Il despotato di Morea

Il despotato di Morea

Il Peloponneso per lungo tempo venne chiamato con un termine, Morea, la cui origine non è ancora chiara, forse derivante da una locuzione slava che sta a significare Terra del mare, forse da un termine greco che significa gelso. Questo nome, che compare dal X secolo, in realtà indicò prima la regione dell’Elide, per poi estendersi nel tempo a tutta la penisola, e proprio Cronaca di Morea si chiama il testo fondamentale per la conoscenza degli eventi che caratterizzarono la storia di questa ragione nel periodo trattato.

IV Crociata e riconquista

All’indomani della presa di Costantinopoli, i Franchi si diedero da fare per assumere il controllo della penisola greca, e, tra gli altri stati teoricamente dipendenti dall’imperatore latino, si creò il regno di Tessalonica, vassallo del quale era, nel Peloponneso, il principato di Acaia, retto all’inizio dalla famiglia dei De Champlitte. Inizialmente si trattava di un piccolo stato circondato dal despotato d’Epiro e dai Veneziani, la cui capitale era Andravida. La sconfitta e la cattura del re di Tessalonica da parte delle forze epirote nel 1224 lanciò il principato di Acaia che, in breve, dominato dalla famiglia De Villehardouin, aumentò la propria importanza, raggiungendo il culmine grazie alla forte personalità di Guillaume II. Costui fu poeta e trovatore, legislatore e guerriero, e nel 1249 spostò la propria capitale in una cittadina a sei km a nord-ovest dell’antica Sparta, il cui vantaggio maggiore pareva la difendibilità e l’imprendibilità, essendo arroccata alle pendici del Monte Taigeto, Mystràs o Myzethràs, a noi nota come Mistrà. Intenzionato a espandere la propria potenza Guillaume, che si era impossessato, con l’aiuto dei Veneziani, dell’importante porto di Monemvasia, si trovò fatalmente in contrasto con Michele VIII di Nicea e contro di lui cercò e trovò l’alleanza del despota Michele II d’Epiro, la cui figlia Anna sposò. Ma la sua avventura ebbe fine nel 1259 sul campo di Pelagonia, in Macedonia: alienatosi Venezia, tradito dallo suocero, Guillaume II fu sconfitto dal basileus niceno ed imprigionato. Tre anni dopo potè ritornare in Acaia, ma solo dopo aver ceduto Mistrà e Monemvasia al risorto Impero. La parte occidentale e settentrionale della Morea restavano ai Latini, quella orientale all’impero di Costantinopoli. Ovviamente le fortezze di Corone e Modone, “gli occhi della Repubblica”, erano saldo possesso di Venezia.
Il dominio romeo venne organizzato come governatorato: lo stratego, dopo alcuni anni in cui governò da Monemvasia, ebbe sede a Mistrà, tuttavia l’importanza dell’imprendibile porto di Monemvasia era sottolineata dall’esser sede del metropolita, rappresentante della Chiesa ortodossa in Morea. Al fine di evitare pericolose spinte centrifughe, la permanenza in Morea dei governatori, in genere legati alla famiglia regnante, era molto breve, per lo più cambiati con cadenza annuale, ed il primo fu Michele Cantacuzeno, avo del futuro basileus. Comunque, la provincia ebbe presto una sua profonda autonomia e Monemvasia si segnalò per l’essere, oltre che importante porto commerciale, covo di pirati, tra i quali ebbe modo di segnalarsi l’autoctono Giovanni De lo Cavo, al servizio di Michele VIII. In effetti all’incremento della pirateria nell’Egeo Costantinopoli non era affatto estranea: è noto il caso di un governatore di Mistrà, il sebastokrator Costantino Paleologo, che sostenne apertamente un pirata nei confronti delle richieste di un mercante veneziano, derubato!

