Roma, da capitale a città

Il crollo dell’impero colpisce duramente Roma, la cui struttura urbana si deteriora progressivamente. Ciò nonostante la città continua a vivere, e proprio in questo periodo si affermano le forze che la renderanno nuovamente uno dei centri vitali del mondo.

alaricoNello stesso tempo, poco a poco ma inesorabilmente, anche la struttura fisica di Roma si andava deteriorando. Già nel 500 Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, parla nella sua corrispondenza dei tentativi compiuti per impedire la rovina della città: e in effetti alcuni edifici furono riparati alla meglio dai Goti. Ma dal complesso di quelle lettere emerge un quadro di estremo squallore, e nonostante i suoi sforzi Cassiodoro non riuscì ad arginare i danni. Fognature e acquedotti avevano bisogno di riparazioni, e per di più una parte dell’acqua e degli addetti alla manutenzione era stata destinata ad usi privati. I granai pubblici erano “crollati per vetustà”. Due elefanti di bronzo sulla Via Sacra cadevano in rovina: “…le loro membra corrose [andrebbero]  rinforzate con ganci di ferro e i loro ventri cadenti sostenuti da murature”. Dappertutto si depredavano le statue di bronzo, “…né esse sono mute: il fragore che mandano sotto i colpi dei ladri…sveglia il guardiano assopito”. Dagli edifici pubblici si trafugano marmi, piombo e bronzo; ancora oggi i fori per le grappe rimasti vuoti tutt’intorno al Colosseo testimoniano di questi furti, che dall’antichità si protrassero fino al Rinascimento. I templi, lamenta Cassiodoro, “sono abbandonati al saccheggio e alla rovina”: dopo lo loro confisca nel 408 erano divenuti di proprietà statale, ma mancavano i fondi per la loro manutenzione. Anche molte grandi domus erano state abbandonate; in alcune di esse s’insediarono, per dedicarsi a una vita di contemplazione cristiana, comunità di donne o di uomini devoti, oppure (a partire dal VI secolo) comunità monastiche, ma le altre divennero ben presto cave di materiali. I colonnati crollati, i rivestimenti di marmo caduti dalle pareti, i pavimenti sconnessi invitavano alla spoliazione, nonostante i ripetuti divieti imperiali. Infine nel 459 fu legalizzato il saccheggio di costruzioni, templi, edifici pubblici e ville considerati “non riparabili”, dizione aperta naturalmente alle interpretazioni più libere. Del resto il trafugamento di materiali preziosi era un’antica abitudine romana, la cui principale beneficiaria e responsabile era stata, dal tempo di Costantino in poi, proprio la Chiesa. In tutte le chiese costruite a Roma dai primi tempi del cristianesimo fino al medioevo e oltre abbondano i materiali di reimpiego : basti pensare ai fusti di colonne, alle basi, ai capitelli e ai frammenti di trabeazione raccolti per la costruzione del primo S.Pietro […]. Dal disfacimento materiale della città a partire dal IV secolo sorse la Roma cristiana. Insieme ai templi, agli edifici pubblici e alle domus, si deterioravano anche i casamenti popolari, le insulae. Crollavano le scale, le condutture dell’acqua non funzionavano più, si aprivano crepe nei tetti e nelle terrazze e i piani superiori diventavano inabitabili; gli inquilini si rifugiavano nei piani inferiori o nelle domus abbandonate, i cui vani, puntellati alla meglio, rimasero abitati per oltre un millennio.
Senza dubbio al tempo di Gregorio la maggior parte degli edifici della Roma imperiale era caduta in rovina, ma la città esisteva ancora: per quanto fatiscente e squallido fosse l’organismo urbano, il suo scheletro era rimasto sostanzialmente intatto. Le mura urbiche, riparate dai bizantini, erano in piedi; le strade esistevano ancora, anche se talvolta erano interrotte da cumuli di terra e di rifiuti; le vie principali e le piazze erano tenute sgombre, e ad esempio la colonna eretta nel 608 nel Foro Romano in onore dell’imperatore Foca fu innalzata su una pavimentazione risalente al III secolo. Gli acquedotti funzionavano, sia pure in parte, e alimentavano anche alcuni bagni pubblici; l’acquedotto sul Granicolo, riparato nel 537 dagli ingegneri militari bizantini, azionava i mulini sulla pendice del colle, mentre i mulini galleggianti sul Tevere continuarono a funzionare addirittura fino all’Ottocento. La gente scendeva ancora al Foro per fare gli acquisti (tra le merci erano compresi gli schiavi) e per scambiarsi notizie, mentre nel Foro Traiano, rimasto in piedi fino al VII secolo, si tenevano adunanze letterarie. I visitatori colti facevano ancora il giro dei monumenti antichi: quando nel 667 Costante II visitò Roma, un membro del suo seguito graffì il nome dell’imperatore sulle pareti della scala all’interno della colonna Traiana e sulla base dell’arco di Giano Quadrifronte.

(da R. Krautheimer Roma. Profilo di una città, 312-1308, Edizioni dell’Elefante, Roma, 1981,pp.86-87)

Author: Alessio Cittadini

Share This Post On

Submit a Comment