GIULIANO l’Apostata ed i PERSIANI nel 363

GIULIANO l’Apostata ed i PERSIANI nel 363

I Persiani sassanidi sono stati degli avversari temibili per i Romani. Più di una volta avevano trionfato sugli eserciti di Roma, conquistato città ritenute inespugnabili e catturato persino un imperatore. Il loro immenso impero era difeso da un esercito pletorico, di cui la cavalleria pesante costituiva una possente forza d’urto. Nel 363, dopo la vittoriosa campagna in Germania, Giuliano invade la Persia, dove troverà la morte.  

Quando Giuliano accede al potere, nel 361, egli si insedia a Costantinopoli ed inizia immediatamente a riformare lo Stato ed, in particolar modo, la religione. Durante i due anni del suo regno, l’imperatore non avrà il tempo di cambiare l’amministrazione dell’impero in profondità, ma riuscirà nondimeno a diminuire le spese della corte imperiale, a ridare un po’ di lustro al Senato ed a riformare il sistema fiscale, conducendo una guerra impietosa ai frodatori. Altrettanto egli opererà nell’ambito del cursus publicus, la posta ufficiale imperiale, incaricata della trasmissione degli scambi ufficiali amministrativi, limitandone sensibilmente le derive che tendevano a farne anche un mezzo di trasporto gratuito per alcuni funzionari di alto rango, per i loro familiari ed i loro beni.

 

La minaccia persiana

Mentre Giuliano si trova impegnato a condurre a termine le sue riforme – non senza incontrare resistenze da parte dell’aristocrazia cristiana e di una parte della popolazione -, i timori di un nuovo conflitto con la Persia diventano sempre più grandi. Il loro sovrano, Shapur o Sapor 2°, avendo subito delle pesanti perdite in occasione del suo vittorioso assedio di Amida nel 359, più di un anno dopo la conquista di Bezabde e di Singara, si era ritirato nelle sue terre per riorganizzare le sue forze. Queste, pertanto, stavano nuovamente diventando una seria minaccia, perlomeno questa era la tesi asserita dal circolo dei consiglieri più stretti di Giuliano, che cercava di convincere l’imperatore sulla serietà della nuova minaccia. Fra questi, si distingueva, in special modo, Hormidas, fratellastro del Re dei re (Shahinshah), che si era rifugiato prima presso Costantino, dopo il suo fallito tentativo di colpo di stato e che sperava ancora di recuperare il trono di Persia con l’aiuto dei Romani. Altri personaggi vicini a Giuliano, come il filosofo pagano Massimo d’Efeso, che aveva iniziato l’imperatore al culto di Mitra, riescono a convincere Giuliano di avere davanti a sé la missione di un nuovo Alessandro e che proprio per il fatto di essere il favorito dio Helios, il sole invitto, doveva disfarsi dei Persiani.

E’ possibile e molto probabile che Giuliano, le cui convinzioni religiose e filosofiche lo portavano a credere alla profezie ed ai segni divini, si sia lasciato convincere dai suoi consiglieri. Dopo tutto, il destino l’aveva favorito almeno sino a quel momento e gli dei, specialmente Helios, dovevano avere in serbo dei grandi disegni per Roma e per lui !

 

Partenza per la guerra

In tal modo, nell’estate del 362, Giuliano parte per Antiochia per riunire il suo esercito e preparare l’invasione dell’impero persiano. Egli vi ritrova, fra gli altri, lo scrittore Libanios, con il quale riallaccia delle strette relazioni. Purtroppo, mentre la sua amicizia con il vecchio retore resta solida, non altrettanto avviene dei rapporti dell’imperatore con il Senato di Roma e con la popolazione di Antiochia, che tendono a degradarsi rapidamente. In effetti, i rozzi costumi ed il rigore morale di Giuliano non risultavano assolutamente compatibili con la maniera disinvolta di vivere e la libertà di spirito degli abitanti di Antiochia.

