Imperatrici di Bisanzio

A differenza di quanto era accaduto a Roma, da dove venne il modello per le istituzioni bizantine, a Bisanzio anche le donne salirono al trono. La prima fu l’ateniese Irene (797-802), che prese il potere dopo aver tolto di mezzo il figlio Costantino VI e lo mantenne fino a quando non venne deposta da un colpo di stato. Il suo caso non fu isolato, ma dovettero passare più di due secoli perché altre donne sedessero sul trono di Bisanzio e in condizioni del tutto differenti, dato che non si trattò più di un’usurpazione, bensì di un avvicendamento al potere in nome della continuità dinastica. Le premesse della vicenda risalgono al 1028, anno in cui morì Costantino VIII, l’ultimo erede maschio della dinastia macedone iniziata nell’867 con Basilio I. Costantino VIII era subentrato tre anni prima al fratello Basilio II, uno dei maggiori sovrani bizantini, ma si era mostrato di gran lunga al di sotto delle capacità di questo. Di carattere indolente, crudele e vendicativo, preferiva i divertimenti alle cure dello stato e soltanto quando si sentì prossimo alla fine si preoccupò della successione al trono. Non avendo discendenti maschi ai quali trasmettere il potere, pensò di utilizzare per questa necessità una delle sue figlie. Ne aveva tre, tutte nubili, ma la più anziana di queste, Eudocia, si era fatta monaca. Le altre due, Zoe e Teodora, potevano servire allo scopo se fossero state opportunamente maritate. Non prese in considerazione, infatti, la possibilità di una successione in linea femminile, che ancora veniva valutata come un fatto anomalo. I dignitari di corte si divisero fra due partiti a sostegno di altrettanti membri della nobiltà, Costantino Dalasseno e Romano Argiro, e l’imperatore morente scelse quest’ultimo sebbene fosse già sposato. Romano Argiro, prefetto di Costantinopoli, fu convocato dal sovrano e messo di fronte all’alternativa fra divorziare e sposare una principessa o essere accecato. Il prescelto non ebbe vie di uscita, che forse neppure cercò, e l’8 novembre del 1028 sposò l’ormai cinquantenne Zoe, dato che Teodora aveva rifiutato la proposta. Pochi giorni più tardi Costantino VIII morì e Romano III Argiro divenne imperatore di Bisanzio. 
Iniziava così un curioso periodo della storia bizantina, destinato a durare un trentennio, che fu segnato dall’avvicendarsi sul trono di tre «principi consorti», di un sovrano adottato e di due imperatrici. La corte imperiale, che sotto Basilio II era stata quanto mai austera, assunse un carattere assai frivolo e corrotto e divenne teatro di continui intrighi, in uno dei quali fu implicata anche Teodora. Venne scoperta e costretta ad entrare in un monastero della capitale dalla sorella, che le era fortemente avversa. Il potere reale fu detenuto da un monaco ed eunuco, Giovanni Orfanotrofo, che riuscì a conquistare il favore del sovrano, ma nello stesso tempo agì subdolamente contro di lui per portare al potere la propria famiglia. Come eunuco e monaco, infatti, non poteva aspirare alla carica imperiale, preclusa a gente del suo stato, e si servì del giovane e affascinante fratello, Michele, favorendo una sua relazione con l’imperatrice. Zoe era stata messa da parte da Romano III dopo le nozze e cominciò a incontrarsi con questo Michele, in modo sempre più scoperto, e questi si prestò al gioco soddisfacendo i desideri prorompenti della non più giovane imperatrice. Zoe aveva in mente di portarlo sul trono e realizzò il progetto nel 1034 allorché Romano III morì o, più probabilmente, fu aiutato a morire mentre prendeva il bagno in una piscina del palazzo. L’imperatrice si avvicinò al marito in agonia senza manifestare particolare turbamento; quando fu certa che non vi erano speranze, lo abbandonò al suo destino e poche ore più tardi sposò Michele .
