (117). Si tratta di un’antologia di testi apocrifi, profezie e dicerie che l’autore aveva sentito in Oriente, evidentemente con scarsa  o nessuna aderenza ai fatti. L’imperatore bizantino Isacco era ancora una volta ritratto come stretto alleato di Saladino contro la terza Crociata. Era accusato di aver promesso al sultano un centinaio di galee, e “Saladino gli aveva assicurato l’intera Terra Promessa (la Terra Santa), se egli avesse fermato la marcia dei Franchi” (118). Per di più, sempre secondo il testo anonimo, “se qualcuno a Costantinopoli prende la Croce, verrà immediatamente catturato e gettato in prigione” (119). Infine, l’autore annotava che il giorno stesso in cui egli lasciò Costantinopoli, Isacco ordinò l’espulsione di tutti i Latini dall’impero bizantino (120).

Quasi tutte queste accuse possono essere facilmente dimostrate come prive di fondamento. L’imperatore bizantino non era nelle condizioni di poter fornire una flotta a Saladino per la semplice ragione che non ne possedeva una (121). L’accusa che il sultano fosse pronto a cedere la Terra Santa se l’imperatore avesse ostacolato la terza Crociata non ha fondamento né nella realtà né nella logica. Saladino non avrebbe mai promesso di cedere ai Cristiani di qualsiasi provenienza, la Terra Santa che era l’obiettivo della propaganda della guerra santa che sia lui che Nur al-din avevano incoraggiato. Un’azione simile sarebbe stata un suicidio politico. Non ci sono altre fonti che confermato l’accusa che Isacco ordinò di espellere tutti i Latini dall’impero bizantino. Inoltre, molti mercenari latini, commercianti e funzionari pubblici risiedevano a Costantinopoli durante la terza Crociata (122), mentre il fatto che Isacco incarcerò i Crociati a Costantinopoli può essere avvalorato. Infatti nella lettera del 16 novembre 1189, mandata da Filippoli al figlio Enrico in Germania, l’imperatore Federico I stesso annotò che “molti dei pellegrini che dal nostro impero (…) sono venuti a Costantinopoli per incontrarci vengono tenuti prigionieri lì”  (123).

La terza testimonianza che adombra uno scenario di collusione  tra Isacco e Saladino pare essere una lettera scritta della regina Sibilla (1186-90) a Federico Barbarossa alla fine del 1189. Questa lettera è stata conservata nel “Tagebuch” di Tageno, diacono di Passau, un diario del contingente crociato tedesco, ritenuto essere una elaborazione risalente al XVI secolo di materiali precedenti (124).

Molti studiosi hanno per prudenza evitato di inserire nelle loro trattazioni la  lettera sulla supposta alleanza tra Isacco e Saladino, laddove altri l’hanno invece ritenuta fondamentale. Infatti, i dubbi  su questa lettera sono consistenti  e  molto probabilmente si tratta un falso. Potrebbe essere stata scritta da un autore occidentale che aveva viaggiato in Oriente al tempo della terza Crociata o, più probabilmente, da qualcuno che aveva saputo dell’esistenza di un tale testo, in ogni caso il testo fu rielaborato in Occidente e presentato come una lettera della regina Sibilla all’imperatore Federico (125). Nella lettera, Isacco era accusato  di aver “ordito un complotto (coniuratio) con Saladino, il corruttore e il distruttore del sacro nome” e perciò condannato, con gli stessi toni, come “persecutore della chiesa di Dio (…e) del sacro nome” (126). Il sultano inviò all’imperatore “molto doni assai graditi ai mortali, allo scopo di stringere un’alleanza e un accordo (pravam concordiam et recontiliationem)”. La lettera ripete il racconto dell’avvelenamento della farina e del vino e della morte di un uomo che aveva aperto la botte (127). Le storie in cui Isacco aveva tramato per avvelenare i Crociati colpivano l’immaginazione dei popoli occidentali e si diffusero ampiamente. L’anonimo autore della Historia de expeditione Friderici imperatoris ci dice che, nel tardo autunno 1189, mentre il contingente tedesco era sotto attacco durante il passaggio attraverso l’impero bizantino, iniziarono a circolare voci per cui  Isacco aveva pianificato di spazzare via i tedeschi attraverso il veleno, voci che suscitarono storie fantasiose, alcune presenti nella Historia (128). In queste storie, però, il veleno non era fornito da Saladino, e si deve immaginare che racconti simili contenenti questo elemento si svilupparono parallelamente a quelli contenuti nella Historia.

Lo scenario che associa  gli attacchi di Isacco contro i  tedeschi alla collusione con Saladino sembra aver trovato all’epoca un certo seguito – anche se non eccessivo – e ampia circolazione nell’Europa occidentale; specialmente in Inghilterra e in Germania, se ne trovano riferimenti in diverse cronache relative alla spedizione germanica. Nella sua Historia rerum Anglicarum, scritta intorno al 1196-8, il cronachista Guglielmo di Newburgh annotava che Isacco “come si dice (ut dicitur), dopo che Gerusalemme fu conquistata, stipulò un trattato (foedus) con Saladino, il peggior nemico della Cristianità, promettendo che, per mare e per terra, egli avrebbe nei suoi domini, proibito il passaggio dei Latini verso la Siria (129). Guglielmo di Newburgh presenta  Isacco come “più fedele a Saladino che a Cristo”, e cita Federico che condanna il sovrano bizantino come “uno uguale, se non peggio di Saladino” (130). Racconti fantasiosi che dipingono Isacco come alleato di Saladino riecheggiarono per decenni dopo la fine della terza Crociata.

Secondo il Chronicon Montis Sereni, scritto intorno al 1224-5 da uno dei canonici dell’abbazia Premonstratensian  di Lauterberg, Isacco “si era alleato con Saladino contro i cristiani, avendo ricevuto dal sultano 800 arcieri turchi a sostegno, per impedire in tutti i modi all’imperatore Federico di marciare attraverso il suo impero, nonostante la pace solenne  che era stata conclusa tra loro” (131). Così Isacco passò nella storiografia dell’Occidente medievale latino come complice di Saladino in una cospirazione contro l’armata germanica della terza Crociata.  Tuttavia, la diceria che l’imperatore bizantino si fosse alleato con il sultano Ayyubid contro i tedeschi non attecchì mai nell’Oriente latino. Inoltre, autorevoli cronache dei Latini d’Oltremare, segnatamente l’Itinerarium peregrinorum, scritto tra il primo agosto 1191 e il 2 settembre 1192 da un templare inglese cappellano a Tiro,  la Colbert-Fontainebleau Continuation di Guglielmo di Tiro e il Lyon Eracles non imputano l’ostilità di Isacco verso spedizione germanica ad  alleanze tra il sovrano bizantino e Saladino (132). I Latini d’Oltremare erano certamente in una posizione migliore rispetto agli occidentali per sapere se ci fu collusione tra Isacco e Ayyubid, tuttavia, nonostante l’assenza di fondamento, lo scenario latino che vedeva Isacco tramare con Saladino contro i crociati germanici ha conosciuto una notevole persistenza nel tempo. Persino oggi, diversi studiosi, lungi dal ridimensionarlo come irrazionale prodotto  di frustrazione, hanno accettato  nel complesso la tesi che i sovrani bizantino e musulmano avessero stretto un’alleanza militare contro la terza Crociata (133). Questo, tuttavia, non è mai accaduto (134).

La Quarta Crociata (1202-1204).

Nel 1203 le armate della quarta Crociata, nonostante l’esplicita proibizione di Innocenzo III, andarono a Costantinopoli per difendere i diritti del deposto imperatore Isacco (nel frattempo divenuto suocero di Filippo Staufen di Svevia, figlio di Federico Barbarossa) e  di suo figlio Alessio IV(1203-04) (135).  Isacco aveva creduto che la terza Crociata fosse quella volta a rovesciarlo e perciò aveva fatto del suo meglio per vanificarla, mentre fu la quarta Crociata che – dopo aver deviato su Costantinopoli e aver riportato lui e suo figlio sul trono – nel gennaio 1204, li vide definitivamente deposti e sostituiti da Alessio V (1204) prima ancora che essi avessero rispettato gli impegni presi con i Crociati. Isacco morì subito dopo, mentre Alessio fu assassinato nella notte tra l’8 e il 9 febbraio. Qualche  giorno dopo i Crociati decisero di restare  e conquistare Costantinopoli (136). La città cadde il 12 e 13 aprile 1204 e un imperatore Latino, Baldovino di Fiandra, fu incoronato nella chiesa di Santa Sofia il 16 maggio 1204.

