L’imperatore Valente

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di Antonino MARLETTA

Amico fidato e saldo, fermo nel punire gli intrighi per ottenere potere, guida severa nell’attenersi alle regole della vita militare e civile, […]; attentissimo alla giustizia come tutore delle province […], si dava da fare con zelo singolare per alleggerire i pesi delle tasse dirette, non ammetteva aumenti delle tasse indirette […]. Aspirava in maniera intemperante a possedere grandi ricchezze; incapace di sopportare fatiche, cercava invece di far mostra di capacità straordinarie di resistenza; troppo incline alla crudeltà e piuttosto rozzo il suo carattere, non aveva cultura nell’arte della guerra né negli studi liberali; cercava volentieri profitti e guadagni a costo dei pianti altrui […]. Neghittoso e pigro, di colorito scuro, la pupilla di un occhio era chiusa, ma da lontano non lo si notava, le membra bene proporzionate, la statura né alta né bassa, le gambe curve, il ventre un po’ prominente”.
(Ammiano Marcellino, Storie, XXXI, 14).

Le origini (328 – 364 d.C.)

Flavio Giulio Valente nacque intorno al 328 d.C., figlio secondogenito di Graziano il Vecchio di Cibalae, località a 70 km da Sirmio, in Pannonia. Insieme al fratello maggiore Valentiniano (nato nel 321) trascorse l’infanzia nei possedimenti paterni in Africa e Britannia. Come suo padre e suo fratello, anche Valente intraprese la carriera militare ma con risultati più deludenti.
Nel 361, alla morte di Costanzo II, il potere imperiale passò a Giuliano, che poi passò alla storia come l’Apostata. Sotto il suo regno Valente ebbe l’incarico di guardia del corpo imperiale (protector domesticus), mentre il fratello Valentiniano, dopo essere stato tribunus militum sotto Costanzo II, assunse l’incarico di comandante di una divisione di lanciatori d’asta.
Nel 362 però, Giuliano, nell’ambito delle sue misure anticristiane, spedì Valentiniano in esilio a Tebe d’Egitto; nel Luglio di quell’anno l’imperatore si recò ad Antiochia per preparare la sua grande spedizione contro i Persiani. La campagna iniziò nel Marzo del 363, l’esercito romano, varcato il confine, si diresse verso Oriente forte di 65.000 uomini divisi un due gruppi. Il primo di 35.000 uomini, guidato dall’imperatore  marciò direttamente verso il cuore del regno nemico, il secondo di 30.000 soldati, guidato da Procopio, (parente di Giuliano, a cui l’imperatore partendo aveva consegnato il mantello imperiale e che era stato designato successore nel caso in cui il sovrano fosse morto) passò dall’Armenia per raggiungere l’armata principale a Ctesifonte. Dopo una prima vittoria, le truppe di Giuliano misero sotto assedio proprio Ctesifonte, capitale dei Persiani. Dopo qualche tempo però, l’imperatore (temendo di non avere abbastanza truppe per prendere la città e che arrivassero i rinforzi persiani) diede l’ordine di iniziare il ritorno per ricongiungersi a Procopio. La ritirata fu tremenda: i Romani attraversarono il deserto mesopotamico inseguiti dai Persiani che li bersagliavano a distanza con le frecce, il caldo, essendo giunta l’estate, era soffocante, il cibo scarseggiava (i Persiani, infatti, avevano fatto terra bruciata distruggendo le messi e interrando i pozzi d’acqua). Il 26 Giugno un’unità di cavalieri catafratti persiani assalì la retroguardia romana, Giuliano accorse a dar man forte ma nella fretta non indossò la corazza, una lancia, scagliata non si sa da chi, lo colpì al fianco. Portato nella sua tenda l’imperatore Giuliano morì nella notte tra il 26 e il 27 Giugno. L’esercito era ora in una pessima situazione, con poco cibo, in territorio nemico e senza sovrano; il Consiglio della Corona si riunì e, dopo varie discussioni, affidò il potere imperiale a Flavio Gioviano, comandante delle guardie imperiali. Intanto i Persiani intensificarono gli attacchi e poi inviarono emissari a trattare la pace, il Gran Re Shapur II propose le seguenti condizioni: restituzione delle cinque province otre il Tigri annesse dai Romani fin dai tempi di Diocleziano, consegna di cinque fortezze e delle città romane di Nisibi, Singara e Castra Maurorum, impegno romano a non intervenire in aiuto dell’alleata Armenia in caso di attacco esterno (cioè persiano). Temendo che usurpatori potessero sottrargli il trono (tra questi c’era il generale Procopio, che era ancora all’oscuro di tutto), Gioviano, vergognosamente, accettò. Per la prima volta nella storia i Romani cedettero delle loro province per ottenere la pace.

Stipulata la pace Gioviano iniziò la marcia di rientro, ottenne da Procopio il mantello imperiale e gli permise di ritirarsi a vita privata recando con sé le ceneri di Giuliano che furono sepolte fuori Tarso. Gioviano, quindi, annullò le leggi anticristiane di Giuliano e richiamò gli esiliati, tra questi c’era pure Valentiniano a cui fu dato l’incarico di andare in Gallia a prendere visione della situazione. Quindi l’imperatore rimase qualche tempo ad Antiochia; partito di lì, in Novembre giunse a Tarso dove rese omaggio alla tomba di Giuliano, quindi giunse a Tiana dove incontrò Valentiniano (tornato dalla missione in Gallia) a cui affidò il comando della seconda scuola degli Scutari. Partito da Tiana, il corteo imperiale giunse ad Ancyra, qui, il 1° Gennaio del 364, Gioviano assunse il consolato insieme al figlio neonato Varroniano, quindi riprese la marcia verso Costantinopoli. Giunto a Dadastana, al confine tra Bitinia e Galazia, la mattina del 17 Febbraio, Gioviano fu trovato morto nella sua camera, forse per un’indigestione.
La confusione si diffuse fra i consiglieri, per nove giorni si discusse sul da farsi, furono proposti vari candidati, alla fine la preferenza fu accordata a Valentiniano (che si trovava ancora ad Ancyra) che il 26 Febbraio fu salutato imperatore a Nicea dall’esercito schierato; il  1° Marzo il corteo imperiale giunse a Nicomedia dove Valente fu nominato tribuno e messo a capo delle scuderie imperiali, poi il neo-imperatore entrò a Costantinopoli. La situazione non era però tranquilla, Valentiniano temeva che sorgessero usurpatori in Gallia e voleva quindi trasferirsi in Occidente, d’altro canto non voleva neppure lasciare l’Oriente privo di imperatore, i Persiani incombevano sempre sulle province siriane. Pertanto, dopo lungo riflettere, l’Augusto decise di prendere un collega nell’amministrazione dell’Impero e la scelta cadde sul fratello minore Valente.

Il regno (364 – 378 d.C.)