Sconcertati dal sovrano, che disdegnava il lusso e la sacralizzazione della sua persona, che respingeva i piaceri della carne e disertava i banchetti, gli Antiochieni cominciano a prenderlo in giro ed a disprezzarlo. Tutto diventa oggetto di battute: la sua barba irsuta, il suo modo sciatto di vestire, i suoi tic nervosi, ecc..

Giuliano, per rispondere ai suoi detrattori, redige un libello, il Misopogon (nemico della barba), nel quale, pur ricordando i suoi difetti, egli pone gli Antiochieni davanti alla loro ingratitudine ed alla loro ignominia, per annunciare loro che aveva deciso di lasciare per non ritornarvi mai più. Però in tutto questo fatto Giuliano non aveva percepito, che al di là della sua sconcertante attitudine, era stata la sua eccessiva pratica religiosa pagana e specialmente la moltiplicazione delle cerimonie sacrificali che aveva colpito la popolazione e la nobiltà di Antiochia, in maggioranza cristiana … . A tutto questo si può aggiungere la presenza in città di una soldatesca sempre più numerosa, spesso alloggiata all’interno della città ed il cui comportamento, a volte violento, era stato sentito come un vero fastidio dagli Antiochieni.

Il 5 marzo dell’anno 363, dopo aver congedato in maniera teatrale una ambasciata persiana, che portava una proposta di pace da parte dello Shahinshah, l’imperatore Giuliano, il suo esercito ed il suo “aeropago” di preti pagani, indovini e di filosofi, lasciano Antiochia per raggiungere a piccole tappe Circusium (Circesion), l’ultima fortezza romana posta sull’Eufrate, nei pressi della frontiera con l’impero persiano. In quest’ultima località l’esercito di Giuliano completa la sua radunata (raggiungendo una consistenza di 60 mila uomini) e soprattutto viene integrato da una importante flotta fluviale di più di 1000 imbarcazioni da trasporto, con al seguito viveri, materiale d’assedio, oltre ad una cinquantina di navi da guerra e battelli per la costruzione di ponti flottanti.

Tuttavia, questo corpo di spedizione, sebbene possente, ben addestrato e spesso ben comandato, non risultava così devoto a Giuliano, così come quello che a suo tempo egli aveva comandato in Gallia. Indubbiamente il “nocciolo duro dei Galli” era nel suo seguito, ma la maggioranza dei soldati al suo comando aveva fedelmente servito Costanzo 2°; ed il suo manifesto paganesimo ed il suo atteggiamento, considerato da alcuni (spesso cristiani) come illuminato ed eccessivo, gli avevano procurato nemici anche all’interno dell’esercito. Poco c’era mancato che Giuliano non fosse caduto ad Antiochia sotto i colpi di un gruppo di militari ! Per sua fortuna, alcuni dei congiurati avevano rivelato le loro intenzioni a delle orecchie indiscrete … . La repressione di Giuliano era stata di una incredibile ed implacabile severità, ma, purtroppo, i semi di una possibile sedizione erano già stati piantati. Si può parimenti pensare che l’idea di avanzare in profondità nel territorio persiano e di combattere, in condizioni difficili e sotto un sole di piombo, uno degli eserciti più potenti del mondo, non doveva certo entusiasmare i legionari, gli ausiliari ed anche gli stessi ufficiali.

Giuliano era cosciente di tutto questo e dal momento della partenza da Circusium /Circesion e dell’entrata in territorio persiano, egli fa adottare un provvedimento destinato a mostrare al corpo di spedizione la sua determinazione: il sovrano fa distruggere il ponte di barche che era stato costruito per attraversare il fiume Aboras, evidenziando che un ritorno indietro era diventato ormai impossibile. In seguito, Giuliano riunisce le sue truppe e pronuncia un discorso, ricordato ai posteri con l’aggiunta di qualche abbellimento da Ammiano Marcellino, che faceva parte della spedizione. Nel discorso il sovrano alterna messaggi di speranza e minacce, ricordando la crudeltà dei Persiani e fustigando in anticipo i saccheggiatori, i vigliacchi ed i ritardatari. La fiducia e la convinzione espresse da Giuliano in una vittoria, connessa alla giustezza della loro causa, una nozione importante nel diritto di guerra romano, fa grande presa sull’uditorio tanto che l’esercito finisce, alla fine, per acclamarlo.