Divenuto imperatore, Baldovino mandò in Occidente la lettera enciclica citata all’inizio di questo scritto, e noi ora esamineremo le fonti cui il sovrano e i suoi si ispirarono per le accuse contro bizantini di collusione con gli “infedeli”. E’ alquanto improbabile che i racconti di Raimondo di Aguilers, Orderico Vitalis, Ghiberto di Nogent piuttosto che di Ekkehard di Aura, che accusavano Alessio di connivenza con i musulmani contro la prima crociata e quella del 1101, fossero noti a Baldovino e ai dotti chierici dell’armata della Quarta crociata che scrissero la sua lettera enciclica. E’ anche improbabile che Baldovino e suoi consiglieri avessero letto i resoconti latini che accusavano Isacco di collusione con Saladino. Solo un numero limitato di questi testi circolavano tra i Latini: il lavoro di ciascuno dei suddetti storici è sopravvissuto in meno di dieci manoscritti. Il costoso volume  manoscritto, soggetto a scarsa circolazione, non garantiva l’effettiva trasmissione alla memoria collettiva. Cronache e documenti nel Medioevo, secondo Given-Wilson, “erano veicoli assolutamente inadatti ad influenzare il pubblico dei contemporanei” (137).

Nel  Medioevo le informazioni erano di norma ottenute e trasmesse per via orale. La comunicazione orale è utile a definire comportamenti, percezioni e ricordi, tuttavia, sia questa che la memoria dei contemporanei sono destinate a sfumare dopo qualche decade per poi svanire definitivamente. E’ assai improbabile che le voci della presunta cospirazione con i musulmani contro la prima Crociata e la Crociata del 1101 continuassero a circolare in Occidente un secolo più tardi. Per quanto riguarda la seconda Crociata, salvo la lettera di Luigi all’abate Suger che accusava Manuele di consentire ai turchi di entrare in territorio bizantino, l’imperatore bizantino non era ritenuto direttamente coinvolto, almeno dai Latini, in complotti  con i turchi per distruggere le armate  francese e tedesca.

Inoltre, dagli ultimi anni del suo regno a molto dopo la sua morte, Manuele fu noto e ricordato dai Latini a Costantinopoli, nell’Europa occidentale e dai Latini d’Oriente come un loro grande benefattore piuttosto che un traditore (138). D’altra parte, le storie che dipingono Isacco come alleato di Saladino contro la spedizione di Federico I, erano diffuse in Europa occidentale, specialmente Inghilterra e Germania, negli anni a cavallo della Quarta Crociata. Laddove le accuse relative alla prima Crociata e quella del 1101 facevano riferimento principalmente a lettere segrete e messaggeri inviati dal sovrano bizantino ai governanti turchi, le principali accuse di Baldovino contro Costantinopoli erano ampiamente consonanti con le voci che circolavano al tempo della terza Crociata sulla presunta cospirazione di Isacco con Saladino.

Nella lettera di Baldovino, “Costantinopoli” è accusata di avere “molto spesso osato stringere amicizie scellerate con gli infedeli”, “nel più sporco rito dei pagani – cioè bere reciprocamente il sangue in segno di fraterna unione”. Vediamo come i tedeschi della terza Crociata, sotto attacco da parte di Isacco, facessero riferimento all’imperatore e Saladino che suggellano il patto bevendo il sangue l’uno dell’altro (139). Per di più, nella lettera di Baldovino, “Costantinopoli” resta accusata di “fornire armi, navi e vettovaglie agli ‘infedeli’, un riferimento ai resoconti contenuti nel Magnus Chronicon, di Ruggero di Hoveden e di Ralph di Diceto. Non c’è dubbio che simili dicerie su Isacco circolassero ai tempi della terza Crociata.

Questo non significa che tutta l’Europa occidentale fosse a conoscenza di queste dicerie; del resto, nei resoconti diretti sulla spedizione crociata germanica, ben pochi riferiscono una collusione tra Isacco e Saladino. Non ci sono prove che Baldovino di Fiandra stesso ne fosse a conoscenza prima di lasciare le Fiandre per la Crociata. Particolare attenzione dovrebbe essere posta al Chronicon Hanoniense, scritto durante gli anni 1195 e 96 dal chierico fiammingo Gilberto di Mons. Nel 1175 Gilberto divenne cappellano alla corte di Baldovino V di Hainaut e VIII di Fiandra, il padre di Baldovino, il primo notaio del conte molto probabilmente nel 1184, quindi   cancelliere di Hainaut dal 1178/80 al 1195 (140).

In questo breve resoconto della terza Crociata, basata su racconti di prima mano dei crociati di ritorno a Hainaut, Gilberto riferisce che, quando l’imperatore Federico “arrivò nella terra dell’imperatore di Costantinopoli (…) egli scoprì che l’imperatore era un ribelle (rebellis), (e perciò) lo attaccò come se fosse un nemico di Cristo (inimicum Christi) e distrusse molte delle sue città” (141). Secondo Gilberto, “l’intenzione di Federico era portare l’imperatore di Costantinopoli dalla sua parte, o almeno che gli fosse sufficientemente amico da fargli  ottenere un passaggio sicuro sul territorio per sé e per i suoi uomini e per avere provviste” (142). Non fa menzione della supposta alleanza tra Saladino e Isacco e il nome di questo non viene mai citato. Appare chiaro, come il Chronicon Hanoniense suggerisce, che le dicerie di una alleanza bizantino-musulmano contro la terza Crociata non avevano guadagnato credito nelle corti di Hainaut e di Fiandra. Perciò, sembra improbabile che Baldovino stesso potesse essere al corrente della presunta collusione tra Isacco e Saladino prima di imbarcarsi per la Crociata.

La fonte delle informazioni su cui Baldovino e i suoi consiglieri chierici basarono la loro convinzione non può essere identificata con certezza. I loro informatori potrebbero essere stati ufficiali francesi della quarta Crociata, come Ugo di Saint Pol, Conon di Béthune e Goffredo di Villehardouin, tutti veterani della terza Crociata (143). I tre nobili crociati avevano partecipato all’assedio di Acri, la città davanti alla quale, a seguito della morte di Federico, quel che restava delle truppe germaniche si radunò nell’ottobre del 1190. Durante l’assedio, essi devono essere stati informati delle azioni militari di Isacco contro i germanici, e forse, delle voci che volevano il sovrano bizantino colluso con Saladino per distruggere i crociati germanici. Ciò che è più probabile, però, è che la fonte dell’informazione fossero  chierici tedeschi o nobili della quarta Crociata – effettivamente, prelati tedeschi nelle armate crociate potrebbero ben esser stati tra coloro  che elaborarono la lettera enciclica.  Sebbene le forze della quarta Crociata fossero principalmente composte di francesi del nord e veneziani, esisteva un contingente germanico, non più del 10 per cento dell’intero spiegamento di forze (144). I prelati e i nobili germanici era senza dubbio al corrente dell’attitudine belligerante di Isacco contro le forze germaniche della terza Crociata (145) e, come minimo alcuni di essi possono aver saputo delle voci sul complotto tra Isacco e Saladino, perché era proprio in Germania che queste voci si erano ovviamente più diffuse. Le voci della presunta cospirazione contro i tedeschi nella terza Crociata non compromisero tuttavia la deviazione della quarta Crociata a Costantinopoli per insediare sul trono Alessio, il figlio di Isacco. La notizia  che ci fosse stata un’alleanza non sembra essere circolata nell’armata crociata, se ciò fosse avvenuto, Roberto di Clari l’avrebbe senz’altro riportato, come egli aveva fatto per ogni diceria che circolava nell’accampamento crociato. Inoltre, se Roberto avesse udito tali voci, non avrebbe dipinto un ritratto favorevole di Isacco nella sua opera (146). Grande imbarazzo sarebbe derivato dalle accuse di deviare la Crociata per correre in aiuto di un alleato degli “infedeli”, accuse eventualmente avanzate dalla fazione che si opponeva al cambio sul trono di Costantinopoli, come pure dai  ranghi e dalle fila dell’armata. Perfino quando Baldovino e i suoi consiglieri sostennero che Costantinopoli “spesso si spingeva a stringere scellerate amicizie con gli infedeli”, , essi furono molto attenti a non fare il nome di Isacco, parlando  piuttosto di amicitia ferales tra bizantini e musulmani in modo vago. Sembra che, dell’intera armata crociata, solo pochi chierici e nobili avrebbero potuto essere al corrente di tali voci e che siano stati ben attenti a non condividere questa informazione in nessun momento della Crociata.