Il 28 Marzo del 364 d.C., nel sobborgo di Hebdomon, presso Costantinopoli, Valentiniano I associò al trono imperiale il fratello: “adornato delle vesti imperiali e con la corona in testa, lo riportò sul suo cocchio a Costantinopoli, in apparenza come legittimo partecipe della potestà imperiale, in realtà ubbidiente come un impiegato subalterno” (1). Quindi trascorsero alcuni mesi in tranquillità.

Ad Agosto i due imperatori si recarono presso Naisso e, nella villa di Mediana, a tre miglia dalla città, si divisero gli ufficiali e l’Impero; Valentiniano, in qualità di Augusto anziano, prese per sé l’Occidente,Valente l’Oriente. Quindi i due sovrani giunsero a Sirmio, si divisero i cortigiani e le truppe e poi si separarono: Valentiniano partì per Milano, Valente per Costantinopoli.

La rivolta di Procopio (365 – 367)

Il 1° Gennaio del 365 Valentiniano e Valente assunsero il consolato. Quindi Valente iniziò a vessare il popolo, a questo si aggiunse la nomina di suo suocero Petronio (padre della moglie Albia Domnica) da preposito della legione Martense a patrizio. In questa nuova veste Petronio si mise ad angariare e derubare il popolo (iniziò a indagare sui debiti dei sudditi a partire dal regno dell’imperatore Aureliano) che iniziò a odiare il suocero e, di conseguenza, l’imperatore suo genero. A questo si aggiunse, il 21 Luglio, un gigantesco terremoto sottomarino che, insieme a un maremoto, si abbatté nella zona a sud di Cipro coinvolgendo la Giudea, l’Africa settentrionale, la Sicilia e parte della Grecia e che causò almeno 50.000 vittime (mentre Alessandria subì gravi danni, Atene fu risparmiata e i pagani dissero di aver visto Atena Parthenos ed Achille che proteggevano la città). Dopo aver trascorso qualche mese nella Capitale, Valente decise di spostarsi ad Antiochia per controllare da vicino le mosse dei Persiani che, a dispetto del trattato, compivano rapide incursioni in territorio romano; prima però diede ordine di far convergere due legioni sul Danubio (per controllare i Goti) e di ricercare Procopio (che destava sospetti in quanto membro della famiglia di Costantino) il quale, dopo aver lasciato Gioviano, si era ritirato a vita privata nella sua casa di Cesarea di Cappadocia. Qui lo trovarono i messi imperiali con l’ordine di scortarlo dal sovrano, Procopio chiese il permesso di salutare la moglie e intanto fece in modo che le guardie si ubriacassero, quindi fuggì con la famiglia. Passando da un nascondiglio all’altro giunse presso Costantinopoli e iniziò a fare continue visite in Città sotto mentite spoglie per studiare la situazione: trovò la Capitale in subbuglio contro Valente (per le tasse e il comportamento di suo suocero) e, inoltre, scoprì che le legioni dei Divitenses e dei Tungricani Iuniores erano presenti dentro le mura (per andare poi verso il Danubio). Dopo brevi preparativi (le legioni sarebbero partite dopo due giorni), il 28 Settembre, all’alba  Procopio si recò alle terme Anastasiane, dove erano alloggiati i soldati e fu acclamato imperatore alla presenza di Faustina, vedova di Costanzo II. Non deve stupire che i legionari abbiano accolto così favorevolmente Procopio, questi non solo era stato un generale dell’Impero ma era parente di Giuliano (figlio della sorella di sua madre) e quindi esponente della dinastia di Costantino che aveva retto l’Impero per quasi sessantanni  Inoltre le truppe che lo appoggiarono lo conoscevano perché erano venute dalla Gallia con Giuliano alla cui memoria erano legati; a questo si aggiunga che la popolazione aveva iniziato a odiare Valente a causa del suocero e fu plagiata dall’abile propaganda messa in atto dall’usurpatore che fece di tutto per apparire membro della famiglia di Costantino e che, dopo aver isolato la Città, diffuse anche la notizia che Valentiniano fosse morto.

Dopo l’acclamazione, Procopio fece arrestare Cesario, prefetto della Città, e Nebridio, prefetto del pretorio, quindi, occupato il Palazzo, si presentò al popolo che lo salutò imperatore. Esaltato da questo successo Procopio ampliò il suo potere, altre truppe, di passaggio per andare contro i Goti, si schierarono con lui che sfilava per la Città in lettiga con in braccio la piccola Costanza Postuma, figlia di Costanzo II. Quindi inviò messaggi ai Goti per chiedere il loro aiuto; i barbari, legati alla memoria di Costantino, accettarono e deciserono d’inviare 3.000 uomini. Intanto la notizia era giunta a Valente che si trovava in Galazia; sulle prime l’imperatore rimase sconvolto e chiese aiuto al fratello, questi però si rifiutò di soccorrerlo (disse che se non sapeva difendere il trono da solo non era degno di tenerlo). Nel frattempo Procopio iniziò a coniare monete in suo nome mentre il suo tribuno Rumitalce partì da Costantinopoli e velocemente occupò Nicea di Bitinia; Valente gli mandò contro l’esercito mentre lui assediava Calcedonia che si era schierata con l’usurpatore, purtroppo entrambe le azioni fallirono e le due città rimasero ribelli (Valente per poco non fu catturato); così tutta la Bitinia si schierò con Procopio insieme alla diocesi di Tracia. Fatto ciò Procopio mandò Marcello (suo parente) a catturare Sereniano, comes domesticorum, che era fuggito; questi si rifugiò a Cizico, Marcello assediò e conquistò la città e catturò pure Sereniano, così anche la diocesi dell’Ellesponto passò ai ribelli mentre si conseguivano successi anche in Lidia.

Il 1° Gennaio del 366 divennero consoli Flavio Graziano (figlio settenne dell’imperatore Valentiniano) e Dagalaifo. A primavera Valente organizzò la difesa di Pessinunte, quindi richiamò in servizio il magister militum Arbizione (che aveva combattuto con Costanzo)  che era contrario a Procopio (che tra l’altro gli aveva bruciato la casa). La presenza del vecchio generale coalizzò attorno a Valente molti soldati di Costanzo, tra questi c’era pure Gomoario che prima si era schierato con Procopio ma che ora, durante la battaglia di Tiatira, in Lidia, passò a Valente con tutti i suoi uomini. Galvanizzato da questo successo Valente decise di affrontare Procopio in battaglia, questa avvenne presso Nacolia in Frigia, il 26 Maggio; durante lo scontro il generale Agilone disertò da Procopio e passò a Valente con i suoi uomini; preso dallo sconforto, Procopio fuggì. Ma durante la notte i suoi compagni di fuga lo tradirono, lo legarono e, all’alba, lo portarono da Valente; questi subito gli fece tagliare la testa che poi inviò a Valentiniano a Treviri. “Uscì dunque dalla vita Procopio a quarant’anni e dieci mesi. Non era brutto il suo fisico, la statura abbastanza alta, l’aspetto piuttosto curvo; camminava guardando sempre per terra” (2).