Oltre alla fiducia che Giuliano attribuiva alla missione che gli dei gli avevano affidato, egli poteva fare affidamento sulla forza del suo corpo di spedizione e sull’organizzazione del suo supporto logistico.

Combattere i Persiani sul loro terreno non era certamente una cosa agevole. Il nemico risultava incomparabilmente più potente ed organizzato delle tribù della confederazione germanica, vinte da Giuliano negli anni precedenti. L’impero sassanide era, amministrativamente e militarmente altrettanto ben organizzato di quello di Roma ed aveva mire espansionistiche in Mesopotamia ed in forte contrasto con le intenzioni dei Romani. Giuliano che aveva messo a frutto i mesi precedenti per informarsi meglio sul suo avversario, conosceva perfettamente la situazione, tanto più che il sovrano aveva presso di sé consiglieri e vecchi generali che avevano servito nei precedenti conflitti contro la Persia e che beneficiava, soprattutto, delle conoscenze di prima mano portate dal vecchio Hormidas.

Agli inizi d’aprile del 363, Giuliano parte per affrontare Shapur 2° con un immenso esercito, ma con obiettivi mal definiti. Egli faceva affidamento in  una campagna rapida (era convinto di poter rientrare a Tarso per l’autunno), il che presupponeva l’esclusione di una occupazione durevole degli eventuali territori conquistati. Non era inoltre chiaro se voleva porre sul trono sassanide il vecchio Hormidas o solamente conquistare Ctesifonte, capitale dell’impero. In ogni caso, la brevità pianificata della campagna farebbe piuttosto propendere più per un raid punitivo che per una guerra di conquista.

 

L’esercito sassanide di Persia

Tradizionalmente, la forza principale dell’esercito persiano era basata sull’impiego di un forte contingente di cavalleria, pesantemente corazzata, che aveva largamente influenzato anche quella dei Romani. Il corpo di elite di questa cavalleria, il Savaran, era composto dalla nobiltà sassanide, completamente devota allo shahinshah. Notevolmente ben equipaggiata, come d’altronde i cavalieri catafratti romani, i cavalieri pesanti persiani erano capaci di impiegare una larga panoplia di armi, che andava dalla mazza ferrata, all’arco, passando per la lunga lancia (simile al contus romano), la spada, i giavellotti e persino il lasso. Queste unità costituivano la principale forza d’urto dei Persiani nelle battaglie campali, appoggiata da cavalieri leggeri, in genere reclutati fra gli alleati, o formati con mercenari il cui compito era quello di assillare l’avversario sotto un diluvio di frecce, diminuendo, in tal modo, il numero ed il morale dell’avversario a premessa della carica dei cavalieri corazzati.

La fanteria, molto numerosa ma meno ben addestrata della cavalleria, iniziava nondimeno a svolgere un ruolo di maggior rilievo nell’esercito sassanide, specialmente in occasione degli assedi, che erano ormai diventati una specialità dei Persiani. Sebbene si possa evidenziare la presenza di unità di fanteria pesante nell’esercito persiano, le unità di punta erano rappresentate da temibili corpi di arcieri. Decisamente ben addestrati, essi erano in grado di assicurare sia tiri di saturazione su parte della fronte, sia missioni di tiratori scelti.