Conclusione

Questo testo ha esaminato cronache latine che dipingono i sovrani bizantini  come alleati degli “infedeli” contro i Crociati e gli stati crociati.  Tali racconti sembrano essere fioriti in particolare all’inizio del XII secolo, a seguito della sfortunata Crociata del 1101, e alla fine dello stesso secolo, durante e dopo la terza Crociata. Di fronte al risultato inglorioso della Crociata del 1101, i ranghi e le fila dell’armata crociata non accusano se stessi ma piuttosto macchinazioni occulte dell’imperatore Alessio. Le voci che facevano di Alessio un capro espiatorio si diffusero presto tra i Latini e furono riportati nelle cronache. Nello scenario meno elaborato il sovrano bizantino istruiva i soldati a guidare i Crociati attraverso il deserto dell’Asia minore così che esausti sarebbero stati  facilmente annientati dai turchi. Quello  più fantasioso e senza dubbio più suggestivo coinvolgeva lettere segrete mandate dall’imperatore Alessio agli “infedeli” incitandoli contro i Crociati. Lo strano complotto che riguardava la Crociata del 1101 trovato nel lavoro di Orderico è un prova evidente di come queste storie possano essersi arricchite  nella trasmissione orale.   I racconti sulla Crociata del 1101 che muovevano accuse ad  Alessio erano un tentativo di costruire un alibi  ad un risultato disastroso. In parte lo stesso era successo anche nella seconda Crociata. Curiosamente, però, il terreno più fertile per le storie che accusavano Manuele di collusione con gli “infedeli” risultava essere l’Oriente cristiano piuttosto che l’Occidente. Per di più, nell’Oriente latino si diceva che Manuele avesse ordinato alle guide bizantine di spingere i tedeschi in territori dove  i turchi avrebbero potuto attaccarli e annientarli, mentre il racconto più elaborato, che  ritraeva  l’imperatore coinvolto direttamente a spedire lettere e agire in combutta con gli “infedeli”,  sopravvive nelle cronache di un bizantino e di un siriaco, non in quelle  latine.

Laddove le voci sulla Crociata del 1101 e sulla  seconda Crociata avevano analoghe  funzioni assolutorie, quelle relative alla terza Crociata si svilupparono e proliferarono per ragioni totalmente differenti: infatti in questo caso non c’era bisogno di un capro espiatorio: una giustificazione  tuttavia era necessaria per le azioni militari del sovrano bizantino contro la spedizione germanica. Nel tentativo di dare un senso all’incomprensibile ostilità verso di loro, i Crociati tedeschi avevano fatto ricorso allo scenario che collegava l’attacco del sovrano bizantino a un’alleanza tra lui e Saladino. Il potere di questi racconti era così persuasivo che sono stati ritenuti veri non solo dai contemporanei,  ma anche dagli studiosi moderni. Generalmente notizie di legami tra bizantini e musulmani sembrano avere soprattutto attecchito e proliferato tra i ranghi delle armate crociate, sensibili a murmures e publica famas. Infine si diffusero ampiamente  tra i Latini e trovarono posto nelle pagine delle cronache. I nobili bene informati e capi dei Crociati non sembrano averci creduto. In risposta alle affermazioni sulla Crociata del 1101, nell’Europa occidentale i nobiles viri assolsero Alessio da ogni accusa per il  fallimento della Crociata. Nell’Oriente latino Fulcher di Chartres, cappellano di re Baldovino I e un cronachista autorevole della prima storia del regno latino di Gerusalemme, non imputarono il disastro a nessuna collusione tra il sovrano bizantino e musulmani. A parte l’accusa di Luigi a Manuele di connivenza nell’attacco dei turchi ai francesi in Asia minore, altri capi crociati come re Corrado e l’imperatore Federico non menzionano alcuna alleanza tra imperatori bizantini e “infedeli” nelle lettere scritte rispettivamente durante la seconda e la terza Crociata (147).

Nessuna collusione bizantino-musulmana è menzionata dal ben informato Otto di Freising. Paradossalmente, furono la nobiltà e il clero della quarta Crociata che diedero eco interessato ai racconti che si erano sviluppati durante la terza Crociata e accusarono di connivenza con gli “infedeli” proprio l’imperatore i cui diritti erano stati calpestati dalla quarta Crociata alla conquista di Costantinopoli. Baldovino di Fiandra e i suoi consiglieri chierici prestarono fede ai racconti infondati per giustificare la conquista e il sacco della più grande metropoli della Cristianità. Nonostante ciò, bisognerebbe sempre tenere presente che queste accuse, sebbene usate strumentalmente per giustificare l’esito disastroso della quarta Crociata, in nessun modo vi contribuirono.

Note

(1) Per la migliore edizione della lettera a Innocenzo III, vedi Die Register Innocenz III, ed. O. Hageneder and others, 7 vols (Graz and Cologne, 1964–99), vol. 7, 253–62, no. 152.  Per un’edizione delle altre tre lettere, vedi De oorkonden der graven van Vlaanderen (1191–aanvang 1206), ed. Walter Prevenier, 3 vol. (Brussels, 1964–71), vol. 2, 577–603, nos 272–4.

(2) ‘Hec est enim, que, spurcissimo gentilium ritu pro fraterna societate sanguinibus alternis ebibitis, cum infidelibus ausa est sepius amicitias firmare ferales, et eosdem mamilla diu lactavit huberrima et extulit in superbiam seculorum, arma, naves et victualia ministrando.’ Il testo latino è preso dai registri di Innocenzo Die Register, ed. Hageneder and others, 259–60. La migliore tradizione in inglese è Alfred J. Andrea: vedi Contemporary sources for the Fourth Crusade, trad. Alfred J. Andrea (Leiden, 2000), 98–112 (108).

(3) Studi sulla prima Crociata includono, Frederic Duncalf, ‘The First Crusade: Clermont to Constantinople’, in: A history of the crusades, ed. Kenneth M. Setton, 2nd edn, 6 vols (Madison, 1969), vol. 1, 253–79. Steven Runciman, ‘The First Crusade: Constantinople to Antioch’, in: A history of the crusades, ed. Setton, vol. 1, 280–304. Steven Runciman, ‘The First Crusade: Antioch to Ascalon’, in: A history of the crusades, ed. Setton, vol. 1, 308–41. Jonathan Riley-Smith, The First Crusade and the idea of crusading (London, 1986); John France, Victory in the east. A military history of the First Crusade (Cambridge, 1994). Thomas Asbridge, The First Crusade. A new history (London, 2004). Christopher Tyerman, God’s war. A new history of the crusades (London, 2006), 27–164. On Byzantium and the First Crusade, Vedi anche Ralph-Johannes Lilie, Byzantium and the crusader states, 1096–1204, trad. J.C. Morris and Jean E. Ridings (Oxford, 1993), 1–51.

(4) Secondo Anna Comnena, la figlia di Alessio: “Quei turchi che erano disposti a servirlo (Alessio) ottennero numerosi benefici;  a quelli che vollero tornare a casa fu concesso  – e anche loro partirono con non pochi doni”. Anna Komnena, The Alexiad, trad. E.R.A. Sewter (London, 1969), 339–40.

(5) Jonathan Shepard, ‘“Father” or “scorpion”? Style and substance in Alexios’s diplomacy’, in: Alexios I Komnenos. Papers of the second Belfast Byzantine international colloquium, 14–16 April 1989, ed. Margaret Mullett and Dion Smythe (Belfast, 1996), 68–132 (102–3).

(6) W.B. McQueen, ‘Relations between the Normans and Byzantium, 1071–1112’, Byzantion, 56 (1986), 427–76 (445).

