Baldovino I di Costantinopoli

Le vicende che portarono alla presa di Costantinopoli ed alla fondazione dell’Impero latino sono ben note, come ciò che precedette questi eventi e le ragioni per cui cavalieri che avevano preso la croce si resero partecipi di azioni che di cavalleresco ebbero ben poco. Tratteggeremo comunque brevemente tali eventi.

La IV crociata

Baldovino1La caduta di Gerusalemme aveva sconvolto la Cristianità, e la salita al soglio di Pietro dell’energico Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, fu da sprone, dopo il sostanziale fallimento dell’impresa del Barbarossa, del Cuor di Leone e di Filippo Augusto, a quell’idea di Crociata per la liberazione dei luoghi santi che da tempo si riteneva nuovamente necessaria. Il papa mise in atto ogni misura necessaria, ma all’appello tra i monarchi pochi risposero, il solo re d’Ungheria prese la croce. Del resto i re d’Inghilterra e Francia già si erano impegnati a sufficienza, ed erano occupati in reciproci conflitti, e l’Impero era teatro della lotta tra Guelfi e Ghibellini. Rispose invece massicciamente la nobiltà feudale della Francia settentrionale, di Normandia, Fiandre e Champagne. Tra costoro si distinsero per forza militare e disponibilità economica Tibaldo III conte di Champagne, il cugino Luigi di Blois  ed il conte Baldovino IX di Fiandra e VI di Hainaut, cognato di Tibaldo, vassallo del re di Francia e dell’Impero (1). Classico prodotto della grande nobiltà feudale dell’epoca, nato nel 1172, conte dal 1195, era un giovane cultore della letteratura cortese ed aveva partecipato alle guerre tra Francia ed Inghilterra, parteggiando ovviamente per il Cuor di Leone.
Decisi inizialmente ad attaccare il sultanato d’Egitto, ritenuto il punto più vulnerabile dell’area (2), i crociati conclusero nell’aprile del 1201 un patto con la Repubblica diVenezia per il trasporto via mare delle truppe, ma la morte di Tibaldo di Champagne, la defezione delle sue truppe, il mancato appoggio finanziario della Chiesa mise in difficoltà la spedizione, cui mancava almeno il 40% della somma necessaria a saldare i Veneziani, stabilita in ben 85.000 marchi d’argento (3). Fu così che Venezia propose di attaccare Zara, appartenente a quell’Ungheria il cui re s’era fatto crociato, provocando lo sdegno di Innocenzo III. Ma intanto la crociata aveva già preso la sua rotta definitiva: il vecchio doge Enrico Dandolo, che del resto aveva appena concluso un trattato col sultano del Cairo, non per nulla aveva appoggiato i crociati con oltre duecento navi e 17.000 uomini, e preso la croce lui stesso, e quale capo dei cavalieri, morto Tibaldo, venne posto il marchese Bonifacio di Monferrato, per tradizioni familiari legato a Bisanzio. A dare una giustificazione alla deviazione delle truppe cristiane nel gennaio del 1203 giunse all’appena occupata Zara, dopo aver già trattato precedentemente con Filippo di Svevia e lo stesso Bonifacio, Alessio Angelo, figlio dello spodestato basileus Isacco II, che in cambio di assurde promesse -l’enorme somma di 200.000 marchi d’argento ed aiuti militari e materiali alla Crociata- chiese d’essere aiutato a recuperare il trono scacciando l’usurpatore Alessio III. Sia pure dopo defezioni ed accompagnata dall’anatema pontificio, la spedizione prese la rotta di Costantinopoli.

La nascita dell’Impero Latino

ImperoLatino

Il 23 giugno del 1203 la flotta era davanti alla Città d’oro, la visione mirabile d’una immensa e superba metropoli di almeno 400.000 anime che non poté non suscitare la cupidigia dei cavalieri occidentali. Non vi fu praticamente resistenza: non vi fu alcuna coordinazione nella reazione militare e politica all’attacco da parte del governo imperiale, la flotta romea non poteva mettere in mare più d’una ventina di malandati vascelli (4) e le truppe non vennero praticamente utilizzate. Dopo qualche insignificante scaramuccia Alessio III fuggì e fu posto sul trono il cieco Isacco II, cui venne affiancato quale coimperatore il figlio Alessio IV. A costui toccava di mantenere le promesse fatte ai crociati, il che ovviamente non era possibile. Il comportamento brutale delle forze latine, cui era stato permesso il libero ingresso in città, e l’acquiescenza delle autorità spinse i cittadini a forme di ribellione sempre più accese, finché nel febbraio del 1204 Alessio ed Isacco vennero deposti ed il protovestiarios Alessio V Ducas Murzuflo vestì la porpora. I Latini decisero che era il momento di assumere essi stessi il dominio diretto della Città e dell’Impero.