I Sassanidi, oltre a queste formazioni, per certi aspetti classiche, avevano sviluppato unità specializzate in poliorcetica, che avevano consentito di conquistare numerose città fortificate dei Romani. Da ultimo, l’esercito persiano utilizzava anche gli elefanti da guerra.

La catena di comando dell’esercito sassanide era di tipo piramidale. Alla sua testa lo Shahinshah ed, in caso di sua assenza, il comando era affidato all’Eran Spahbed, che ricopriva anche la carica di Ministro della Guerra e la funzione di diplomatico plenipotenziario in caso di negoziati di pace. Gli incarichi principali della gerarchia venivano ripartiti nell’ambito della alta aristocrazia sassanide, dei re delle nazioni alleate e dei grandi capi dei clan militari persiani. Negli scaglioni inferiori della gerarchia, si potevano incontrare capi decina, di cinquantina, di centinaia e così via, mentre gli effettivi delle unità erano composti numericamente da multipli di 10.

Nel combattimento, la cavalleria svolgeva un ruolo primordiale. La polivalenza dei suoi cavalieri, pesanti o leggeri, consentiva loro di affrontare la maggioranza dei loro avversari senza necessariamente fare ricorso alla fanteria, ad eccezione degli arcieri. Diverse volte, nel corso dei secoli, i Romani ne avevano fatto l’amara esperienza.

Questa volta, tuttavia, Shapur sembrava più prudente, perché probabilmente temeva l’abilità tattica di Giuliano e la solidità dell’esercito romano in campo aperto. In ogni caso, in questa campagna i Persiani privilegeranno una tattica di scaramucce, impegnando raramente ed in poche occasioni forze di un certo rilievo.

 

L’esercito di Giuliano

Giuliano per questa campagna è costretto ad adattarsi alla notevole struttura dei suoi effettivi, che nel loro complesso (tenuto conto anche degli equipaggi delle navi) si avvicinava alle 100 mila unità. Si trattava peraltro di una struttura composita per una serie di motivi. Una parte delle unità e dell’inquadramento derivava dal sua esercito della Gallia, fortemente legato al sovrano, che aveva vittoriosamente combattuto contro i Germani e che, però, non aveva alcuna esperienza dei Persiani e che non era adattata al clima della Mesopotamia. Giuliano aveva parimenti ereditato anche l’esercito di Costanzo 2°, in maggioranza  cristianizzato e non completamente devoto al nuovo imperatore. In questa situazione, Giuliano era costretto ad essere vigilante ed a mantenere una disciplina di ferro. All’atto pratico, questo esercito si dimostrerà affidabile e piuttosto efficace, soprattutto grazie ai successi militari, ottenuti con una relativa facilità, nella prima parte della spedizione ed anche grazie all’ammirazione dei soldati per un capo che condivideva i loro stessi rischi.

 

Prima parte della campagna: la strada di Ctesifonte

Il piano di Giuliano risulta semplice in quanto si riassume nel procedere il più rapidamente possibile perso la capitale di Sassanidi, Ctesifonte, risalendo, inizialmente l’Eufrate, quindi raggiungendo il Tigri, dopo aver percorso il Naarmalcha (canale navigabile che collega i due fiumi).

L’imperatore era convinto che Shapur 2° l’avrebbe atteso con la totalità del suo esercito davanti alla sua capitale e che la superiorità dell’esercito romano sul campo di battaglia convenzionale gli avrebbe dato la vittoria. Per di più, Giuliano sapeva di poter contare sull’aiuto del re d’Armenia, Arsace 3°, al quale aveva inviato in rinforzo diverse migliaia di uomini comandati da Procopio e da Sebastiano, che, malauguratamente, non andavano d’accordo.

Il resto dell’esercito si muove lungo l’itinerario previsto, lungo l’Eufrate, sul quale l’imponente flotta di trasporto e la navi da combattimento lo scortano, seguendone la corrente.

