L’INGRESSO DI MICHELE VIII PALEOLOGO A COSTANTINOPOLI

L’INGRESSO DI MICHELE VIII PALEOLOGO A COSTANTINOPOLI

Dopo le vicende della sciagurata Quarta Crociata del 1204, deviata su Costantinopoli, e la conseguente spartizione dei territori dell’Impero romano d’Oriente fra i vincitori Latini e Veneziani, si fondarono in Epiro, a Trebisonda e in Bitinia delle formazioni statali, centri di resistenza dove i Romani poterono riorganizzarsi contro gli invasori occidentali.

Tra queste emerse, per compattezza e decisione, il c.d. Impero di Nicea, retto dalla dinastia dei Lascaris, il quale con un serie di campagne militari nell’arco di un cinquantennio riuscì a sconfiggere i rivali, rimettere piede nella Penisola Balcanica e a porre le premesse per la liberazione della Capitale sul Bosforo.

La grande e agognata riscossa, contro tutti i patimenti e le umiliazioni passate, verso cui due generazioni di Romani avevano dedicato ogni sforzo, militare e diplomatico, avvenne in un modo del tutto inaspettato e disarmante.

Nel luglio del 1261 il generale imperiale Alessio Strategopulo era stato inviato dal co-imperatore Michele VIII Paleologo in Tracia con un piccolo esercito di 800 uomini, per la maggior parte mercenari cumani.

Giunto a Selimbria, Alessio venne informato che Costantinopoli era pressoché sguarnita poiché la guarnigione latina era partita, assieme alla flotta veneziana, per attaccare l’isola di Dafnusio sul Mar Nero, confidando in un armistizio stipulato l’anno precedente fra l’Impero latino e quello di Nicea.

Gli fu indicata inoltre una piccola porta nelle mura Teodosiane da cui un piccolo manipolo di soldati avrebbe potuto infiltrarsi in città.

L’occasione era troppo ghiotta per non essere sfruttata e all’alba del 25 luglio 1261 i Romani sorpresero le sentinelle sulle mura e spalancarono le porte della città: Alessio Strategopulo entrò con il resto dell’esercito dalla Porta Aurea mentre gli abitanti di Costantinopoli iniziarono a radunarsi e ad acclamare la vittoria.

L’imperatore latino Baldovino II, fu svegliato dai clamori e tentò di resistere nel palazzo delle Blacherne, ma ben presto la situazione divenne irrimediabilmente compromessa e, mentre il quartiere veneziano bruciava, decise di mettersi in salvo via nave, seguito da tutti i Veneziani e Franchi presenti nell’urbe.

Le insegne di Baldovino II furono inviate presso Michele VIII, che in un primo momento stentò a credere ad un tale dono della sorte.

Gli anni del dominio latino erano stati duri e Costantinopoli aveva perso molto del suo antico splendore e delle sue ricchezze.

Al barbaro saccheggio dei Crociati del 1204 aveva fatto seguito una spogliazione sistematica dei tesori, svenduti in Occidente, le chiese erano vuote dei loro ornamenti e reliquie e il palazzo delle Blacherne devastato: tanto maggiore fu quindi la gioia della popolazione per la restaurazione dell’autorità imperiale e per la sua liberazione.

Lo storico e dignitario Giorgio Acropolita descrive così l’ingresso di Michele VIII Paleologo nella Costantinopoli liberata il 15 agosto 1261:

“L’imperatore giunse a Costantinopoli il quattordici di agosto. Non volle però entrare in città quel giorno, ma si accampò presso il monastero del Kosmidion, presso le Blacherne. E dopo aver trascorso la notte in quel luogo, si alzò all’alba e fece così il suo ingresso a Costantinopoli. Il patriarca Arsenio non era presente, in quanto privo di ogni entusiasmo per quella vittoria, ostile nei confronti dell’imperatore e quasi rammaricato che per merito suo l’impero dei Romani avesse riconquistato Costantinopoli; e tuttavia c’era bisogno di un metropolita per recitare solennemente le preghiere. E allora il metropolita di Cizico, Giorgio soprannominato Cleida, svolse questo ruolo, e dopo essere salito su una delle torri della Porta d’Oro, recando con sé l’immagine della Vergine che trae il suo nome dal monastero degli Odighi, recitò le preghiere in modo da essere udito da tutti. L’imperatore si tolse la corona e s’inginocchiò per terra, e similmente tutti quelli del suo seguito si inginocchiarono dietro di lui. E quando fu conclusa la prima preghiera e il diacono ebbe dato il segnale di rialzarsi, tutti si rialzarono e ripeterono cento volte il Kyrie eleison. E successivamente il metropolita pronunciò un’altra preghiera. Quello che era avvenuto per la prima avvenne anche per la seconda preghiera, e così vi finché non furono dette tutte le preghiere. E quando questo rituale fu così compiuto, l’imperatore varcò la Porta d’Oro in atteggiamento tale da magnificare più Dio che se stesso: infatti andava a piedi preceduto dall’icona della Madre di Dio. E quando fu arrivato al monastero di Studio, lasciò lì l’icona della purissima Madre di Dio, e salito a cavallo giunse al tempio della Divina Sapienza. E là, dopo essersi inchinato a Cristo e averGli reso i debiti ringraziamenti, giunse al Gran Palazzo. E allora tutti i Romani si lasciarono andare alla gioia, alla più grande felicità, a un infinito tripudio: non c’era nessuno che non danzasse ed esultasse, quasi incredulo dell’evento inaspettato e stordito dalla gioia infinita.”

 

autore: JACOPO ROSSI

Fonti:

Silvia Ronchey, Tommaso Braccini, Il romanzo di Costantinopoli, Einaudi, 2010.

Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1968.

Nicola

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