(7) Orderic Vitalis, The ecclesiastical history, ed. e trad. Marjorie Chibnall, 6 voll. (Oxford, 1969–80), vol. 6, 103. 254 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

(8) Gesta Francorum et aliorum Hierosolimitanorum, trad. Rosalind Hill (London, 1962), 17.

(9) Guibert de Nogent, Dei gesta per Francos, ed. R.B.C. Huygens (Corpus Christianorum continuatio mediaevalis 127A, Turnhout, 1996), 152. Guibert of Nogent, The deeds of God through the Franks, trad. Robert Levine (Woodbridge, 1997), 65.

(10) Robert the Monk, ‘Historia Iherosolimitana’, in: Recueil des historiens des croisades. Historiens occidentaux, 5 voll. (Paris, 1844–95), vol. 3, 717–882 (758).

(11) Baldric of Dol, ‘Historia Jerosolimitana’, in: RHCHO, vol. 4, 1–111 (30).

(12) Come Fulcher di Chartres registra, “i turchi fecero entrare a Nicea i Turcopoli mandati lì dall’imperatore e questi presero possesso della città (…) in nome dell’imperatore come egli stesso aveva disposto”. Fulcher of Chartres, ‘Historia Hierosolymitana’, in: RHCHO, vol. 3, 311–485 (333). Fulcher of Chartres, A History of the expedition to Jerusalem 1095–1127, ed. Harold S. Fink, trad. Frances Rita Ryan (Knoxville, TN, 1960), 83.

(13) Bernold of Constance, ‘Chronicon’, in: Die Chroniken Bertholds von Reichenau und Bernolds von Konstanz, ed. Ian S. Robinson (Monumenta Germaniae Historica Scriptores Rerum Germanicarum [SRG], new series 14, Hanover, 2003), 383–540 (535).

(14) Come ci informa Orderic Vitalis, Boemondo, nel suo giro della Francia, era accompagnato da un pretendente al trono bizantino, probabilmente un figlio dell’imperatore bizantino Romano IV (1068-71) e altri notabili. Essi accusavano l’imperatore Alessio di averli privati con l’inganno della dignità dei loro antenati  e d’aver provocato l’ira dei feroci Franchi contro di sé (Alessio)’. Orderic Vitalis, Ecclesiastical history, vol. 6, 70–1.Questo dato è a volte dimenticato o il suo significato è sminuito dagli studiosi moderni, che sono così portati a vedere la propaganda e la ‘crociata’ di Boemondo come antibizantina’. Lo scopo apparente del normanno era di rovesciare il suo nemico, Alessio, e insediare a Costantinopoli un regime a lui favorevole. La propaganda di Boemondo era contro Alessio e non contro Bisanzio. Per la ‘crociata’ di Boemondo, vedi John Gordon Rowe, ‘Paschal II, Bohemund of Antioch and the Byzantine empire’, Bulletin of John Rylands Library, 49 (1966), 165–202. Tyerman, God’s war, 261–3.

(15) Dato che il nome completo di Qilich Arsan era Qilich Arslan ibn Sulayman, i cronachisti latini spesso si riferiscono a lui come ‘Solymannus’ o ‘Solomannus’

(16) Ekkehard of Aura, ‘Hierosolomyta’, in: RHCHO, vol. 5, 1–40 (37).

(17) Ekkehard of Aura, ‘Hierosolomyta’, 37. S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 255

(18) Otto of Freising, Chronica sive Historia de duabus civitatibus, ed. Adolf Hofmeister, (MGH SRG 45, Hanover, 1912), 322. Otto of Freising, The two cities. A chronicle of universal history to the year 1146 AD, ed. Austin P. Evans and Charles Knapp, trans. Charles Christopher Mierow (New York, 2002), 416.

(19) Al-Afdal è chiamato da Raimondo di Aguilers ‘rex Babyloniorum’

(20) John France, ‘A critical edition of the Historia Francorum of Raymond of Aguilers’, (unpublished Ph.D. thesis, University of Nottingham, 1967), 210.

(21) ‘Sciebat de nobis quia pauci eramus, sciebat quod imperator Alexius usque ad mortem nobis inimicabatur: unde nos litteras imperatoris Alexii de nobis factas invenimus, confecto bello cum rege Babyloniorum apud Ascalonam, in tentorii ejusdem regis’: France, ‘Critical edition of the Historia Francorum’, 210. Alcuni studiosi ritengono che Raimondo in questo passaggio dice che la forza limitata dell’armata crociata era stata rivelata ad al-Afdal da Alessio. Lilie, Byzantium and the crusader states, 58; Asbridge, First Crusade, 285. Tuttavia  sembra a questo autore che ‘unde nos [. . .] regis’ si riferisca al secondo ‘sciebat’. Inoltre, Raimondo era consapevole che al-Afdal era stato comunque  informato sul numero di crociati dagli ambasciatori egiziani nel campo crociato. Infatti, dopo Nicea e su suggerimento di Alessio, i Crociati avevano stabilito contatti diplomatici con il califfato fatimide d’Egitto cercando di stringere un’alleanza franco-egiziana contro i turchi. Da dopo Nicea fino ai primi di maggio 1099 i Fatimidi e i crociati furono in ottimi rapporti. Gli ambasciatori egiziani erano nel campo crociato fuori di Antiochia nel febbraio-marzo 1098. France, Victory in the east, 165–6, 325, 358; Asbridge, First Crusade, 186–7.

(22) Steven Runciman, A history of the crusades, 3 voll. (Cambridge, 1951), vol. 1, 273. Asbridge, First Crusade, 285.

(23) Lilie, Byzantium and the crusader states, 57–8.

(24) Lilie, Byzantium and the crusader states, 58.

(25) France, ‘Critical edition of the Historia Francorum’, 264. Raymond of Aguilers, Historia Francorum qui ceperunt Iherusalem, trad. John H. Hill and Laurita L. Hill (Philadelphia, PA, 1968), 105. 256 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

(26) Al-Afdal sembra aver ritenuto i Crociati mercernari al soldo di Alessio. Vedi, Carole Hillenbrand, The crusades. Islamic perspectives (London, 1999), 46.

(27) Ekkehard of Aura, ‘Hierosolomyta’, 37.

(28) Per la Crociata del  1101, vedi James Lea Cate, ‘The Crusade of 1101’, in: A history of the crusades, ed. Setton, vol. 1, 343–67. Riley-Smith, The First Crusade and the idea of crusading, 120–34. Tyerman, God’s war, 170–5. Alec Mulinder, ‘Crusade of 1101’, in: The crusades. An encyclopaedia, ed. Alan V. Murray, 4 vols (Santa Barbara, CA; Oxford, 2006), vol. 1, 304–7. Alec Mulinder, ‘The crusading expeditions of 1101–2’, (unpublished Ph.D. thesis, Swansea University, 1996).

(29) Albert of Aachen, Historia Ierosolimitana, history of the journey to Jerusalem, ed. e trad. Susan B. Edgington (Oxford, 2007), 634–5.

(30) Albert of Aachen, Historia, 634–5.

(31) Albert of Aachen, Historia, 636–7. S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 257

(32) Albert of Aachen, Historia, 634–7.

(33) Guibert de Nogent, Dei gesta, 314; Guibert of Nogent, Deeds, 148. Tuttavia, Ghiberto, nel suo pregiudizio contro Alessio, sosteneva che infine l’imperatore “assecondò volentieri l’errore (dei Crociati)” perché “egli prevedeva chiaramente” che dopo tutto “nella loro arroganza, questi stavano in effetti realizzando la loro stessa rovina”.

(34) Ekkehard of Aura, ‘Hierosolomyta’, 30.

(35) Ekkehard of Aura, ‘Hierosolomyta’, 30.

(36) Guibert de Nogent, Dei gesta, 313; Guibert of Nogent, Deeds, 147.

(37) William of Malmesbury, Gesta regum Anglorum, ed. e trad. R.A.B. Mynors, R.M. Thomson and M. Winterbottom, 2 voll. (Oxford, 1998–9), vol. 1, 611.

(38) William of Malmesbury, Gesta regum Anglorum, vol. 1, 682–3. 258 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

(39) Orderic Vitalis, Ecclesiastical history, vol. 5, 334–5.

(40) Orderic Vitalis, Ecclesiastical history, vol. 5, 334–5.