Saputo della morte di Procopio, Marcello, lasciata Nicea, occupò Calcedonia per continuare la lotta, ma alcuni uomini di Equizio, uomo di Valente, lo catturarono e lo imprigionarono. Dopo alcuni giorni di torture, Marcello fu ucciso; la punizione fu feroce per molti: se Calcedonia ebbe le mura abbattute (con le sue pietre Valente iniziò a edificare il maestoso acquedotto che avrebbe rifornito d’acqua Costantinopoli), gli abitanti di Filippopoli, che si erano opposti strenuamente a Equizio, furono duramente puniti, molti partigiani di Procopio, anche se innocenti, furono giustiziati, la vendetta di Valente fu terribile e implacabile: “l’imperatore era spietato contro tutti senza ricorrere a processi legali; la sua ira colpì non solo i partecipanti alla rivolta, ma anche quelli che, per quanto innocenti, erano parenti o amici dei ribelli” (3).

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La guerra gotica (367 – 369)

Eliminato Procopio c’era il problema dei Goti, i loro 3.000 uomini, inviati in aiuto all’usurpatore, furono fatti prigionieri. Vittore fu inviato dai barbari a chiedere perché un popolo amico avesse appoggiato un usurpatore. Il re Atanarico rispose che Procopio aveva inviato loro lettere in cui diceva di aver assunto il potere perché parente di Costantino. La risposta fu riferita a Valente, l’imperatore non accettò queste motivazioni.

Giunse la primavera del 367(sotto il consolato di Giovino e Lupicino), Valente andò con l’esercito verso il Danubio, lo attraversò e razziò il territorio dei Goti che, terrorizzati, evitarono lo scontro; così le truppe romane rientrarono in patria. Intanto, a seguito di una malattia, il 24 Agosto, Valentiniano associò al trono il figlio Graziano.

Il 1° Gennaio del 368 Valentiniano e Valente divennero consoli per la seconda volta, quindi, a primavera, Valente ritornò sul Danubio per una seconda spedizione contro i Goti, ma uno straripamento del fiume rese impossibile il guado così, per quell’anno, i Romani si accontentarono di ripristinare i forti e i presidi lungo il fiume.

L’anno dopo (consoli Vittore e Galata), di nuovo Valente attraversò il Danubio e riuscì ad affrontare la tribù dei Greutungi, quindi sconfisse i Tervingi di Atanarico. Questi, demoralizzati e affamati da tre anni di saccheggi romani, chiesero la pace, Valente, soddisfatto, accettò. I Goti si impegnarono a non varcare più il Danubio, non commerciare con i Romani e non dare più uomini in cambio di denaro (sebbene questa clausola fu poco dopo violata). Quindi Valente lasciò Marcianopoli e rientrò a Costantinopoli per preparare una spedizione contro i Persiani.

La spedizione contro i Persiani (369 – 371)

Nel 368 infatti, Shapur II aveva invitato a banchetto Arsace III d’Armenia e lo aveva accecato, quindi invase l’Armenia, priva dell’aiuto romano per il trattato di Gioviano. La spedizione andò a buon fine (Shapur aveva portato dalla sua parte molti nobili armeni), e fu posto l’assedio alla fortezza di Artogerassa dove si erano rifugiati la moglie e il figlio di Arsace, di nome Papa. Questi, alla fine riuscì a fuggire e si diresse verso Costantinopoli per chiedere aiuto. Shapur, intanto, detronizzò Sauromace, re d’Iberia, e occupò pure quel paese. Giunto presso Valente, Papa lo convinse che era necessario soccorrere l’Armenia, l’imperatore accettò e, infrangendo il trattato del 363, inviò il generale Arinteo per ridare il trono a Papa. Shapur reagì invadendo di nuovo l’Armenia e cacciando per la seconda volta Papa.

Sempre nel 369, le truppe imperiali eliminarono i briganti detti Maratocupreni che, dal loro villaggio presso Apamea di Siria, terrorizzavano la popolazione con saccheggi e rapine.

Il 370 vide Valentiniano e Valente assumere il consolato per la terza volta, quindi l’imperatore inviò una nuova armata in Armenia per rimettere Papa sul trono, l’operazione riuscì nonostante la dura opposizione di Shapur che da un lato combatteva e dall’altro si lamentava del mancato rispetto dei trattati.

Nella primavera del 371, durante il secondo consolato di Graziano e di Probo, il generale Terenzio riconquistò l’Iberia e inviò altre truppe per presidiare il monte Npat. Il contrattacco persiano non si fece attendere: in estate il comes Traiano e Vadomario (ex re degli Alamanni) affrontarono le truppe persiane presso Vagabanta; dopo duri scontri, i Romani risultarono vincitori. Con l’arrivo dell’inverno si firmò un armistizio quindi Shapur si ritirò a Ctesifonte mentre Valente entrò ad Antiochia.

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Il complotto di Teodoro (371- 372)

Ad Antiochia, in quell’inverno, Valente scatenò tutta la sua ira. Un certo Procopio, aveva denunciato Anatolio e Spudasio (funzionari di palazzo) come rei di voler tramare contro il comes Fortunaziano. Questi fece interrogare due complici degli accusati, Palladio ed Eliodoro (che si intendevano di pratiche magiche ed oroscopi). Palladio, sotto tortura, rivelò che la situazione era ben più grave, infatti sostenne che alcuni personaggi illustri erano venuti a conoscenza, tramite la divinazione, del nome del successore di Valente. Arrestati, i sospetti ammisero che la magia aveva predetto l’avvento di un ottimo principe (le cui prime lettere del nome erano Teo) e una triste fine per loro. Gli indagati, inoltre, sostennero che, secondo loro, il candidato era Teodoro, persona eccellente e che in quel momento era segretario di stato di secondo grado, a cui avevano già raccontato della predizione. Valente divenne furioso, temeva per la sua vita (secondo Marcellino, l’imperatore un pomeriggio era scampato a una congiura che lo doveva uccidere mentre dormiva presso Antiochia), così fu ordinato di andare a Costantinopoli a prendere Teodoro e condurlo di nuovo ad Antiochia; quando l’uomo giunse dall’imperatore, questi lo fece incarcerare per il processo. La cosa però non finì lì: l’indagine si allargò a tutte le province orientali; il voler sapere tramite magia il nome di un futuro imperatore era da sempre una pratica vietata, così si iniziò a indagare negli ambienti pagani e molte persone furono arrestate e coinvolte nel processo. Quando questo si concluse le condanne a morte furono numerose, furono uccisi non solo quelli che avevano fatto la predizione o erano a conoscenza dei fatti, come Teodoro, ma anche molti filosofi pagani tra cui Pasifilo, Simonide e Massimo di Efeso (che era stato amico di Giuliano). A loro si aggiunsero l’ex governatore di Bitinia Diogene, processato perché era ricco; l’ex vicario di Britannia Alipio, che perse il patrimonio ma si salvò; suo figlio Ierocle che fu bruciato vivo, sebbene innocente. Durante l’inchiesta furono trovati molti libri compromettenti che furono pure bruciati (Marcellino sostiene però che erano trattati di cultura e scienza o politici, bruciati per dimostrare la fondatezza delle accuse).