Il 9 aprile venne scatenato l’attacco generale, ed il 12, un lunedì, i Latini entrarono in città. Nel marasma che seguì non ci fu una resistenza decisa ed organizzata, scoppiò un furibondo incendio ed Alessio V fuggì: gli invasori presero la più grande, ricca e popolosa città del mondo conosciuto senza un vero e proprio scontro militare, ed il saccheggio produsse un bottino come mai si poteva rammentare a memoria d’uomo. I capi della spedizione si impossessarono dei simboli del potere: Bonifacio di Monferrato s’insediò al Bucoleone e Baldovino di Fiandra alle Blacherne.
Prima dell’attacco, in marzo, cavalieri e Veneziani avevano stipulato un pactum commune nel quale veniva decisa la sorte dell’Impero (5), tracciata su un documento definito Partitio terrarum imperii Romaniae.  La struttura sarebbe stata feudale; all’Imperatore, da eleggersi da una commissione composta da sei rappresentanti della cavalleria franco-lombarda e da sei Veneziani, sarebbe spettato il dominio diretto di un quarto dell’Impero, i restanti tre quarti per metà ai peregrini, dunque alla cavalleria stessa, e per metà al doge, il quale non avrebbe dovuto prestar giuramento di fedeltà all’imperatore. Qualora l’imperatore fosse stato un cavaliere, ai Veneziani sarebbe spettata l’elezione del patriarca. Conquistata Costantinopoli, scoppiò la lotta per la nomina dell’imperatore, ed il vecchio ed astuto Dandolo ebbe buon gioco nel muovere le sue carte, approfittando della spaccatura tra la cavalleria franco-fiamminga e quella imperiale tedesca e lombarda. Anticipando la crisi che vi sarebbe stata in seguito all’elezione, si decise di attribuire al candidato non eletto un vasto feudo da conquistarsi, l’Asia minore romea ed il Peloponneso, e così il doge potè far nominare il candidato più debole agevolmente. Bonifacio era un buon conoscitore della situazione romea, i suoi fratelli avevano sposato uno, Ranieri, la porfirogenita Maria, figlia di Manuele Comneno, l’altro, Corrado, Teodora, sorella di Isacco II. ed il primo aveva ricevuto quale pronoia la città di Tessalonica. Era dunque un candidato pericoloso, perché avrebbe potuto far leva sull’aristocrazia romea debellando il particolarismo feudale, creando non pochi problemi alla venetocrazia: già il popolo lo acclamava basileus (6), e lui stesso avrebbe sposato la vedova di Isacco II, Margherita d’Ungheria-Maria. Così il 9 di maggio la scelta cadde su Baldovino di Fiandra, forte militarmente ma del tutto inesperto dell’ambiente romeo, e dunque più manovrabile.

Baldovino Imperatore

BaldovinoII

Il 16 maggio Baldovino venne incoronato a Santa Sofia secondo l’antico cerimoniale, portato su uno scudo, coronato col diadema a pendenti ed intronizzato al Bucoleone sul trono di Costantino. La sua titolatura fu quella di Balduinus, Dei gratia fidelissimus in Christo imperator a Deo coronatus, Romanorum moderator et semper augustus, Flandrie et Hainonie comes (7). Ma queste, insieme all’uso del cinabro per la firma, furono le uniche concessioni al sistema politico romeo, poiché tutto venne modellato sul sistema feudale occidentale, e la stessa cancelleria di Baldovino fu importata direttamente dalla Fiandra.

