La compagnia Catalana

La compagnia Catalana

L’avventurosa vicenda della compagnia ripropone, in pieno Medioevo, le peregrinazioni delle tribù barbariche tardoantiche in cerca di ingaggio come mercenari e di un territorio entro l’impero romano dove costituire un regno autonomo. Al tempo stesso, con le gesta del suo artefice e primo condottiero, Ruggero da Flor, essa prelude alle gesta dei grandi capitani di ventura del Tardo Medioevo e della prima Età Moderna.
Figlio di un falconiere di Federico II di Svevia e di una nobildonna di Brindisi, Ruggero da Flor si trovò già a un anno orfano del padre, caduto a Tagliacozzo nell’esercito di Corradino di Svevia nel 1268. Privata dei beni dagli Angioini, la sua famiglia condusse un’esistenza grama a Brindisi, dove svernavano le navi che facevano la spola tra la Sicilia e il Levante; tra di esse vi erano quelle dei templari, per i quali l’attività commerciale era divenuta ormai primaria rispetto all’attività militare. A soli otto anni Ruggero si imbarcò su una nave dell’Ordine, distinguendosi ben presto per le sue capacità, al punto che a poco più di vent’anni, subito dopo essere stato nominato frate-converso, gli venne affidato il comando di una grossa imbarcazione, il Falco .
Nel frattempo, il commercio con il Levante si era ridotto alle poche città del regno crociato di Gerusalemme ancora in mano ai cristiani sulla costa libanese. L’ultimo atto si consumava ad Acri nel 1291, quando i mamelucchi del sultano al-Ashraf conquistavano, dopo un mese di assedio, la capitale crociata. L’entrata dei turchi in città provocava una caotica fuga degli abitanti che, assiepati sul molo, erano disposti a pagare qualunque cifra pur di salire su una delle navi ormeggiate, tra le quali si trovava anche il Falco . Ruggero da Flor non si fece scrupolo di approfittare della situazione, e riuscì così ad accumulare una enorme fortuna che suscitò l’interesse del Gran Maestro del Tempio, quel Giacomo di Molay che, anni dopo, finirà sul rogo a seguito del processo all’Ordine promosso dal re di Francia Filippo IV il Bello; il comandante si vide confiscare parte delle sue ricchezze e fu costretto a fuggire a Marsiglia, dove abbandonò la sua nave.
A Genova Ruggero comprò una galea, l’ Olivetta , con la quale andò a offrire i propri servigi al duca Roberto di Calabria, figlio di Carlo II d’Angiò, il quale declinò l’offerta. Per nulla sfiduciato, il condottiero trovò un ingaggio presso il più acerrimo nemico dei francesi, il re di Sicilia Federico d’Aragona, che dall’epoca dei Vespri Siciliani (1282) aveva sottratto agli Angioini parte del regno che essi avevano soffiato agli Svevi.
Già dopo una settimana Ruggero compiva il primo atto di pirateria, catturando lungo le coste pugliesi una nave carica di vettovaglie mandata al figlio da Carlo II d’Angiò. Con questa e con le imprese seguenti, l’intraprendente comandante riuscì ad allestire una flottiglia per la guerra da corsa e a comprare cinquanta cavalli che affidò a hidalgos catalani e aragonesi, costituendo così il primo nucleo della sua compagnia di mercenari. Come avverrà secoli più tardi per altri avventurieri e corsari spagnoli nel Nuovo Mondo, Federico d’Aragona lo nominò vicegovernatore della Sicilia e membro del suo Consiglio, facendogli dono di alcuni castelli e di rendite a Malta.