L’anno 372 si aprì, sotto il consolato di Arinteo e Modesto, con altri processi: Palladio, sfuggito alla morte purché dicesse tutto quello che sapeva della congiura di Teodoro, imperversava inventando false accuse che travolsero molte persone ricche e illustri in tutto l’Oriente (“conseguenza fu che nelle province orientali i padroni bruciavano tutte le loro librerie”) (4); ma anche persone comuni: “alle terme fu visto un giovane avvicinare le dita delle due mani al marmo di una statua e al petto in modo alterno e contare le sette vocali (pensava che questo fosse un rimedio utile al suo mal di stomaco); trascinato in giudizio, fu sottoposto a torture, poi gli fu tagliata la testa con un colpo di spada” (5). Così trascorse quell’inverno.

Nuovi eventi in Armenia (372 – 374)

Con la fine dell’inverno la questione armena si riaccese. Papa infatti aveva iniziato a dimostrare molta autonomia d’azione e a riavvicinarsi alla Persia; inoltre, essendo fortemente anticristiano, iniziò a distruggere i monasteri e a confiscare i terreni della Chiesa armena giungendo allo scontro diretto con il patriarca Narsete che fu infine ucciso; quindi il re occupò la città romana di Edessa. Si decise pertanto di eliminarlo.

Nel 373, quarto consolato di Valentiniano e Valente, Papa fu invitato nell’Impero per discutere di faccende comuni. Giunto a Tarso, il re armeno fu messo sotto sorveglianza. Informato però che Terenzio, dux d’Armenia, stava cercando un nuovo re per il suo trono, Papa, con 300 compagni, fuggì da Tarso per tornare a casa. Dopo un viaggio avventuroso, il fuggiasco giunse nel suo paese (dove credeva di essere al sicuro).

Giunse intanto l’anno 374, Graziano ebbe il suo terzo consolato insieme ad Equizio. Valente spedì al generale Traiano una lettera in cui gli ordinava di eliminare Papa. Il generale invitò il re d’Armenia a un banchetto, il sovrano vi andò fiducioso e fu ucciso; al suo posto fu collocato Varazdat, fedele amico di Roma.

In quello stesso anno 374, i Saraceni decisero di assalire la Palestina e l’Arabia guidati dalla regina Mavia che, dopo alcune razzie, concesse la pace a patto che il monaco Mosè fosse ordinato vescovo del suo popolo; Valente, a malincuore (Mosè era niceno) accettò, di conseguenza fu creata la sede vescovile di Pharan nel Sinai. I Saraceni divennero quindi alleati dei Romani.

I rapporti con la Chiesa

Prima di narrare gli ultimi anni di regno di Valente, sarà bene fare il punto della situazione della Chiesa nella parte orientale dell’Impero.
Dopo la meteora paganeggiante di Giuliano la fede cristiana era tornata più forte di prima, sia Valentiniano che Valente che Graziano erano ferventi cristiani: fino al 367 tutti e tre gli imperatori furono seguaci della fede nicena (Teodoreto di Cirro data a dopo quell’anno una lettera congiunta dei tre ai vescovi d’Asia antiniceni perché si ravvedano). Poi però qualcosa cambiò, scrive Teodoreto: “Quel misero, si trovò in una condizione simile a quella del progenitore Adamo. Anche egli, infatti, si lasciò ammaliare dalle parole della moglie, ne fu servo e divenne non solo suo schiavo ma anche ubbidiente alle parole ingannatrici di una donna. Essa, che era stata già irretita dall’inganno degli Ariani, lo irretì e lo spinse a cadere nel baratro della bestemmia insieme con lei. Fu loro capo e mistagogo Eudossio: questi reggeva allora il timone della Chiesa di Costantinopoli, non per guidare ma per affondare la nave” (6).

Da quel momento Valente divenne acerrimo nemico della fede nicena e fece pesare il suo potere sulla Chiesa d’Oriente perseguitando tutti i vescovi niceni che non si piegarono a lui e inviandoli in esilio, tra questi ricordiamo: Atanasio di Alessandria (che subì il suo quinto esilio), Melanzio di Antiochia, Eusebio di Samosata, Pelagio di Laodicea, Barse di Edessa e Basilio di Cesarea (per ricordare i più famosi). Oltre agli esili, le fonti anti-ariane ricordano pure condanne a morte o al lavoro in miniera di molti prelati che si erano opposti ai preti ariani. La sua lunga lotta per l’arianesimo fu alla fine soccombente, anche se riuscì a far convertire i Goti, infatti “l’arianesimo vero e proprio era ormai in crisi per la diffusione della tendenza homoiousiana in seno ad esso, e nell’Oriente il problema cristologico, agitato dalle nuove opposte dottrine di Apollinario e di Diodoro, tendeva ad oscurare, in parte, la pura problematica ariana” (7). Comunque le comunità nicene vissero anni di apprensione e di persecuzione. Alla fine l’età di Valente fu il canto del cigno per l’Arianesimo che perderà la sua battaglia per la vita con la morte del suo protettore e l’ascesa al trono di Teodosio I che sarà un campione della fede nicena.

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La politica economica

Altro fronte a cui si dedicò l’attività di Valente fu quello economico. L’imperatore Giuliano aveva, nel suo breve regno, cercato di alleggerire la pressione fiscale sulle città, Valentiniano e Valente seguirono le sue orme, ridiedero alle città diretta amministrazione e controllo dei vectigalia e fundi, così da limitare gli abusi dei governatori; in altri settori però le tasse aumentarono, Valente impose prezzi di aderazione tributaria altissimi (ad esempio l’aderazione dei cavalli, che Giuliano invece aveva agevolato in Dalmazia). Valentiniano I, in armonia con suo fratello fissò un calmiere dei prezzi, che limitasse gli abusi degli organi burocratici militari nei prezzi di aderazione. L’importanza di questa operazione fu dimostrata dal fatto che Arcadio e Onorio la confermeranno in toto nel 396. Si cercò pure di migliorare la valutazione della moneta spicciola rispetto al solido aureo, tutto per agevolare gli interessi provinciali. A questi si affiancarono gli umili, per difendere i quali, dal 27 Aprile 368, fu istituito il defensor plebis, destinato a rappresentare la plebe contro i potenti nei processi.

Gli ultimi anni (375 – 378)

Il 375 (quarto consolato di Graziano e secondo di Equizio), fu un anno di pace esterna per la parte Orientale (ad Antiochia furono inaugurate le nuove terme erette dal prefetto Clearco e dedicate a Carosia e Anastasia, figlie di Valente), la parte Occidentale vide invece una campagna di Valentiniano I contro Sarmati e Quadi; per aiutare il fratello, Valente inviò truppe dal Danubio. Il 17 Novembre, giunse la triste notizia: Flavio Valentiniano I era morto, a Bregizio in Pannonia, dopo uno scatto d’ira contro gli emissari dei barbari; aveva regnato dodici anni. Subito l’Impero d’Occidente passò a suo figlio Graziano che associò al trono (dietro pressione dell’esercito) il fratellastro di quattro anni Valentiniano II (22 Novembre); Valente divenne così Augusto anziano e iniziò a fregiarsi del titolo di Augusto Massimo. Intanto scoppiò una violenta rivolta degli Isauri che, dai monti della Cilicia, scesero a valle a saccheggiare e devastare i campi.