I Cantacuzeni

La pratica di sostituire annualmente i governatori di Morea ebbe termine nel 1308, quando Andronico II, molto interessato a questa regione, pose al governo della Morea Michele Cantacuzeno, padre del futuro Giovanni VI, che restò al potere fino al 1316, quando perse la vita in battaglia. Il fine di Andronico II era quello di legare ancor più quest’importante territorio all’impero tramite l’assegnazione del territorio in appannaggio feudale: non siamo ancora al despotato, ma molto vicini. A Michele successe Andronico Asen, figlio di Ivan III Asen di Bulgaria ma nipote, per parte di madre, di Michele VIII Paleologo, e suocero di Giovanni Cantacuzeno. Andronico lasciò l’incarico nel 1322, ma il lavoro suo e di Michele aveva contribuito al rafforzamento ed all’espansione -ai danni dell’Arcadia latina- della Morea romana.
I conflitti tra Andronico III, Andronico II ed il Cantacuzeno si fecero sentire anche a Mistrà, che fu teatro di conflitti interni ed esterni finché, pervenuto stabilmente al trono Giovanni VI, suo figlio Manuele venne inviato in Morea, con il titolo di despota. Da questo periodo la regione, pur molto legata all’Impero, divenne una sorta di feudo autonomo, anche se all’autocrate regnante competevano la finale decisione sulla conferma di privilegi ecclesiastici e cessioni territoriali. A Manuele Cantacuzeno, giunto nel 1349, toccò rafforzare l’autorità romana in Morea e lo fece con abilità, tanto sul fronte interno quanto su quello esterno, mantenendo una politica di pace nei confronti dei Latini, anche tramite unioni matrimoniali di carattere politico. A seguito dell’abdicazione del padre, nel 1354, dovette fronteggiare l’ostilità della corte costantinopolitana, che gli inviò due sostituti della famiglia Asen, e l’invadenza del fratello, Matteo, che cercò di far valere i suoi diritti di primogenitura, anche appoggiato dal padre. Ma riuscì ad uscire trionfante da entrambe le difficoltà, e la Morea restò nelle sue mani fino alla morte, avvenuta nel 1380. E prosperò: Mistrà cominciò ad assumere quell’aspetto di centro artistico, culturale, intellettuale e religioso che avrebbe fatto della Morea greca il fulcro dell’Impero, e Monemvasia s’arricchì grazie alla sua posizione, alla sua attitudine marinara, alla protezione veneziana, combinazione felice che ne faceva centro del commercio di olio d’oliva e vino di malvasia.
Nel 1380 finalmente Matteo Cantacuzeno, che già ci aveva provato a suo tempo, divenne despota a Mistrà, e il suo incarico venne riconosciuto da Costantinopoli anche tramite la mediazione del vecchio monaco Joasaph, già Giovanni VI, che a Mistrà visse e fu sepolto. Il problema sorse nel 1383 alla morte, pressoché contemporanea, di Matteo e Giovanni VI, perché Demetrio I, il figlio di Matteo, e Teodoro I Paleologo, figlio dell’imperatore Giovanni V, da questi designato al despotato di Morea, entrarono in conflitto. Fortunatamente questo venne risolto dalla scomparsa di Demetrio, l’anno successivo.

