Manuele II Paleologo

L’anno 1349 non fu un anno brillante per l’Impero dei Romani: Genova, furiosa per alcuni provvedimenti che riteneva potessero danneggiarla, scatenò rappresaglie contro Costantinopoli e annientò la flotta bizantina che solo da poco tempo Giovanni VI Cantacuzeno era riuscito con gran fatica a ricostituire, e la ritorsione genovese non era che uno dei tanti eventi che scandivano la tormentata esistenza di ciò che restava dell’Impero.
In quest’anno venne alla luce, da Giovanni V Paleologo e da Elena, figlia del Cantacuzeno, Manuele.

Il principe 

L’infanzia di Manuele vide lo sgretolamento del suo mondo. Mentre Genova e Venezia si combattevano nelle acque imperiali ed oltre, fino a giungere ad una sofferta pace nel 1355, i Serbi di Stefano Dušan si annettevano metà delle terre romane e solo la mancanza di una flotta li privò della preda più ambita, Costantinopoli. Intanto la guerra esplosa tra il Cantacuzeno ed i suoi oppositori, oltre ad interessare le potenze marinare italiane, provocava l’ingresso in Europa dei Turchi guidati da Suleiman, figlio dell’emiro Orkhan, che, ben lungi dal ritirarsi, in breve tempo avrebbe fatto della Tracia terra bruciata, portando nel 1362 all’occupazione di Adrianopoli. E ben poco sollievo portò la morte, nel 1355, di Stefano Dušan e la dissoluzione del suo impero, perché a conflitto succedeva conflitto, spesso più o meno consapevolmente creato dagli stessi basileis, come avvenne in occasione del conflitto per l’isola di Tenedo, promessa a Venezia da Giovanni V in compenso d’un aiuto militare contro il Cantacuzeno (e 20.000 ducati…). Quest’isola, che al momento non venne consegnata, fu ripromessa anni dopo, ritiratosi ormai da lungo tempo a vita monastica l’odiato Giovanni VI, nel 1369, da Giovanni V ai Veneziani in occasione del viaggio in Italia che l’Imperatore decise allo scopo di ottenere aiuti dall’occidente. Un viaggio triste, compiuto da un sovrano di uno stato ridotto all’impotenza militare ed economica, e di nessun giovamento, poiché apparve ben chiaro che l’adesione ai principî del Cattolicesimo di Giovanni non era nulla più di un atto individuale. Poco dopo il suo ritorno, dopo la sconfitta serba sulla Maritza ad opera dei Turchi, nonostante Bisanzio non avesse voluto partecipare all’impresa cristiana, l’Impero fu costretto a prestare atto di vassallaggio al vincitore.

Coimperatore 

Durante l’assenza di Giovanni il primogenito, Andronico IV, era stato reggente a Costantinopoli, ma fu Manuele, despota a Tessalonica, ad intervenire presso i Veneziani affinché lasciassero partire il basileus, trattenuto per la condizione debitoria di Bisanzio. Pochi anni dopo, nel settembre del 1373, Manuele venne nominato coimperatore, in tempo per affrontare la ribellione del fratello maggiore che, con l’appoggio dei Turchi e dei Genovesi entrò in Costantinopoli ed imprigionò lui ed il padre. Ai Turchi avrebbe concesso definitivamente Gallipoli, ai Genovesi Tenedo. La guerra si trascinò per anni, fino a quando, nel 1381, tramite la mediazione di Amedeo di Savoia si giunse ad un accomodamento che concedeva la capitale a Giovanni V, la Tracia ad Andronico IV e Tessalonica a Manuele. Tenedo, pur smilitarizzata, restava tranquillamente a Venezia. La tregua sarebbe durata poco ed i conflitti si sarebbero esauriti solo con la morte di Andronico, nel 1390. Per riaprirsi, del resto, con il figlio di questi, Giovanni VII… Ed intanto i Turchi premevano sempre di più, fino a conquistare la seconda città dell’Impero, Tessalonica, nel 1387. Pareva che più nulla potesse fermare la marea turca, e forse furono i differenti pareri su come affrontare il mortale pericolo ad allontanare Giovanni da Manuele, che si ritrovò esiliato. Ritornò a Costantinopoli accompagnato dai Cavalieri di Rodi, e proprio per rioccupare la Città e liberare il padre, che era stato imprigionato dal nipote Giovanni VII, con il quale Manuele sarebbe sempre stato in lotta. Intanto, da buon vassallo, Manuele alla fine del 1390 dovette raggiungere il sultano Bejazit, che l’anno prima aveva distrutto le speranze cristiane sul campo di Kosovo, in Asia minore ed accompagnarlo, insieme alle truppe che i Romei dovevano concedere, nelle sue imprese. Tra cui la conquista della rocca romana di Filadelfia… Giunta la notizia della morte del padre, nel 1391, Manuele partì alla volta di Costantinopoli dove, benché la reggenza fosse affidata a Elena Cantacuzena, la presenza di Giovanni VII non era rassicurante, e confermò i suoi diritti al trono. Tuttavia l’incoronazione poté avvenire solo nel febbraio del 1392, poiché Bejazet pretendeva ancora la sua presenza in Asia Minore.