L’arrivo dei Goti (376)

Il 376 vide consoli Valente per la quinta volta e Valentiniano II per la prima. Valente era sempre ad Antiochia da dove aveva diretto la repressione degli Isauri e organizzava una nuova spedizione contro Shapur. In autunno iniziarono ad arrivare notizie confuse e preoccupanti dal Danubio, si diceva che un nuovo popolo, gli Unni, feroce e inarrestabile stesse giungendo da est, lungo le steppe scitiche. Questa orda barbara stava costringendo i popoli gotici a fuggire, Atanarico sulle prime aveva cercato di combattere, ma era stato travolto ed era scappato con i suoi in Transilvania; altri Goti della tribù dei Tervingi (guidati da Fritigerno e Alavino), affamati e terrorizzati, iniziarono ad assieparsi sulla sponda settentrionale del Danubio e da qui inviarono emissari a Valente per chiedere il permesso di entrare nel territorio romano e ottenere una casa e un campo, in cambio avrebbero combattuto per l’imperatore. Valente sulle prime fu dubbioso, si parlava di far entrare 200.000 persone, e anche di più, nei territori imperiali. I suoi consiglieri gli fecero presente però che tutte queste persone armate al suo servizio avrebbero risolto due problemi: l’organico dell’esercito sarebbe stato completato e non ci sarebbe più stato bisogno di arruolare provinciali che, inoltre, per avere l’esonero avrebbero pagato molto denaro che avrebbe riempito le casse dello stato. Valente alla fine fu convinto e diede il permesso di transito ai profughi dietro chiare condizioni: prima sarebbero passati i figli (da tenere come pegno della buona fede dei genitori), poi gli uomini disarmati e in fine le donne. I Romani si sarebbero impegnati a fornire cibo e aiuti per l’immediato e poi l’imperatore avrebbe trovato terre incolte da affidare ai Goti da coltivare. Stipulato l’accordo si comunicò agli ufficiali sul Danubio di iniziare a organizzare il passaggio tramite battelli (non c’erano ponti sul fiume); mentre avveniva il trasferimento, giunsero altri Goti (i Greutungi), guidati da Viderico, che chiesero il permesso di transito. I funzionari imperiali rifiutarono: gli accordi erano solo con i Tervingi. Intanto il trasferimento era sfuggito di mano: molti Goti, pagando i Romani, riuscirono a transitare insieme alla famiglia e alle loro armi, gli incaricati di censire i profughi (per il gran numero di persone) persero il conto e alla fine rinunciarono all’impresa; in ultimo i comandanti militari del Danubio, Lupicino e Massimo capirono che avrebbero potuto lucrare sulla disperazione dei profughi, quindi iniziarono a lesinare i viveri che erano stati messi a disposizione dall’imperatore e obbligarono i Goti a comprare il cibo, che doveva essere distribuito gratuitamente, prima con i soldi e, quando questi finirono, li spinsero a vendere i loro figli come schiavi, dando loro poco cibo andato a male. Si arrivò al punto che i Romani vendevano a carissimo prezzo carne di cane; l’ira dei barbari montava, ma Fritigerno diceva di portare pazienza. Alla fine il comes Lupicino decise, per evitare una sommossa, di proseguire con il piano di accoglienza e iniziò a trasferire i profughi verso l’interno, in direzione di Marcianopoli. Per scortare tutta questa gente si giunse al punto di richiamare le truppe di stanza sul fiume: era quanto speravano i Greutungi che ne approfittarono per passare il fiume con zattere d’emergenza. La marcia proseguì lentamente, alla fine i Goti giunsero davanti Marcianopoli dove avrebbero dovuto ricevere ulteriore aiuto, invece l’amministrazione non aveva preparato niente, inoltre la popolazione locale non vedeva l’ora che i selvaggi se ne andassero; i Goti chiesero rispettosamente di poter entrare in città per comprare del cibo, ma le porte furono loro chiuse in faccia. Scoppiarono dei tumulti, le poche guardie romane furono sopraffatte e i Goti si impadronirono delle loro armi. Intanto in città Lupicino stava banchettando con i capitribù, tra cui Fritigerno; giunse un messo che avvisò il comes dei tafferugli fuori città, questi ordinò di eliminare la scorta dei capitribù che aspettava fuori del palazzo.  La folla fuori città fu informata della cosa e, temendo per i suoi capi, decise di irrompere e salvarli; alla fine Fritigerno e gli altri capirono che c’erano dei problemi, con la scusa di calmare i loro si congedarono da Lupicino, tornarono tra i loro uomini e dissero che i Romani avevano rotto i patti: era la guerra.

I Goti (a cui si era unita la tribù dei Greutungi) si abbatterono sulle campagne razziando e saccheggiando, uccidendo chiunque. Lupicino pensò di risolvere il problema prima che Valente ne fosse informato, radunò tutte le truppe che poté e marciò contro i nemici. Li trovò a pochi chilometri da Marcianopoli e li affrontò, i Goti vinsero sterminando i Romani, Lupicino si rifugiò in città mentre i Goti si armavano sempre meglio grazie alle spoglie dei Romani vinti. C’era una cosa che preoccupava tutti, in vista della guerra contro i Persiani, mercenari gotici erano stati arruolati e spediti verso Oriente, il timore era che potessero schierarsi dalla parte dei nemici. Fortunatamente la maggioranza dei mercenari era già in Anatolia, ma due capi gotici (Suerido e Colias), con i loro uomini, erano acquartierati presso Adrianopoli; allo scoppio della rivolta, questi, da bravi mercenari, rimasero con l’imperatore. Valente però, informato della situazione, decise di far spostare quegli uomini in Oriente, i due condottieri si presentarono quindi alle autorità cittadine per richiedere il vettovagliamento e i soldi per il viaggio. Il magistrato della città (che odiava i Goti per dei danni che aveva subito una sua tenuta) non solo si rifiutò di dare quanto chiesto ma, armata la plebe e gli impiegati delle fabbriche militari della città, attaccò i Goti per cacciarli via. Dopo un po’ di pazienza i Goti reagirono e ammazzarono gli aggressori, raccolsero le loro armi e si andarono a riunire a Fritigerno (che era stato riconosciuto unico re dai Goti); quindi cercarono di assediare Adrianopoli, dopo aver rinunciato a questo proposito si misero a devastare la Tracia senza incontrare resistenza.