(41) Orderic Vitalis, Ecclesiastical history, vol. 5, 339.

(42) Orderic Vitalis, Ecclesiastical history, vol. 5, 338–9.

(43) Cate, ‘The Crusade of 1101’, 367. Mulinder, ‘The crusading expeditions of 1101–2’, 310–15.

(44) Mulinder, ‘The crusading expeditions of 1101–2’, 125–6.

(45) William of Tyre, Chronique, ed. R.B.C. Huygens (Corpus Christianorum continuatio mediaevalis 63–63A, Turnhout, 1986), vol. 63, 466–7; William of Tyre, A history of deeds done beyond the sea, trad. Emily Atwater Babcock and August Charles Krey, 2 voll. (New York, 1943), vol. 1, 432. Dato che il materiale di Guglielmo sulla Crociata del 1101 non può essere identificata da fonti letterarie esistenti, potrebbe probabilmente venire da un documento  perduto scritto nel regno latino di Gerusalemme.

(46) Significativamente, i cronachisti ben informati contemporanei, come Ibn al-Qalanisi e Usama ibn Munqidh, come pure il poco più tardo Ibn al-Athir, non menzionano nessuna collusione bizantino-musulmana contro la Crociata del 1101. Ibn al-Qalanisi, Damas de 1075 à 1154. Traduction annotée d’un fragment de l’Histoire de Damas d’Ibn al-Qalanisi, trans. Roger le Tourneau (Damascus, 1952); Usama ibn Munqidh, The book of contemplation. Islam and the crusades, trad. Paul M. Cobb (London, 2008); Ibn al-Athir, The chronicle of Ibn al-Athir for the crusading period from al-Kamil fi’l-ta rich, trad. D.S. Richards, 3 voll. (Aldershot, 2006–8).

(47) Per il più recente e completo studio della  seconda Crociata, vedi  Jonathan Phillips, The Second Crusade. Extending the frontiers of Christendom (New Haven, 2007). Altre discussioni estensive includono, Virginia Gingerick Berry, ‘The Second Crusade’, in: A history of the Crusades, ed. Setton, vol. 1, 463–512; Tyerman, God’s war, 304–38. Per l’impero bizantino e la seconda Crociata, vedi anche Lilie, Byzantium and the crusader states, 145–63.

(48) Recueil des historiens des Gaules et de la France, 24 voll. (Paris, 1738–1904), vol. 15, 9. S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 259

(49) Steven Runciman, The eastern schism. A study of the papacy and the eastern churches during the XIth and XIIth centuries (Oxford, 1955), 124–5; Jonathan Harris, Byzantiumand the crusades (London, 2003), 99; Angeliki E. Laiou, ‘Byzantium and the crusades in the twelfth century: whywas the Fourth Crusade late in coming?’, in: Urbs capta. The Fourth Crusade and its consequences, la IVe Croisade et ses conséquences. Atti della conferenza internazionale organizzata dall’accademia di Atene e tenuta il 9-1 marzo 2004, ed. Angeliki E. Laiou (Paris, 2005), 17–40 (31); Tyerman, God’s war, 319. Lilie e Phillips citano l’attacco di Ruggero all’impero bizantino come la ragione per la quale Manuele accettò l’offerta di pace del sultano. Vedi Lilie, Byzantium and the crusader states,146,148; Phillips, Second Crusade, 189–90. L’attacco normanno, tuttavia,  si verificò dopo che la tregua tra Manuele e il sultano fu formalmente sancita.

(50) Odo of Deuil, De profectione Ludovici VII in orientem, ed. e trad. Virginia Gingerick Berry (New York, 1948), 54–5.

(51) Per esempio, nel 1108 due alleanze latino-musulmane si scontrarono tra di loro. I sovrani di Edessa, Baldovino di Le Bourg e Joscelin, si allearono con Jawali, atabeg di Mosul, contro Ridwan di Aleppo, che a sua volta chiese aiuto a Tancredi. Nella battaglia che ne seguì, Ridwan e Tancredi uscirono vincitori. Vedi Benjamin Z. Kedar, ‘The voyages of Giuàn-Ovadiah in Syria and Iraq and the enigma of his conversion’, in: Giovanni-Ovadiah da Oppido, proselito, viaggiatore e musicista dell’età normanna. Atti del convegno internazionale, Oppido Lucano 28–30marzo 2004, ed. Antonio De Rosa e Mauro Perani (Florence, 2005),133–47 (134). Dal 1139 al 1147 Gerusalemme e Damasco erano stretti alleati contro l’espansione di Zengi verso la Siria del Sud: Tyerman, God’s war, 330.

(52) Odo of Deuil, De profectione, 112–13.

(53) Odo of Deuil, De profectione, 108–9.

(54) ‘Civitatula, villa paupere’: Odo of Deuil, De profectione, 110–13.

(55) Odo of Deuil, De profectione, 112–13. 260 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274.

(56) Odo of Deuil, De profectione,127. Runciman sostiene che era indifferente alle popolazioni greche se le loro riserve di cibo e i loro greggi erano razziati dai crociati o dai Selgiuchi e naturalmente preferivano questi ultimi. Runciman, Crusades, vol. 2, 276. Lilie liquida  le argomentazioni di Runciman come “incomprensibili” e aggiunge che effettivamente potrebbe essere stato indifferente per le popolazioni locali dell’Asia minore che erano comunque danneggiate, ma, che  in ultima analisi i Turchi rappresentavano il maggiore pericolo: Lilie, Byzantium and the crusader states,159. Tuttavia non spiega perché le popolazioni greche infine fecero fronte comunque contro i Selgiuchi. Inoltre, sia le argomentazioni di Lilie che quelle di Runciman poggiano sull’assunto che le popolazioni greche dell’Asia minore fossero regolarmente maltrattate dal Turchi.

(57) Phillips, Second Crusade, 206.

(58) Paul Magdalino, The empire of Manuel I Komnenos, 1143–1180 (Cambridge, 1993), 124, 131–2.

(59) A Efeso gli ambasciatori bizantini espongono l’entità dei danni (damna) inflitti dai Crociati ai greci dell’Asia minore: Odo di Deuil, De profectione, 108–9. L’arroganza dei Crociati (importunitas) è criticata perfino da Odo stesso: De profectione, 106–7.

(60) In riferimento ai Turchi rifugiati ad Antiochia sul Meandro, Berry sostiene che Manuele ne ‘era probabilmente inconsapevole’ e  ‘certamente non ne era responsabile’. Odo of Deuil, De profectione, 112, nota 13. Runciman pensava che ‘è improbabile che l’imperatore stesso avesse approvato il piano’ e avanzava l’ipotesi che ‘la guarnigione locale (…) avesse fatto accordi segreti con gli infedeli: Runciman, Crusades, vol. 2, 271. Le mie conclusioni coincidono con quelle di Berry e Runciman, sebbene i due studiosi non forniscano supporti alle loro tesi.

(61) Harris, Byzantium and the crusades, 99.

(62) RHGF, vol. 15, 496. G.A. Loud, ‘Five letters concerning the Second Crusade’, in: The crusades. An encyclopaedia, ed. Murray, vol. 4, 1298–301 (1299–300). S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 261

(63) Henry Mayr-Harting, ‘Odo of Deuil, the Second Crusade and the monastery of Saint-Denis’, in: The culture of Christendom. Essays in medieval history in memory of Denis L.T. Bethel, ed. Marc C. Meyer (London, 1993), 225–41 (234–5).

(64) Odo of Deuil, De profectione, 131.

(65) Runciman, Crusades, vol. 2, 275–6.

(66) Magdalino, Manuel I Komnenos, 49–52. Phillips, Second Crusade, 178, 194.

(67) Odo of Deuil, De profectione, 90–1.

(68) Odo of Deuil, De profectione, 90–1.

(69) Odo of Deuil, De profectione, 90–1.

(70) Harris, Byzantium and the crusades, 26.

(71) Lilie ha sostenuto che l’accusa di tradimento contro i bizantini ‘sembra essere stata un’aggiunta tarda dei cronachisti’: Lilie, Byzantium and the crusader states, 154. Però, le prove di Odo non confortano questa tesi. Le accuse di tradimento contro i bizantini cominciano a circolare tra gli altri ranghi e la truppa della  spedizione germanica subito dopo la sconfitta in Asia minore.