Michele IV divenne così imperatore e, com’era prevedibile, da quel momento non si occupò più della moglie, confinandola nei propri appartamenti e facendola tenere sotto stretta sorveglianza. Malgrado il modo con cui era arrivato al potere, riuscì a essere un buon sovrano, ma la morte lo colse abbastanza presto, il 10 dicembre del 1041, per cause naturali. Poco prima di morire, su consiglio dell’Orfanotrofo, designò come successore un nipote, di nome Michele, e questa volta Zoe si limitò ad adottarlo come figlio. Il nuovo sovrano, Michele V Calafato, mantenne il potere per poco più di quattro mesi. Tra i suoi primi atti politici si ebbe la liquidazione di Giovanni Orfanotrofo, che venne rinchiuso in monastero; il suo posto a corte fu occupato da un altro zio dell’imperatore, di nome Costantino. Non si ebbero opposizioni, dato che l’eunuco era odiato da tutti, ma subito dopo Michele V fece un altro passo che gli risultò fatale. Geloso dell’imperatrice, decise infatti di liberarsi di lei con un’accusa pretestuosa e la relegò in un’isola costringendola a prendere il velo monacale. Michele V non aveva calcolato però la portata di questo gesto, seguito da una inaspettata sollevazione popolare, in nome della legittimità dinastica, che finì per costargli il trono. Il popolo di Costantinopoli si sentiva infatti legato alla sovrana macedone: sebbene non fosse un campione di moralità, rappresentava infatti l’unica discendenza legittima della dinastia rimasta sul trono così a lungo. Secondo la mentalità del tempo, era possibile accettare una successione per via di matrimonio o di adozione, ma non la violazione del principio di legittimità, come aveva fatto Michele V.
La rivolta nacque spontaneamente fra il popolo e, poi, trovò appoggio nella nobiltà e nella chiesa. Tutti gli abitanti della capitale si riversarono sulle strade, perfino le donne che mai erano uscite dal gineceo, e la folla inferocita, armata come meglio poteva, distrusse le case della famiglia imperiale. Michele V, a Palazzo, in un primo momento non prese sul serio il tumulto cittadino, ma quando aumentò di intensità e si vide abbandonato anche da parte della guardia, cominciò seriamente a preoccuparsi. Venne raggiunto dallo zio Costantino e i due decisero di richiamare immediatamente l’imperatrice per calmare la folla. Zoe fu mostrata al popolo infuriato dalla tribuna dell’ippodromo, dove i sovrani erano soliti apparire in pubblico, ma non ci si curò neppure di farle cambiare l’abito da monaca con quello imperiale. Pochi la riconobbero e quei pochi si inferocirono ancora di più, vedendo la loro sovrana ridotta in simile condizione. 
I rivoltosi pensarono quindi a legittimare la loro azione e, dato che Zoe era di fatto prigioniera, corsero al monastero di Petrion, in cui era stata relegata Teodora, tirandola fuori quasi a forza per condurla a S. Sofia dove venne incoronata dal patriarca. A questo punto, la partita per Michele V era di fatto perduta ed egli pensò alla fuga; insieme allo zio, il 20 aprile 1042, lasciò il palazzo imperiale rifugiandosi in cerca di salvezza nel monastero di Studio. La protezione dei monaci non fu tuttavia sufficiente e, sebbene si aggrappassero all’altare della chiesa, Michele V e lo zio vennero trascinati fuori dai soldati inviati da Teodora. Percorsero un po’ di strada fra gli insulti della folla, ma furono quasi subito raggiunti dall’ordine di accecarli e la sentenza venne eseguita all’istante. I sostenitori di Teodora, conoscendo la rivalità esistente fra le due sorelle, ebbero infatti timore che Zoe preferisse rappacificarsi con Michele V, piuttosto che dividere il trono con Teodora, e decisero perciò di togliere subito di mezzo il sovrano deposto. Uccidere un imperatore , chiunque egli fosse, era pur sempre un sacrilegio e i più non ebbero il coraggio di ordinarne la morte, ripiegando su una soluzione intermedia, che d’altronde rientrava nella prassi penale a Bisanzio. 
