Cirillo e Metodio

Siamo a Costantinopoli nella seconda metà del IX secolo; l’imperatore Michele III invia due fratelli, Cirillo e Metodio, in Moravia, dove il principe Rotislav aveva costituito un regno indipendente dall’impero franco. Cirillo, il cui nome prima di diventar vescovo era Costantino e per la sua dottrina era detto “il filosofo”, accettò benché malato e si distinse subito nella sua azione per l’importanza da lui attribuita alla cultura e alla lingua scritta come strumenti di evangelizzazione. Gli slavi possedevano infatti una lingua, ma non una vera e propria scrittura : fu così che dei monaci inventarono un alfabeto che ancora oggi è in uso e che è chiamato appunto “Cirillico”. Per il loro contributo alla cultura europea, i due santi sono stati proclamati insieme a San Benedetto compatroni d’Europa.

Le prime informazioni ci vengono fornite dalla paleoslava “Vita di Costantino”, scritta tra l’869 e l’885 in Moravia , forse da Metodio stesso: “Rotislav, il principe moravo, ispirato da Dio, si consultò con i suoi principi e i suoi Moravi, e mandò (dei messaggeri) all’imperatore Michele, dicendo : “ Benché la nostra gente abbia rigettato il paganesimo e segua la legge cristiana, non abbiamo un tale maestro, che ci spieghi, nella nostra lingua, la vera fede cristiana, affinché anche altre terre, vedendolo, imitino noi. Perciò, Sovrano, mandaci un tale vescovo e maestro. Del resto, da voi sempre viene buona legge in tutte le terre”.
La domanda è carica di contenuti lungimiranti. La reazione di Costantinopoli fu pronta e favorevole. Secondo la “Vita di Costantino” l’imperatore convocò il consiglio, invitando il filosofo [il soprannome di Costantino- Cirillo] e disse: “Filosofo, io so che ti è di peso, ma occorre che tu ci vada. Nessun altro, fuori di te, può eseguirlo”. Il Filosofo rispose: “ Anche se sono fisicamente esaurito e malato, ci andrò volentieri se, però, hanno le lettere [dell’alfabeto] per la loro lingua”. L’imperatore gli disse: “ Benché mio nonno e mio padre, e tanti altri l’avessero cercato, non l’hanno trovato. Come posso trovarlo io?”. Il Filosofo disse: “ Capisco, ma chi può scrivere le sue parole sull’acqua? Oppure ci si deve procurar il nome di eretico?”. Ma l’imperatore e suo zio Bardas insistevano di nuovo: “Se tu lo vuoi potrà dartelo Dio, il quale dona a quanti pregano senza dubitare, e apre a quanti bussano”. Il Filosofo se ne andò e come d’abitudine si diede alla preghiera con altri amici ancora. Ed ecco, Dio che ascolta le preghiere dei suoi servitori, gli concesse questa rivelazione: cioè in quel tempo compose le lettere dell’alfabeto, e cominciò a scrivere il testo del Vangelo: “In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”, e così via.
La “Vita di Metodio aggiunge qualche informazione interessante. L’imperatore avrebbe affermato anche: “Ecco, vi darò molti doni; prendi con te tuo fratello abate Metodio e và. Del resto voi siete Tessalonicesi e tutti i Tessalonicesi parlano lo slavo puro”; “allora non si permisero più di rifiutare, né a Dio, né all’imperatore, secondo le parole dell’apostolo Pietro che disse: “Temete Dio, onorate il re!”, ma dopo aver sentito questa grande cosa, si diedero alla preghiera insieme con gli altri che avevano il loro stesso spirito. E Dio rivelò al filosofo i libri [ le lettere con cui sarebbero stati scritti i libri] slavi: costui disegnò le lettere, compose le parole e, accompagnato da Metodio, prese la strada morava…”. La volontà dei due fratelli di cristianizzare gli slavi senza grecizzarli è evidente. L’imperatore bizantino era Michele III (842-867), assistito dallo zio Bardas sino all’866. La città di Tessalonica era bilingue: lo slavo lo parlavano tutti.
La principale preoccupazione di Costantino era quella di poter disporre di un alfabeto adeguato alla lingua: “ senza il libro”, si scrive sull’“acqua”, cioè nel vuoto, e si può essere capiti male, in maniera “eretica”.