Compiuta la spartizione del bottino l’imperatore decise di render sicuro ed ampliare il suo dominio. Il problema era la povertà demografica latina nell’impero, ed a tal fine Baldovino scrisse ad Innocenzo III ed alla Cristianità per chiedere aiuto, affinché il papa si facesse promotore di una emigrazione di cavalieri e religiosi nel nuovo impero latino. Del resto, sosteneva, la spedizione aveva avuto quale scopo l’accettazione del primato pontificio agli scismatici greci e la fine dell’odio tra questi ed i Latini. Altro scoglio fu la nomina del patriarca. Secondo il pactum, la scelta spettava ai Veneziani, ed un capitolo di canonici riunito a Santa Sofia elesse il monaco Tommaso Morosini. La nomina venne tuttavia cassata da Innocenzo III, che, pur ponendo l’impero latino sotto la protezione della cattedra di Pietro, non accettava l’eccessiva ingerenza veneta negli affari ecclesiastici dell’Impero, ma i suoi tentativi di limitarne il potere restarono lettera morta.  Il problema maggiore tuttavia per Baldovino fu, agli inizi, Bonifacio. Con l’appoggio del doge il marchese chiese all’imperatore di sostituire l’Asia minore, a lui spettante, con Tessalonica, che, del resto, apparteneva alla sua famiglia, secondo l’interpretazione occidentale tendente ad accomunare il concetto di pronoia con quelli di honor o regnum. Baldovino temporeggiò, poiché non poteva esser certo sua intenzione avallare la creazione di signorie feudali eccessivamente potenti nella parte dell’impero non spettante a Venezia, e decise di partire con il fratello Enrico alla riconquista della Tracia e della Macedonia, dove erano insorti Alessio V ed Alessio III. Caddero nelle loro mani Adrianopoli, Filippopoli e Didimotichon, ed in breve l’imperatore fu alle porte di Tessalonica, che s’arrese. A questo punto Bonifacio insorse e, con l’appoggio dell’aristocrazia romea, pose l’assedio ad Adrianopoli e proclamò basileus il figlio della moglie Maria e di Isacco II, Manuele Angelo. Il doge propose un arbitrato, che fu accettato dai contendenti e che servì anche alla definitiva assegnazione dei feudi nell’Impero, stravolgendo comunque i patti originali: a Bonifacio venne assegnato il regno di Tessalonica con l’Eubea centrale, la Morea e Creta, che venne subito ceduta a Venezia (8). Molti erano territori da riconquistare, ed in questo senso le forze latine ebbero notevoli successi, nonostante i gravi problemi interni ed esterni. Nel dicembre 1204 Baldovino sconfisse il pretendente Teodoro Lascaris, che si era insediato a Brussa, presso Poimanenon; nel marzo del 1205 il fratello Enrico battè Teodoro Mancaphas, che si era insediato a Filadelfia, a Adramittion; i Veneziani conclusero l’occupazione dei territori a loro assegnati, Creta, le isole, Corone e Modone nel Peloponneso; Bonifacio procedette all’occupazione della Beozia, dell’Attica, dell’Eubea e del Peloponneso, con l’unica eccezione di Corinto, ove erano insediati Leone Sguros e Alessio III, che precedentemente aveva fatto proditoriamente accecare Alessio V.

La caduta

BaldovinoVNon erano altro che apparenza, tali successi. Baldovino aveva fatto l’errore di sopravvalutare le sue forze, ed ora ne avrebbe pagato le conseguenze. Aveva rifiutato le proposte di trattati ed alleanze con il sultano di Iconio, Kaykhusraw, e con il sovrano della rinata Bulgaria, Ioannitza detto Kalojan, nonostante questi fosse stato recentemente incoronato da inviati di Innocenzo III stesso, nel novembre del 1204 a Trnovo. A ciò s’aggiungevano forti tensioni nel tessuto sociale romeo, causato dalle vessazioni dei cavalieri, dall’usurpazione di terre arcontali, dalla latinizzazione del clero, dalle confische delle terre ecclesiastiche.
La popolazione romea della Tracia agli inizi del 1205 insorse in massa, e venne chiamato in aiuto Kalojan, che non si fece certo pregare ed invase le terre latine, portando con sè distruzione e rovina. Baldovino, accompagnato da Geoffrey de Villehardouin e da rinforzi richiamati dall’Asia minore, decise il contrattacco e raggiunse le mura di Adrianopoli, già in mani bulgare. Il 14 di aprile l’imperatore ingaggiò battaglia contro i Bulgari di Kalojan, il cui esercito era rafforzato da Valacchi e Cumani: fu un disastro. Le truppe latine vennero disfatte, molti cavalieri caddero sul campo, come Luigi di Blois e Rinaldo di Montmirail, il doge Enrico Dandolo venne ferito gravemente e lo stesso imperatore fu preso prigioniero. Il Villehardouin s’occupò di far ripiegare i resti dell’esercito sconfitto a Rodosto, ove fu raggiunto da Enrico di Hainaut che, come fratello del sovrano, assunse l’onere della reggenza. Kalojan continuò la sua opera devastatrice, tanto da essere appellato Romeoctono e da spingere gli insorti romei ad avvicinarsi ai Latini, e solo la morte lo fermò, nell’ottobre del 1207. Baldovino, rinchiuso in una torre di Trnovo, la capitale bulgara, l’aveva preceduto già da tempo: nell’agosto del 1206 giungeva a Costantinopoli la conferma della sua morte, permettendo così l’incoronazione di Enrico, poiché Baldovino dalla moglie Maria, a lui premorta, aveva avuto una sola figlia, Margherita, in tenera età alla morte del padre (9).

autore: Sergio Berruti

    • The Oxford Dictionnary of Byzantium, Oxford University Press,  1991 New York-Oxford, s.v.
    • Lilie R.-J., Bisanzio la seconda Roma, Newton & Compton editori, 2005 Roma, p. 408
    • Carile A., Per una storia dell’impero latino di Costantinopoli, Patron editore, Bologna, pp. 88 sgg.; Cesaretti P., L’impero perduto, Mondatori, 2006 Milano, pp. 254 sgg.
    • Cesaretti P., cit., p. 261
    • Carile A., cit., pp. 148 sgg.
    • Ibidem, p. 176
    • Ibidem, p. 186
    • Ibidem, pp. 198 sgg.
    • Cesaretti P., cit., p. 298
Nicola

Author: Nicola

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