Imperatore 

L’incoronazione servì a Manuele anche a santificare le sue nozze con Elena, figlia del potente nobile serbo Costantino Dragaš. Ma la condizione che dovette affrontare era drammatica: i piccoli successi che il fratello Teodoro I aveva avuto in Morea non potevano far dimenticare che Costantinopoli era pressoché assediata. Manuele cercò aiuto dove poteva, e arrivò a cercar di vendere a Venezia le isole di Lemno e Imbro. Nell’inverno 1393-1394 Bejazet convocò i suoi vassalli cristiani presso la città di Serre: di fronte alla pressione turca, a differenza di altri principi, Manuele ritenne che ormai l’unica soluzione era la guerra. I Turchi si scatenarono, e Costantinopoli si trovò assediata. La speranza era la lega cristiana che si stava formando, e che vide Sigismondo d’Ungheria, la Borgogna, Manuele e la stessa Venezia coalizzati. Ma a Nicopoli, il 25 settembre del 1396, l’esercito crociato venne annientato. Pareva la fine, e Manuele chiese aiuto a tutto l’occidente. La Francia inviò un contingente, comandato dal maresciallo Boucicaut, ma non bastava. Per cui, come già suo padre, ritenne opportuno perorare di persona la causa dell’erede di Roma, dell’ultimo baluardo della Cristianità, e nel dicembre del 1399 partì. Non ritenendo sicura la capitale, che affidò a Giovanni VII, col quale s’era accordato precedentemente, trasferì la famiglia in Morea, assicuratosi comunque che, in caso di pericolo, Venezia l’avrebbe posta sotto la sua tutela. Quindi si recò presso la città di San Marco, ricevuto con tutti gli onori dovuti ad un grande sovrano, e quindi, dopo aver visitato Padova, Vicenza, Pavia e Milano, ove fu ricevuto da Gian Galeazzo Visconti, che contribuì con una somma di denaro, venne accolto a Charenton dal re di Francia Carlo VI. Il soggiorno in Francia fu lungo, interrotto tra il dicembre del 1400 ed il febbraio del 1401 da visite a Canterbury e Londra presso re Enrico IV, e piuttosto infruttuoso. Come infruttuose furono le ambascerie di Alessio Branas presso Martino I di Aragona, Enrico III di Castiglia e Carlo di Navarra. E nessun esito ebbero i contatti con i capi della Cristianità, papa Bonifacio IX e l’antipapa Benedetto XIII. Di ben maggiore importanza fu l’impatto culturale che questo viaggio ebbe presso le corti ed i circoli culturali europei, affascinati dalla cultura greca.
Nel frattempo le cose in Patria degeneravano, e Giovanni VII entrava in trattative con il sultano per la resa di una Costantinopoli stremata. Quand’ecco che l’irruzione di Tamerlano in Asia Minore e la battaglia di Ankara rimettevano tutto in gioco. Manuele, che aveva promosso, tramite Giovanni, contatti con i tatari, lasciò Parigi e, passando per Genova e Ferrara, si imbarcò a Venezia per Costantinopoli, dove, recuperata