La pace di Caltabellotta del 1302, che chiuse la guerra tra Angioini e Aragonesi, lasciò Ruggero senza compiti ai quali assolvere. Temendo di essere sacrificato agli Angioini, che ne reclamavano la testa, il corsaro decise di togliere dall’imbarazzo Federico offrendosi all’imperatore bizantino Andronico II, che versava in grandi difficoltà per la minacciata invasione dei turchi, sospinti verso Costantinopoli dal maremoto mongolo allora in corso in Asia Minore. Una minaccia confermata dallo stanziamento in Bitinia dei turchi guidati da quell’Othman, fondatore della dinastia degli Ottomani, che nel luglio del 1301 aveva già inflitto una pesante sconfitta all’esercito dell’erede al trono di Bisanzio, Michele IX.
La scelta del nuovo datore di lavoro era confortata anche dalle mai sopite mire angioine su quei territori faticosamente riconquistati da Costantinopoli dopo la parentesi del regno Latino (1204-1261), a seguito della quale l’impero si era smembrato in una serie di deboli potentati di matrice occidentale e greca.
La misura di quanto l’imperatore di Bisanzio avesse bisogno del piccolo ma ben organizzato corpo di uomini in armi al soldo di Ruggero si desume dalle condizioni che il condottiero si permise di imporgli: quattro mesi di paga anticipata per i suoi uomini, e per sé la mano della nipote di Andronico II e il titolo ereditario di megas dux , quarta carica dell’impero, che conferiva autorità sulle isole e sulle fortezze marittime.
La flotta che partì da Messina, alla fine dell’estate del 1303, in parte allestita da Federico III d’Aragona, trasportava 1500 cavalieri e 1000 fanti catalani e aragonesi, e 4000 almugavari (truppe leggere di mozarabi, abitanti delle foreste e dei monti, dotate di spada e più giavellotti) con le rispettive famiglie. In realtà, l’elemento etnico era molto più composito, perché l’abile condottiero aveva fatto emettere un bando rivolto a chi avesse voluto prender parte alla spedizione, offrendo dieci libbre di cacio a testa e un porco salato ogni quattro persone. La paga venne stabilita in quattro once d’oro per ciascun cavaliere pesante, tre per ogni cavaliere leggero, una per fante, quattro per capitano, una per nocchiere, ventitré per balestriere e venticinque per timoniere.
L’arrivo a Costantinopoli di un simile contingente mise inevitabilmente in allarme i genovesi, che in città avevano acquisito un ruolo d’importanza almeno pari a quello dei veneziani nelle regioni insulari dell’impero. Scoppiò subito una rissa, che si trasformò presto in una sanguinosa battaglia e, di lì a poco, nell’assedio del quartiere genovese di Galata da parte dei catalani. La contesa, che diede la misura della spietatezza e della determinazione degli uomini reclutati da Ruggero di Flor, lasciò un saldo impressionale: morirono infatti circa 3000 italiani.
Trasferita prudentemente a Cizico, in Asia Minore, con l’anno nuovo la Compagnia di Ruggero dava inizio alla campagna per la quale era stata reclutata. In breve tempo i catalani ottennero una serie di brillanti successi contro i turchi, liberando in maggio Filadelfia dall’assedio della tribù di Kermian e recuperando all’imperatore di Bizanzio vaste porzioni dell’Anatolia con le vittorie a Thyrraion e Magnesia. Ma il periodo di acquartieramento invernale fu micidiale per la popolazione locale, oggetto di un vero e proprio saccheggio da parte delle truppe catalane, di frequente senza paga e prive del loro comandante, richiamato a corte a causa dell’atteggiamento minaccioso del nuovo khan bulgaro.
Le atrocità commesse dai mercenari a Magnesia indussero l’imperatore a conferire a Ruggero il titolo di cesare , con la signoria dell’Anatolia e delle isole. In questo modo sarebbe stato lo stesso Ruggero, con le proprie rendite, a pagare la Compagnia.
Il comando venne affidato al nuovo megas dux Berengario d’Enteça, luogotenente di Ruggero, e gli uomini trasferiti in Tracia, a Gallipoli, nell’inverno successivo. Ma la decisione di Andronico II acuì la già profonda animosità che Michele IX nutriva nei confronti di Ruggero. Nell’aprile del 1305, mentre era ospite dell’erede al trono nel palazzo di Adrianopoli, il condottiero venne assassinato e il suo contingente sterminato da 9000 turcopoli e alani al soldo di Michele.