Durante questa parte della campagna, che va da Circusium a Ctesifonte, l’esercito persiano si fa vedere poco, ad eccezione di qualche scaramuccia, per la maggior parte a vantaggio dei Romani, che contribuiscono a tenere alto il livello di guardia.

Da parte sua, Giuliano riesce ad impadronirsi di molte città di importanza diversa, a volte senza colpo ferire, grazie specialmente all’intervento di Hormidas, a volte dopo assedi condotti vigorosamente e con ricadute sulla sorte delle loro popolazioni, proporzionali alla determinazione nella loro resistenza all’imperatore. Nel caso della prima grande città assediata, Pirisabora, la popolazione viene risparmiata dopo essersi arresa (la città verrà nondimeno saccheggiata ed incendiata). Per contro, la conquista di Maiozamalcha, si conclude dopo una resistenza accanita con il massacro della maggior parte della popolazione. Sarà risparmiato il comandante della fortezza e qualche abitante ridotto in schiavitù.

Dopo un’altra serie di scontri minori ed un ultimo assedio che rischia di fallire per i Romani, il corpo di spedizione romano arriva nei pressi di Ctesifonte.

In vista del prevedibile scontro finale, Giuliano fa riposare il suo esercito e, secondo Libanio, il sovrano avrebbe persino fatto organizzare dei giochi equestri.

Il fatto, di per sé stesso, appare plausibile in quanto Giuliano, filo ellenico, amava rinnovare le antiche consuetudini greche.

Sopraggiunti, seguendo il corso del Tigri a monte della città di Ctesifonte, i romani si trovano di fronte ad un importante contingente persiano, comandato dal Suren (di vecchia famiglia della nobiltà che aveva il rango di Eran Spahbed) e da altri generali della nobiltà sassanide.

Questa volta, la battaglia campale tanto attesa da Giuliano sembra aver luogo, ma la situazione non risulta molto favorevole ai Romani. I Persiani sono solidamente insediati sulla riva opposta e sembrano in condizioni di impedire qualsiasi tentativo di sbarco, grazie alla altezza delle rive e grazie ai loro arcieri che possono scagliare sugli attaccati dei nugoli di frecce. Lo stato maggiore di Giuliano non sembra ottimista, tanto più che i cavalieri pesanti persiani e gli elefanti da guerra offrono uno spettacolo terrificante. Giuliano organizza uno sbarco di notte, che, nonostante l’incendio dei primi battelli, finisce per riuscire e consente a degli scaglioni d’avanguardia di assicurare il controllo della riva. Il resto dell’esercito li raggiunge rapidamente, schierandosi in ordine di battaglia. Di fronte al pericolo rappresentato dall’eventuale panico degli elementi meno sicuri del suo esercito, Giuliano li intercala fra le prime linee e le riserve, composte queste da truppe agguerrite e motivate. Al segnale dell’attacco i romani si slanciano sui Persiani dando origine ad un combattimento accanito, nel quale Giuliano si impegna in prima persona senza risparmio. Alla fine, i Persiani vengono piegati ed a quel punto fuggono per mettersi al riparo nella mura di Ctesifonte.  L’esito della battagli risulta favorevole ai romani che rimangono padroni del campo di battaglia. Le perdite risultano di scarso rilievo, 70 uomini per i romani e circa 2.500 nei ranghi persiani. In effetti, si i Romani hanno vinto militarmente in campo aperto, la città non è caduta e per di più ora dispone di una notevole guarnigione per la sua difesa, sufficiente per attendere rinforzi da parte di Shapur.

Giuliano, risulta cosciente della impossibilità di iniziare un assedio senza doversi assumere enormi rischi. Inoltre non dispone di materiale adeguato da poliorcetica e, con il probabile arrivo del grosso dell’esercito persiano, egli rischierebbe di trovarsi fra due fuochi.