I Paleologi

I problemi di Teodoro non erano finiti. Dovette pacificare gli arconti locali, dovette vedersela con gli stati Latini, in particolare con gli Acciaiuoli di Atene, e soprattutto con il pericolo turco, tanto presente che egli sentì la necessità di chieder conferma al sultano del suo titolo. Cercò di fronteggiare il ducato di Atene con un matrimonio con gli Acciaiuoli, che avrebbe dovuto fruttargli Corinto -promessa, del resto, mai mantenuta-, e contro alcune famiglie locali usò la maniera forte, come ad esempio scacciando i potenti Mamonàs da Monemvasia. Ma quest’episodio, come l’occupazione di Argo, frutto d’una campagna tesa all’espansione del despotato, gli fruttò l’ostilità turca: il sultano Bajazet invase la Morea nel 1395 e nel 1397, distrusse, uccise e deportò migliaia di prigionieri. Teodoro, ridotto all’impotenza, col consenso di suo fratello, il basileus Manuele II, dopo aver cercato invano l’appoggio veneziano, ritenne opportuno cedere Corinto, appena conquistata, e Mistrà ai Cavalieri di Rodi, che in questo modo assunsero un’importanza fondamentale nella Morea, tenendo per sé, in buona sostanza, la sola Monemvasia. E questa nel dicembre del 1399 accolse Elena Dragas ed i suoi figli, quando Manuele II, in procinto di partire per il suo viaggio della speranza in Europa, decise che la Morea, pur se flagellata dalla peste, sarebbe stata più sicura per la sua famiglia dell’assediata Costantinopoli, anche perché Monemvasia era tenuta sotto controllo da Venezia. La battaglia di Ankara liberò l’Impero dall’incubo turco per qualche tempo e, intorno al 1404, Teodoro, dopo conflitti piuttosto aspri con i Cavalieri di Rodi, in cambio di un indennizzo riuscì a recuperare i territori ceduti. Comunque gli anni trascorsi combattendo erano stato troppo per il despota che, nel 1407, lasciò l’incarico e si fece monaco, morendo pochi mesi dopo.
Manuele II, a conoscenza dei desideri del fratello, aveva già provveduto alla successione nella persona del secondogenito, Teodoro II, cui venne affiancato, per la verde età, come tutore il protostrator Manuele Frangopulo, potente arconte locale. Data l’estrema importanza della Morea quale principale regione di ciò che restava dell’impero, il basileus stesso ritenne di dover personalmente assistere al passaggio dei poteri, e ripetè, con un più lungo soggiorno, la visita in Morea alcuni anni più tardi, nel 1415. In quest’occasione Manuele decise di far costruire sull’istmo di Corinto un’opera muraria di difesa chiamata Hexamilion, eretta tra l’altro su tracciato d’età giustinianea, ritenendo che potesse essere un deterrente contro i Turchi, ma il gravame fiscale che ne derivò e la necessità di provvedere alla sua manutenzione provocarono una rivolta della popolazione e degli arconti locali, che neppure il basileus riuscì a domare del tutto. E la fuga di cittadini e capitali in territorio veneziano provocò anche attriti con la Repubblica. Comunque la tregua con gli Ottomani dava i suoi frutti. Un paio di anni dopo il primogenito di Manuele, Giovanni VIII, raggiungeva il fratello in Morea e, con 10.000 cavalieri e 5.000 fanti, espandeva le frontiere del despotato ai danni di Centurione Zaccaria, principe d’Acaia. Intanto, tramite i buoni uffici di Manuele, Teodoro si legava all’Occidente sposando Cleope Malatesta, parente del papa Martino V. E Mistrà prosperava sempre più, arrichendosi di palazzi, chiese ornate di magnifici affreschi, frequentata da artisti ed intellettuali, ornata da figure come Giorgio Gemisto Pletone ed Isidoro, poi metropolita di Kiev. Ma la pace durò poco: in seguito alla crisi dinastica successa alla scomparsa di Maometto I ed alla politica tenuta dalla corte romana, fallito l’assedio di Costantinopoli Murad II si scatenò su Tessalonica e sulla Morea. Il turco Turachan bey nel maggio del 1423 distrusse l’Hexamilion, mai curato dai locali, ed invase il despotato. I danni furono enormi, ma Teodoro se la cavò dichiarandosi tributario del sultano. Ed in breve potè riprendere l’opera di rafforzamento ed espansione dei propri domini, attaccando gli Acciaiuoli di Atene ed i Tocco di Cefalonia ed Epiro. La situazione si complicò nel dicembre del 1427, quando Giovanni VIII intervenne in Morea accompagnato da altri due figli, Costantino Dragazes e Tommaso, cui diede in appannaggio ampi territori del despotato: a Costantino il nord-ovest e a Tommaso un territorio vicino alle colonie veneziane di Corone e Modone. A Teodoro, che mai era stato in buoni rapporti con i fratelli, restava Mistrà. L’intervento fu l’occasione per un’opera di espansione militare in grande stile. La flotta romea sconfisse i Tocco alle Echinadi, di fronte al golfo di Patrasso, e Costantino pose l’assedio a Clarenza. La guerra ebbe una pausa in occasione del matrimonio tra Costantino stesso e Maddalena Tocco, che fruttò al despota l’intero Peloponneso settentrionale, ma proseguì, ed ebbe il suo culmine nel 1430 con la conquista di Patrasso, feudo di Pandolfo Malatesta, tra l’altro zio della moglie di Teodoro II e… parente del papa. Lo storico Sfranze, alto dignitario al fianco di Costantino Dragazes, fu incaricato di ottenere la conferma ottomana delle conquiste fatte, e ne ebbe conferma. Così, mentre Costantinopoli declinava, parve che la Morea potesse divenire la culla d’un rinnovato Impero: nel 1432 Tommaso Paleologo, che aveva lasciato il suo appannaggio in cambio della città di Clarenza, cacciò gli Zaccaria dall’Arcadia, e nel 1435 Costantino Dragazes conquistò l’Attica, penetrò in Beozia e solo l’intervento ottomano riuscì a fermarlo. L’intero Peloponneso e parte della Grecia continentale, eccetto le due colonie veneziane, ormai accerchiate, erano bizantini. Dal 1443 Costantino e Tommaso agirono da soli, poiché Teodoro II -col secondo fine d’esser vicino alla Capitale in caso di morte del basileus, da tempo malato- aveva ceduto Mistrà a Costantino, in cambio della città di Selimbria. Ma questo non bloccò certo l’ardore del Dragazes, che, dopo aver provveduto alla ricostruzione dell’Hexamilion, invase nuovamente l’Attica, costrinse Nerio II Acciaiuoli a giurargli fedeltà e valicò il Pindo. La gloria purtroppo durò poco: Costantino aveva avuto l’ardire di tenere trattative con la Lega Cristiana che era stata battuta a Varna, e Murad II lo punì duramente. Il 10 di dicembre del 1446 l’Hexamilion fu distrutto, dopo un mese di bombardamenti, e la Morea fu devastata. Patrasso e Mistrà furono risparmiate, ma il sultano se ne andò via con 60.000 prigionieri, lasciando dietro di sé il deserto. Ai despoti non restò che sopravvivere, come vassalli, cercando di ricostruire quel poco che si poteva. Se i rapporti con Venezia erano freddi, cercarono di rimpolpare la distrutta economia concedendo privilegi a Firenze e Ragusa, in attesa di tempi migliori.
Defunto a Costantinopoli Giovanni VIII, nonostante i tentativi di Demetrio e Tommaso Paleologo la corona venne conservata da Elena Dragas per il figlio prediletto, Costantino Dragazes, che venne vestito delle insegne imperiale da due dignitari e dal fratello Tommaso giunti apposta dalla Città ed incoronato dal metropolita di Mistrà il 6 gennaio del 1449: nella Mitropolis si conserva ancora la lastra marmorea segnante il punto nel quale il nuovo basileus sarebbe stato incoronato. Il 12 di marzo Costantino XI entrava a Costantinopoli, ed il suo posto in Morea, al fianco di Tommaso, veniva preso da Demetrio.
I due fratelli non ebbero una convivenza facile, tanto più che Tommaso era convinto della necessità d’un aiuto dall’Occidente, che del resto chiedeva invano, mentre Demetrio spingeva per una decisa sottomissione al sultano. Il quale, come per avvalorare il parere di Demetrio, mandò nel 1448 Turachan bey a devastare ancora la Morea, a titolo dimostrativo. La penisola in occasione dell’assedio a Costantinopoli fu stretta in un blocco navale, e la condizione vassallatica di Demetrio e Tommaso, costretti a versare 12.000 ducati all’anno a Maometto II, unita alla loro litigiosità, impedì che la Morea potesse divenire un centro di resistenza bizantina dopo la caduta della capitale imperiale.