La battaglia dei Salici (377)

Intanto era giunto l’anno 377, Graziano era divenuto console per la quinta volta insieme a Merobaude. In primavera queste notizie raggiunsero il sovrano; Valente decise, a malincuore di avviare negoziati di pace con la Persia e andare contro i Goti. Mentre lui si preparava per andare a Costantinopoli, inviò Traiano e Profuturo contro i barbari con tre legioni portate dall’Armenia. I due generali avrebbero dovuto agire con azioni di guerriglia, mentre si attendevano i rinforzi inviati da Graziano; alla fine arrivò il franco Ricomere con pochi rinforzi, ma questi bastarono per convincere i generali romani di poter vincere uno scontro diretto e risolutivo. I Goti, di saccheggio in saccheggio si erano andati ritirando verso il Danubio, ed erano accampati in una località detta ad Salices, presso il delta, forse volevano tornare a casa loro carichi di preda. Si giunse allo scontro, la battaglia durò tutta la giornata ma non fu risolutiva. Nel corso della notte i Romani decisero di ripiegare a Marcianopoli. Dopo qualche giorno d’incertezza, i Goti affamati lasciarono il delta inospitale e discesero di nuovo verso sud, intanto i Romani fortificarono i passi dei Balcani per bloccare i Goti nelle zone inospitali e farli morire di fame; il comando dell’operazione fu affidato a Saturnino, appena arrivato con altre truppe da Oriente. Quando i Goti capirono di essere in trappola inviarono messaggi oltre il fiume e spinsero altre tribù a unirsi a loro, nell’autunno del 377 orde di Alani e alcuni Unni guadarono il Danubio per unirsi ai Goti. Quando apprese questa notizia, Saturnino decise di lasciare i monti e attendere la primavera nelle città; i Goti, liberi di muoversi, si sparsero per tutta la Tracia devastando e saccheggiando, alla fine, parte di loro giunse a Dibaltum e qui trovò i migliori reparti romani fuori della città che aspettavano di entrare e li attaccò. Le truppe romane combatterono con valore ma furono sterminate; quindi puntarono su Beroea dove c’era Frigerido che portava dei rinforzi inviati da Graziano. Frigerido, avvisato della cosa, decise di ritirarsi per difendere l’Illirico (territorio del suo imperatore); presso il passo di Succi fu comunque raggiunto dai Taifali che però furono sconfitti e annientati.

Il 1° Gennaio del 378 vide Valente prendere il consolato per la sesta volta insieme a Valentiniano II, che lo ricevette per la seconda. Le notizie orribili dalla Tracia si erano diffuse in tutto l’Impero, i Goti si erano spinti con i saccheggi fin sotto Costantinopoli. Un cavaliere alamanno, tornato a casa in licenza, raccontò ai suoi connazionali dei guai che l’Impero attraversava; gli Alamanni decisero di approfittarne e attaccarono la Gallia, questo spinse Graziano a restare in Occidente e gli impedì di portare immediato soccorso a suo zio; all’arrivo della primavera le truppe occidentali non erano ancora partite per la Tracia.
Ad Antiochia, finalmente, si era giunti a un accordo di pace con la Persia che praticamente lasciò l’Armenia divisa tra i due nemici, scontentando tutti; libero da questo lato, Valente si decise a mettersi in marcia verso Costantinopoli. Giunse nella Capitale il 30 Maggio, la popolazione era ostile, non lo aveva mai amato e la situazione gotica aveva terrorizzato tutti peggiorando la situazione. Col passare dei giorni nella Città si andò radunando un’armata imponente, alla fine giunse pure la notizia che il giovane Graziano aveva sterminato gli Alamanni e si stava mettendo in marcia verso Oriente; la situazione, finalmente, si metteva per il meglio. Per indebolire i Goti si inviò Sebastiano, il migliore generale dell’Impero, che con poche truppe (2.000 uomini) doveva eliminare i piccoli contingenti nemici sparsi nella campagne per il saccheggio, così i Goti sarebbero stati indeboliti con poco rischio.

Sebastiano quindi si mise in movimento. Dopo dieci giorni di permanenza nella Capitale, Valente (contestato nell’Ippodromo dal popolo atterrito) decise che era giunto il momento di finirla con i Goti prima che arrivasse suo nipote, così da poter dimostrare al ragazzo che anche lui era un valido comandante e migliorare il giudizio che di lui avevano i suoi sudditi. Il 10 Giugno, l’esercito uscì da Costantinopoli, con alla testa l’imperatore in persona, in direzione di Adrianopoli; qui si pose il comando delle operazioni militari romane. Dopo qualche giorno giunse notizia che Sebastiano aveva sorpreso un contingente di Goti carichi di preda e lo aveva annientato presso Beroea; Fritigerno, alla fine, capì che la situazione era mutata e ordinò a tutti i Goti di spostare i vari campi e di riunirsi presso Cabyle. Ai primi di Agosto Valente lasciò Adrianopoli per cercare un contatto con i Goti; dopo qualche giorno di ricerca si venne a sapere che i nemici stavano scendendo dai monti verso Adrianopoli, se ci fossero riusciti sarebbero arrivati alla spalle dell’esercito romano. Valente diede l’ordine di tornare indietro, dopo pochi giorni le truppe si accamparono presso i sobborghi della città. Mentre si attendeva l’arrivo dei Goti, giunse Ricomere con una lettera di Graziano, il giovane imperatore chiedeva a suo zio di attendere pochi giorni così da permettergli di raggiungerlo con i suoi. Si riunì il consiglio di guerra, Vittore e molti altri ufficiali proposero di attendere, Sebastiano e alcuni altri dissero che si poteva attaccare in tutta sicurezza, a Valente quest’idea piacque, si poteva por fine a tutto prima che Graziano giungesse così da innalzare il suo prestigio a Costantinopoli e, magari, umiliare il ragazzo. Si decise di attaccare.

L’8 Agosto le truppe di Valente erano intente a prepararsi per lo scontro, quando giunse un prete gotico con una lettera di Fritigerno; il re dei Goti proponeva la pace a condizione che l’imperatore acconsentisse a dare ai Goti ciò che aveva promesso al momento del loro arrivo, una casa e dei campi da lavorare; c’era anche una seconda lettera, privata, in cui Fritigerno diceva di essere sempre stato per la pace, ma era spinto dai suoi uomini alla guerra, se Valente fosse venuto con le sue truppe i suoi avrebbero capito la potenza di Roma e avrebbero chiesto la pace alle condizioni che Valente avrebbe imposto; l’imperatore non si fidò più di tanto, confidando nel suoi uomini (circa 20.000 veterani, il meglio che l’Impero potesse mettere in campo) e negli esploratori, che sostenevano che non ci fossero più di 10.000 Goti accampati, decise comunque di attaccare l’indomani.

La battaglia di Adrianopoli (9 Agosto 378 d.C.)