Indeciso, il sovrano riguadagna l’altra riva del fiume e decide di dare cinque giorni di riposo alle sue truppe, celebrando dei sacrifici bovini a Marte. I presagi dei sacrifici risulteranno disastrosi e deludenti, tanto da provocare una furiosa collera nell’imperatore, che decide di non sacrificare più nulla in avvenire a Marte.

Nel frattempo giunge al campo romano un messaggero di Shapur per chiedere una tregua, ma l’imperatore ancora “imbufalito” lo fa scacciare.

A questo punto, la continuazione della guerra offre diverse soluzioni a Giuliano. Contro il parere dell’esercito e di una buona parte degli ufficiali che risultavano stanchi di marce interminabili e temevano di veder arrivare il grosso dell’esercito sassanide, il sovrano decide di togliere il campo e di partire verso nord, senza risalire il Tigri e di unirsi all’esercito del re d’ Armenia, Arsace 3°, che avrebbe dovuto raggiungerlo già da tempo, insieme al contingente romano. A questo punto, una volta realizzata la giunzione, i Romani avrebbero potuto nuovamente rivolgersi contro il grosso di Shapur per distruggerlo. Questa soluzione presentava dei rischi, ma offriva la prospettiva di una battaglia finale con un esercito rinforzato dall’apporto di truppe fresche, prima della sosta invernale.

Prima della partenza, giuliano ordina che la flotta venga bruciata, con il risultato di demoralizzare una parte dei suoi soldati. I viveri erano ormai inviati per via di terra con il resto del treno degli equipaggi e viene altresì deciso di bruciare tutto quello che non poteva essere ulteriormente trasportato. A questo punto, l’esercito romano lascia i dintorni di Ctesifonte per marciare verso il suo destino.

 

La fine

Lontana dalle rive del Tigri, la colonna romana avanza in direzione nord, con guide persiane, ingaggiate dai Romani ed incaricate di aprire la via al grosso. Sfortunatamente, queste guide persiane erano rimaste fedeli allo shahinshah e fanno volontariamente in modo da allontanare l’esercito romano dai luoghi di rifornimento e con il diminuire del livello delle scorte inizia a diminuire anche il morale dei soldati romani, che, oltre alla fame, sono costretti in continuazione a subire delle incursioni sempre più frequenti da parte dei Persiani. La situazione costringe l’imperatore a cambiare programma.

Giuliano spiega all’esercito, che sperava di poter rientrare per la stessa via dell’andata, che tale soluzione è ormai impraticabile e che è ormai necessario avanzare verso il Nord per raggiungere gli alleati armeni, ma stavolta lungo il Tigri.

Comincia a quel punto la ritirata dei romani che arrivano in difficili condizioni in vista del fiume e, purtroppo dell’esercito di Shapur che li raggiunge nella stessa giornata (17 giugno). Giuliano ordina ai suoi uomini di evitare il combattimento anche se non può evitare qualche scontro minore che si risolve con la sconfitta dei Persiani. Nella notte, l’esercito romano trova rifugio nella città di Symbra (Hucumbra per Ammiano Marcellino), dove trova viveri e riesce a riposare. Durante lo stesso periodo, i Persiani si dedicano a bruciare i raccolti, facendo terra bruciata per i Romani.

Tre giorni più tardi, dopo un congruo riposo e con le riserve di viveri ristabilite, Giuliano ed il suo esercito si rimettono in cammino. Poco dopo aver lasciato Symbra/Hucumbra essi vengono assaliti dai Persiani, ma l’inevitabile violento combattimento si risolve con la vittoria romana , ma anche con notevoli perdite da ambo le parti. L’esercito di Giuliano risulta ormai in forte crisi e di moltiplicano i casi di sedizione e di vigliaccheria, scatenando durissime sanzioni da parte del sovrano; un’intera unità, accusata di vigliaccheria da parte di altri soldati, viene spogliata delle sue insegne e delle sue armi ed i suoi uomini vengono messi insieme ai prigionieri ed ai bagagli. Il tribuno di tale unità, che sembrava essere stato il solo a ben comportarsi, viene promosso al comando di un’altra unità, il cui comandante era stato destituito per aver dato la schiena al nemico.