 

(72) William of Tyre, Chronique, vol. 63A, 744; William of Tyre, History of deeds, vol. 2, 168

(73) William of Tyre, Chronique, vol. 63A, 744; William of Tyre, History of deeds, vol. 2, 168.

(74) William of Tyre, Chronique, vol. 63A, 745–6; William of Tyre, History of deeds, vol. 2, 170.

(75) Peter W. Edbury and John G. Rowe, William of Tyre. Historian of the Latin east (Cambridge, 1988), 13–15.

(76) William of Tyre, History of deeds, vol. 2, 193.

(77) A.S. Tritton and H.A.R. Gibb, ‘The First and Second Crusades from an Anonymous Syriac Chronicle’, Journal of the Royal Asiatic Society (1933), 69–101, 273–305 (298).

(78) Die Urkunden Konrads III. und seines Sohnes Heinrich, ed. Friedrich Hausmann, (MGH Diplomatum Regum et Imperatorum Germaniae 9, Vienna, 1969), 354–5, no. 195; Loud, ‘Five letters concerning the Second Crusade’, 1299.

(79) Odo of Deuil, De profectione, 100.

(80) Odo of Deuil, De profectione, 100–1.

(81) Odo of Deuil, De profectione, 101.

(82) Otto, al commando di un drappello di Crociati tedeschi, lasciò l’armata a Nicea e marciò verso sud seguendo la costa prima di deviare all’interno fino al Meandro. Alla fine del 1147, probabilmente alla metà di dicembre, essi arrivarono nelle vicinanze di Laodicea sul Lycus, dove furono attaccati dai turchi e subirono gravi perdite: Phillips, Second Crusade, 184. Quando i Crociati francesi arrivano nella Laodicea evacuata il 3 o il 4 gennaio 1148, pare cominciassero  a diffondersi in Francia voci per cui ‘sebbene il governatore  (dux) di questa  città avesse condotto i tedeschi fuori dalle montagne, li avrebbe condotti attraverso strade non battute in un imboscata turca e dopo che molti (…) uomini furono  uccisi, quelli che poterono fuggirono e si nascosero. Per di più, il governatore e i suoi uomini divisero il bottino con i Turchi’. Odo of Deuil, De profectione, 112–13. Tali  voci, però, non gettavano la colpa su Manuele per la condotta del comandante. Più significativamente, neanche Otto of Freising e nessun altro cronachista della spedizione di Otto, faceva riferimento al tradimento da parte del governatore di Laodicea.

(83) Die Urkunden Konrads III., ed. Haussman, 355; Loud, ‘Five letters concerning the Second Crusade’, 1299.

(84) Lilie, Byzantium and the crusader states, 160.

(85) Harris, Byzantium and the crusades, 99; Jonathan Phillips, Defenders of the Holy Land. Relations between the Latin east and the west, 1119–1187 (Oxford, 1996), 90; Phillips, Second Crusade, 206.

(86) Michael the Syrian, Chronique, trad. J.-B. Chabot, 4 vols (Paris, 1899–1910), vol. 3, 276. W.R. Taylor, ‘A new Syriac fragment dealing with incidents in the Second Crusade’, Annual of the American Schools of Oriental Reasearch, 11 (1929–30), 120–30 (123).

(87) Michael the Syrian, Chronique, vol. 3, 275. 264 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

(88) Niketas Choniates, Historia, ed. J.L. van Dieten (Berlin, 1975), 67. Niketas Choniates, O city of Byzantium. Annals of Niketas Choniates, trans. H.J. Magoulias (Detroit, 1984), 39.

(89) Michael Angold, The Byzantine empire, 1025–1204. A political history, 2^ ed. (London, 1997), 6, 199.

(90) Choniates, City of Byzantium, XVII.

(91) Lilie, Byzantium and the crusader states, 160.

(92) Significativamente, come nella Crociata del 1101, i cronachisti musulmani Ibn al-Qalanisi, Usama ibn Munqidh, and Ibn al-Athir non fanno menzione di alcuna cospirazione contro la seconda Crociata. In relazione alla seconda Crociata e Bisanzio, Ibn al-Qalanisi registra solo – erroneamente – che i re occidentali ‘si impadronirono delle province appartenenti a Costantinopoli, il cui il re (Manuele) fu obbligato a seguire una politica di diplomazia e relazioni pacifiche e di assecondare le loro (gli occidentali) richieste’: Ibn al-Qalanisi, Damas de 1075 à 1154, 293. Similmente, secondo Abu Shama, che si basò su Ibn al-Qalanisi, i Crociati ‘si impossessarono della provincia di Costantinopoli e della città (Manuele) si trovò nella necessità di fare causa comune con loro e assecondare le loro richieste’:  Abu Shama, ‘Le Livre des deux jardins: histoire des deux règnes, celui de Nour ed-Dîn et celui de Salah ed-Dîn’, ed. and trans. A.-C. Barbier de Meynard, in: RHCHO, vol. 4, 3–522 (54). S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 265

(93) Per la spedizione tedesca della terza Crociata, vedi Edgar N. Johnson, ‘The crusades of Frederick Barbarossa and Henry VI’, in: A history of the Crusades, ed. Setton, vol. 2, 87–116; Peter Munz, Frederick Barbarossa. A study in medieval politics (London, 1969), 370–96. Tyerman, God’s war, 417–30.

(94) La paura serpeggiante fornì terreno fertile per scenari stravaganti. Per esempio che l’Oikoumene, il solo e unico impero cristiano universale, per i  occhi bizantini, potesse perdere il suo ruolo leader nella Cristianità, o peggio ancora, cessare di esistere. Durante il XII secolo, c’erano sempre stati  circoli nella capitale imperiale che consideravano le Crociate sinistri complotti contro l’impero bizantino. Riferendosi ai primi Crociati, Anna Comnena affermò che ‘apparentemente essi andavano in pellegrinaggio a Gerusalemme, ma in realtà avevano l’obiettivo di detronizzare Alessio e impadronirsi della capitale’. Riguardo alla seconda Crociata, lo storico bizantino Kinnamos sosteneva che ‘l’intera spedizione occidentale era stata organizzata con il comodo pretesto di raggiungere l’Asia combattendo i Turchi per ripristinare la chiesa in Palestina e liberare i luoghi sacri, ma in realtà lo scopo era impossessarsi con la forza della terra dei romani’. Oltre al convincimento che le Crociate fossero una cospirazione ben congegnata contro l’impero bizantino, negli anni intorno al 1160  si diffuse una credenza paranoica per la quale Federico Barbarossa  voleva l’impero orientale per lui. Questo è chiaramente presente nella cronaca di Kinnamos: nel 1161 ‘era diffusa la  diceria che voleva Federico (…) in procinto di muovere tutto il suo regno per attaccare la terra dei romani’. Dato che il potere dell’imperatore tedesco in Italia stata rapidamente rafforzandosi alla metà del 1160, ‘Manuele stesso cominciò a preoccuparsi di controllare la sua avanzata (di Federico), nel caso in un suo inaspettato successo potesse volgerlo contro l’impero, su cui da molto tempo egli aveva messo gli occhi’. La paura di Federico raggiunse un livello tale che i bizantini immaginarono che ‘dato che egli (Federico) intendeva invadere la terra dei romani (…), avesse già cominciato a suddividerlo tra i suoi seguaci’. Non sorprende perciò che la decisione di Federico di partecipare alla Terza Crociata mettesse  i bizantini in uno stato di panico e confusione. Komnena, Alexiad, 319; John Kinnamos, Deeds of John and Manuel Comnenus, trad. Charles M. Brand (New York, 1976), 58, 154, 172, 197. Sull’idea dei bizantini che il loro impero fosse il solo impero cristiano universal, vedi see Dimitri Obolensky, ‘The principles and methods of Byzantine diplomacy’, in: Actes du XIIe Congrès International d’Études Byzantines, Ochride 10-16 Septembre 1961, 3 vols (Belgrade, 1963), vol. 1, 45–61 (52–3).