Anche a Costantinopoli la reazione anticatalana sfociava nell’eccidio della guarnigione. I superstiti della Compagnia, circa 3000 uomini, si asserragliarono nel quartier generale di Gallipoli, subito cinta d’assedio da parte di Michele. Berengario salpò alla ricerca di aiuto, ma finì nelle mani dei genovesi.
Alla determinazione del nuovo capitano Bernardo di Rocafort si dovette la riscossa dei mercenari, a prezzo, però, di una nomea degna del più feroce popolo barbarico. Da allora, infatti, i catalani badarono bene a non lasciare conti in sospeso: liberata Gallipoli, nel luglio 1305 affrontarono e sconfissero in battaglia presso la fortezza di Apros l’esercito di Michele IX; lo stesso principe rimase sfregiato e si salvò a stento. Quindi inseguirono fino in territorio bulgaro l’uccisore di Ruggero, il capo degli alani Gircone, e lo giustiziarono. Nella città di Rodosto, dove tre loro ambasciatori erano stati squartati dai bizantini, riservarono lo stesso trattamento a tutta la popolazione, mentre a Perinto bruciarono gli uomini, violentarono e sgozzarono le donne e schiacciarono i bambini.
Al ritorno di Berengario, liberato grazie all’intercessione di Giacomo II d’Aragona, la Compagnia si divise: il re di Sicilia Federico, ansioso di porre sotto la propria autorità i mercenari, inviò infatti il nipote Ferdinando di Maiorca, in qualità di suo luogotenente e capitano dei catalani. Berengario lo appoggiò incondizionatamente, ma Bernardo di Rocafort preferì scindere l’autorità dell’Infante da quella del sovrano di Sicilia, limitandosi a riconoscere solo il comando di Ferdinando. A prevalere fu il partito di Bernardo: Berengario venne ucciso e Ferdinando costretto a partire.
Rinforzati da un contingente di 1800 turchi, i catalani fecero scempio delle campagne della Tracia fino al 1307, quando si trasferirono in Macedonia, a Cassandria, e nella penisola di Pallene, vessando nel corso della loro marcia perfino i monasteri del monte Athos e assediando senza successo Tessalonica. L’imperatore di Bisanzio fu costretto ad assistere impotente all’imperversare della Compagnia nei suoi dominii – come quasi un millennio prima avevano fatto i suoi predecessori con i visigoti di Alarico – anche perché nel frattempo la Bulgaria, dopo tre secoli di paralisi interna, aveva iniziato una nuova fase espansiva che l’aveva portata a estendersi a sud dei Balcani e sulle coste del Mar Nero.
La spregiudicata condotta di Bernardo di Rocafort aveva però privato la Compagnia di qualsiasi appoggio politico, al punto che il condottiero si vide costretto ad avvicinarsi alla Francia, dove Carlo di Valois, fratello del re Filippo IV il Bello, con l’appoggio del papato allora ad Avignone, tramava per impossessarsi della corona di Bisanzio. Nel 1308 i catalani acclamarono così il plenipotenziario francese Tebaldo di Cepoy quale loro nuovo capitano e, a differenza di quanto era accaduto con la corona siciliana, fecero atto di sottomissione nei confronti di Carlo. Ma dopo un paio di sconfitte a Tessalonica e a Varria ad opera del generale bizantino Chandrenos, che portarono alla caduta del Rocafort, e in seguito alle pressioni di Venezia, che vedeva minacciati i propri interessi in Calcidica, nella primavera del 1309 la Compagnia si allontanò dalla sfera degli interessi bizantini trasferendosi in Tessaglia.
Qui trascorse un anno depredando e vessando il principato di Giovanni II Angelo, uno dei tanti staterelli nati durante l’occupazione latina di Costantinopoli nel secolo precedente e ora sotto la tutela del duca franco d’Atene.