E’ in questo terribile stato d’animo che l’esercito riprende la strada per il nord e due giorni dopo i romani sono costretti a subire un nuovo attacco persiano all’altezza di Maranga. Le forze sassanide dovevano essere abbastanza consistenti, in quanto comandante dal mihran Merena (comandante della cavalleria) in persona, accompagnato da due figli di Shapur e da diversi ufficiali dell’alta aristocrazia. Giuliano decide di offrire ai suoi nemici una battaglia campale, schierando le sue forze. Egli decide di presentare ai sassanidi un fronte concavo allontanando il suo centro ed avanzando le sue ali. I Romani assumono l’iniziativa dell’attacco, sconfiggono l’esercito persiano, la cui cavalleria corazzata viene brutalmente messa in rotta dalla fanteria pesante romana. Anche questa volta le perdite di entrambi gli schieramenti risultano pesanti. A seguito dello scontro i belligeranti decidono una tregua di 3 giorni che i romani mettono a frutto per proseguire il loro cammino. Usurati da marce sotto un caldo opprimente e dagli spossanti combattimenti degli ultimi giorni, i soldati di Giuliano risultano demoralizzati ed affamati e per rasserenarli Giuliano ordina di distribuire ai suoi uomini il cibo degli ufficiali.

L’imperatore moltiplica i riti religiosi ed il ricorso ad oracoli e nonostante presagi decisamente sfavorevoli decide di continuare a marciare. Le sue colonne, a causa del terreno e della stanchezza si allungano sul percorso creando condizioni di estremo pericolo. Il 2 giugno i Persiani attaccano in successione la retroguardia, quindi l’avanguardia ed, infine, il centro. Il sovrano, senza aver avuto il tempo di equipaggiarsi si porta presso i suoi uomini, nonostante il personale della sua guardia cerchi inutilmente di trattenerlo. Giuliano abbandona ogni prudenza e, troppo esposto e riconoscibile, viene ferito da un arma da getto. Evacuato dal campo di battaglia nella confusione più totale, il sovrano lascia i suoi soldati senza notizie del suo stato, mentre i suoi uomini vanno incontro a gravi difficoltà a respingere gli attacchi dei Persiani e mentre diversi esponenti importanti del seguito imperiale rimangono uccisi o feriti. Da parte loro, i Sasanidi, conteranno la morte del mihran Merena ed oltre 50 satrapi.

Giuliano soccombe alla sua ferita qualche ora più tardi, circondato dal suo stato maggiore e dal suo seguito di preti e filosofi. Morto l’imperatore, i capi militari decidono di eleggere alla porpora imperiale, Gioviano, un ufficiale proveniente da una prestigiosa famiglia cristiana. Più ragionevole di Giuliano, il nuovo augusto inizia negoziati di pace con i Persiani, pur proseguendo la sua ritirata. Shapur esige da Gioviano la cessione delle cinque province poste a nord del Tigri e la consegna di città importanti come Nisibe. Il nuovo imperatore è costretto ad accettare ed alla fine, qualche giorno più tardi, il corpo di spedizione romano raggiunge le truppe di Sebastiano e Procopio. Questi ultimi erano rimasti inattivi non lontano da Nisibe, dove Giuliano li aveva inviati quattro mesi prima, senza aver mai tentato nulla e disobbedendo agli ordini di devastare la zona di frontiera e di dirigersi quindi verso Ctesifonte.

Rientrato nell’impero, Gioviano di dirige verso Tarso di Cilicia dove dispone la sepoltura di Giuliano, sulla cui tomba farà incidere: “Qui riposa Giuliano, ritornato da turbinoso Tigri; egli è stato allo stesso tempo un buon imperatore ed un potente banditore di lancia”.