L’arresto e la condanna di Michele V ebbero un testimone oculare di eccezione nello storico Michele Psello, che si recò a Studio, parlò con i due supplici e li seguì fino al luogo dell’esecuzione. Quando fu notificato il decreto, egli scrive, i boia si prepararono a eseguire la condanna acuminando il ferro che per questa sarebbe servito. L’imperatore deposto si lasciò vincere dal terrore, implorando pietà; lo zio fece inizialmente lo stesso, ma poi assunse un contegno più fermo. Si distese a terra volontariamente, rifiutando di farsi legare e sopportò il supplizio senza levare un lamento o muovere un muscolo. L’imperatore, al contrario, continuò a lamentarsi e a dibattersi; fu necessario legarlo e tenerlo con forza finché anche i suoi occhi rotolarono dalle orbite. La folla, che aveva assistito avida di vendetta, placò all’improvviso la propria furia e se ne andò lasciando i due derelitti al proprio destino. Finiva così il breve e inglorioso regno di Michele V, deposto a furor di popolo in nome dell’ideale dinastico. La conseguenza immediata fu la pacifica accettazione del fatto che il trono potesse essere occupato da donne, non più in modo quasi abusivo come era stato per Irene, bensì per esplicita volontà del popolo e dei maggiorenti. Zoe invitò la sorella a raggiungerla a palazzo e, sia pure contro voglia, si rappacificò con lei e per qualche tempo le due regnarono insieme. «Fu allora per la prima volta – scrive Psello – che il nostro tempo vide il gineceo trasformarsi in concistoro imperiale, civili e militari andar d’accordo sotto la guida di due dame e ad esse obbedire meglio che a qualsivoglia virile despota». Si trattava comunque di una situazione provvisoria; subito riemersero i vecchi attriti fra le sorelle e i consiglieri dell’una e dell’altra premevano perché si soppiantassero a vicenda. Venne perciò adottata una soluzione di indubbia saggezza invitandole a sposarsi per portare un uomo al potere: Teodora ancora una volta non fu disponibile e Zoe, al contrario, si prestò a sposare Costantino Monomaco, un anziano nobile di Costantinopoli. Il matrimonio, celebrato il 12 giugno 1042, condusse al trono per la terza volta un marito di Zoe.
Questa volta Zoe non sopravvisse al marito e si spense verso il 1050 all’età di settantadue anni. La sua personalità forte e perversa aveva segnato un’epoca e, malgrado tutto, l’imperatrice lasciò molti rimpianti fra il popolo di Costantinopoli. In vecchiaia le sue facoltà mentali si erano piuttosto ottenebrate e si erano accentuate in lei le tendenze alla prodigalità e all’arbitrio. Era capace di ricompensare smodatamente certe forme di adulazione, ma non sopportava la prolissità dei retori e volentieri li metteva ai ceppi. Con grande leggerezza, come già suo padre, infliggeva la pena dell’accecamento e molte sarebbero state le vittime, se l’imperatore non fosse intervenuto per salvarle. Curava poco l’aspetto fisico e passava gran parte del tempo a fabbricare profumi; il suo volto si era mantenuto senza rughe fino a tarda età conservandole quell’aspetto giovanile con il quale la vediamo ancora in un mosaico di S. Sofia accanto all’ultimo marito.
Costantino IX Monomaco restò sul trono ancora per alcuni anni. Fu un sovrano mediocre, ma sotto il suo regno si consumarono avvenimenti importanti, anche al di là della volontà dei protagonisti. Primo fra tutti, sicuramente, lo scisma fra le chiese nel 1054, che segna il punto di arrivo del contrasto secolare fra Roma e Costantinopoli. Quando Costantino IX morì, l’11 gennaio del 1055, Teodora era ancora in vita e il potere in via legittima tornò nuovamente a lei. Qualcuno pensò di darle un marito, come si era fatto con Zoe, ma la sovrana non ne volle sapere e restò da sola in trono per diciannove mesi. Le vicissitudini della sorella dovevano evidentemente aver fatto scuola: «ella era infatti consapevole – scrive ancora Psello – di come non vi sia al mondo essere tanto immemore, quanto colui che abbia ottenuto da altri la corona». A dire il vero, vi fu chi trovò da ridire sul fatto che l’impero fosse governato da una donna, ma nessuno mise in dubbio la legittimità del suo potere. Teodora si mostrò molto attiva e partecipe del suo compito anche se, di fatto, al suo posto governarono per lo più i potentissimi eunuchi di corte. Quando fu prossima a morire, i consiglieri pensarono a un successore e la scelta cadde su un anziano senatore, Michele Stratiota, un uomo «più adatto ad essere governato che a governare» che venne adottato dalla sovrana, rinnovando il meccanismo successorio già usato con Michele V. Teodora morì il 21 agosto 1056 e con lei si estinse la gloriosa dinastia che era stata al potere per quasi duecento anni; fu la terza e ultima donna a sedere in prima persona sul trono di Bisanzio.

autore: GIORGIO RAVEGNANI

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Nicola

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