Fu allora che il duca Tebaldo di Cepoy rinunciò al suo mandato, conscio di non poter imporre a quella turba indisciplinata una linea politica coerente con i piani di Carlo di Valois. Di nuovo disoccupati, nella primavera del 1310 i catalani si mossero verso il meridione trovando ingaggio da parte di Gualtieri V di Brienne, duca d’Atene, col quale vennero in urto quasi subito. Lo scontro che ne derivò nel marzo 1311 lasciò sul campo 20.000 fanti e 698 cavalieri su 700 nell’esercito franco, nonché lo stesso duca. La Compagnia catalana, che al momento contava 7000 uomini, poté così insediarsi, senza ulteriori sforzi, nella capitale Tebe e ad Atene, rilevando l’intero ducato, a dispetto della scomunica papale e nonostante lo spettro, paventato dal pontefice, di un intervento armato degli Ospitalieri.
La prepotente azione della Compagnia le aveva creato uno stuolo di nemici: dall’impero bizantino alla repubblica di Venezia, dagli Angioini al papato, dai principati limitrofi nel Peloponneso – quello greco di Mistrà e quello franco di Acaia – all’erede dei Brienne Gualtieri VI, che esercitava la proprio sovranità sulle regioni di Argo e Nauplia. Consapevoli del pericolo di una tale situazione e al fine di evitare l’isolamento internazionale, i catalani scelsero stavolta la tutela del re di Sicilia (detto, dopo la pace di Caltabellotta, di Trinacria) Federico III d’Aragona.
Il sovrano inviò come duca il proprio secondogenito Manfredi, che era allora un bambino di soli cinque anni, e la reggenza venne assunta dal vicario generale Berenguer Estanol de Ampurias nel 1312. Quest’ultimo si impegnava a rispettare gli statuti della Compagnia, basati sulle Costituzioni di Catalogna e sulle Consuetudini di Barcellona ; il sigillo del Cancelliere della Compagnia, raffigurante San Giorgio in sella al suo cavallo nell’atto di uccidere con la lancia un drago, recava la scritta in latino Felix Francorum exercitus in Romaniae finibus comorans , ovvero “il fortunato esercito dei franchi attestato nel territorio della Romània”.
Fra i compiti del vicario generale, vi era quello di amministrare le entrate ducali, ovvero le rendite feudali della corona, i profitti delle terre ecclesiastiche, i dazi, le imposte cittadine e rurali, il prelievo sulle rendite fondiarie; il ricavato degli affitti terrieri era tradotto in cera, la cui vendita era di esclusiva pertinenza ducale. Dal 1331 al vicario generale venne sottratta l’autorità militare, conferita dal duca a un maresciallo che doveva godere dell’approvazione dei catalani.
La capitale del ducato era Tebe che, come altre città importanti quali Atene, Livadia, Neopatria, era una corporazione cittadina, con funzionari militari, i castellani (ma a Tebe risiedeva il vicario generale), e civili – sindaci, assessori, consiglio municipale – dapprima eletti direttamente dalla Compagnia e in seguito dalle singole città, secondo il modello amministrativo catalano-aragonese.
L’impero bizantino, a dire il vero, non rappresentò una minaccia per il ducato catalano; dilaniato da guerre civili e lotte di successione fin dal regno di Andronico II e sempre più fagocitato dall’espansione ottomana, non recuperò mai più i possedimenti europei che peraltro, già nella prima metà del secolo, vedevano l’irresistibile ascesa della Grande Serbia di Stefano Dusan. Anche Venezia, preponderante in Eubea, si rassegnò alla presenza dell’inquieto vicino, stipulando un trattato nel 1319, più volte rinnovato, con cui i catalani si impegnavano a non far circolare navi armate nei golfi controllati dalla Serenissima. Era un gran colpo per la diplomazia del ducato di Tebe, che sottraeva così un pericoloso alleato alla inevitabile coalizione anticatalana.