 

Giuliano, buon tattico ma debole stratega

L’abilità tattica di Giuliano appare innegabile. Egli sa adattarsi rapidamente alle circostanze, comprende rapidamente dove sono i punti forti e le debolezze dell’avversario ed impiega al meglio lo strumento militare di cui dispone. A prescindere dalla configurazione dell’esercito. Si può sottolineare che egli non ha mai perso una battaglia, persino anche l’ultima che gli è costata la vita. Si tratta di un capo militare che esige molto dai suoi soldati, con i quali condivide le condizioni di vita e nella sua azione di comando ricompensa il valore e la bravura, ma punisce severamente la vigliaccheria, a prescindere dal grado del colpevole.

Tuttavia, sembrerebbe che giuliano non sia mai riuscito ad essere pienamente apprezzato dal suo Corpo di Spedizione persiano come anche dal suo esercito delle Gallie. Il fatto che una parte delle sue truppe sia stata sotto il comando di Costanzo 2°, in occasione dello scontro fra i due uomini, non spiega però completamente il fatto. E’ possibile che l’eccessivo atteggiamento di Giuliano in numerosi campi, specie religioso, abbia profondamente colpito il suo esercito nel quale i Cristiani erano numerosi.. E’ pur vero, come lo riferisce Ammiano Marcellino, che il sovrano dava piuttosto dimostrazione di superstizione che di pietà e moltiplicava i sacrifici bovini e le cerimonie divinatorie che dovevano apparire esagerate e fuori dal normale e moltissimi soldati ed ufficiali. Ma soprattutto il comportamento di giuliano ho colpito i suoi soldati quando questi, innervosito oltremodo dai cattivi presagi, decide di non rispettarli. Giuliano evidenzia, nella campagna contro i Persiani, i suoi limiti di strategia, in quanto se è capace a priori di pianificare nei minimi dettagli lo sviluppo della sua operazione ed il relativo sostegno logistico, egli molto spesso si lascia guidare dai suoi sentimenti e dal suo obnubilamento mistico, dimenticandosi di mantenere nei momenti difficili la testa fredda. Indubbiamente, fra i suoi errori durante la campagna vanno enumerati quello di aver fatto bruciare la flotta (un provvedimento probabilmente diventato necessario una volta assunta la decisione di risalire il fiume Tigri), ma soprattutto quello di non aver chiaramente saputo coordinare l’impiego delle forze di Sebastiano e Procopio e del re Arsace 3°, che hanno reso tragica la decisione di recarsi a nord lungo il fiume. Ma il suo errore più  grande è stato, da un punto di vista strategico, quello di non aver accettato di trattare con Shapur, dopo la sua vittoria a Ctesifonte, specie nel momento in cui risultava evidente che il suo piano strategico era a corto di soluzioni. Egli non aveva capito che la politica della terra bruciata e della guerra di usura condotta dal sovrano sassanide avrebbe finito per logorarlo e per rovinare tutta la sua impresa. Egli, inoltre, non ha tenuto conto della sofferenza dei suoi soldati, della stanchezza dei suoi ufficiali, dei ha duramente punito gli atti di codardia, senza peraltro domandarsi o cercare di capirne le ragioni.

Un buon stratega non può mancare di capire quando è arrivato il momento propizio per concludere una guerra. A Ctesifonte, giuliano era ancora sufficientemente forte per negoziare una pace vantaggiosa. Quando Shapur invia un emissario a Giuliano dopo la battaglia di Ctesifonte, egli chiede ai Romani quali sono le condizioni per cessare i combattimenti; ma nel momento in cui i romani si troveranno allo stremo, sarà il sovrano persiano a dettare le condizioni a Gioviano. In questo senso, si può certamente affermare che Giuliano ha mostrato evidenti i limiti delle sue capacità strategiche, pagandone duramente le conseguenze.

autore: MASSIMO IACOPI

Nicola

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