La fine

Nel 1458 Maometto impose a Tommaso, che era a Patrasso, ed a Demetrio, a Mistrà, di saldare i tributi pregressi. Di fronte al loro silenzio il sultano personalmente si mise in marcia, conquistò Patrasso, assediò Corinto, che s’arrese dopo lungo assedio, devastò l’Elide e la Messenia. Ai due fratelli era restato ben poco dell’antico dominio, ma ciò non fu sufficiente. Tommaso, sperando nell’aiuto occidentale -che si limitò a 300 soldati milanesi e papalini- provò ad assediare l’ormai ottomana Patrasso, ove fu respinto, e Monemvasia, spingendo Demetrio a chiedere aiuto a Maometto. Che decise di intervenire di nuovo personalmente, e questa volta in maniera definitiva. Tommaso fuggì prima a Corfù e poi a Roma, sotto la protezione di papa Pio II, Demetrio il 29 maggio (data infausta…) del 1460 cedette Mistrà al sultano, che lo compensò adeguatamente. Durante l’estate l’intero Peloponneso, eccettuate le colonie veneziane, era ottomano, e l’oscurità calava su quello che era stato negli ultimi secoli il faro della civiltà romea, per alcuni il nucleo della grecità moderna.

autore: SERGIO BERRUTI

Nicola

Author: Nicola

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