(95) Mentre la spedizione  germanica della Terza Crociata stava marciando attraverso l’Europa, il Patriarca di Costantinopoli, Dositheos (1189–91), che esercitava una grande influenza su Isacco, viene ricordato per aver profetizzato ‘che il re (Federico) non si propose mai di prendere possesso della Palestina, ma che invece fosse sua intenzione marciare contro la regina delle città (Costantinopoli), che sarebbe entrato senza dubbio attraverso la cosiddetta posterna Xylokerkos: Choniates, Historia, 404; Choniates, City of Byzantium, 222. Sull’influenza di Dositheos su Isacco, vedi Paolo Magdalino, ‘Isaak II, Saladin and Venice’, in: The expansion of Orthodox Europe. Byzantium, the Balkans and Russia, ed. Jonathan Shepard (Aldershot, 2007), 93–106 (99). Inoltre, a Costantinopoli si diceva che ‘la profezia (…) si sarebbe puntualmente  avverata , che i Latini avrebbero regnato sulla città di Costantinopoli, perché era scritto sulla Porta d’oro (…) “Quando il re biondo d’Occidente arriverà, allora io mi spalancherò”: Roger of Hoveden, Gesta regis Henrici secundi, ed. William Stubbs, 2 vols (Rolls Series 49, London, 1867), vol. 2, 52; Ralph of Diceto, Opera historica, ed. William Stubbs, 2 vols (Rolls Series 68, London, 1876), vol. 2, 60.

(96) Choniates, Historia, 404; Choniates, City of Byzantium, 222.

(97) Per una più complete ed elaborate trattazione di questa tesi come per una nuova datazione e una reinterpretazione delle fonti che erano state utilizzate come prova dell’alleanza tra Isacco e Saladino, vedi Savvas Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin: opponents of the Third Crusade?’, Crusades, 9 (2010). 266 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274.

(98) Choniates, Historia, 409–10; Choniates, City of Byzantium, 225.

(99) ‘Historia de expeditione Friderici imperatoris’, in: Quellen zur Geschichte des Kreuzzuges Kaiser Friedrichs I, ed. Anton Chroust, (MGH SRG, new series, vol. 5, Berlin, 1928), 1–115 (39); C.E. Wilcox, ‘A translation with introduction and notes of ‘Ansbert’s Historia de expeditione Friderici imperatoris’, (unpublished MA thesis, University of Nebraska, 1951), 57. Come nel caso di Isacco II, l’aggressione di Isacco Comneno, il sovrano indipendente di Cipro (1184–91), contro il contingente inglese della terza Crociata, era stato interpretato dai Crociati dell’armata di re Riccardo I (1189–99) come un segno di collusione con Saladino e al sovrano di Cipro era stato attribuito uno scambio di sangue con il sultano, vedi  Savvas Neocleous,  ‘Imaging Isaak of Cyprus (1184–91) and the Cypriots: evidence from the western historiography of the Third Crusade’, in: From holy war to peaceful cohabitation, ed. József Laszlovszky and Zsolt Hunyadi (CEU Medievalia), in fase di pubblicazione.

(100) Per una nuova analisi, datazione e interpretazione di questi dati, vedi Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’. Questo articolo dimostra che testo conosciuto come ‘la lettera di Corrado di Monferrat all’arcivescovo Baldovino di Canterbury’ è un falso, il risultato di un malinteso in un plagio superficiale e inopinato. Vedi anche sopra la nota 97

(101) Magnus of Reichersberg, ‘Chronicon’, ed. W.Wattenbach, (MGH SRG 17, Hanover, 1861), 439–534 (511–12).

(102) Per una discussione sull’autore di questo testo, Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’.

(103) Lilie, Byzantium and the Crusader states, 230–2; Phillips, Defenders of the Holy Land, 251.

(104) Magnus of Reichersberg, ‘Chronicon’, 511; Lilie, Byzantiumand the crusader states, 231; Harris, Byzantiumand the crusades,122–3.

(105) Harris, Byzantium and the crusades, 121; Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’.

(106) Lilie, Byzantium and the crusader States, 240.

S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 267

(107) Magnus of Reichersberg, ‘Chronicon’, 511.

(108) Magnus of Reichersberg, ‘Chronicon’, 511.

(109) Magnus of Reichersberg, ‘Chronicon’, 511–12.

(110) Magnus of Reichersberg, ‘Chronicon’, 512.

(111) Lilie, Byzantium and the crusader states, 235. Harris, Byzantium and the crusades, 128.

(112) Charles M. Brand, ‘The Byzantines and Saladin, 1185–1192: opponents of the Third Crusade’, Speculum, 37 (1962), 167–81

(170); Harris, Byzantium and the Crusades, 128.

(113) Roger of Hoveden, Gesta regis, vol. 2, 51–3; Ralph of Diceto, Opera historica, vol. 2, 58–60.

(114) Antonia Gransden, Historical writing in England, c.550 to c.1307 (London, 1974), 232.

(115) See Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’.

(116) Roger of Hoveden, Gesta regis, vol. 2, 53.

(117) I ricercatori moderni avevano erroneamente ascritto il testo ai rappresentanti  di Filippo di Francia alla corte di Costantinopoli. La ragione di questo equivoco sta nel fatto che mentre Ralph che era meglio informato di Ruggero e cita il rapporto anonimo senza intestazione, nell’elaborazione  di Ruggero il rapporto era erroneamente intestato con questa frase: “Nello stesso tempo gli inviati di Filippo II di Francia presso l’imperatore di  Costantinopoli, Isacco, avevano scritto al re negli stesso termini’.  Roger of Hoveden, Gesta regis, vol. 2, 51. Per una discussione più completa di questo aspetto, vedi Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’. 268 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

(118) Roger of Hoveden, Gesta regis, vol. 2, 52; Ralph of Diceto, Opera historica, vol. 2, 60.

(119) Roger of Hoveden, Gesta regis, vol. 2, 52; Ralph of Diceto, Opera historica, vol. 2, 60.

(120) Roger of Hoveden, Gesta regis, vol. 2, 53; Ralph of Diceto, Opera historica, vol. 2, 60.

(121) Lilie, Byzantium and the Crusader states, 238.

(122) Brand, ‘The Byzantines and Saladin’, 173.

(123)  Wilcox, ‘A translation with introduction and notes of ‘Ansbert’s Historia de expeditione Friderici imperatoris’, 64. La lettera è riprodotta nella ‘Historia de expeditione Friderici imperatoris’, ed. Chroust, 40–3.

(124) Robert Lee Wolff, ‘Romania: the Latin empire of Constantinople’, Speculum, 23 (1948), 1–34 (26).

(125) Per una discussione dettagliata, vedi Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’.

(126) ‘Tagenonis decani Pataviensis descriptio expeditionis Asiaticae contra Turcas Friderici imperatoris’, in: Germanicarum rerum scriptores aliquot insignes, ed. B.G. Struve (Argentorati, 1717), 407–16 (410); Dana C. Munro, ‘Letters of the crusaders written from the Holy Land’, in: Translations and reprints from the original sources of European history, 6 vols in 2 (Philadelphia, 1897– 1900), vol. 1:iv, 20–1 (20).

(127) ‘Tagenonis decani Pataviensis descriptio’, ed. Struve, 410; Munro, ‘Letters of the Crusaders’, vol. 1, 20. S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 269

(128) ‘Historia de expeditione Friderici imperatoris’, ed. Chroust, 54–5; Wilcox, ‘A translation with introduction and notes of ‘Ansbert’s Historia de expeditione Friderici imperatoris’, 81–3.

(129) William of Newburgh, ‘Historia rerum Anglicarum’, in: Chronicles of the reigns of Stephen, Henry II, and Richard I, ed. Richard Howlett, 4 vols (Rolls Series 82, London, 1884–89), vol. 1, 326. William of Newburgh, The history of William of Newburgh, trad. Joseph Stevenson (London, 1856), 573–4.

(130) William of Newburgh, ‘Historia rerum Anglicarum’, 326; William of Newburgh, History, 574.

(131) ‘Chronicon Montis Sereni’, ed. E. Ehrenfeuchter (MGH SRG 23, Hanover, 1874), 130–226 (161).