la famiglia, entrò in trionfo. L’esausto Impero respirava, ed i figli del sultano, in guerra tra di loro, si contendevano i pezzi dei domini paterni. E Manuele intendeva fare da arbitro. Con uno degli eredi dello sconfitto Bajazet Giovanni VII aveva concluso a Gallipoli un trattato di pace, ma Solimano volle perfezionarlo con Manuele stesso, che chiamò padre, e l’impero riottenne Gallipoli, Tessalonica, le coste del Mar Nero fino a Varna e vari altri territori. Gli anni successivi, eccettuato il conflitto nelle acque bizantine tra Genova e Venezia, parvero un’era nuova, e Manuele volle occuparsi dell’organizzazione dei territori. In Morea, dove Teodoro I aveva recuperato Corinto, il basileus nominò despota il figlio Teodoro II, affiancato da Manuele Frangopulo. A Tessalonica, venuto a mancare Giovanni VII –probabilmente con non poco sollievo di Manuele-, despota fu nominato l’altro figlio Andronico, coadiuvato da Demetrio Leontari. In entrambi i territori il basileus soggiornò a lungo al fine di guidare i passaggi di potere, ed in Morea promosse l’edificazione dell’Hexamilion, su tracciato d’età giustinianea. Negli stessi anni, nel 1407, precisamente, il primogenito Giovanni VIII diveniva coimperatore. Ovviamente Manuele si rendeva conto che i pericoli erano ben presenti, e che i suoi viaggi non avevano sortito alcun esito, per cui nel 1409 inviò il dotto Manuele Crisolora a Genova, a Parigi, a Londra, in Spagna, nella speranza che qualche aiuto arrivasse. Inoltre le mura della capitale vennero rinforzate e fu promossa la creazione di alcune unità navali. Negli anni 1410-1411 uno degli eredi di Bejazit, Musa, reclamò l’eredità paterna, attaccò Solimano, lo sconfisse e lo uccise. In seguito assaltò i territori imperiali, saccheggiando e devastando. Nulla sortì la vittoria che il megaduca Manuele a Platea conseguì sulle navi di Musa. La salvezza arrivò da un altro pretendente, Maometto, che sbaragliò le truppe di Musa. La sostanziale stabilità che si creò venne spezzata dall’irruzione di un ennesimo pretendente turco, Mustafa, che chiese aiuto a Bisanzio. Maometto, furioso, attaccò Costantinopoli, che fu liberata dalla flotta veneziana, e quindì insegui Mustafa, che si rifugiò a Tessalonica, ove Giovanni VIII ne trattò la resa, in un accordo che, tra l’altro, prevedeva il versamento da parte dei Turchi di 300.000 iperperi a Manuele. Come è ovvio, questa soluzione, se salvò la vita a Mustafa, non impedì che Maometto riprendesse le ostilità contro Bisanzio, e a Manuele non restò che riprendere con sempre maggior forza gli appelli all’Occidente e a riaprire le trattative con il Papato, tanto più che l’elezione di Martino V, nel 1417, sembrava porre fine ad anni di scismi e divisioni nella cristianità occidentale.