La preponderanza dei motivi culturali e religiosi è chiaramente segnalata anche dal monaco cirillo-metodiano bulgaro Chrabor (= “valoroso”), che all’inizio del sec. X scrisse in paleoslava il “Racconto di come San Cirillo compose agli sloveni le lettere secondo la loro lingua”. Vi si afferma: “Gli Slavi all’inizio, quando non erano cristiani, non avevano evidentemente né libri, né scrittura, ma leggevano e indovinavano servendosi solo di solchi, cataletti e righe [una sorta di scrittura cuneiforme]. Dopo essere stati battezzati, tentarono di scrivere la lingua slava con caratteri romani (e greci) senza modificarli. Ma come è possibile scrivere giustamente con i caratteri greci le parole (slave) ?…E così fu per molti anni … Ma più tardi Dio, che ama l’uomo, regge ogni cosa e non lascia che il genere umano non arrivi a capire, ma guida tutti verso la comprensione e la salvezza, ebbe pietà anche del genere degli Slavi. Mandò loro San Costatino Filosofo, chiamato Cirillo, l’uomo giusto e adatto, il quale creò per loro trentotto lettere; alcune secondo il modello delle lettere greche, le altre secondo la lingua slava.
Il Filosofo dunque cominciò con il primo carattere secondo il greco: questi cominciano con l’“alfa”, e lui con la “az”; tutti e due cominciarono con “a”. E come i greci imitarono i caratteri ebraici, similmente fece lui con i greci. Gli ebrei, cioè, hanno come primo carattere l’“alf”, che significa: imparare. Quando introducono il bambino nella lettura, gli dicono “impara”, cioè “alf”. I greci imitandoli, dissero: “alfa”. E così l’espressione della lingua ebraica fu adattata alla lingua greca, soltanto che al bambino, invece di dire “impara”, si dice “cerca” [il verbo greco alfano significa “cerco” ]. San Cirillo, seguendoli, formò perciò come prima lettera “az”. Dato che è la prima, e che fu data al genere slavo per aprire la bocca (per farlo capire a quanti cominciavano a imparare a scrivere), questa lettera si pronuncia aprendo molto la bocca, mentre le altre si articolano aprendola poco…”.
Ma la parola “az”, oltre a significare “l’apertura della bocca” (che, non aperta, lasciava l’anima “muta”), fu adottata da Cirillo forse anche perché significa “Io”. Imparando a leggere e scrivere, l’io umano diventa capace di esprimere se stesso in modo durevole: anche da questo punto di vista, parlare senza scrivere significa per Cirillo : “scrivere le parole sull’acqua che scorre”.
Michele mandò il gruppo “con molti doni”. E quando “con l’aiuto di Dio arrivarono in quelle terre, la gente si rallegrò moltissimo, specialmente quando sentirono che portavano con sé le reliquie di San Clemente e il Vangelo tradotto dal filosofo nella loro lingua. Uscirono quindi dalla città per andare loro incontro e li ricevettero con immensa gioia. (Cirillo e Metodio) cominciarono a dedicarsi allo scopo per cui erano venuti : ossia insegnare a scrivere ai giovani, cominciando dai bambini; formarono la liturgia ecclesiastica; ma,anche,con la falce della loro eloquenza estirparono diversi errori… le spine delle varie depravazioni… e seminarono il seme della Parola di Dio…”
La citata “Vita di Costatino” ne riferisce in questi termini : “Quando arrivarono in Moravia, Rotislav li ricevette con grande venerazione e, radunati i discepoli (slavi), li affidò a lui (Costatino) perché li istruisse. In poco tempo fu tradotto tutto l’ordinamento liturgico ecclesiastico : Costatino insegnò loro l’ufficio del mattutino, le altre ore, il vespro, la compieta e i riti del mistero dell’Eucarestia.
Si aprirono così, secondo le parole del profeta [ Isaia], le orecchie dei sordi, per ascoltare le parole scritte nei libri; e la lingua dei balbettanti divenne chiara. Dio si rallegrò molto per queste cose e Satana fu confuso di vergogna”.

( da Scrivere sull’acqua, di Jirì Maria Vesely)

 

Author: Alessio Cittadini

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