“E sorse l’aurora del 9 Agosto” (8); da tempo presagi infausti annunciavano quel giorno: i cani abbaiavano ai lupi che ululavano; gli uccelli notturni facevano sentire i loro versi lamentosi di giorno; il Sole sorgeva più appannato; ad Antiochia, nelle risse e nei litigi la gente di basso rango gridava “Possa bruciare vivo Valente”, mentre si sentivano i banditori gridare di preparare la legna per bruciare le terme dell’imperatore; i fantasmi di Papa e dei “complici” di Teodoro si aggiravano di notte per le strade; una bovina fu trovata con la gola recisa; durante l’abbattimento delle mura di Calcedonia fu trovata una profezia che prediceva l’invasione gotica e la battaglia; partendo da Costantinopoli per andare ad Adrianopoli, Valente fu fermato dal monaco Isacco che gli predisse la vendetta divina se avesse continuato a sostenere gli Ariani.

Tutti questi presagi, comunque, non furono capiti; quella mattina, lasciate le salmerie, il tesoro e le insegne imperiali ad Adrianopoli, l’esercito romano si mise in marcia per raggiungere i Goti. Verso mezzogiorno, a otto miglia dalla città, furono avvistati i carri barbari disposti in cerchio; i Romani si disposero a battaglia e iniziarono a battere le spade sugli scudi, mentre i Goti gettavano urla terrificanti. Gli arcieri scagliarono frecce nel campo gotico, i barbari allora inviarono emissari per trattare la tregua. Marcellino sostiene che questa mossa fu fatta per permettere alla cavalleria gotica (almeno 8.000 uomini), che era lontana per foraggiare, di tornare, e porta come prova il fatto che Fritigerno inviò ambasciatori di basso lignaggio offendendo così Valente che si rifiutò di parlamentare se non avessero inviato dignitari più prestigiosi. Intanto si era fatto pomeriggio, i Romani, oltre al caldo, iniziarono a patire la fame e la sete (non mangiavano dalla mattina), quindi scoppiarono degli incendi (Marcellino dice appiccati dai barbari) che bruciarono le sterpaglie e intossicarono i Romani con il fumo. Alla fine Fritigerno decise di andare di persona ai negoziati ma pretese un nobile romano come ostaggio: si scelse Equizio, ma questi rifiutò; allora si offrì il franco Ricomere. Dopo qualche tempo il generale franco uscì dalle linee romane per andare dai Goti, in quel momento la guardia a cavallo degli Scutari, troppo vicina alle linee nemiche, accese una mischia con i Goti. Ricomere fu costretto a tornare indietro, il negoziato era fallito; in quell’istante la cavalleria gotica, con gli alleati unni e alani, sbucò da dietro le colline e investì la cavalleria romana che finì addosso alla fanteria dell’ala sinistra. Dopo un momento di smarrimento, i Romani iniziarono ad avanzare e la cavalleria giunse quasi a ridosso dei carri. La vittoria era a portata di mano, sarebbe bastato travolgere i carri e irrompere nel campo. Con orrore i cavalieri si accorsero di essere soli, la fanteria romana non li aveva seguiti, intanto la cavalleria gotica, messa in fuga la cavalleria dell’ala destra, tornò indietro e investì i cavalieri di fianco e di spalle. La cavalleria pesante romana, bloccata tra i carri e i nemici, fu fatta a pezzi. I legionari erano rimasti soli, con terrore videro che i Goti li circondavano, allora si compattarono e lentamente iniziarono a ritirarsi; i Goti cercavano di colpirli con frecce e con cariche di cavalleria, ma inutilmente, così fecero intervenire la fanteria che si gettò sui legionari con impeto, ma quelli erano i migliori veterani di tutto l’Impero d’Oriente e avrebbero venduta cara la pelle. Tra questi reparti (i Lanciarii e i Mattiarii) ancora combattenti si rifugiò Valente che era rimasto privo della cavalleria di scorta. Traiano vide l’imperatore in pericolo e gridò di aiutarlo, il comes Vittore si diresse dai Batavi (che erano rimasti di riserva) e disse loro di aiutare il sovrano. I Batavi invece fuggirono, con loro scapparono Vittore, Ricomere, Saturnino, e tutti coloro che avevano un cavallo. Valente rimase solo con i fanti. Alla fine però le lance si spezzarono, gli scudi si ruppero, la stanchezza e la disperazione ebbero la meglio; la fanteria perse ogni speranza e, sebbene veterana, fuggì. I barbari iniziarono a inseguire e a massacrare i soldati romani senza sosta, ebbri di sangue e di vittoria.

Giunse infine la notte, e con essa la fine del massacro. Nella fuga generale la strage fu immensa, i due terzi dei veterani dell’Impero furono annientati, tra gli altri morirono 35 tribuni (con e senza comando militare), i generali Traiano e Sebastiano, Valeriano, amministratore delle scuderie imperiali, Equizio, amministratore del palazzo e Potenzio, tribuno dei Promoti.

Incerta è la fine di Valente. Marcellino riporta due versioni: la prima vuole che, al calare delle tenebre, cadesse fra i soldati semplici colpito a morte da una freccia. “Altri dicono che Valente non esalò subito l’anima, assieme ai candidati e a pochi eunuchi fu portato in una baracca di campagna il cui secondo piano era ben difeso: qui morì, perché curato da mani inesperte. Circondato da nemici che non sapevano chi fosse, fu esentato dalla vergogna della prigionia. I nemici inseguitori tentarono di sfondare le porte sbarrate, ma dalla parte alta della casa erano attaccati con il lancio di frecce; per non perdere la possibilità di fare bottino a causa di un indugio da cui sarebbe stato impossibile venire a capo, ammucchiarono paglia e legna cui dettero fuoco così bruciando l’edificio e chi vi stava dentro” (9). Uno dei candidati fuggì da una finestra e, catturato dai Goti, raccontò loro chi c’era nella casa, i Goti si dispiacquero molto di aver perso un così illustre prigioniero. Questo stesso soldato poi fuggì dai barbari e, tornato tra i Romani, riferì che quella era stata la fine dell’imperatore.

C’è molta incertezza sul destino che toccò al sovrano (altri autori riportano altre versioni sulla sua fine), di certo quel giorno Flavio Giulio Valente Augusto Massimo morì, prossimo ai cinquant’anni, dopo aver regnato quasi quattordici anni, il suo corpo non fu mai ritrovato. Era dai tempi di Canne che Roma non subiva una tale sconfitta.