In realtà per molto tempo l’Occidente non riuscì a organizzare niente di più che qualche impresa velleitaria e inconcludente. Le dinastie greche in Tessaglia e in Epiro si estinsero presto, e queste regioni caddero nell’orbita serba. La vigorosa azione del secondo vicario generale, Alfonso Fadrique d’Aragona (1317-1330), figlio naturale di Federico, garantì frontiere più sicure al ducato, con l’annessione del ducato di Neopatria a nord, della contea di Salona (feudo ereditario dei Fadrique) a est e di una serie di importanti capisaldi lungo i confini. Il suo successore Giovanni Lancia (1330-1335), che governava per conto del nuovo duca Guglielmo, succeduto al fratello maggiore morto prematuramente nel 1317, si trovò a dover affrontare un tentativo di riscossa da parte di Gualtieri VI di Brienne che, con il sostegno degli Angioini, portò un corpo di spedizione di 1300 uomini in Attica e in Beozia. Il suo contingente non era però in condizione si sferrare un attacco alle città e, inoltre, i catalani si guardarono bene dal dare battaglia in campo aperto; la fallimentare spedizione non poté far altro che prendere la via del ritorno dopo un anno di inconcludenti razzie.
La decadenza del ducato catalano fu la conseguenza della lotta tra fazioni interne prima ancora che degli attacchi dall’esterno. Nel 1355 Federico III il Semplice era divenuto a un tempo re di Trinacria e vicario generale; carica, quest’ultima, che conferì l’anno seguente al secondogenito di Alfonso, Giacomo Fadrique, conte di Salona. Questi venne a sua volta rilevato, nel 1359, dal gran siniscalco del regno di Trinacria, Matteo di Moncada, che alla sua partenza nel 1361 lasciò l’incarico a tale Pietro de Pou, ben presto in contrasto con i Fadrique. Ne nacque una rivolta, capeggiata dal maresciallo Roger de Lluria, che portò nel 1362 al massacro del vicario e dei suoi a Tebe.
La corte aragonese in Sicilia non poté più esercitare alcuna autorità negli affari del ducato fino al 1369, anno in cui morì Roger de Lluria; solo allora Federico III fu in grado di inviare un nuovo vicario generale, nella persona di Matteo de Peralta. Ma la sua sostituzione, nel 1374, con l’ultimo conte di Salona Luigi Fadrique, lasciò chiaramente intendere come i catalani in Grecia mal sopportassero le ingerenze del regno di Sicilia. Non a caso, fin dal 1370 essi avviarono trattative per l’annessione dei ducati di Atene e Neopatria alla corona d’Aragona, cosa che avvenne puntualmente alla morte di Federico III, nel 1377.
La Societas Cathalanorum era ormai all’epilogo della sua breve ma intensa stagione. In Grecia si era infatti venuta affermando con prepotenza la figura di Neri Acciaiuoli, la cui famiglia di banchieri fiorentini, sovvenzionando le imprese angioine nel Peloponneso, si era guadagnata la baronia di Corinto. Neri aveva già sottratto Megara al ducato ateniese quando, nel 1378, la compagnia navarrese entrò al suo servizio. Questa nuova truppa mercenaria era stata ingaggiata da Luigi di Evreux, fratello del re Carlo II di Navarra e già erede di un regno di Albania che gli albanesi, i quali si erano dotati di un loro re, non avevano alcuna intenzione di concedere ai franchi. In Albania Luigi era morto e 400 mercenari capitanati da Giovanni de Urtubia avevano accettato l’invito del signore di Corinto che li spedì subito, nel maggio 1379, contro Tebe: la città fu espugnata dopo un breve assedio. Atene resistette agli Acciaiuoli fino al 1388, Neopatria fino al 1390, ma entro la fine del secolo gran parte del settore cadde in mano ai turchi.
Solo Atene, oggetto di una lunga contesa tra veneziani e gli eredi di Neri, riuscì a conservare l’autonomia dall’impero musulmano fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453.

autore: ANDREA FREDIANI

Nicola

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