(132) Das Itinerarium peregrinorum. Eine zeitgenössische englische Chronik zum dritten Kreuzzug in ursprünglicher Gestalt, ed. H.E. Mayer (MGH Schriften 18, Stuttgart, 1962), 291–5; ‘L’Estoire de Eracles empereur et la conqueste de la terre d’Outremer’, in: RHCHO, vol. 2, 1–481 (131–2); La Continuation de Guillaume de Tyr (1184–1197), ed. M.R. Morgan (Documents relatifs à l’histoire des croisades 14, Paris, 1982), 93; P.W. Edbury, The conquest of Jerusalem and the Third Crusade. Sources in translation (Aldershot, 1996), 84. 270 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 (133) Brand, ‘The Byzantines and Saladin’, 167–81; Georg Ostrogorsky, History of the Byzantine state, trad. J. Hussey, 2^ ed. (Oxford, 1968), 406–7; Jonathan Riley-Smith, The crusades. A short history (London, 1987), 111; Lilie, Byzantium and the crusader states, 241; Michael Angold, The Fourth Crusade. Event and context (Harlow, 2003), 36, 64–5; Paul Magdalino, ‘The Byzantine empire 1118–1204’, in: The new Cambridge medieval history, vol. 4. 1024-c.1198, part 2, ed. David Luscombe and Jonathan Riley-Smith (Cambridge, 2004), 611–43 (631–2); Andrew Jotischky, Crusading and the crusader states (Harlow, 2004), 159; Thomas F. Madden, The new concise history of the crusades (Oxford, 2005), 80–2; Dimiter G. Angelov, ‘Domestic opposition to Byzantium’s alliance with Saladin: Niketas Choniates and his Epiphany oration of 1190’, Byzantine and Modern Greek Studies, 30 (2006), 49–68 (49–51, 54–5, 59–65); Magdalino, ‘Isaak II, Saladin and Venice’, 94–8, 103–5.

(134) Per  i ricercatori contro la tesi che ci fosse un’alleanza contro i Crociati tedeschi vedi Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’; Harris, Byzantium and the crusades, 128, 134, 136. Hannes Möhring, Saladin. The sultan and his times, 1138–1193, trad. David S. Bachrach, introd. Paul M. Cobb (Baltimore, 2008), 77–8. Nella sua corrispondenza con Saladino nel 1189-90, Isacco fingeva di agire nell’interesse del sultano per la distruzione dei crociati tedeschi, per blandire Saladino e  ingraziarsi il potente sultano. Infatti, come registrato da Ibn al-Athir e Abu Shama – che si servì anche di  Baha’al-Din insieme ad altri importanti autori – nel 1189 Isacco mandò lettere a Saladino per formarlo della partenza di Federico dalla Germania per la Crociata e promise spontaneamente di impedire all’imperatore tedesco di passare attraverso l’impero bizantino. Il sovrano bizantino si vantò di aver rigettato la richiesta dei principi occidentali di partecipare alla Crociata, sorvegliò i passi e ordinò ai comandanti delle fortezze di controllare i Crociati. La politica di Isacco, però, era destinata a fallire dato che ben presto le sue mire segrete erano divenute evidenti a Saladino e ai suoi consiglieri. Come affermava al-Fadil, il ministro degli esteri di Saladino, “il re Greco teme fortemente i Franchi per il suo impero e vuole respingerli, se ci riuscirà, egli dichiarerà  che lo ha fatto nel nostro interesse”. Benché non fosse riuscito ad annientare  i tedeschi, in una lettera inviata  a Saladino subito dopo che la spedizione tedesca aveva superato l’Ellesponto alla fine di marzo 1190, Isacco scriveva di aver inflitto gravi perdite all’armata di Federico. La lettera è conservata da Baha’al-Din, il biografo di Saladino e riassunta da  Abu Shama: Abu Shama, ‘Le Livre des deux jardins’, 437–8, 470–1, 508–9; Baha’al-Din ibn Shaddad, The rare and excellent history of Saladin, trad. D.S. Richards (Aldershot, 2001), 121–2. Vedi anche Neocleous, ‘The Byzantines and Saladin’; Harris, Byzantium and the crusades, 135–6; Möhring, Saladin, 77–8. Per le relazioni diplomatiche tra Saladino e Isacco dopo il 1191, vedi M.C. Lyons and D. E.P. Jackson, Saladin. The politics of the holy war (Cambridge, 1979), 349, 361.

(135) Per la quarta Crociata, vedi Donald E. Queller and Thomas F. Madden, The Fourth Crusade. The conquest of Constantinople, 2nd edn (Philadelphia, PA, 1997); Jonathan Phillips, The Fourth Crusade and the sack of Constantinople (London, 2004); Tyerman, God’s war, 495–560.

(136) Donald E. Queller and Thomas F. Madden, ‘Some further arguments in defense of the Venetians on the Fourth Crusade’, Byzantion, 62 (1992), 433–73 (463). S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 271

(137) Chris Given-Wilson, ‘Official and semi-official history in the later middle ages: the English evidence in context’, in: The medieval chronicle, ed. Erik Kooper, 5 voll. (1999–2008), vol. 5, 1–16 (5).

(138) La seconda Crociata aveva in una certa misura danneggiato la reputazione di Manuele, come minimo tra un certo numero di Latini. Tuttavia, durante gli ultimi anni del suo regno, Manuele riuscì a cancellare completamente la memoria della Crociata migliorando considerevolmente la sua immagine e la sua autorevolezza tra i Latini. Scrivendo a Manuele nel 1169, Luigi VII di Francia si rivolgeva  al sovrano bizantino come “fratello venerabile e carissimo amico” rassicurandolo che “l’onore che hai riservato ai nostri pellegrini (quando i crociati francesi erano a Costantinopoli) non lo cancelleremo mai dalla nostra memoria”: RHGF, 16, 149–50. Molto dopo la sua morte, Manuele era ricordato con grande affetto e rispetto dai Latini di Costantinopoli e d’Oltremare come dai Latini d’occidente, soprattutto da Francia, Inghilterra e dal Papato. Per l’immagine di Manuele durante gli ultimi anni di regno, vedi Savvas Neocleous, ‘Imaging the Byzantines: Latin perceptions, representations, and memory (c.1095–c.1230)’, (unpublished Ph.D. thesis, Trinity College, Dublin, 2009), 167–73.

(139) Choniates, Historia, 409–10; Choniates, City of Byzantium, 225.

(140) Gilbert of Mons. Chronicle of Hainaut, trad. Laura Napran (Woodbridge, 2005), xxvii–xxviii, xxxiii–xxxvii.

(141) Gilbert of Mons, ‘Chronicon Hanoniense’, ed. Wilhelm Arndt (MGH Scriptores 21, Hanover, 1869), 481–601 (566); Gilbert of Mons, Chronicle, 128.

(142) Gilbert of Mons, Chronicle, 128.

272 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

(143) Peter S. Noble, ‘Geoffrey of Villehardouin (the Marshal)’, in The crusades. An encyclopedia, vol. 2, 507; Contemporary sources for the Fourth Crusade, trad. Andrea, 177, 181, 187; Queller and Madden, The Fourth Crusade, 6.

(144) Contemporary sources for the Fourth Crusade, trad. Andrea, 239.

(145)  Per esempio, Corrando di Krosigk, vescovo di Halberstadt (1202–8), il più alto prelato che avesse partecipato alla quarta Crociata, era sicuramente al corrente dell’attacco di Isacco al contingente tedesco nella terza Crociata . Secondo le  Gesta episcoporum Halberstadensium, durante la loro marcia attraverso i territori bizantini nel 1189, i tedeschi “subirono moltissimi danni a causa del tradimento dei greci (‘per infidelitatem Grecorum’)”: ‘Gesta episcoporum Halberstadensium’, ed. Ludwig Weiland, (MGH Scriptores 23, Hanover, 1874), 73–123 (110).

(146) Per Roberto, Isacco era “l’uomo audace e coraggioso” (‘vaillans et hardis’) che liberò Costantinopoli e i  greci dal ‘traiteur’ Andronico I e divenne ‘saint empereeur par miracle’. Vedi See Robert de Clari, La Conquête de Constantinople, ed. and trad. Peter Noble (Edinburgh, 2005), 28–30, 34. S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274 273.

(147) Die Urkunden Konrads III., ed. Haussman, 354–5; ‘Historia de expeditione Friderici imperatoris’, ed. Chroust, 40–3. 274 S. Neocleous / Journal of Medieval History 36 (2010) 253–274

 

 

 

 

Author: Alessio Cittadini

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