Gli eventi successivi (378 – 379)

Il giorno seguente, dopo essersi riposati, i Goti partirono per attaccare Adrianopoli (le insegne e il tesoro imperiale facevano loro gola); cercarono di prendere la città per tutto il giorno (anche con l’inganno) ma alla fine furono costretti a rinunciare. Quindi si diressero prima verso Perinto e poi (dopo che si furono uniti anche reparti di Unni e Alani) verso Costantinopoli. Giunti davanti alla Città furono messi in fuga da un Saraceno (la regina Mavia aveva inviato un reparto di uomini a proteggere la Città) che, uscito dalle mura assalì i Goti tagliò la gola a uno di loro e gli succhiò il sangue. Questo gesto terrorizzò i barbari che fuggirono. La notizia della sconfitta si diffuse per tutto l’Impero e destò sconcerto e orrore, da cento anni un imperatore non moriva combattendo contro i barbari. A Settembre la notizia raggiunse Giulio, comandante militare delle regioni oltre il Tauro, ad Antiochia; questi fece una cosa che fu applaudita da molti: c’erano tanti soldati Goti arruolati nelle truppe imperiali e non si sapeva se fidarsi di loro o meno, quindi inviò un messaggio ai vari reparti: il giorno di paga tutti i Goti dovevano essere uccisi, e così fu fatto. L’Impero, atterrito, si volgeva a Graziano, ora Augusto anziano; questi, quando seppe della battaglia di Adrianopoli, tornò indietro e occupò i valichi che portavano in Illirico e quindi nell’Impero d’Occidente, poi richiamò il suo miglior generale, Teodosio, dal suo ritiro in Spagna, gli diede il grado di magister militum e lo spedì nei Balcani ad arginare le scorrerie gotiche. Teodosio riuscì nell’impresa e ottenne qualche successo. In virtù di questi meriti, il 19 Gennaio del 379, a Sirmio, Graziano nominò Teodosio imperatore d’Oriente a posto di suo zio: un nuovo capitolo della storia romana si apriva.

Considerazioni finali

Che giudizio si può dare sul governo di Valente? Se Marcellino valutò il suo operato e la sua vita in modo equidistante mettendo in luce vizi (iracondia, avidità e crudeltà) e virtù (politica fiscale moderata), gli autori cristiani videro nella sua morte la punizione per i suoi peccati e per l’appoggio dato agli Ariani e nella sconfitta la prossima fine dell’Impero, mentre gli autori pagani vi videro la vendetta dei vecchi dei per la morte di Giuliano e l’abbandono dell’antica religione. In effetti il suo governo compì sia gesti che alleviarono le sofferenze del popolo (le riforme economiche e giudiziarie), sia atti di grande ingiustizia (le riscossioni a partire dall’età di Aureliano, le persecuzioni dei vescovi niceni, il processo farsa a carico di Teodoro e dei suoi “complici”). La brama di denaro ottenebrò la mente di Valente e lo spinse prima a processare innocenti colpevoli solo di essere ricchi e poi ad accogliere i Goti nell’Impero. Questa operazione che, se ben condotta, avrebbe potuto portare giovamento all’Impero, fu, per la malafede dei funzionari sul posto, l’inizio della rovina di Roma.

Il regno di Valente sarà ricordato per due date fondamentali, la prima è il 28 Marzo 364: quel giorno, con l’elevazione al trono di Valente, segnerà la divisione effettiva dell’impero romano in due entità statali separate (anche se non ancora concorrenti come sotto Arcadio e Onorio). Sebbene già sotto Diocleziano ci fossero stati due Augusti, questi avevano sempre lavorato in cooperazione, con Valente e suo fratello assistiamo a una divisione del mondo romano in due sfere d’influenza separate con due capitali separate, l’Occidente avrà il Reno e la Germania con capitali varie (a seconda della necessità), l’Oriente il Danubio e la Persia e come capitale Costantinopoli. Già il non intervento di Valentiniano contro Procopio è sintomatico di questo mutamento. E  nonostante Graziano abbia poi cercato di intervenire in aiuto dello zio, il fatto che, davanti alle sconfitte, il primo pensiero suo e dei suoi generali sia stato quello di arretrare per difendere l’Illirico (prima provincia occidentale del settore danubiano), dimostra come la difesa del proprio territorio venisse prima dell’unità del mondo romano. Anche quando la morte di Valente gli concederà di essere in effetti unico imperatore (essendo il fratellastro troppo piccolo), Graziano, dopo pochi mesi, prenderà con sé un collega. Proprio questo nuovo imperatore, Teodosio, sarà colui che riunirà l’Impero sotto un solo sovrano ma questo avverrà solo per poco tempo e dopo la sua morte non si ripeterà più.

La battaglia di Adrianopoli fu il secondo evento più importante del regno di Valente e cambiò il volto dell’Impero: la morte di tanti veterani, in un periodo in cui era difficile reintegrare le perdite, costringerà Teodosio, pochi anni dopo, ad accogliere i Goti nelle forze armate, dando una forte spinta alla barbarizzazione dell’esercito; la sconfitta della fanteria avvierà un mutamento nell’arte della guerra romana che, complice l’immissione massiccia di barbari, vedrà il prevalere della cavalleria sui fanti che a poco a poco diverranno marginali; inoltre l’Impero perderà il controllo della zona danubiana. La battaglia mutò per sempre la storia romana, i Goti diverranno una presenza costante all’interno del territorio romano e non se ne andranno più, le loro pretese aumenteranno nel tempo, mentre la forza dell’Impero si indebolirà tanto da giungere a un evento impensabile solo cento anni prima: il 24 Agosto del 410 i Visigoti di Alarico saccheggeranno Roma e poi fonderanno un regno barbarico in Spagna.
È difficile dire se la battaglia poteva essere vinta: se Valente avesse atteso il nipote forse lo scontro sarebbe andato diversamente; ma alcuni autori sostengono che anche Graziano ebbe delle colpe e ritardò di proposito perché offeso con suo zio che si era attribuito il titolo di Augusto Massimo. Qualunque sia la verità, di certo Adrianopoli fu da subito percepita come una nuova Canne e diede il via a un secolo di profonde trasformazioni che porteranno, paradossalmente, alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (che pure era uscito indenne dalla battaglia), mentre la parte Orientale (che invece sembrava al collasso) troverà la forza di riprendersi e proseguirà la sua vita per altri mille anni.

NOTE

  1. Ammiano Marcellino, Storie, XXVI, 4, 3.
  2. Ibidem, XXVI, 9, 11.
  3. Zosimo, Storia Nuova, IV, 8, 5.
  4. Ammiano Marcellino, op. cit., XXIX, 2, 4.
  5. Ibidem, XXIX, 2, 28.
  6. Teodoreto di Cirro, Storia Ecclesiastica, IV, 12.
  7. S. Mazzarino, L’impero romano, vol. 2, pag. 729.
  8. Ammiano Marcellino, op. cit., XXXI, 12, 10.
  9. Ibidem, XXXI, 13, 14-15.

 

BIBLIOGRAFIA

A. BARBERO, 9 Agosto 378, il giorno dei barbari, Bari, 2005.
M. GRANT, Gli imperatori romani, storia e segreti, ed. it. Roma, 1984.
AMMIANO MARCELLINO, Storie, vol. 3,  a cura di G. Viansino, Milano, 2002.
S. MAZZARINO, L’impero romano, vol. 2, Bari, 1973.
RUFINO, Storia della Chiesa, a cura di L. Dattrino, Roma, 1997.
TEODORETO DI CIRRO, Storia Ecclesiastica, a cura di A. Gallico, Roma, 2000.
ZOSIMO, Storia Nuova, a cura di F. Conca, Milano, 1977.

Nicola

Author: Nicola

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