Gli ultimi anni 

Manuele utilizzò spesso la politica matrimoniale: a suo tempo il primo matrimonio del figlio Giovanni aveva portato la Lituania alla Chiesa ortodossa, ora quello di Teodoro II di Morea con Cleope Malatesta e le seconde nozze di Giovanni con Sofia del Monferrato potevano servire ad avvicinare l’Impero all’occidente, tanto più che Cleope era parente del Papa. Nel 1420 il pontefice emanò una bolla nella quale si faceva un appello alla cristianità contro il Turco, ma essa restò inascoltata. Nel frattempo Roma e Costantinopoli lavoravano riguardo ad una possibile unione delle Chiese: Manuele s’era già premunito facendo eleggere come patriarca Giuseppe II, su cui pensava di poter contare. Purtroppo si rendeva conto di non avere tempo, e che il futuro dei Romei ormai era nelle mani del figlio. Da tempo era malato, e si dedicava sempre di più alla religione. Aveva concesso molti privilegi agli athoniti ed ai monasteri di Tessalonica –non senza secondi fini, dal momento che essi erano i maggiori ostacoli all’unione-, aveva profuso ricchezze al Pantokrator e si circondava di reliquie. Nel maggio del 1421, incoronato Giovanni VIII, pur mantenendo il titolo si ritirò nel monastero di Nostra Signora di Peribleptos. Non fu il momento migliore, poiché alla fine del 1421 morì Maometto I e, nel caos che ne seguì, Giovanni VIII decise di scatenare contro il successore, Murad II, il ben noto Mustafa, che Demetrio Lascari Leontari prelevò dal luogo ove era esiliato. Lo storico ed uomo politico Sfranze narra la animata discussione che ebbero Manuele e Giovanni a riguardo, e di come Manuele fosse contrario a tale manovra. Fatto sta che Murad annientò ed uccise Mustafa e che, come risposta alle assicurazioni di fedeltà dell’inviato di Giovanni, Teodoro Korax, nel giugno 1422 era sotto le mura di Costantinopoli. L’assedio fu duro ed i Turchi dispiegarono tutta la loro forza ma, fallito l’attacco generale ad agosto, Murad dovette ritirarsi, per affrontare sommosse in Asia Minore cui Bisanzio non era estranea. Ciò non significò la fine delle ostilità, tanto più che truppe turche devastavano nel frattempo la Morea e, soprattutto, Tessalonica restava sotto assedio, cui porrà fine nel settembre 1423 la cessione a Venezia, dovuta all’impossibilità da parte del despota Andronico, malato, di difendere la città, pervasa da sommosse di elementi cui il dominio turco non pareva affatto una jattura. Manuele probabilmente nulla seppe di ciò, colpito da una emorragia cerebrale nell’ottobre del 1422. La situazione spinse Giovanni VIII a chiedere aiuto direttamente a Venezia, e così fu la madre Elena Dragaš a firmare la pace con Murad II nel 1424 ed a riconoscere Costantinopoli nuovamente vassalla. L’anno dopo Manuele II moriva, in luglio, e veniva sepolto nel Pantokrator. L’elogio funebre fu letto da Bessarione, poi vescovo di Nicea e cardinale.

Epilogo 

Manuele II raccolse l’ammirazione ed il rispetto di tutti i suoi contemporanei, tanto in patria quanto all’estero. Era un uomo colto, raffinato, fu scrittore e filosofo, e la sua fierezza, la sua nobiltà d’animo furono riconosciute da tutti coloro che lo conobbero. E’ celebre la fase attribuita a Bejazit e riportata da Sfranze:” anche chi non conosce l’imperatore, soltanto dal suo aspetto dirà: questo deve essere un re! ” Del resto era ben consapevole della responsabilità che gravava sulle sue spalle, del peso della dignità imperiale che rivestiva, e una testimonianza è il nome che assunse una volta divenuto monaco, Matteo, come il grande Manuele Comneno, e come lui volle essere sepolto nel Pantokrator, come rivelatori sono i panegirici che i letterati dell’epoca rivolsero al basileus, nei quali veniva sottolineata, senza alcuna perplessità, l’unicità della eterna e santa istituzione imperiale. Fu considerato filo-islamico, a causa delle sue frequentazioni con mistici turchi, da cui il sovrano trasse un dialogo, ma nel contempo campione dell’Ortodossia.                                                                           Nella realtà fu realista, probabilmente più di suo figlio, conosceva molto bene i suoi tempi, sapeva come muoversi e cercò di conservare il più possibile la stabilità, dosando la sua attività con somma prudenza, rendendosi ben conto delle condizioni in cui si trovava.  Costantinopoli ebbe in lui un buon sovrano e lo ripagò con la memoria. L’occidente da lui la possibilità di conoscere meglio un mondo ritenuto alieno.

autore: SERGIO BERRUTI

Nicola

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